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A distanza
di qualche anno, sento adesso il dovere proprio di testimoniare una
esperienza di "buona morte". Buona, non nel senso di far avere una
morte indolore da parte di compassionevoli strutture ospedaliere
che, al contrario, su questo vi sarebbe parecchio da recriminare,
bensì "buona morte" nel senso più spirituale del termine. Poiché la
prematura scomparsa di CRISTINA, dolcissima creatura che fu al mio
fianco per una decina d'anni, per me e per tutti coloro che la
conobbero è stata il più fulgido esempio di come si dovrebbe
santamente e serenamente prepararsi a lasciare questo mondo e quindi
come saper affrontare la morte.
La
sua esperienza di vita è durata solamente quarant'anni, ma è stata
fortemente impregnata di valori spirituali e morali, sapientemente e
diligentemente messi in atto con una pratica spirituale continua e
sempre più progressiva verso la comprensione profonda dei misteri
dell'esistenza. D'altra parte, proprio l'insegnamento Buddista, da
lei tanto apprezzato e fedelmente seguito, rivelando la vanità della
vita umana se non utilizzata come campo di conoscenza, le dette una
grossa mano per aiutarla a liberarsi mentalmente della brama di
esistenza. Lo stesso atteggiamento del Dharma Buddista verso la
morte, può essere riassunto da questi versi estratti dal "Libro
Tibetano dei Morti" del grande Saggio Padmasambhava:
"Quando il Bardo della Morte sorgerà su di me, allora
Io abbandonerò ogni desiderio, brama ed attaccamento...
Senza distrarmi, entrerò nella Chiara Luce della Consapevolezza
E, lasciando questo composto corporeo di carne e sangue,
Conoscerò alfine che anche questa è un'illusione transitoria!''
Ed
anche Milarepa, il leggendario Yogi-eroe della Tradizione Tibetana,
nei suoi "Canti", ci lasciò questa testimonianza di come il suo
approccio alla morte fosse, per lui, una vera occasione di
Liberazione Finale:
"La paura della nera morte - mi ha condotto su queste montagne -
Qui ho
meditato sull'Incertezza - che nasconde l'ora della sua venuta -
Ma poi, quando ho finalmente compreso - ho raggiunto la rocca
immortale,
Ove ha sede la vera Natura dell'Essere - ed il timore si è così
dileguato...".
Noi
non possediamo la certezza di questi sublimi esseri, è vero, al
massimo coviamo una qualche speranza; ma nel peggiore dei casi (cioè
quello più frequente) veniamo presi dallo sconforto e dall'angoscia,
a causa della nostra non-conoscenza della verità e per la eventuale
aspettativa di precipitare in una sorta di Nulla! Però è
immaginabile riconoscere che, al momento della morte, solo due cose
contano: ciò che abbiamo fatto in vita e lo stato mentale in cui ci
troveremo allora.
Come ci vien detto dal Dalai Lama: "In punto di morte, gli
atteggiamenti con cui si ha maggior consuetudine prendono il
sopravvento e si apprestano a dirigere la nostra successiva
rinascita". Così, lo stato mentale che sussiste al momento della
morte è fatalmente decisivo; il modo migliore per morire serenamente
è quello di essersi sbarazzati di tutto, sia oggetti materiali ma
anche e soprattutto convinzioni e idee, di modo che nell'attimo
cruciale si abbiano quanti meno desideri, brama ed attaccamento
possibili, a cui la mente possa afferrarsi.
Questo fu l'atteggiamento mentale distaccato e tranquillo che ebbe
Cristina, che infatti trascorse i suoi anni, offrendo con
quell'amore disinteressato di cui era dotata, il frutto della sua
esistenza modesta ma generosa e della sua morte prematura ma
accettata serenamente, in uno stato di pacifica disposizione
mentale. Lo spontaneo e cosciente evolversi dell'ultimo atto della
sua vita è stata una conferma del suo fermo proposito prioritario.
Quello cioè di mantenere una flduciosa ed attenta calma mentale ed
una controllata autoconsapevolezza sulla propria esperienza,
ottenendo in cambio un sereno e composto trapasso.
Malgrado le difficoltà derivanti dalla triste situazione
ospedaliera, i suoi ultimi giorni (poco più di un mese di ricovero)
furono contrassegnati da un atteggiamento paziente e rasserenante al
massimo livello. Benché la sua fine fosse ormai prevedibile, ed il
tremendo male l'avesse costretta a permanere in un reparto di
terapia intensiva, ricordo che un giorno (lei era al corrente del
male infausto e incurabile che l'aveva colpita) disse alle
infermiere di rivolgersi ad una sua vicina di letto che si lamentava
(sebbene fosse lì per una semplice operazione di ernia). Mentre lei,
che pure era pervasa da lancinanti e feroci dolori alla testa,
chiedeva soltanto iniezioni di morfina per non sentire il
dolore.
