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Il Satori è
l’obiettivo spirituale del Buddismo Zen (Wu, in Cinese). Nello Zen,
questo è un concetto chiave. Se vi arriva all’improvviso, quasi vi apparisse
dal nulla, come si trova nel processo di Illuminazione che è chiamato
Aparka Marg, o dopo un certo lasso di tempo incentrato su anni di
intenso studio e meditazione come avvenn e
alla adepta Zen Chiyono, o dopo ben quaranta implacabili anni, come è
successo ad Ananda cugino (o fratello) del Buddha, si dice che non può
esservi Zen se prima non arriva ciò che è chiamato Satori. Quindi,
fino a ché c'è il Satori, lo Zen continuerà ad esistere nel mondo. Satori si
traduce pressappoco come ‘Illuminazione individuale’, od un lampo di
consapevolezza improvvisa. Satori è anche un'esperienza intuitiva. La
sensazione del Satori è quella di uno spazio infinito. Talvolta, una breve
esperienza della Illuminazione è chiamata Kensho. Semanticamente,
Kensho e Satori praticamente hanno lo stesso significato e sono spesso usati
come sinonimi. Nel descrivere l'Illuminazione dei Patriarchi, tuttavia, si è
soliti usare il termine Satori, anziché Kensho, dato che ‘Satori’ implica
una più profonda esperienza. Il livello di Illuminazione raggiunto dal
Buddha e da altri di livello simile è chiamato Anuttara-samyak-Sambodhi.
Come si è visto sopra, vi è più di un "livello" di Realizzazione del Sé.
Molti di questi livelli, tranne forse l’Anuttarasamyaksambodhi, sono
stati etichettati con quello che è diventato ormai un termine più generale,
"Satori" il quale, giorno dopo giorno ha acquisito un significato lessicale
esemplificato in una varietà di origini partenti dagli Otto Stati di Jhana,
fino ai Cinque Livelli di Tozan, ed alle Cinque Varietà di Zen. Vi sono
anche, come sostenuto da alcuni, tre tipi, livelli o varietà di Satori --
indicati generalmente come: 1) basato sulle emozioni, o Satori mistico, 2)
basato sulla mente, ovvero Satori intellettuale, e 3) basato sul desiderio,
o Satori Cosmico. Non è stato sempre così. Se si scorre qui sotto la
descrizione del Satori di D.T. Suzuki, si potrà avere un quadro molto più
ampio del significato originario di Satori. C'è un’enorme differenza tra
dire qual-cosa simile ad uno stadio primitivo e alquanto semplice, come Laya
ad un po’ più profondo passo iniziale di Inka Shomei e lo stato
dell’Illuminazione a livello del Buddha. Il solo modo in cui uno può
"raggiungere" il Satori è attraverso l'esperienza personale. Il modo
tradizionale di ottenere il Satori, e il modo più tipico insegnato agli
studenti Zen in Occidente --- ma che NON è l'unico --- è attraverso l'uso
dei koan, come quelli che si trovano nel Mumonkan (‘La
Porta senza Porta’). I Koan sono degli "enigmi" che gli studenti utilizzano
per contribuire alla realizzazione del Satori; queste parole e frasi furono
anche usate dagli antichi maestri Zen. Un altro metodo è la meditazione.
Il Satori può essere realizzato attraverso la meditazione Zazen. Questa
meditazione potrebbe creare un sé oggettivo associato ad una consapevolezza
con un senso di gioia che prevale su qualsiasi altro sentimento di gioia o
di dolore. (Vedi: ‘Shikantaza’). Anche se il Satori è un concetto chiave per
lo Zen, il lettore dovrebbe portare l'attenzione al fatto che lo Zen e le
sue tradizioni non hanno diritti esclusivi per l'esperienza
dell'Illuminazione. Ciò che è chiamato Satori nello Zen è un termine che
comunque indica un fenomeno che "E’", e questo "E’" non è "proprietà"
di un qualche gruppo, religione o sètta. Moltissimi eventi di questo
particolare "fenomeno" sono avvenuti, sia all'interno che all'esterno della
Dottrina Buddhista. Colui che in seguito doveva diventare il Sesto Patriarca
del lignaggio Ch'an Cinese fu illuminato da ragazzo quando sentì una frase
recitata dal Sutra del Diamante. Egli era andato nella città a vendere legna
da ardere per la madre, quando all’improvviso gli accadde di ascoltare il
verso. Fino a quel momento, egli non aveva ricevuto alcuna pratica formale
di meditazione, né era versato in qualsiasi modo nel Buddismo. Così, anche
in questo caso al di fuori delle Scritture, il grande saggio Iindiano Shi
Bhagavan Ramana Maharshi era un tipico adolescente della sua cultura e,
sicuramente, non profondamente esperto nelle formali pratiche religiose
quando, di punto in bianco, tutto ad un tratto ebbe una sorta di Satori e fu
risvegliato all'Assoluto. Si dice spesso che quando si ha realmente bisogno
di un maestro --- o di tutto ciò che potrà avere la funzione di un
insegnante --- cioè, ad esempio, un insegnamento o un Satori, esso accadrà.
