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In molte persone che, in un modo o nell’altro,
si avvicinano alla spiritualità Orientale e soprattutto al Dharma Buddista,
ad un certo punto dovrebbe presentarsi una sorta di dilemma nei confronti di
questa forma di comprensione dell’essenziale unicità della mente di tutti
gli esseri ‘senzienti’. Nel nostro ordinario modo di ragionare Occidentale,
noi non siamo abituati a capire questo tipo di ‘compassione’ altruistica,
così fortemente radicato nella nostra mente. E quindi, noi dobbiamo fare un
grande sforzo di volontà, ed anche di adattamento a questa nuova e difficile
forma di comprensione, per poter veramente assorbire in noi stessi il
significato esatto e preciso del termine Sanscrito ‘karuna’, che sta
proprio a indicare quel tipo di ‘compassione’ di cui stiamo parlando.
E non si creda che sia una cosa facile…
tutt’altro. Noi, normalmente, siamo portati a provare facili ed ovvii
sentimenti di affetto e simpatia verso le persone che ci stanno a cuore,
come i nostri familiari, coniugi, figli, parenti, partners e amici. A volte,
abbiamo la tendenza a manifestare la nostra cordialità anche verso estranei
che a prima vista ci risultano simpatici, o verso personaggi mediatici che
troviamo di nostro gradimento. Ma, il più delle volte, sentiamo avversione e
rifiuto verso tutte quelle persone che non rispondono a quei canoni di
affabilità e che non sono in qualche modo sintonizzati con il nostro
carattere. Vale a dire che, anche se fanno parte della nostra famiglia, se
per caso ci ostacolano o ci avversano nel nostro modo di essere, ecco che
allora quello che doveva essere un sentimento di affetto amoroso,
all’improvviso diventa un sentimento di odio ed avversione.
Quindi, dato che la nostra mente umana
funziona proprio in questo modo, a causa della nostra incapacità di
governarla, è praticamente improponibile una ingiunzione che ci imponga di
modificare questo funzionamento e riuscire ad invertire il processo
egoistico che ci fa vedere gli altri in un modo o nell’altro… Non solo, ma
anche quando le persone si sentono interessate ed attratte verso quel tipo
di filosofia umanistica che emana dagli insegnamenti e pratiche meditative
del Chan, ad esse risulta realmente impossibile accettare subito la parte
che riguarda questa pratica della compassione altruistica. In genere,
occorre un periodo molto lungo di assiduità meditativa per poter finalmente
arrivare all’effettiva comprensione dei vantaggi di applicazione della
pratica della compassionevole ‘karuna’.
Ma la cosa davvero più strabiliante è che
uno, pur avendo all’inizio espresso una forma di compassione ‘forzata’,
perché ha capito che senza di essa la mente non potrà mai fare il
‘balzo’ verso l’Assoluto, e quindi non potrà mai raggiungere
l’Illuminazione, continuando insistentemente nel pensiero di compassione
verso tutti gli esseri viventi, grazie ad una nuova consapevolezza ed
intuizione profonda, arriverà a realizzare alla fine che il provare quella
‘compassione’ giova soprattutto a se-stesso! E’ come quando si fa un
regalo ad una persona cara e si prova noi stessi il grande piacere di aver
fatto un dono. In questo caso, oltretutto, il vero vantaggio sta
nell’arrivare a capire l’unità di tutto l’esistente, così che
provando amore e simpatia verso tutti gli altri, se ne riceve in cambio un
aumento di benessere spirituale e mentale, grazie al miglioramento del
nostro karma ed alla serenità nel cuore che ne consegue.