Questo, per precisare di quanto compassionevole altruismo ella fosse
dotata e quanto ritenesse più importante la sofferenza altrui,
rispetto alla propria. Anche nella sua vita privata, pur essendo una
notevole anima creativa, rifiutò sempre compromessi gratificanti e
manifestò la sua estrema sensibilità artistica soltanto nel segreto
del suo piccolo studio domestico o in laboratori privati di persone
amiche, lasciando opere sorprendentemente delicate, come mandala e
immagini sacre, nonché poesie e diari di una profonda testimonianza
spirituale. Anni ed anni di sincera preparazione, vissuti in modo
umile e riservato, furono in grado di formarla spiritualmente in una
maniera davvero profonda, distogliendola pian piano dai bisogni
affermativi ed arrivistici di questo attuale mondo materialista.
Ecco ciò che maggiormente ricordo di Cristina: il suo meraviglioso
spirito caritatevole, il grande amore per tutti gli esseri viventi,
e la sua speranza che la sua morte significasse una nuova vita, una
vita eterna e celestiale, lontana dalle angoscie di questo mondo
samsarico. Morendo, lei ha voluto consegnarmi un messaggio di
apertura verso la verità. Una Verità che illumina la nostra
condizione di sofferenza, che ci spinge alla ricerca delle cause del
nostro esistere, in questo mondo di gioie e di dolori. Una verità
che dischiuda all'umanità intera, malgrado la sua ostinata
difficoltà nel volerlo riconoscere, il senso stesso di questa
sconosciuta verità.
Dopo un simile esempio, tutta la conoscenza spirituale acquisita in
decenni di pratiche e ricerche, rischia di essere nient'altro che un
mero supporto. O forse, soltanto adesso e grazie a quel messaggio,
può cominciare a dare frutti. E’ per questo che, cercando di
utilizzare questo dono in questa vita, io stesso mi sono riproposto
di condividerlo con altri che abbiano medesime orecchie per
intendere, fintanto che ci sarà tempo per fare qualcosa. Infatti,
iniziare fin d'ora a meditare sulla propria morte è la miglior
pratica spirituale e, in definitiva, l'unica veramente utile per la
nostra Liberazione. Ma, per poter eseguire alla perfezione questa
pratica meditativa, bisogna abbandonare tutte le illusorie
tentazioni di questa vita mondana. Non che si debba abbandonare la
propria casa, i propri familiari o la propria posi-zione sociale.
Ciò che deve essere abbandonato è l'attaccamento e la brama verso la
ricerca esagerata di ricchezza, l'inseguimento egoistico di fama ed
onori, la seducente necessità di lodi e di fortuna, smettendo di
rifiutare la povertà, l'anonimato, le calunnie e i
dispiaceri, quando queste cose si presentano. Mantenendo in vita la
consapevolezza della morte, si è naturalmente portati a propendere
verso le virtù e la pratica del Dharma. In questo modo, la morte non
potrà sorprenderci e non sarà causa di paure e rimorsi.
La
gran parte degli esseri umani (praticamente, più o meno tutti)
assolutamente non conosce nulla di ciò che l’aspetta durante, e dopo
la morte! Per tutta la vita le persone si sono interessate solo a
ciò che può essere loro utile durante l’esistenza terrena, che
riguarda soltanto di un breve periodo misurabile in anni. Alcuni
aspirano a migliorare il loro rapporto con il lavoro, altri quello
con i propri simili, oppure migliori condizioni di salute. Certi
altri, tutt'al più, sentono il bisogno di allargare le loro
conoscenze, ma limitatamente al campo dell'erudizione generica,
mentre altri ancora si spingono fino al tentativo di approfondire i
problemi dello spirito e della psiche, ma principalmente allo scopo
di sentirsi bene con se stessi e per il loro bisogno di felicità nei
riguardi di questa stessa esistenza. Solo pochissimi individui si
sentono magneticamente attratti dal mistero che c'è dopo la vita
(e prima della nascita), e sono quindi motivati a cercare la
conoscenza di questi spazi ignoti.
Secondo il Buddhismo, tutti coloro che fanno questa scelta sono già
potenzialmente futuri Bodhisattva. Essi sono esseri che hanno dovuto
interrompere il loro precedente cammino spirituale, prima della
conclusione, e pertanto sono ritornati per eseguire e completare
l'opera. Oppure, ma in casi estremamente più rari, sono menti
altamente evolute, forse Bodhisattva già realizzati, che però hanno
deciso di reincarnarsi per la profonda Compassione provata nel
vedere le sofferenze degli esseri. Quindi, questa loro decisione
serve per poter trasmettere il Dharma e gli Insegnamenti
trascendenti alle menti preparate e già in cammino, cioè agli esseri
di cui abbiamo parlato prima.