Questo è a causa di una qualche inspiegabile serendipity. E ciò può
essere dovuto al fatto che il richiedente ha cercato a fondo all'interno di
se stesso e ha determinato quale tipo di istruzione sia necessaria.
Qualunque sia la ragione, spesso il detto è valido e l’effetto dell'unione
delle forze interne ed esterne, alcune all'interno del proprio controllo,
altre senza, si manifesta. Tuttavia, alla fine, non è solo ai potenziali
maestri Zen dell’antica Cina, né alle persone dell’India che tali eventi
accadono, ma anche alle persone ordinarie. Nell'era moderna ci sono numerose
esperienze di Risveglio, ma, anche se tali esperienze appaiono simili a ciò
che è chiamato Satori, tali esperienze non sono sempre Satori. Si noti che
Adam Osborne, il quale da ragazzo visse nell’Ashram di Ramana ed era figlio
di Arthur Osborne, uno dei più importanti biografi di Ramana, svolse un
ruolo di primo piano nell’Ultimo Darshan Americano, come detto in altre
occasioni.
I seguenti sei punti sul
Satori sono tratte da ‘An Introduction to Zen Buddhism’ di DT Suzuki:
1. Le persone spesso
immaginano che la disciplina dello Zen sia quello di produrre uno stato di
auto-suggestione attraverso la meditazione. Tutto ciò è sbagliato, come si
può vedere dalle varie istanze citate sopra. Il Satori non consiste in una
condizione premeditata prodotta dal pensare intensamente ad esso. Invece,
esso è l’acquisizione di un nuovo modo di guardare alle cose. Da qui, il
dispiegarsi della coscienza a cui noi siamo stati portati per rispondere
alle condizioni interne ed esterne in una certa maniera concettuale e
analitica. La disciplina dello Zen consiste nello sconvolgere questo lavoro
di base, una volta per tutte, e nel ricostruire la vecchia struttura in una
base completamente nuova. E’ evidente, quindi, che meditare sulle
ingiunzioni metafisiche e simboliche, che sono i prodotti della
coscienza relativa, non hanno alcun ruolo nello Zen.
2. Senza il raggiungimento
del Satori nessuno può entrare nella verità dello Zen. Satori è l'improvviso
lampeggiare nella coscienza di una nuova verità inimmaginabile fino a quel
momento. E’ una sorta di
catastrofe mentale che avviene tutto in una volta, dopo un lungo accumulo di
questioni intellettuali e dimostrative. L’accumulo ha raggiunto un limite di
stabilità, e l’intero edificio è precipitato al suolo, quando, ecco, un
nuovo cielo si è aperto ad una totale visione. Quando il punto di
congelamento è raggiunto, l'acqua si trasforma improvvisamente in ghiaccio;
il liquido improvvisamente si trasforma in un corpo solido e non fluisce più
liberamente. Il Satori si abbatte sull’uomo all’improvviso, quando
egli sente che ha esaurito tutto il suo intero essere. Religiosamente, si
tratta di una nuova nascita; intellettualmente, è l'acquisizione di un nuovo
punto di vista. Il mondo, adesso, appare come se fosse vestito di un nuovo
abito, che sembra ricoprire tutte la bruttezza del dualismo, e che nella
fraseologia Buddista si chiama ‘illusione’.
3. Il Satori è la ragion-d'essere
dello Zen, senza la quale lo Zen non è Zen. Quindi ogni artificio,
disciplinare e dottrinale, è diretto verso il Satori. I Maestri Zen non
potevano rimanere pazientemente in attesa che il Satori venisse da sé, cioè
venisse sporadicamente o a proprio piacere. Nel loro zelo, a favore dei loro
discepoli nella ricerca della verità dello Zen, le loro manifestatamente
enigmatiche
presentazioni furono progettate per creare nei loro discepoli uno stato
mentale che in un modo più sistematico aprisse la strada all’Illuminazione.
