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Questo saggio cercherà di
articolare una comprensione di quella che è la mèta nei testi classici del
Buddismo Ch'an, che è la Libertà, stabilendo le motivazioni per questa
‘liberazione’ in relazione al tipo d i autorità e della caratteristica
struttura regolamentata dei monasteri Ch'an della dinastia Sung. Si comincia con la tesi che
i primi interpreti Occidentali dello Zen hanno avuto la tendenza a
sottolineare le dimensioni della libertà-Zen che concorda con le moderne
versioni Occidentali della
libertà che presuppone una tensione tra la libertà e l'autorità, come pure
tra l'autonomia individuale e le esigenze di una impostazione comune. Questo
tipo di dicotomie, assunte dai moderni interpreti Occidentali, sembrano
essere assenti da questo medievale contesto Cinese, suggerendo così che i
loro concetti di libertà e liberazione devono essere notevolmente discosti
dai nostri. Il saggio analizza la classica retorica e le pratiche Ch'an
nello sforzo di riscoprire come la libertà potrebbe essere intesa in questo
contesto e che si conclude con una proposta di questa riscoperta. Sicuramente fu inevitabile
ed anche opportuno che il vocabolario della lingua Inglese selezionato per
tradurre i simboli più elevati del Buddismo dovrebbe essere con termini di
centralità e di potere qui in Occidente – vale a dire, parole come
Enlightenment (Illuminazione), Liberation (Liberazione), e Freedom (Llibertà).
Queste parole, costitutive dell’ethos di modernità in
Occidente, imposterebbero il tono e il quadro strutturale per il nostro
interesse e la comprensione del Buddhismo. Questo rapporto tra i simboli fondamentali
tratti dal nostro vocabolario, che stanno, quindi, per il sacro vocabolario
di un'altra cultura, stabilisce due possibilità che possono essere
attualizzate nella nostra relazione alla diversità della tradizione
Buddista. In primo luogo, e più probabilmente, vi è che la conoscenza di
questi simboli ci serve per nascondere l'alterità del Buddismo dietro tutte
le connotazioni e sfumature che questi simboli sono venuti a provocare in
noi. Come già abbiamo imparato dall’ermeneutica di Schleiermacher, il
fraintendimento nello studio storico-culturale è naturale. In secondo luogo,
però, vi è la più conveniente possibilità che la tensione tra i nostri
simboli - come l’Illuminazione - e quello che i testi e i discorsi del
Buddismo hanno da dire su questi simboli a un certo punto forniranno una
prospettiva dalla quale noi siamo abilitati non solo a notare la differenza
tra la 'nostra' Illuminazione
e la 'loro', ma anche ad usare questa differenza come un supplemento critico
per mezzo del quale noi ampliamo e arricchiamo la nostra comprensione di
quel particolare settore culturale. Lo scopo di questo articolo
è di lavorare con uno di questi simboli - la Liberazione – così come è stata
invocata dagli interpreti Occidentali per rappresentare le più alte
aspirazioni e realizzazioni del Ch'an o Buddismo Zen. Il documento tenterà
di mostrare, prima, che l’appropriazione del simbolo di 'libertà' e le sue
varie cognizioni Occidentali, come emancipazione e liberazione, nella
traduzione dei testi Ch'an e Zen e nella loro interpretazione, hanno
strutturato il nostro ingresso in questo mondo del Buddismo, così da
rappresentare come i Buddisti abbiano avuto interesse nelle stesse modalità
di liberazione, a cui noi stessi aspiriamo. In secondo luogo, esso
tenterà di mostrare come quelle proiezioni iniziali abbiano inevitabilmente
oscurato il carattere di libertà del Ch'an, nella sua divergenza dalla
'comprensione occidentale', così da evitare che tali diverse modalità di
'libertà' giochino un ruolo critico e costruttivo nel pensiero Occidentale.
L’articolo inizia curiosando avanti e indietro tra le rappresentazioni
Occidentali dello 'zen' e le dimensioni della pratica Ch'an classica [1],
che tali dichiarazioni non hanno, e non potrebbero includere, per vedere
come le concezioni classiche e le pratiche di libertà del Ch'an possono
divergere dalle nostre. E probabilmente è pure un'ironia della storia che
contemporaneamente ai professionali interpreti della Repubblica Popolare
Cinese che hanno lavorato per una comprensione della 'libertà buddista', la
quale si allineerebbe con le particolari esigenze comuni della Liberazione
proletaria [2], i primi interpreti Occidentali dello 'Zen', come John
Blofeld, Alan Watts, Erich Fromm ed altri, stavano sviluppando una
comprensione della 'liberazione' in termini radicalmente individualistici,
come la libertà dall’autorità, dalle convenzioni, e dalla limitata
contestualità del mondo sociale [3]. Scrivendo negli anni ‘70, e guardando
alla breve storia degli ‘incontri occidentali con lo zen', il traduttore
inglese John Blofeld poteva vedere che: Il recente diffuso interesse
occidentali per il Ch'an (Zen) deve molto al fascino di... 'tattiche-shock'
non convenzionali ed anche all’apparente iconoclastia della sètta... come
esemplificato dall’aneddoto in cui si applaude un monaco che spezza un
immagine di legno del Buddha per fare un fuoco contro il freddo di una notte
d'inverno. [4]. La sintesi di Blofeld delle
rappresentazioni Occidentali del Ch'an, da questo periodo si focalizza per
la maggior parte sull'immagine del maestro Ch'an, uno che ha raggiunto la
funzionale liberazione dalle convenzioni sociali e da ogni forma di
costrizione culturale. Trovando i loro indizi dalle sacre biografie nei
testi classici Ch’an come “La Trasmissione della Lampada”, con le sue
traduzioni e interpretazioni che immaginavano i grandi maestri dell'“epoca
d'oro” del Ch'an come iconoclasti che schernivano tutte le forme
tradizionali di autorità. Il loro rifiuto delle regole è descritto come
radicale e profondo, essi ripudiavano l’autorità, nella veste degli
insegnanti, dei testi, delle usanze e tradizioni. La storia probabilmente
più spesso chiamata a formare quest’immagine è il racconto del ritorno di
Lin-chi al Monte Huang-po, in cui egli, sconvolgendo tutte le gerarchie e
deferenze, schiaffeggiò l'abate e suo maestro, Huang-po. [5]. I temi che animano questo
racconto non sono insoliti nel canone classico Ch'an, essi sono, infatti,
paradigmatici. Le narrazioni dell’Illuminazione della maggior parte dei
grandi maestri del Ch'an includono almeno un fatto in cui una qualche forma
