Traduzioni di Dharma


 

Il SATORI

nel Buddhismo Zen
tratto da http://sped2work.tripod.com/satori.html

Presentato dal Wanderling

 

 
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Il Satori è l’obiettivo spirituale del Buddismo Zen (Wu, in Cinese). Nello Zen, questo è un concetto chiave. Se vi arriva all’improvviso, quasi vi apparisse dal nulla, come si trova nel processo di Illuminazione che è chiamato Aparka Marg, o dopo un certo lasso di tempo incentrato su anni di intenso studio e meditazione come avvenne alla adepta Zen Chiyono, o dopo ben quaranta implacabili anni, come è successo ad Ananda cugino (o fratello) del Buddha, si dice che non può esservi Zen se prima non arriva ciò che è chiamato Satori. Quindi, fino a ché c'è il Satori, lo Zen continuerà ad esistere nel mondo. Satori si traduce pressappoco come ‘Illuminazione individuale’, od un lampo di consapevolezza improvvisa. Satori è anche un'esperienza intuitiva. La sensazione del Satori è quella di uno spazio infinito. Talvolta, una breve esperienza della Illuminazione è chiamata Kensho. Semanticamente, Kensho e Satori praticamente hanno lo stesso significato e sono spesso usati come sinonimi. Nel descrivere l'Illuminazione dei Patriarchi, tuttavia, si è soliti usare il termine Satori, anziché Kensho, dato che ‘Satori’ implica una più profonda esperienza. Il livello di Illuminazione raggiunto dal Buddha e da altri di livello simile è chiamato Anuttara-samyak-Sambodhi. Come si è visto sopra, vi è più di un "livello" di Realizzazione del Sé. Molti di questi livelli, tranne forse l’Anuttarasamyaksambodhi, sono stati etichettati con quello che è diventato ormai un termine più generale, "Satori" il quale, giorno dopo giorno ha acquisito un significato lessicale esemplificato in una varietà di origini partenti dagli Otto Stati di Jhana, fino ai Cinque Livelli di Tozan, ed alle Cinque Varietà di Zen. Vi sono anche, come sostenuto da alcuni, tre tipi, livelli o varietà di Satori -- indicati generalmente come: 1) basato sulle emozioni, o Satori mistico, 2) basato sulla mente, ovvero Satori intellettuale, e 3) basato sul desiderio, o Satori Cosmico. Non è stato sempre così. Se si scorre qui sotto la descrizione del Satori di D.T. Suzuki, si potrà avere un quadro molto più ampio del significato originario di Satori. C'è un’enorme differenza tra dire qual-cosa simile ad uno stadio primitivo e alquanto semplice, come Laya ad un po’ più profondo passo iniziale di Inka Shomei e lo stato dell’Illuminazione a livello del Buddha. Il solo modo in cui uno può "raggiungere" il Satori è attraverso l'esperienza personale. Il modo tradizionale di ottenere il Satori, e il modo più tipico insegnato agli studenti Zen in Occidente --- ma che NON è l'unico --- è attraverso l'uso dei koan, come quelli che si trovano nel Mumonkan (‘La Porta senza Porta’). I Koan sono degli "enigmi" che gli studenti utilizzano per contribuire alla realizzazione del Satori; queste parole e frasi furono anche usate dagli antichi maestri Zen. Un altro metodo è la meditazione. Il Satori può essere realizzato attraverso la meditazione Zazen. Questa meditazione potrebbe creare un sé oggettivo associato ad una consapevolezza con un senso di gioia che prevale su qualsiasi altro sentimento di gioia o di dolore. (Vedi: ‘Shikantaza’). Anche se il Satori è un concetto chiave per lo Zen, il lettore dovrebbe portare l'attenzione al fatto che lo Zen e le sue tradizioni non hanno diritti esclusivi per l'esperienza dell'Illuminazione. Ciò che è chiamato Satori nello Zen è un termine che comunque indica un fenomeno che "E’", e questo "E’" non è "proprietà" di un qualche gruppo, religione o sètta. Moltissimi eventi di questo particolare "fenomeno" sono avvenuti, sia all'interno che all'esterno della Dottrina Buddhista. Colui che in seguito doveva diventare il Sesto Patriarca del lignaggio Ch'an Cinese fu illuminato da ragazzo quando sentì una frase recitata dal Sutra del Diamante. Egli era andato nella città a vendere legna da ardere per la madre, quando all’improvviso gli accadde di ascoltare il verso. Fino a quel momento, egli non aveva ricevuto alcuna pratica formale di meditazione, né era versato in qualsiasi modo nel Buddismo. Così, anche in questo caso al di fuori delle Scritture, il grande saggio Iindiano Shi Bhagavan Ramana Maharshi era un tipico adolescente della sua cultura e, sicuramente, non profondamente esperto nelle formali pratiche religiose quando, di punto in bianco, tutto ad un tratto ebbe una sorta di Satori e fu risvegliato all'Assoluto. Si dice spesso che quando si ha realmente bisogno di un maestro --- o di tutto ciò che potrà avere la funzione di un insegnante --- cioè, ad esempio, un insegnamento o un Satori, esso accadrà. Questo è a causa di una qualche inspiegabile serendipity. E ciò può essere dovuto al fatto che il richiedente ha cercato a fondo all'interno di se stesso e ha determinato quale tipo di istruzione sia necessaria. Qualunque sia la ragione, spesso il detto è valido e l’effetto dell'unione delle forze interne ed esterne, alcune all'interno del proprio controllo, altre senza, si manifesta. Tuttavia, alla fine, non è solo ai potenziali maestri Zen dell’antica Cina, né alle persone dell’India che tali eventi accadono, ma anche alle persone ordinarie. Nell'era moderna ci sono numerose esperienze di Risveglio, ma, anche se tali esperienze appaiono simili a ciò che è chiamato Satori, tali esperienze non sono sempre Satori. Si noti che Adam Osborne, il quale da ragazzo visse nell’Ashram di Ramana ed era figlio di Arthur Osborne, uno dei più importanti biografi di Ramana, svolse un ruolo di primo piano nell’Ultimo Darshan Americano, come detto in altre occasioni.