Ogni dimostrazione di tipo intellettuale e le esortative persuasioni finora
operate dalla maggior parte dei religiosi e leaders filosofici non erano
riuscite a produrre l'effetto desiderato, e i loro discepoli che da ciò
erano stati padri, e i padri venivano portati fuori strada. In particolare,
fu questo il caso in cui il Buddismo è stato prima introdotto in Cina, con
tutto il suo patrimonio Indiano di alte astrazioni metafisiche e i più
complicati sistemi di disciplina Yoga, che lasciava quella più pratica
Cinese carente sul modo di cogliere il punto centrale della dottrina di
Sakyamuni. Bodhidharma, il sesto Patriarca Hui-neng, Baso, e altri maestri
Cinesi notarono il fatto, e la proclamazione e lo sviluppo dello Zen fu il
risultato naturale. Da essi il Satori fu posto al di sopra dell’insegnamento
dei Sutra e delle discussioni accademiche degli Shastra e fu identificato
con lo Zen stesso. Lo Zen, quindi, senza Satori è come il pepe senza la sua
azione pungente. Ma c'è anche una cosa, come l’attaccarsi troppo
all'esperienza del Satori, che è negativa e deve essere detestata.
4. Questo sottolineare il Satori nello Zen rende abbastanza significativo il
fatto che lo Zen non è un sistema di Dhyana, come praticato in India e da
altre scuole Buddiste in Cina. Con Dhyana in genere si intende una sorta di
meditazione e contemplazione diretta verso un pensiero fisso; nel Buddhismo
Hinayana esso fu un pensiero di transitorietà, mentre nel Mahayana è stato
più spesso la dottrina della vacuità. Quando la mente è stata così
addestrata da essere in grado di realizzare uno stato di vuoto perfetto in
cui non vi rimane nemmeno una traccia di coscienza, essendosi eliminata
perfino la sensazione di essere inconscio, in altre parole, quando tutte le
forme di attività mentale sono state spazzate via dal campo di coscienza,
lasciando la mente come il cielo privo di qualunque granello di nubi, una
semplice vasta distesa di blu, si dice che il Dhyana ha raggiunto la sua
perfezione. Questo può essere chiamato ‘Estasi’ o trance, o il primo ‘Jhana’,
ma non è Zen. Nello Zen non ci deve essere solo il Kensho, ma il Satori. Ci
deve essere un generale sconvolgimento mentale che distrugge lo storico
accumulo di intellezione e pone le basi per una nuova vita, ci deve essere
il risveglio di una nuova sensazione che possa rivedere le vecchie cose da
un punto di osservazione finora impensato. Nel Dhyana non c’è nessuna di
queste cose, perché esso è solo un esercizio per acquietare la mente. Come
tale, il Dhyana senza dubbio ha i suoi meriti, ma lo Zen non deve essere
identificato con esso.
5. Il Satori non è il
vedere Dio come egli è, come potrebbe essere sostenuto dai mistici
cristiani. Fin dall’inizio, lo Zen ha schiarito e insistito sulla tesi
principale, che è di vedere l’opera della creazione; il creatore può essere
trovato occupato a plasmare il suo universo, o egli può essere assente dalla
sua bottega, ma lo Zen va avanti con il suo proprio lavoro. Non dipende dal
supporto di un creatore; quando realizza la ragione o scopo per vivere una
vita, esso è soddisfatto. Ho-yen di Go-so-san
(morto nel 1104) era solito mostrare la sua propria mano e chiedeva ai suoi
discepoli perché essa era chiamata ‘mano’. Quando scopriremo la ragione, lì
c'è il Satori e abbiamo lo Zen. Mentre con il Dio del misticismo vi è
l'attaccarsi ad un determinato oggetto; quando avete un Dio, tutto ciò che è
non-Dio è escluso. Questo è auto-limitante. Lo Zen pretende l’assoluta
libertà, anche da Dio. "Nessun luogo ove dimorare" significa la stessa cosa;
"Pulitevi la bocca quando pronunciate la parola Buddha"
è uguale…. Non è che lo Zen vuole essere morbosamente profano e senza Dio,
ma è che riconosce la
incompletezza del mero nome. Perciò, quando a Yakusan (aka Yaoshan Weiyan,
Yueh-shan Wei-jen, 751-834) fu chiesto di tenere una conferenza, egli non
disse una parola, ma anzi scese dal pulpito e se ne andò nella propria
stanza. Hyakujo semplicemente fece pochi passi in avanti, si fermò, e quindi
aprì le sue braccia, che era la sua esposizione del Grande Principio.