di autorità è radicalmente respinta. Molti di questi sono casi di rigetto
della tradizione, come Te-shan che strappa i sutra buddisti, liberandosi dal
loro stesso eteronomo potere su di lui, o similmente, le dichiarazioni di
Nan-ch'uan che al momento del suo risveglio improvviso, si liberò da tutto
ciò che aveva imparato [6], in diversi decenni di studio tradizionale. Ma
più di qualsiasi altra cosa, il potere dell’autorità tradizionale era
simboleggiato nella gerarchia monastica, in particolare proprio nell’abate o
nel maestro da cui sarebbero stati ricevuti gli 'insegnamenti'. Il rifiuto
di una tale autorità fu universalizzato per i lettori occidentali
dall'importanza data alla radicale ammonizione Ch'an che dice, 'Se vedi il
Buddha, [l'apice dell’autorità centralizzata] uccidilo!’. Altre specifiche istruzioni
su queste stesse linee iconoclastiche si trovano assai facilmente nel
canone. Vi è registrato come Huang-po istruisse i suoi monaci dicendo che:
Dopo aver ascoltato la profonda dottrina, i monaci debbono comportarsi come
se una brezza leggera avesse accarezzato le loro orecchie, e poi fosse
passata una raffica in un batter d’occhio. In nessun modo uno deve cercare
di seguire (alla lettera) tali dottrine [7]. La vera pratica, sembra,
richiedeva che uno cessasse di dover 'seguire' ogni cosa; l’asservimento a
qualsiasi forma di autorità sembrava essere contrastante con le immagini
dell'autonomia dei grandi maestri. La sezione del 'discorso' di apertura del
“Lin-chi-lu” è pieno di ammonimenti contro la dipendenza
dall’autorità: '...Ciò che io vi voglio sottolineare è che voi non dovete
accettare le illuse opinioni degli altri' [8]. Data la loro tendenza verso
questo tipo di passiva accettazione, Lin-chi lamenta che: '…gli studenti
oggi non sanno nulla del Dharma. Essi sono proprio come delle pecore che
mettono nella loro bocca qualunque cosa che i loro nasi si trovano ad
urtare'. [9]. Lin-chi, sprezzante
dell'incapacità dei monaci di essere indipendenti, li critica dicendo:
“Seguaci della Via, voi raccogliete le parole dalla bocca di quei vecchi
maestri e le prendete per essere la vera Via e dite: 'Questi buoni
insegnanti sono meravigliosi, ed io, sempliciotto che sono, non oso
misurarmi con tali validi anziani'. Stupidi idioti! Voi passerete tutta la
vostra vita a sostenere tali opinioni, tradendo i vostri stessi occhi.
Tremando di paura, come asini su un sentiero ghiacciato, [vi direte] 'Io non
oso screditare questi buoni insegnanti, per paura di creare karma con la mia
stessa bocca! Seguaci della Via, dovete sapere che sono proprio i grandi
insegnanti che osano criticare il Buddha, che hanno il coraggio di
screditare i patriarchi, di respingere gli insegnamenti del Tripitaka...'[10].
Questi iconoclastici temi colpiscono il senso di riconoscenza ed accordo tra
i primi lettori Occidentali dei testi Ch'an. I monaci Ch'an sembravano
respingere autorità, gerarchia e tradizione, nella loro ricerca per una
forma di Illuminazione che, come l’'illuminazione' Occidentale, incorporava
la libertà
in una forma di indipendenza e autonomia nella sua immagine di grandezza.
Questa corrispondenza tra ideali, tuttavia, dovrebbe farci avere una pausa
di riflessione, che ci permetta di valutare se questa lettura del Ch'an sia,
in qualche misura, servita a promuovere interessi e gusti già in possesso
dei moderni interpreti, piuttosto che a portarli verso un vero esame.
Potrebbe essere che la moderna valorizzazione Occidentale delle autonome
ragioni sull’autorità, la personale visione della tradizione, e
l'individualità aldilà della collettività abbia impostato così lo stadio ed
i parametri per le Occidentali
interpretazioni del Ch'an che gli ideali e la virtù di una così distante
tradizione verrebbero offuscati da temi più familiari al pensiero
Occidentale? [11]. Le diverse dimensioni dei
testi possono dar luogo a questo tipo di sospetti. I più importanti di
questi riflettono totalmente il collettivo o comune contesto entro il quale
questi testi sono stati studiati e praticati. La struttura comune dei
classici di vita del Ch'an potrebbe aver fortemente incoraggiato i vari tipi
di individualismo radicale valorizzati e assunti dai primi praticanti
occidentali dello Zen. Così, possiamo vedere queste tendenze individualiste
nell’attenzione data dagli interpreti dello Zen nelle azioni e discorsi che
sembrano respingere tutte le forme di 'discepolato'. [12] Che tali
interpretazioni abbiano, però, sbagliato nell’informare, è ciò che informa
un riflessivo paradosso in ciascun rifiuto nel
testo: i lettori vengono invitati a seguire lo scrittore e l’oratore con
l’accettare il motivo del rifiutare il discepolato.
La registrazione del discorso di Huang-po dice: “Avendo ascoltato le più
profonde dottrine, i monaci devono comportarsi come se una brezza leggera
avesse accarezzato le loro orecchie, poi una raffica fosse svanita nel
lampeggiare di un occhio. In nessun modo essi dovrebbero seguire tali
dottrine[13].
Anche se in questo passaggio sembra che il 'discepolato' debba essere
respinto, la frase successiva richiede un nuova azione da dover ‘seguire’,
già implicita nelle prime due sentenze. Essa dice: 'Agire in conformità con
queste ingiunzioni è ciò che si intende con ‘raggiungere la profondità'.
Liberarsi da, o evitare queste autoritarie ingiunzioni ha il valore di una
nuova ingiunzione, autorizzata da una non meno autorevole autorità quale
l’abate del monastero, cioè Huang-po stesso. Nel contesto monastico vi è il
presupposto del tempo che sperimentando il punto della pratica Ch'an
richiederebbe tenere presente questa ingiunzione. Sebbene questo
provvedimento inibitorio contro il seguire le ingiunzioni potrebbe essere
visto come legare il monaco ad una specie di impegno, ho il sospetto che
questo impegno fosse solo raramente sperimentato. Nella maggior parte dei
casi, l'atto del 'rifiuto' avrebbe avuto un bersaglio specifico entro i
limiti del dibattito intra-tradizionale, e non sarebbe stato preso per
essere universalmente applicabile, e specialmente non in modo riflessivo. Il
testo, il suo autore, e l'oratore, lo proietta dove tutti cercando un ‘seguito’.
Questo senza alcun dubbio può essere visto in tutta la letteratura del Ch'an
dove, per esempio, nel Lin-chi lu vi è il maestro che dice
cose come: “Prendete il mio punto di vista”[14], o “Vedete la mia Via”[15].