Insomma, la pratica
della Compassione, che come vantaggio agli altri porta il fatto che noi non
potremo più far loro del male e quindi non potremo più essere nocivi nei
loro confronti, alla fine per gli altri non è altro che un vantaggio
materiale e mondano. Siccome nessuna mente può essere obbligata a
modificarsi nella sua parte profonda, e cioè a diventare interessata alla
spiritualità, senza la volontà del singolo individuo, ed essere quindi
avviata verso la via della salvezza, ne consegue che la compassione che noi
proviamo verso gli altri non necessariamente può salvarli dal loro karma
spirituale negativo, ma normalmente ha effetto solo sul karma materiale;
nondimeno, l’effetto che la ‘nostra’ compassione ha su di noi, invece, è
estremamente positivo proprio nel campo spirituale e mentale.
Questo significa che, ottenendo noi un
simile vantaggio in termini spirituali e mentali, la nostra capacità di
‘potere’ spirituale aumenta in modo esponenziale, quindi potremo avere
maggiori possibilità di poter aiutare gli altri anche a livello spirituale
(sempre che queste altre persone abbiano almeno un minimo di karma
spirituale positivo, per poter credere e aver fiducia in colui che vuole
aiutarli - come dice il detto: ‘aiutati, che Dio ti aiuta’). Ecco
spiegato perché la Compassione per gli altri, in primis serve a
noi stessi, ma poi però, indiscutibilmente, torna ancora ad essere utile
spiritualmente anche per gli altri (quegli altri che, nella nostra mente,
ormai non sono più meramente ‘gli altri’, ma una parte preminente e
importante della nostra stessa mente).
Alla luce di tutto
ciò, ecco perché poi noi proviamo un vero ‘dolore’ nel cuore quando, per
es., vediamo che alcune persone intenzionate ad entrare nella
‘Porta-senza-porta’ del Chan vi si affacciano timorose, ma poi, dopo due o
tre sedute, avendo ascoltato le forti ingiunzioni della sua dottrina, che
non dà spazio alle fantasticherie illusorie ed ai capricci mentali, se ne
allontanano piene di dubbi e di paura. E’ perché capiamo che queste persone
sono veramente sprofondate nel fango del karma spirituale negativo e non
hanno la volontà, o la forza d’animo, di volersene liberare e di tirarsi su
da quelle sabbie mobili mentali, che le costringonio a rimanere impigliate
nella visione mondana e nel qualunquismo spirituale e culturale di questo
mondo samsarico.
Ed in questi casi, la nostra compassione
ancora di più tende ad attagliarsi su queste persone non-coscienti che hanno
deciso di rimanere ottenebrate, perché, come diceva Gesù Cristo, ‘non c’è
peggior sordo di chi non vuol sentire, né peggior cieco di chi non vuol
vedere’, e allora noi sentiamo come se una parte della nostra mente si è
staccata da noi e si è riperduta nel vuoto degli infiniti tempo e spazio,
ritornando a far parte di quel samsarico mondo illusorio creato dalla mente,
destinato a svanire col suo stesso creatore, che è appunto la mente di
quelle persone, allorchè esse dovranno morire…
Ecco perché noi chiamiamo ‘morti’, tutti
coloro che pur avendo avuto la grande fortuna di essere approdati alla
benedetta spiaggia del Dharma e di aver conosciuto il Chan, se ne sono
purtroppo poi allontanati, senza nemmeno immaginare che grande tesoro essi
abbiano potuto e voluto perdere… Ma, d’altra parte, è proprio la grande
compassione che si sente, che in seguito lenisce il nostro dolore, perché
sappiamo che quelle stesse persone che ostinatamente hanno rifiutato adesso
il Dharma, saranno ineluttabilmente obbligate prima o poi a dover ritornare
a bussare alla porta del Chan, anche se in vite successive e in tempi
lontani, perché il seme della grande compassione (‘mahakaruna’)
è stato ormai piantato e dovrà necessariamente fruttificare quando, per
legge cosmica, nella loro mente si saranno generate cause e condizioni del
karma spirituale positivo, come è successo a noi, visto che in realtà siamo
tutti ‘la stessa e identica cosa’…
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