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Se avessi dato ascolto ai
vari pettegolezzi e critiche che continuamente si sono sempre fatte sulle
figure degli insegnanti, più che agli insegnamenti di Dharma, sicuramente
oggi non sarei così tranquillo e imperturbabile nei riguardi di ciò che, nel
tempo, si è detto anche su di me. Infatti, in diversi casi, anch'io sono
stato tacciato di essere ben più interessato alla gratificazione personale,
in special modo con le persone giovani dell’altro sesso (questo, in verità,
molti anni fa… ora per fortuna mi sembra che non se ne parli più) che non
all’accettazione delle regole gerarchiche, come la sottomissione a qualche
monaco o maestro ufficiale qualificato. Ad ogni modo, anche in questi tempi,
talora sono ancora stato accusato di essere un po’ troppo complicato, di
usare metodi aggressivi nell’insegnamento del Chan, o di utilizzare
arbitrariamente il ruolo di insegnante pur essendo del tutto fuori delle
istituzioni ufficiali.
Perciò, sembra che allorchè una persona si dia da fare per aiutare gli altri
a scoprire i meandri ed i misteri della mente, si vada a scatenare un tale
vespaio in altre menti e perfino nelle stesse menti che si vorrebbe aiutare,
tale da generare ondate impetuose di potente energia egoica, a volte
mascherata da apparente buona intenzionalità che in realtà tenta solo di
distruggere e offendere chi, coi suoi metodi e i suoi sistemi, ha osato
assumersi il ruolo di “salvatore”. Ora, se un chirurgo applica i suoi
specializzati metodi in campo medico e decide di tagliare pezzi di carne o
organi incancreniti da velenosi tumori, nessuno si sognerebbe di criticarlo
o ostacolarlo per quella drastica operazione, dati i buoni risultati che
potranno presentarsi in seguito. Al contrario, se un umile ‘bodhisattva’,
anche se sconosciuto, tenta di applicare in campo spirituale i suoi “mezzi
abili” per estirpare i velenosi tumori mentali (pensieri e malvagie
intezioni) dei malati samsarici, si grida subito allo scandalo o alla
usurpazione del ruolo o, peggio ancora, ad un presunto desiderio umano ed
egoistico di ricercare una gratificazione, o l’esaudimento di voglie e brame
di tipo mondano.
Si sa per certo che, almeno una volta, quasi nessun Maestro sia stato esente
da voci subdole intenzionate a danneggiarlo o a metterlo in discussione
(abbiamo letto di esempi anche nell’articolo di cui si parla). Figuriamoci
quante chiacchiere maligne e malvagie si possono dire su persone meno famose
e più indifese, pur se anch’esse stanno cercando di aiutare altri individui.
In definitiva, non si critica tanto ciò che queste persone “dicono”, quanto
piuttosto ciò che esse “fanno”. Aderendo meglio al motto evangelico “Fate
quel che dicono, non fate quel che fanno”, il che appunto chiarisce dov’è il
problema, - si dovrebbe capire che il problema sta tutto nella nostra
“personale interpretazione” dei fatti. Se, con la mente macchiata dal nostro
modo di vedere e pensare, noi siamo condizionati a vedere ed interpretare
che “fare questo o quello” sia un male, mentre alcuni lo fanno senza quella
mente “macchiata” ma anzi, spesso a fin di bene, cosa pensate che si possa
concludere verso questo minimo livello di maturità spirituale? Ecco che
sarebbe poi giusto rifarsi ancora al motto evangelico “Chi è senza peccato,
scagli la prima pietra!”...
Il che, secondo la mia opinione, significa che nessuno ha diritto di
accusare, incolpare o giudicare chicchessia, tanto più comprendendo che
neppure chi questa frase l’ha detta (Cristo), ha poi scagliato la prima
pietra! Infatti, il Dharma del Buddha, in tutta la sua risplendente verità,
cerca di insegnare proprio questo. Prima di giudicare ed interpretare in
modo totale e definitivo qualunque aspetto, o apparenza, di questo mondo
illusorio, si dovrebbe provare a capire, attraverso il dialogo inclusivo, e
non esclusivo, quanto di vero ci sia realmente nell’intenzione o motivazione
di colui che viene accusato, o se invece tutto non sia solo il frutto della
nostra ostinata ingiustizia nel voler per forza vedere aldifuori ciò che
invece, purtroppo, ancora risiede nei nostri cuori oscurati e nella nostra
mente sottoposta ad una incancellabile ignoranza.