La scrittura del testo, proprio come un qualsiasi originale che esprime le
parole che sono accadute, presuppone la normalità del ‘seguire’, o
‘accettare’ ed è d’accordo con la sua versione della tradizione. Lin-chi,
come gli altri grandi creatori della tradizione Ch'an, è un retorico – egli
cerca di essere convincente, per insegnare, guidare, e rivelare attraverso
le varie forme di pratica discorsiva. E la persuasione cerca sempre un
‘seguito’ (cioè, dei seguaci)[16]. Inoltre, il 'seguire' è ciò
che Lin-chi stesso dovrebbe intendere come ’fare’. Connotazioni
individualiste non dovrebbero essere lette e tradotte in frasi come 'a modo
mio' o 'il mio punto di vista'. Ciò diventa evidente quando nel testo
Lin-chi dice: “Per quanto riguarda la mia comprensione, non è diversa da
quella dei patriarchi e dei buddha”[17]. Lin-chi li segue; egli sta
completamente all'interno di una linea che egli ha dentro di sé attraverso
decenni di 'discepolato'. Dopo tutto, Lin-chi si indirizza ai suoi
interlocutori come 'Seguaci della Via' (Tao-shun). I 'shun'
(seguaci) sono quelli che sono d’accordo, rispettano, e seguono un
'sentiero', che non è auto-generato e che sta al di là di ogni singolo
partecipante del lignaggio come base del lignaggio stesso. Questa 'Via',
esiste come una norma incisa nelle immagini dei 'buddha e dei patriarchi'.
In accordo con questa norma – l’atto del seguire - ciò che il testo intima è
abbastanza chiaro, come ad esempio quando il Lin-chi lu dice:
“Se desiderate non essere diversi dai Buddha e patriarchi, voi dovete vedere
le cose in questo modo '(ju shih chien) [18].
A giudicare dal punto di vista delle istituzioni che hanno prodotto e
sostenuto questi testi, è però improbabile che in questa tradizione qualcuno
abbia capito la guida di questa 'Via' come uno sforzo individuale. Al
contrario, la 'Via' era quella a cui tutte le individualità sarebbero
subordinate. Perciò, quando nel Lin-chi lu vi è il maestro che
raduna i seguaci invitandoli a 'prendere il mio punto di vista', o 'vedere
la mia Via', questo 'mio' non è un possessivo formale e personale. Lin-chi
intende se stesso come appartenente alla Via, e non viceversa. Per questo
motivo egli si dà molta pena nel vedere che la sua comprensione 'non è
diversa da quella del Buddha e dei Patriarchi'[19]. L’essere 'non-diversi',
tuttavia, non è l'immagine della grandezza proiettata dai moderni Zen
Occidentali i cui praticanti si sono rivolti allo Zen sull’onda del
Romanticismo Europeo proprio nel tentativo di differenziarsi. Questa
tradizione del ventesimo secolo non poteva non assorbire i valori
dell'individualismo moderno e di leggere lo Zen dalla sola prospettiva a
loro disposizione e vantaggio. Possiamo vedere quest’influenza in una forma
estrema nella autobiografia di Alan Watts, intitolata, opportunamente, ‘La
Mia Via’[20]. Anche se sulla copertina
del libro è inserito il carattere 'Tao', nel testo l'enfasi è chiaramente
sulla parola 'Mia'. Watts era impegnato a stabilire la sua 'propria Via' in
modo che l’atto del 'dover-seguire' potesse essere del tutto evitato.
L’Autobiografia – la costruttiva narrazione della propria personalità - è il
genere giusto per questo atto di auto-valutazione, ed è un genere assente
nella letteratura della tradizione Ch'an[21]. L’'Auto-valutazione', in un
senso importante, è l’opposto dei temi centrali nella letteratura classica
Ch'an perché vi è l’immagine di 'accordo' che ha la precedenza. Col
superamento dell’auto-affermazione, il ‘sé’ è svuotato, così che l’accordo
con la ‘Via’ (Tao), o con un 'Sentiero' (lu), si può così
verificare… Prendendo seriamente questa differenza, e collegandola alle
diverse forme di
auto-comprensione, noi possiamo cominciare ad avere una maggiore prospettiva
sul tipo di 'libertà' sperimentata attraverso il rifiuto Ch'an dell’autorità
e della tradizione[22]. Una questione cruciale
concernente la libertà e l'autorità è direttamente riproposta nel
Lin-chi lu. E vi si chiede: 'Cosa si intende con "bruciare i sutra e
le immagini"?'[23] Questo è esattamente ciò che noi abbiamo bisogno di
capire - cosa significa agire in maniera iconoclasta nel Ch'an? Il maestro
risponde: “Dopo aver visto che la sequenza delle relazioni di causalità è
vuota, che la mente è vuota, e che i dharma (fenomeni) sono vuoti –
quindi ogni vostro singolo pensiero è decisamente tagliato fuori, voi non
avete più niente da fare - questo è chiamato ‘bruciare i sutra e le
immagini’. O virtuosi monaci, appena raggiungerete tale comprensione, voi
sarete liberati..”[24]. Come dobbiamo intendere
questa risposta e il suo implicito concetto di libertà? Possiamo cominciare
con l’esaminare una versione semplificata della sua struttura. La sentenza
assume la forma: 'Avendo visto X, Y e Z, questo è ‘bruciare i sutra e questo
produce la libertà'. Che cosa, allora, è il contenuto di X, Y e Z? 'L’aver
visto e realizzato che le relazioni causali sono vuote, la mente è vuota ed
i dharma sono vuoti'. Riformulando, si potrebbe dire: 'Avendo realizzato la
“vacuità” (k'ung) - questo significa ‘bruciare i sutra, questa è
liberazione'. Se noi ora ci chiediamo quali sono i punti da dover bruciare
dei sutra Mahayana, la risposta, chiaramente, è la 'vacuità'. Quindi,
riformulando ancora una volta, noi potremmo dire: 'Avendo realizzato il
punto essenziale dei sutra - questo è ‘bruciare i sutra, questa è
liberazione'. Quindi, la libertà dall’oggettiva e eteronoma autorità delle
Scritture, risulta da un’approfondita realizzazione del loro significato. Interpretata in questa
luce, la famosa immagine di Te-shan che strappa i sutra in un’estasi
liberatoria è l'immagine di Te-shan nel momento in cui si è impadronito ed
ha interiorizzato i sutra. Forse che Te-shan sta distruggendo i testi e
sovvertendo la loro autorità perché la sua realizzazione è in conflitto con
ciò che è espresso nei testi? Assolutamente no! La realizzazione di Te-shan
si intende
come un aggiornamento della stessa 'Via' che provocò la Realizzazione del
Buddha e che è scritta nei sutra, proprio come la realizzazione di Te-shan è
impressa nel testuale resoconto del suo iconoclasta agire[25].