Ognuno di noi può obiettivamente posizionarsi su di uno o l'altro
scalino, in questa scala di valori spirituali; quello che però è
certo, è che Cristina era sicuramente in una di queste ultime due
posizioni, vista la qualità delle sue esperienze di vita e di morte
e, pertanto, ritengo doveroso onorarne la memoria. Oltretutto,
affinché la sua esperienza di serena morte non vada perduta, a mia
volta avrò cura di prepararmi diligentemente e cercherò di istruire
altri esseri, per far sì che la tenebrosa Morte non generi più paura
nelle menti degli esseri senzienti, visto che se è sperimentata con
paziente e spirituale partecipazione, essa potrà dare origine ad un
vero "matrimonio con l'eternità"…
L'ANTICAMERA DEL SIGNORE DELLA MORTE 
di
CRISTINA MARTIRE – (Roma, 16-10-1954 –+ 07-06-1995)
Dai
Diari di Cristina, mia compagna di vita e di Dharma, scomparsa
serenamente anni fa come una Realizzata, vorrei proporre alcuni
passi delle sue preveggenze ante-mortem. Tenendo conto della sua
prematura scomparsa, a breve distanza da queste riflessioni, c'è
proprio veramente da pensare che anche tutti noi ci troviamo nella
sala d'aspetto del Signore della Morte, fin dalla nostra comparsa in
questo apparente e illusorio scenario chiamato Vita. (A.M.).
"ILLUSIONI- In ultima analisi, sembra che anche lo Stato di Buddha,
cosi come noi lo immaginiamo, sia una mera illusione. Il Buddha non
può essere qualcosa di esterno, seppure qualcosa di esterno possa
fungere da Buddha. In Esso noi ci vediamo la perfezione della
realizzazione delle nostre intenzioni e pertanto ci rifugiamo in
queste intenzioni. Anche il Vero Rifugio non può essere esteriore,
sebbene un luogo esteriore possa fungere da Rifugio. Questa immagine
vaga, più o meno idealizzata, come può essere il Buddha? Tuttavia la
sofferenza viene percepita come reale, tangibile, concreta; ed anche
l'illusione viene percepita come reale: il movimento, lo spazio, il
tempo. Perfino la Morte viene percepita come un fatto reale, benché
essa sia la negazione, la conclusione della sofferenza percepita a
livello fisiologico, come pure dei cosiddetti fenomeni esterni.
Cos'è, quindi, che è più reale? I fenomeni che percepisci, il dolore
che senti, o la fine di tutto ciò?"
"LA
MORTE - Domani morirò. Tutto scompare, prima o dopo, ed io sono
sola. Io e la mia mente, con le sue creazioni, che sembrano reali.
Mi sento in una costante fase di sgretolamento. Ho due alternative:
ricomporre tutto e far finta di niente, come se nulla fosse; oppure
seguire lo sgretolamento, il che implica sofferenza. Ma c'è un senso
in tutto ciò? Sono in grado dì osservare lo sgretolamento in una
maniera distaccata? Dovrei semplicemente osservare lo sgretolamento
ma, proprio mentre io lo osservo, quest’accozzaglia di frammenti
comincia a disintegrarsi. Sono o non sono frammenti? Stanno insieme
per caso o, in essi, vi è un'integrità di base? C'è solo la morte!
E’ il corpo che si disintegra. Devo andare in esilio; abbandonare
questo corpo, questa vita, l'ambiente che mi circonda, le persone
che conosco e che mi amano, tutte le attività. Eppure, c'è un filo
di speranza: la mente rimane e l'io sopravvive, oppure la mente si
disintegra anch'essa? La nostra mente, per vivere, dipende dal
cervello che, però, è fisico e quindi si disintegra. E allora che
speranze ci sono? D'altra parte, la speranza (l'ego) è l'ultima a
morire. Al suo opposto vi è la disperazione. Anch'essa è l'ego e
quindi, anch'essa avrà un momento in cui morirà. Ma morirà
definitivamente? Senza più speranza e senza disperazione: sembra
impossibile. Probabilmente, la speranza si nasconde dietro le grandi
motivazioni e, quando non ci sono vere motivazioni, la speranza è
già morta e rimane solo la disperazione."
"LA
SOLITUDINE - Sento molto il problema della solitudine, non quella
che si identifica con l'assenza di persone intorno a noi, ma quella
fondamentale, che si sperimenta durante la morte, in cui non ci
saranno compagni né familiari. E, al tempo stesso, sento che questa
solitudine non può essere goduta, assaporata, se non barattandola
con la stessa morte. Sarò, allora, in grado di affrontarla senza la
voglia di fuggire?"
"IL
SILENZIO - Ed ora, eccomi qui, finalmente nell'agognato silenzio.
Colpi di martello rimbombano cupi nello spazio. Il canto di un
uccello lontano, testimonia che lo spazio esiste. Improvvisamente,
un sibilo di aereo squarcia il silenzio come una divinità infuriata.
Una folata di vento entra dalla finestra, per ricordarml che il
dentro è uguale al fuori. Una sensazione di solitudine ricomincia a
farsi strada nel mio cuore, simile a quella sensazione di silenzio
che era stata soffocata quando qualcosa aveva riempito lo spazio.
Silenzio e solitudine, i gemelli della mia meditazione, stanno ora
riemergendo nella pace".
(Brani tratti dai Diari di Cristina, scritti negli anni 1994-1995,
gli ultimi della sua vita).
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