Resta comunque il fatto che alcune cose del suddetto articolo sono
indubbiamente vere e inoppugnabili. C’è tutto un palcoscenico adornato di
rituali e segni obbligati a far da scenario alla teatralità delle moderne
‘Istituzioni-Zen’ ufficiali. E spesso sono gli stessi Maestri/roshi
ufficiali (magari, proprio quelli che sono stati nominati non per meriti
spirituali, e quindi sono non-illuminati) a lanciare la famosa prima
‘pietra’ contro altri individui innocenti, da loro non riconosciuti come
insegnanti, ma considerati dei reietti perché, diversamente da essi,
mantengono evidenti comportamenti da ‘persone ordinarie’.
Ora, questi impavidi ricercatori della verità espressa dal Buddha (cioè, che
ogni essere senziente è un Buddha potenziale), pur non volendo proporsi ad
un ‘ruolo’ ufficiale da Maestro ma cercando di insegnare il Dharma in un
modo autonomo, si contentano soltanto di aiutare le persone idonee a trovare
in se stesse la mente originaria e la ‘vera coscienza buddhica’ tramite la
riscoperta della propria autoconsapevolezza spontanea. E poichè, come
l’autore dell’articolo in questione dice, il ruolo ‘ufficiale’ da
Maestri-Zen spesso non significa altro che essere degli ‘alienati’, pur
apparendo ambiziosamente valutati come ‘esseri superiori’, per essi non è
proprio il caso di mostrarsi ulteriormente alienati per ‘fingere’ di essere
qualcosa di diverso da ciò che, in definitiva, tutti siamo e restiamo:
semplici esseri umani.
Infatti, questi esseri umani, una volta compreso veramente il messaggio del
Buddha, anche se appaiono come dei superuomini, conservano in se-stessi e
nella loro propria auto-consapevolezza la coscienza del loro corpo mortale e
della loro impermanenza e vacuità. Ed è proprio questo che, in definitiva,
fa di essi degli ‘esseri eccezionali’, è proprio questo che unifica e
assimila i grandi maestri ufficiali illuminati ai più anonimi e sconosciuti
‘adepti’ segreti. La perfetta e univoca comprensione della verità-vacuità.
A mio parere, non c’è quindi alcuna ragione di considerare dissacrante
l’articolo di Stuart Lachs. Esso rende in modo ammirevole la diversa
angolazione di prospettiva che c’è tra il modo comune di vedere le cose dal
punto di vista mondano e quello di una dimensione alquanto ‘privata’ e
totalmente personale dell’ambiente spirituale, più specificatamente Zen, pur
con tutto il bagaglio di regole e rituali obbligati. Grave appare invece il
fatto che, pur non essendo originati dai primi antenati del Chan, questi
rituali e varie regole sono poi stati creati ad arte e misura per
procrastinare e conservare non tanto il vero insegnamento del Dharma, quanto
un modo arduo e complicato di presentarsi come trasmettitori ufficiali del
messaggio salvifico del Buddha.
Ecco perché, per quanto mi riguarda, io ho preferito applicare una sorta di
‘ritorno’ all’antico Chan, così come veniva fatto da quegli isolati
‘cani-sciolti’ che ci riportano le cronache del Chan (Fa-yen e Ta-hui, per
citarne solo un paio). Cosicchè, anche ai giorni nostri, sia possibile
applicare una pratica di Dharma e avvicinarsi il più possibile alla verità
testimoniata dal Buddha, mantenendola viva all’interno del proprio cuore con
la continua e costante auto-meditazione, e insegnandola a quei pochi arditi
che osano avere il ‘coraggio’ di affidarsi a coloro che, fuori dai canali
ufficiali, potranno aiutarli a trovare la reale ‘Mente–Unica’ di tutti gli
esseri, all’interno di se-stessi. (*) |
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