Questi atti iconoclastici non sono le denunce di un'autorità che è stata
rotta, e il superarla è implicito similmente nella vita di Lin-chi. Dopo
aver schiaffeggiato il suo insegnante, il maestro Huang-po, ostentando così
la sua libertà dall’Autorità Buddista, Lin-chi si stabilì nel monastero per
studiare sotto il maestro, probabilmente per più di vent’anni. Il
liberatorio atto di 'rifiuto' fu però incorporato in una più comprensiva
intenzione diretta verso la pratica comune che comprendeva l'obbedienza, la
lealtà e l'apprendimento. Furono quest’ultime ‘virtù’, che le nostre prime
interpretazioni della 'liberazione' Zen non sono state in grado di rendere
adeguate. Per quelli di noi che sono stati allevati nell'ambito della
moderna tradizione culturale Europea questa cooperativa forma di libertà e
obbediente sottomissione all’autorità è difficile da concepire. Il pensiero
Occidentale moderno tende a mettere l’obbedienza e la libertà in una
relazione dicotomica. Sull’onda dell’era dei pensatori dell’Illuminazione,
noi tendiamo a ritenere che il riconoscimento e l’obbedienza ad una qualche
autorità ci impedisce il libero uso delle nostre proprie autonome risorse.
Similmente, dalle varie forme di Romanticismo, a cui noi dobbiamo gran parte
del nostro interesse per lo Zen e la diversità culturale, apprendiamo che
l’obbedienza alla autorità tradizionale impedisce lo sviluppo del nostro
proprio creativo e immaginativo spirito. Queste preferenze culturali e le
relative decisioni ora possono dimostrarci il perché le nostre
interpretazioni in veste Occidentale del Ch'an e Zen abbiano ignorato
l’ambiente monastico istituzionale entro il quale i radicali atti di libertà
iconoclastici furono eseguiti. La nostra interpretazione di questi atti
hanno assunto e richiesto un’immagine di sfondo dei maestri Ch'an come degli
individui liberi da qualsiasi contesto comune, liberati da legami agli
ideali e progetti ordinati socialmente. Non appena diventa
disponibile una più completa considerazione dell’ambiente storico e
istituzionale dei classici Ch'an, emerge un paradosso per l’interprete
Occidentale del Ch'an. Il paradosso è questo: la ricerca della libertà nel
Ch'an è stata concepita per essere attualizzata nell’atto di sottomettere la
propria libertà ad un'istituzione culturale ed a quegli individui che
attualmente la rappresentano. E’ stato ipotizzato che non
solo la sottomissione all’autorità non è antitetica alla libertà, ma anche
che nei classici Ch'an essa era considerata come la condizione primaria
perché la libertà fosse possibile. Riconoscendo i limiti della propria
capacità sia di concepire che di poter raggiungere la libertà, il postulante
sceglie liberamente la condizione di ‘seguace’. Questo atto di sottomissione
richiede una serie di convinzioni e credenze correlate – e cioè che, come
minimo, il maestro Ch'an incarni la libertà che egli insegna e, attraverso
la compassione, stia in realtà ricercando la susseguente liberazione del
postulante. Generalmente, dal seguace l'autorità del maestro Ch'an è
concessa in proporzione alla sua reputazione e immagine, e i comandi dati
liberamente sono consentiti nella stessa proporzione. [26] Inoltre, il conseguimento
della libertà da parte dei singoli praticanti non fa cessare i loro legami
con l’ambiente comune ed istituzionale. Infatti, maggiore è il livello e più
tali legami possono essere stati
imposti ed accettati. In questo fatto, c’è da considerare il ruolo che le
'imitazioni' hanno avuto nella vita quotidiana dei praticanti Ch'an. Intesa
come una forma di sottomissione e di rinuncia alla propria autonomia,
l'imitazione è spesso presa nel moderno pensiero Occidentale per
rappresentare un’antitesi alla libertà. Quindi, dei testi Ch'an, ci
chiediamo: In che misura l'imitazione del maestro, o di discorsivamente
proiettate immagini di maestri, era intesa comportare una rinuncia alla
libertà
e/o, in che misura l'imitazione di figure autoritarie, ritenute essere un
mezzo per raggiungere la libertà, era già in possesso di questi maestri? In
breve, qual’era il punto dell’imitazione nella pratica monastica Ch'an? La
nostra prima risposta a questo problema deve essere che una potente critica
dell’imitazione è onnipresente nei testi classici del Ch'an. La
memorizzazione e la ripetizione casuale furono soggette a forti ironie dai
grandi maestri. Questi passaggi sono particolarmente interessanti e avremo
occasione di osservarli più da vicino. Ma la sola giustificazione
ermeneutica per il nostro
interesse verso di essi è il fatto che le interpretazioni Occidentali del
Ch'an hanno inevitabilmente selezionato questi passaggi come rappresentativi
del meglio della tradizione Ch'an. Non è necessario guardare uno sfondo
troppo lontano per il nostro interesse qui – nell’era dell’illuminazione, le
critiche all’imitazione derivanti dalla scienza e dalla sua opposizione
romantica hanno accresciuto le nostre moderne propensioni a vedere un atto
di imitazione come 'non-originale', 'noncreativo' e 'non-libero'. Sulla base
di queste moderne critiche, ovviamente noi abbiamo profondamente apprezzato
ciò che è sembrata essere una forzata dichiarazione di un simile sentimento
dei testi Ch'an. Ancora una volta, la tradizione Ch'an sembra avere aggiunto
una giustificazione e una sanzione ai nostri più profondi istinti: coloro
che li copiarono hanno fallito il cruciale test di autonomia. Libertà e
imitazione sono
sentimenti che si escludono mutualmente a vicenda. Forse il più famoso
passaggio relativo al tema dell’imitazione è il seguente, che io cito nella
parafrasi e ripreso da un testo koan, il Wu-men Kuan (La Porta
Senza Porta): “Al posto del tradizionale insegnamento, il Maestro Chu-Chih
guidava all’illuminazione i suoi discepoli semplicemente alzando un dito. In
una certa occasione, un discepolo lo imitò. Rispondendo ad una domanda di un
visitatore, costui semplicemente sollevò un dito, così come aveva visto fare
dal suo maestro. Quando Chu-Chih sentì questo, prese un coltello e tagliò il
dito del suo discepolo. Urlando dal dolore, il discepolo prese a scappare di
qua e di là. Il maestro allora lo chiamò e non appena il giovane monaco si
voltò, la cosa che vide fu il maestro che sollevava il dito. In quello
stesso momento, egli si illuminò e realizzò che la semplice imitazione è
insufficiente. L'esperienza deve apparire dal di dentro[27]. Questa storia
non solo asserisce l’inadeguatezza dell’imitazione, ma anche, almeno per
suggestione, essa collega la critica dell'imitazione con l'illuminazione
stessa. Sperimentare il fallimento dell’imitazione sembra che possa far
evocare un'esperienza di 'risveglio'. In un altro passaggio, troviamo
Lin-chi che sgrida i suoi discepoli, per i loro atti di imitazione. "O
seguaci della Via, voi prendete le parole dalla bocca di quei vecchi maestri
e le considerate come la vera Via, dicendo: Questi buoni insegnanti sono