6. Il Satori non è uno
stato morboso della mente, un soggetto adatto per lo studio della psicologia
anormale. Al contrario, esso è uno stato mentale perfettamente normale.
Quando noi parliamo di uno sconvolgimento mentale, si potrebbe essere
portati a considerare lo Zen come qualcosa da sfuggire da parte delle
persone ordinarie. Questa è una visione dello Zen che è assai erronea, ma
purtroppo spesso uno è sostenuto dai pregiudizi e dalle critiche. Come ha
dichiarato Joshu: "Lo Zen è la vostra mente di tutti i giorni", e tutto
dipende dalla regolazione dei cardini se la porta si apre verso l’interno o
verso l’esterno. Perfino in un batter d'occhio, tutta la faccenda è cambiata
e si ha lo Zen, e tu sei perfetto e normale, come al solito, come sempre.
Oltre a questo, uno nel frattempo avrà acquisito qualcosa di totalmente
nuovo. Ogni nostra attività mentale starà ora lavorando a una diversa
chiave, che sarà più soddisfacente, più pacificante, e così piena di gioia
più di ogni altra cosa che mai si sarà sperimentata prima. Il tono della
vita ne verrà modificato. C'è un qualcosa che ringiovanisce quando si
possiede lo Zen. I fiori in primavera hanno un aspetto più bello, e il
ruscello di montagna scorre più fresco e più trasparente. La rivoluzione
soggettiva che questo stato di cose porta con sé non può essere chiamata
anormale. Quando la vita diventa più godibile e la sua espansione si allarga
fino a comprendere l'universo stesso, nel Satori ci deve essere qualcosa che
è molto preziosa e vale la pena di fare il nostro sforzo.
Riguardo ad un tale
approccio al Satori, seppur in un modo un po’ diverso, Suzuki continua a
scrivere in: ‘Zen Buddhism, Selected Writings of DT Suzuki’, (New York:
Anchor Books, 1956), pp. 103-108:
1. Irrazionalità.
"Con ciò, voglio dire che il Satori non è una conclusione che si può
raggiungere con il ragionamento, esso sfida ogni determinazione
intellettuale. Coloro che lo hanno sperimentato sono sempre incapaci di
spiegarlo in modo coerente e logico".
2. Insight Intuitivo.
"Che ci sia la qualità noetica nelle esperienze mistiche è stato
sottolineato da (William) James... Un altro nome di Satori è Kensho
(Chien-Hsing, in Cinese), che significa "vedere l'essenza o
natura", e che apparentemente comprova che nel Satori c’è il "vedere" o
"percepire".... Senza questa qualità noetica, il Satori perderebbe tutta la
sua qualità pungente, perché essa invero è la ragione del Satori".
3. Autorevolezza.
"Con ciò, voglio dire che la conoscenza realizzata tramite il Satori è
definitiva, che nessuna quantità di argomentazione logica può confutarla.
Essendo diretta e personale, è sufficiente a se stessa. Tutto ciò che la
logica può fare è di spiegarla, di interpretarla in connessione ad altri
tipi di conoscenza di cui le nostre menti sono piene. Il Satori è dunque una
forma di percezione, una percezione interiore, che ha luogo nella parte più
interna della coscienza.
4. Affermazione.
"Ciò che è autorevole e definitivo non può mai essere negativo. Pur se
l'esperienza del Satori è a volte espressa in termini negativi, essa è
essenzialmente un’attidudine affermativa nei riguardi di tutte le cose che
esistono; essa le accetta così come vengono, a prescindere dai loro valori
morali".
5. Senso dell’Oltre. "...Nel Satori c'è sempre quello che potremmo
chiamare il “Senso-dell’Oltre”, in quanto l'esperienza è davvero la mia, ma
a me sembra che sia radicata altrove. Il guscio individuale entro cui la mia
personalità è così solidamente incastrata, al momento del Satori… esplode.