meravigliosi ed io che sono un semplice individuo, non oso mettere in dubbio
simili antichi valori - ciechi idioti!" [28]
L’imitazione comporta inevitabilmente una qualche forma di auto-disprezzo,
una subordinazione che, nel caso di Lin-chi, sembra essere sottoposta a dure
critiche. Una storia del maestro Huang-po, immortalata dalla sua scelta per
una raccolta di Koan, porta una metafora per l'imitatore. Criticando i suoi
seguaci per il loro stesso fatto di seguirlo, Huang-po li spinge fuori dalla
sala del Dharma con un bastone, gridando: "Siete solo un mucchio di bevitori
di scolatura" (dreg-drinkers) [29]. Ecco perché, da allora in poi, tutti gli
imitatori sono stati chiamati 'dreg-drinkers', sulla base dell’antica usanza
Cinese che coloro che bevono la feccia delle bottiglie del vino, consumano
gli avanzi, i resti degli altri che sono venuti prima e che hanno consumato
tutto ciò che era veramente degno di essere bevuto. L’imitatore
‘dreg-drinking’ si avvale delle risorse degli altri e non è mai
autosufficiente. Benché questa prova testuale sembri sostenere la pura e
semplice critica dell’imitazione, altri passaggi rendono più complessa la
questione, sia ingiungendo l’imitazione o evitando di informare di un
qualche conflitto tra l'imitazione e la libertà autentica. In un passaggio,
verso la fine della “Raccolta di Chao-Chou”,
Huang-po sta insegnando ai suoi seguaci come essi dovrebbero svolgere una
pratica meditativa nel mezzo delle attività quotidiane. Mentre
l'implicazione è perfettamente chiara che essi devono seguire le sue
istruzioni e fare come lui dice, egli alla fine va avanti e dice quello che,
dal precedente punto di vista, non dovrebbe essere detto: "Perché non mi
copiate?", egli dice, "lasciando che ogni pensiero vada come se nulla fosse,
come se si trattasse del decadimento di legno o pietra..." [30]. Infatti,
non è senza una ragione che la maggior parte dei testi Ch'an di questo
periodo insistono nella descrizione degli atti e detti dei grandi maestri,
registrati e codificati per scopi mimetici. L'immagine del maestro Ch'an è
l'immagine di un perfetto risvegliato seduto davanti ai praticanti per lo
specifico scopo di una ripetizione imitativa. Ed anche nella
“Trasmissione della Lampada” troviamo che vi è una velata critica mentre,
allo stesso tempo, vi si dissolvono eventuali conflitti tra l’obbedienza
imitativa e la via della libertà. In essa si dice: “Inoltre, se uno non
realizza effettivamente la verità del Ch'an dalla sua propria esperienza, ma
semplicemente la apprende verbalmente raccogliendone le parole, e poi
dichiara di comprendere il Ch'an, come potrà egli risolvere l'enigma della
vita e della morte? Se si trascurano gli insegnamenti del proprio vecchio
maestro si sarà presto portati fuori strada verso la perdizione”[31]. Qui convergono ben due
messaggi. Uno dei quali è che ‘uno non deve trascurare l’insegnamento del
proprio maestro rifiutando di farlo diventare proprio nella pratica
imitativa, perché il solo semplice memorizzarlo, ripeterlo e seguire i suoi
scritti è un modo di trascurare gli insegnamenti. E, in questo caso, gli
insegnamenti sono trascurati perché si evita di farli diventare propri nella
propria esperienza e nel proprio ‘sé’. Ciò che noi troviamo, quindi, è una
distinzione tra un’autentica pratica di imitazione e una falsa parodia che
non penetra le profondità della pratica esperienziale. L’imitazione, di per
sé, non è antitetica alla libertà, ma solo alcune forme di essa. Con quale implicito
criterio è stata fatta la distinzione tra un’imitazione appropriata ed
un'imitazione come fallimento? Lo scopo dell’imitazione valida è suggerito
dalla seguente ingiunzione di Huang-po: “Questo non è qualcosa che si può
realizzare senza sforzo, ma quando si raggiunge il punto di non aggrapparsi
più a nulla, voi starete agendo come agisce un Buddha. Questo, infatti, sarà
‘l’agire in accordo al detto: Sviluppare una mente che non si attacchi a
nulla’.”[32]. Qui i seguaci sono spinti a
seguire due dimensioni del loro ideale. Il primo, che è: 'agire come agisce
un Buddha' proietta il modello appropriato per l’azione imitativa. Il
secondo, che è: 'agire in accordo con il detto', precisa dove uno dovrebbe
guardare per ottenere una certa idea di come il Buddha, in effetti, ha
agito. Ciò che questa fonte sta dicendo, è il linguaggio e il discorso della
tradizione. Agire e dire, qui sono convergenti in quanto il modo in cui il
Buddha ha agito è disponibile solo nelle forme di tradizione
linguisticamente costituite. Si noti però che questo passaggio sugli atti e
i discorsi del Buddha incoraggia il lettore a raccogliere e ricopiare:
"Sviluppare una mente che non si basi su alcunché... Quando si raggiunge il
punto di non aggrapparsi più a nulla, si starà agendo come agisce un
Buddha". L'unica immagine che continua a stare tra le varie posture di
critica e sovversione nel Ch'an è l'immagine dei grandi maestri nella loro
liberante atto di liberazione – il non aggrapparsi, non afferrare, non
attaccarsi, come forma di libertà senza il sé. Faccio ritorno al carattere
di libertà come liberazione successiva, qui il punto cruciale è che tale
libertà è attualizzata nella pratica imitativa in cui il praticante impara a
mettersi in accordo con il comportamento dei Buddha. Il carattere cinese
fondamentale nel passaggio di cui sopra è 'ying', (in accordo,
o corrispondente). Il giusto tipo di imitazione è preso per mettere il
praticante in accordo, non solo con un particolare paradigma, ma anche e
maggiormente, con l'intera linea di paradigmi, ciascuno in rappresentanza di
successive generazioni con cui bisognerebbe 'accordarsi'. Inoltre, questo
modello mimetico, si ritenne che fosse più immediatamente presente nel
concreto carattere e nel comportamento del proprio personale maestro Ch'an –
una istanza contemporanea del lignaggio. Per tale motivo, non si tendeva a
fare alcuna rigida separazione tra ciò che l'insegnante aveva da insegnare
ed il suo particolare stile e metodo di insegnamento. Conseguentemente, la
partecipazione al messaggio del maestro Ch'an includeva inevitabilmente
l'imitazione da parte del suo portavoce. Attraverso un lungo studio e una
dura pratica sotto la guida del loro maestro, i monaci si impadronivano
indiscriminatamente sia della forma che del contenuto dell’insegnamento
dottrinale. La familiarità con le
parole del maestro comportava in aggiunta una familiarità con i suoi i
gesti, gli atti, i movimenti, e il comportamento. Perfino il particolare
linguaggio che un maestro aveva nel suo insegnamento era, inevitabilmente,
inseparabile da ciò che egli insegnava e, pertanto, da quello che lo
studente apprendeva. Gli ‘Iniziati’ erano iniziati, non solo in una serie di
idee, ma anche in un certo
comportamento e orientamento nel mondo che accompagnava quelle idee. Una specifica forma di
auto-comprensione sostiene quest’enfasi sulla pratica imitativa.