Non è, necessariamente, che io sia unificato con un essere superiore a me o
assorbito in esso, ma è che la mia individualità, che io trovo rigidamente
tenuta insieme e definitivamente mantenuta separata dalle altre esistenze
individuali, in qualche modo si districa dalla sua presa ferrea e si
scioglie in qualcosa di indescrivibile, qualcosa che è di un ordine
totalmente diverso da quello a cui io ero abituato. La sensazione che ne
consegue è quella di un completo abbandono o una totale quiete -- la
sensazione che uno finalmente è arrivato a destinazione... E per quanto
riguarda la parte psicologica del Satori, tutto quello che possiamo dire a
questo proposito è un senso di ‘oltre’; il chiamare questo ‘l’Oltre’,
l'Assoluto, Dio, o Persona, è andare oltre l'esperienza stessa, ed
immergersi in una “teologia”, o metafisica…" (V. # 5 sopra).
6. Tono Impersonale.
"Forse l'aspetto più notevole dell'esperienza Zen è che non ha nessuna nota
personale in essa, così come sono osservabili nelle esperienze mistiche
Cristiane".
7. Sensazione di
esaltazione. "Che questa sensazione accompagni inevitabilmente il Satori
è dovuto al fatto che esso è la disgregazione della restrizione imposta su
uno, come essere individuale, e questa disgregazione non è un mero incidente
negativo, ma alquanto positivo e carico di significato, perché significa una
infinita espansione della persona individuale".
8. Momentarietà. "Il
Satori accade a un individuo improvvisamente, ed è un'esperienza momentanea.
In effetti, se non è improvviso e momentaneo, non è Satori.
Osservazione interessante,
nel suo saggio sul maestro Zen Te-Shan (noto nell’ambiente Zen per aver
bruciato tutti i suoi commenti e i libri sullo Zen, subito dopo il suo
risveglio), riferendosi al libro di DT Suzuki di cui sopra, il Wanderling
diventa quasi nostalgico sull’importanza del suo precedente essere associato
con il significato e il contesto del libro stesso, e ci dice:
"Molti anni fa, mio
fratello più giovane stava pulendo la sua mansarda, allorché trovò una cassa
di cose a lungo dimenticate e nascoste, che un tempo appartenevano a me. Tra
i contenuti della cassa vi era una copia vecchia di 30 anni del libro di DT
Suzuki “ZEN Buddhism: Selected Writings di D.T. Suzuki” (New York: Anchor
Books, 1956), un libro che da almeno 20 anni non aveva visto la luce del
giorno. Le pagine erano stinte e usurate. Molte delle pagine avevano gli
angoli piegati verso il basso, con note a penna sui margini e all’interno
delle copertine. Vi era una frase sottolineata in inchiostro e interi
paragrafi erano evidenziati in giallo, ora appena appena percettibili.
"Mio fratello mi ricordò di
come io, non diversamente da Te Shan, ero solito portare quel libro in giro
come una bibbia nei miei ultimi due anni delle scuole superiori, e alcuni
anni dopo. Nessuno mai diceva nulla senza che dal mio libro non fosse venuta
fuori sempre pronta una risposta "Zen". Poi un giorno qualcosa cambiò. Come
Te Shan, io in qualche modo non ebbi più molto bisogno di libri. Non so il
perché, semplicemente fu così". (fonte)
Anche se quanto sopra può
non sembrare specificamente connesso al Satori, in realtà lo è. Per esser
chiari, si presenta la seguente sentenza del saggio Illuminato Shri Ranjit
Maharaj: "Quindi, ciò che io dico è falso, ma è anche vero, perché parlo di
‘Quello’. L'indirizzo è falso, ma quando uno raggiunge la mèta, essa è la
Realtà. Allo stesso modo, tutte le scritture ed i libri filosofici intendono
solo indicare quel punto, e quando uno lo raggiunge, essi diventano
inesistenti, irreali, vuoti. Le parole sono false; solo il significato che
trasmettono è vero. Esse sono illusione, ma offrono il significato. Perciò,
Tutto è Illusione, ma per comprendere l'illusione, l’illusione è necessaria.
Ad esempio, per rimuovere una spina in un dito si utilizza un'altra spina, e
poi si buttano via entrambe. Ma, se voi tenete la seconda spina che è stato
utilizzata per rimuovere la prima, sicuramente sarete di nuovo bloccati".
(VEDI ANCHE: LA TRILOGIA
DEL SAMADHI)
FONTI:
Santina, Peter Della, AN INTRODUCTION TO MAJOR TRADITIONS OF BUDDHISM, Chico
Dharma Study Group.
Eastman, Roger, ed. THE WAYS OF RELIGION. New York:
Oxford University Press, 1993.
Prebish, Charles, S., BUDDHISM: A MODERN PERSPECTIVE.
University Park: Pennsylvania State University Press, 1975.