L’imitazione implica una qualche forma di dipendenza. Coloro che imitano, si
sentono dipendenti da precedenti modelli, piuttosto che sentirsi autonomi e
indipendenti. Essi sperimentano i propri limiti ed il loro essere collegati
ad altri. Questa dipendenza dagli altri, tuttavia, non viene ritenuta
inibire la libertà, ma piuttosto la fa rendere possibile. Implicito in
questo riconoscimento è la dottrina buddhista della ‘Originazione
Dipendente’: la libertà di ciascuno ha origine dipendendo dalla libertà
degli altri. Lo studente riceve la trasmissione di ‘libertà’ dal docente
nello stesso modo in cui l’aveva ricevuta il suo insegnante. Vista in
termini genealogici di una successione di generazioni di insegnanti e
studenti in un lignaggio, l'imitazione è la pratica essenziale. Colui che è
maggiormente in grado di ricevere la trasmissione è colui che in seguito
sarà maggiormente in grado di darla[33]. Dopo aver esaminato le
esplicite dipendenze connesse al Sentiero di liberazione del Ch'an, quelle
in particolare legate alla istituzione monastica e alla pratica comune,
possiamo ora guardare da un altro punto di vista le immagini e le figure di
libertà che proiettano quell'obiettivo davanti alla mente dei
praticanti, e che, allo stesso tempo, hanno creato problemi alle nostre
prime rappresentazioni della ‘libertà Zen’. Tra queste ‘figure’ vi è un
sostanziale vocabolario, nei classici testi Ch'an, che funziona per generare
una comprensione della condizione umana, o, in questo caso, delle condizioni
da
cui si cerca la liberazione. La principale caratteristica strutturale che
unifica queste metafore è il loro comune interesse con 'chiusura' e 'vincolo'.
Se facciamo la domanda, 'L’emancipazione da che cosa?', troviamo le
seguenti parole chiave: ‘ai’, ostacolare; ‘chang’,
schermare; ‘ch'u’, detenere; ‘chueh-ting’,
fissare; ‘pien’, circondare; ‘ke’, limitare;
‘chien’, vedere da una prospettiva fissa, e numerose altre
metafore che proiettano ostacoli, confini e limiti di ogni tipo. Comunicata
con tutto questo complesso di termini vi è una presa di coscienza di una
condizione di clausura o schiavitù. La vita umana ordinaria è
racchiusa all'interno di limitazioni, da cui è possibile una qualche forma
di libertà. Corrispondente alla forma negativa di tali vincoli, vi è un
secondo vocabolario collegato alla concezione Ch'an della libertà che è
similmente negativo. Superare gli iniziali ostacoli negativi è una seconda o
doppia negazione, che si manifesta nella tradizione Ch'an in una esperienza
di 'liberazione improvvisa'. La libertà è attualizzata, in base a questa
seconda serie di simboli, attraverso il processo di: ‘li’,
abolire ‘tuan’, tagliare; ’mieh’ distruggere;
‘p'o’, recidere; ‘chin’, estinguere; ‘chueh’,
rompere; e così via. Quest’atto di superare gli
ostacoli attraverso la negazione non è lo stesso, almeno in superficie,
delle familiari strutture religiose attraverso le quali il negativo – cioè,
il male - è superato tramite il suo annullamento da parte del bene. Nel Ch'an,
ciò che distingue l'atto della negazione è la misura in cui essa consiste in
uno sforzo per rompere la struttura esistente all’interno della quale il
bene e il male sono stati dicotomizzati per la prima volta. I seguenti
passaggi dal ‘Pai-chang Kuang-lu’ mostrano il carattere di
questo sforzo per superare la dualità attraverso la posizione del 'non-attaccamento':
D: ‘Qual è la liberazione della mente e la liberazione in ogni luogo?’ Il
maestro rispose: Non cercare il Buddha, non cercare il Dharma, non cercare
il Sangha. Non cercare la virtù, la conoscenza e la comprensione
intellettuale. Quando le sensazioni di purezza e impurità sono abolite
tramite la non-ricerca, non attaccarti a questa non-ricerca e ritienilo
corretto. Non dimorare in questa conclusione, e non desiderare il paradiso e
non temere l’inferno. Quando si è liberi sia dalla schiavitù che dalla
libertà, allora questo si chiama liberazione della mente e del corpo
in ogni luogo [34]. Quando è finita la mente sia di purezza che di impurità,
non si dimora nella schiavitù, né si dimora nella liberazione, non si ha
alcuna consapevolezza di fare, non-fare, schiavitù o liberazione - quindi,
anche se si rimane nel mondo del samsara, quella mente è libera’ [35]. Sulla base di affermazioni
come queste, nei testi Ch'an, vi sono fondamentali dottrine per il pensiero
e la pratica Buddista, in particolare, i concetti di impermanenza, non-sé,
abbandono del desiderio e della brama, e, sommando tutti questi, il
concetto Mahayana della VACUITA’. Nel Ch'an la libertà si sviluppa
attraverso l’approfondita realizzazione della nostra propria vacuità o
assenza di una base,
di una nostra fondamentale esposizione alle forze della contingenza e del
flusso. Per questa ragione, la libertà Buddista non è tanto una acquisizione
e un ottenimento, quanto il risultato di una rinuncia. La libertà è tanto
meno un’espressione del proprio potere, quanto piuttosto un’abdicazione del
potere, un lasciar andare e un abbandono della ‘presa’. Sostituendo le
metafore di base, sicurezza e stabilità vi sono le immagini di una mancanza
di fondatezza e di totale instabilità. Le pratiche monastiche del
Ch'an, quindi, incoraggiano e promuovono una rinuncia alla sicurezza ed a
tutte le varie azioni mentali attraverso le quali noi ci attacchiamo alla
sicurezza. Esse cercano di minare il senso di sé, profondamente rinforzato,
del praticante, destrutturando e scompaginandone i significati e le
distinzioni fondamentali. La sottomissione a questo processo di svuotamento,
nei testi Ch'an, è rappresentata come un’esperienza spaventosa. Nel momento
della massima esposizione, la libertà è terrificante. Numerose figure
letterarie sviluppano l'immagine del vuoto (vacuità) e la paura
corrispondente che può evocare in qualunque essere umano che sia
sufficientemente aperto a questa esperienza. Il fascicolo di Huang-po nella
‘Trasmissione della Lampada’ paragona l'esperienza della libertà all’essere
sospesi su un baratro senza fondo con nulla su cui appoggiarsi per
sicurezza. E’ nota l’immagine del momento della liberazione, comune a molti
testi Ch'an, che è il lasciarsi andare con le mani, saltando giù da un palo
alto cento piedi. Queste immagini di libertà coltivano nel praticante un
senso di liberazione, che comporta una de-familiarizzazione (distacco) tra
se e il resto del mondo. L’Illuminazione getta una sorta di luce sulle cose,
che espone la loro evidenza a forze destabilizzanti. La normalità viene ad
essere vista come funzione di una particolare fase o struttura di
impostazione, e di un particolare complesso di relazioni, che non solo
potrebbe essere diverso, ma, data l’imper-manenza, sarà sicuramente diverso. Si noti, tuttavia, come il
processo di de-strutturazione non è un invito all’abbandono. Anche se può
essere messa in questione, la struttura monastica Buddista e tutte le sue
intricate particolarità non vengono abbandonate. In termini dottrinali
buddisti, la realizzazione dell’Originazione Dipendente non è, in pratica,
un rifiuto di ciò che è stato così originato, ma piuttosto un
ri-orientamento della nostra relazione con essa. La 'vacuità' delle cose ci
permette di lasciar andare le cose, e quindi di essere liberati dal potere
dell’attaccamento che le cose hanno su di noi. Il distacco ripropone la
libertà mediante una sostituzione, un nuovo orientamento, e la capacità di
muoversi nelle e tra le relazioni. La libertà è quindi sia completa che
relativa, una situazione nel mondo che ha una forma particolare, piuttosto
che universale. Diverse dimensioni di
questa esperienza meritano una particolare menzione. La prima è che la
libertà di questo tipo è molto diversa da quella immaginata e idealizzata
dall'Illuminismo Europeo, in cui l’emancipazione è il progressivo
ottenimento di potere e maturità. L'ideale Europeo è incentrato più
sull’auto-dominio, sulla consapevolezza del saper dominare i propri
processi, liberando sé stessi dalle forze repressive del potere autoritario
e dal pregiudizio di una immatura concettualizzazione. Il tipo di libertà
Ch'an, al contrario, evoca immagini di autonomia di rinuncia e di volontà
del potere nelle loro varie forme - la volontà di spiegare, la volontà di
ottenere certe conoscenze, la volontà del controllo, la volontà della
sicurezza, e così via. E’ in questo senso che la chiave per la libertà Ch'an
è la figura della ‘rinuncia’. In secondo luogo, la radicalità di questo atto
di rinuncia è causata dal pervasivo carattere dell’ostacolo che si dovrà
superare. Diversamente dal moderno concentrarsi degli Europei su interessi
epistemologici – l’interesse ad ottenere un’accurata rappresentazione
tramite l’evitare gli errori – i Buddisti prevedono una sistematica
distorsione che permea ogni umana comprensione. Piuttosto che istituire una
struttura per discriminare la verità e la falsità, i Buddisti intrattengono
la possibilità che le strutture che noi utilizziamo per il processo di
garantire la verità sono esse stesse soggette ai distorcenti impatti del
desiderio e dell'ignoranza. Terza cosa, i testi Ch'an,
invece di concepire la 'liberazione' come un ottenimento – cioè qualcosa che
il soggetto ottiene o raggiunge - vedono il 'Risveglio' come un qualcosa che
ci accade. E non a caso, l’Illuminazione Improvvisa è un evento che al
praticante succede aldilà del suo controllo e della sua volontà. Infatti, il
“risveglio” è una mente-pensiero che sopravviene solo nello spazio aperto
della rinuncia, in cui il controllo è già stato abbandonato. E infine,
piuttosto che concepire la liberazione come una sorta di autonomia che
trascende le relazioni e le loro limitanti e definite energie, il Ch'an e le
concezioni Buddiste si concentrano sui modi in cui gli esseri umani possono
essere risvegliati a questa stessa relazione (di unità universale). Anziché
liberazione dal destino di una definita e limitata collocazione nel mondo,
il Buddista Ch'an guarda ad un suo risveglio in questa stessa collocazione
vedendone la sua inconsistenza e molteplicità. Molti di questi punti
fornirono dottrinali dilemmi per i primi interpreti Occidentali dello Zen,
per i quali la libertà era associata all’autonomia e al controllo di un ‘sé’
unico e stabile. Da questo punto di vista,
la libertà comporta una rottura di collegamenti in una forma o in un'altra,
piuttosto che il dover riconoscere la relazione. E quando i primi interpreti
dello Zen applicarono consistentemente questa visione, essi compresero la
libertà Buddista come la trascendenza dalla stessa limitazione, o finitezza.
Nella mia lettura, le concezioni Ch'an e le pratiche di libertà sono
particolarmente interessanti, se e quando possono essere considerate come
eccezioni a questo modello trascendentale, se e quando l'attenzione alle
basi comuni, linguistiche e istituzionali riesca a mettere in evidenza
proprio le qualità di relazione di questa libertà. Vista in questa luce, la
libertà non è l'abbandono delle dipendenze e dei collegamenti, ma piuttosto
una sorta di movimento IN e VERSO le relazioni. Più che la libertà dal
mondo, è una libertà all'interno di esso. Questa inversione di immagine di
libertà, vorrei dire, potrebbe essere estremamente utile nel fornire un
alternativo insieme di immagini e punti di partenza per contemporanee
riflessioni sui nostri concetti di 'libertà'. Un tale utilizzo dei testi
Buddisti, però, richiede che prima di tutto noi si ascolti la ‘alterità’ del
loro pensiero. Dobbiamo guardare non solo a quanto la libertà Buddista
corrisponde con la nostra, ma ai modi in cui le sue differenze potrebbero
trasformare la nostra libertà e, quindi, farci divenire noi stessi
‘liberati’.