Smith, Huston. THE WORLD'S RELIGIONS. San Francisco:
HarperSanFrancisco, 1991. -Whitney Moss
Note:
L’APARKA MARGA è la prima delle due forme
di Sannyasa: Sannyasa-vidvat e Vividisii-sannyasa.
La prima, sannyasa-vidvat, è
quella nota come Aparka Marga. Questa arriva da sola in una persona. Che
piaccia o no, essa viene presa da un impulso interiore. La luce esplode e
risplende all'interno così intensamente che si diventa ciechi a tutte le
10.000 cose del mondo. Probabilmente, i due casi più noti sono quelli del
Sesto Patriarca del Buddismo Zen, Hui Neng, e del venerabile santo Indiano,
il Bhagavan Sri Ramana Maharshi - anche se in entrambi i casi, la loro
esperienza senza dubbio non è assolutamente unica. Aparka Marg è
quell’originale sannyasa senza nome, che è stata descritta nel
Brihadaranyakopanishad: "Una volta che un uomo ha imparato a conoscere
‘Quello’ (il grande Atman non-nato), egli diventa un muni.
Desiderando Quello come loro solo Loka (paradiso), i monaci erranti iniziano
ad andare in giro". (4.4.22).
Da notare, che la tradizione dei monaci
erranti (parivrajaka) di cui sopra, dalle sue originarie radici arrivò fino
al Buddismo e allo Zen. Il loro vagabondare a piedi, noto come Hsing
Chiao, è una antica tradizione con i ‘viandanti dello Zen’, ed è
considerato il Terzo Stadio o fase di formazione Zen.
L'altro tipo di sannyasa (vividisii-sannyasa)
è preso quando un uomo vuole ottenere jhana (saggezza) e moksa
(liberazione). È un sicuro segno della grandezza della società Indiana e la
sua tradizione che incoraggia un uomo a dedicare l'ultima fase della sua
vita alla esclusiva ricerca del Sé, rinunciando a tutto il resto, come se
fosse già morto. La ‘Sannyasa’, quando realmente vissuta con tutte le sue
implicazioni, è sicuramente il percorso più diretto per un uomo di diventare
un jnani (saggio) e così trovare la liberazione. Anche così, è chiaro
che nessuno dovrebbe mai prendere sannyasa se non ha già intravisto la luce
nella sua propria profondità e sentito la chiamata all'interno. (fonte)
L'ambivalenza di sannyasa, in ultima
istanza, è tale che quando spogliata di tutti i segni e le norme esteriori,
non può più essere distinta dalla spontanea rinuncia interiore di ogni uomo
Risvegliato. Nulla di esteriore potrà esser riconosciuto come il segno del
‘sannyasin’. Egli può vagare in tutto il mondo, egli può
nascondersi nelle grotte e nelle giungle, e altrettanto può vivere in mezzo
alla folla e anche condividere tutto il lavoro nel mondo, senza perdere la
sua solitudine. Chi non è sensibilmente percettivo non si accorgerà mai di
lui, e solo un ‘evamvid’ (uno che conosce) potrà riconoscerlo,
dato che anche lui dimora nella profondità del Sé. Tuttavia, chi è
Risvegliato anche solo al minimo grado, non può non sperimentare
qualcosa del suo splendore - un gusto, un contatto, un barlume di luce - che
solo il senso interiore può percepire e che lascia dietro di sé
un'impressione davvero meravigliosa
(fonte).
BRIHADARANYAKAOPANISHAD: La Brihadaranyakopanishad Upanishad è la più lunga
di tutte le Upanishad. È per questo che viene chiamata Brihad. Essa
costituisce la parte finale del ‘Satapatha Brahmana’. Ci sono sei capitoli
su vari soggetti/persone come Sandhya, Ushus, Karma, Vichara, Brahma, Saguna,
Nirguna, Prajapathi, Deva, Asura, Jiva, Jnana (Gyana), ecc. Sebbene Sankara
sviluppasse pienamente l’Advaita solo nel 8° secolo dC, la dottrina che egli
insegna, cioè che esiste una sola realtà (Para-Brahman) e che tutto il resto
è irreale, si vede chiaramente in questa Upanishad. Per coloro che
desiderano sapere di più su che cosa si intende con Satori intellettuale, e
per ulteriori informazioni sul Satori in tutte le sue forme, si faccia
riferimento alle opere di DT Suzuki come sopra enunciato, o andare a ‘An
Introduction to Zen Buddhism’, in cui si trova il capitolo ‘Il Satori nel
Buddismo Zen’.
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