NOTE
[1] Con 'classici' Ch'an mi riferisco alla tradizione del Buddismo Ch'an
Cinese, stabilita nei monasteri della dinastia Sung e perpetuata nelle
generazioni future attraverso i testi della 'Lampada' come il
‘Ching-te Ch'uan Teng lu’ che è il principale testo citato in questo
saggio.
[2] Mi riferisco alla prima Associazione
Buddista Cinese a cui fu assegnato il compito di una radicale
reinterpretazione.
[3] Più recenti rappresentazioni Occidentali dello 'Zen' hanno cominciato a
modificare questo modello precedente di interpretazione, dato che ora è
prestata maggior attenzione alle comunità Zen ed alle pratiche rituali
compreso lo ‘zazen’. Questo cambiamento si può attribuire sia al mutato
interesse del pensiero Occidentale, e sia al fatto storico dovuto all'enfasi
messa sulla tradizione Soto dello Zen Giapponese, che è giunta ad oscurare
la precedente enfasi e gli orientamenti sulla tradizione Lin-chi (Rinzai).
[4] BLOFELD JOHN, (1974) ‘Beyond the Gods’
(New York, Dutton), p. 118.
[5] Lin-chi lu, T. 47, p.
504c, trad. di Ruth Fuller Sasaki, (1975) ‘The Record di Lin-chi’ (Kyoto,
The Institute for Zen Studies).
[6] Ching-te ch'uan Teng-lu,
T.51, p. 257. Parti tradotte del testo possono essere trovate in CHANG
CHUNG-YUAN (1969) ‘The Original Teachings of Ch'an Buddhism’ (New York:
Random House) ed in SHOHAKU OGATA (1990) ‘The Transmission of the Lamp’ (New
Hampshire, Longwood Academic Press).
[7] Wan-ling lu, T.48, p. 384°, e John BLOFELD (1958) ‘The Zen
Teaching of Huang Po’ (New York, Grove Press), p. 103.
[8] T. 47, p. 497b; R. F. Sasaki, op. cit,
pag. 7.
[9] T. 47, p. 498a; Sasaki, op. cit, pag.
12. Si noti che, sebbene l'immagine della pecora sia una metafora di
acritica accettazione, come quella nelle lingue Occidentali, vi è però una
fondamentale differenza. Si può vedere la caduta della discriminazione
individuale, non nella tendenza della pecora a seguire le altre, ma nella
sua incapacità a mangiare con senso critico.
[10] T. 47, p. 499b; Sasaki, op. cit, pag.
19.
[11] Charles Taylor (1989) ripercorre la
storia del concetto europeo di libertà come una ‘auto-determinazione’ in
‘Sources of the Self: The Making of the Modern Identity’ (Cambridge, MA,
Harvard University Press).
[12] Si può vedere questa tendenza nella
primitiva letteratura dello Zen Occidentale nel libro 'Beat Zen' di Jack
Kerouac, al più accademico stile di Watts e Fromm, e anche con più influenza
negli scritti in lingua Inglese di D.T. Suzuki, che si attirò una forte
propensione degli Occidentali nell’introdurre lo Zen in Occidente.
[13] T. 48, p. 384a.
[14] T. 47, p. 497b; Sasaki, op. cit, pag.
9.
[15] T. 47, p. 497b; Sasaki, op. cit, pag.
8.
[16] Per un ulteriore sviluppo di questa
dimensione della retorica Ch'an, vedere il mio saggio, ‘The Discourse of
Awakening: rhetorical practice in classical Ch'an Buddhism’, di prossima
pubblicazione nel Journal of American Academy of Religion.
[17] T. 47, p. 502A; Sasaki, op. cit, pag.
32.
[18] T. 47, p. 499c; Sasaki, op. cit, pag.
20.
[19] T. 47, p. 499c; Sasaki, op. cit, pag.
32.
[20] WATTS, Alan, (1972) ‘In My Own Way’
(New York, Random House).
[21] Pur se un testo Ch'an, ‘Il Sutra
della Piattaforma del Sesto Patriarca’, in alcune sezioni si legge come
un’autobiografia, è ormai chiaro che questo testo non è stato redatto da
Hui-neng ed i suoi vari resoconti sono meglio considerati come un’antica
forma di 'discorso-registrazione' o letteratura yu-lu che in
questo caso fu composta per essere utile a scopi fortemente politici e
polemici.
[22] Frithjof Bergmann (1977) opera
intuitivamente su un necessario collegamento tra forme di auto-comprensione
e corrispondenti forme di libertà in ‘On Being Free’ (Notre Dame, University
of Notre Dame Press).
[23] T. 47, p. 502b; Sasaki, op. cit, pag.
36.
[24] T. 47, p. 502b; Sasaki, op. cit, pag.
36.
[25] Qui, il cambiamento è semplicemente
che, per alcuni lettori nell’epoca dell’ascesa del Ch'an, il testo di
Te-shan sul famoso strappo dei testi fu fatto per una narrativa più
provocatoria di quella che si presume essere stata riversata. Ma questo
fatto non avrebbe autorizzato nessuno nella tradizione di sostenere che
Te-shan, o il discorso-registrazione del suo atto, fosse 'più illuminato'
del Buddha, o dei suoi sutra.
[26] In ‘Truth and Method’ (New York,
Seabury Press, 1975), Hans-Georg Gadamer contestualizza e mostra i limiti
nell’Era dell’Illuminazione delle dicotomie tra libertà e autorità, offrendo
in tal modo il modo di concepire le forme pre-moderne di libertà.
[27] Wu-men Kuan, caso 3.
[28] T. 47, p. 499b; Sasaki, op. cit, pag.
19.
[29] Pi-yen lu, caso 11.
Questa storia appare precedentemente in molte raccolte Ch'an.
[30] T. 48, p. 383b.
[31] T. 51, p. 266c; CHUNG-YUAN CHANG,
(1969) ‘The Original Teachings of Ch'an Buddhism’ (New York, Random House),
p. 105.
[32] T. 48, p. 383b e John BLOFELD, ‘The
Zen Teaching of Huang Po’, p. 62.
[33] Per una eccellente discussione del
tema dell’imitazione nel pensiero e nella letteratura Europea moderna,
vedere Joel Weinsheimer, (1984) ‘Imitation’ (London, Routledge e Kegan
Paul).
[34] Pai-chang Kuang-lu, che
si trova in Ssz-chia yu-lu e in Ku-tsun-su yu-lu.
Vedi
Thomas Cleary (1978), ‘The Sayings and Doings of Pai-chang’ (Los Angeles,
Center Publications), p. 81.
[35] Pai-chang Kuang-lu,
Cleary, p. 79.
Finito di tradurre
nell’ Agosto 2009, per conto del Centro Nirvana di Roma, senza scopo di
lucro**
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