I seguenti sei punti sul Satori sono tratte da ‘An Introduction to Zen Buddhism’ di DT Suzuki:

1. Le persone spesso immaginano che la disciplina dello Zen sia quello di produrre uno stato di auto-suggestione attraverso la meditazione. Tutto ciò è sbagliato, come si può vedere dalle varie istanze citate sopra. Il Satori non consiste in una condizione premeditata prodotta dal pensare intensamente ad esso. Invece, esso è l’acquisizione di un nuovo modo di guardare alle cose. Da qui, il dispiegarsi della coscienza a cui noi siamo stati portati per rispondere alle condizioni interne ed esterne in una certa maniera concettuale e analitica. La disciplina dello Zen consiste nello sconvolgere questo lavoro di base, una volta per tutte, e nel ricostruire la vecchia struttura in una base completamente nuova. E’ evidente, quindi, che meditare sulle ingiunzioni metafisiche e simboliche, che sono i prodotti della
coscienza relativa, non hanno alcun ruolo nello Zen.

2. Senza il raggiungimento del Satori nessuno può entrare nella verità dello Zen. Satori è l'improvviso lampeggiare nella coscienza di una nuova verità inimmaginabile fino a quel momento. E’ una sorta di
catastrofe mentale che avviene tutto in una volta, dopo un lungo accumulo di questioni intellettuali e dimostrative. L’accumulo ha raggiunto un limite di stabilità, e l’intero edificio è precipitato al suolo, quando, ecco, un nuovo cielo si è aperto ad una totale visione. Quando il punto di congelamento è raggiunto, l'acqua si trasforma improvvisamente in ghiaccio; il liquido improvvisamente si trasforma in un corpo solido e non fluisce più liberamente. Il Satori si abbatte sull’uomo all’improvviso, quando
egli sente che ha esaurito tutto il suo intero essere. Religiosamente, si tratta di una nuova nascita; intellettualmente, è l'acquisizione di un nuovo punto di vista. Il mondo, adesso, appare come se fosse vestito di un nuovo abito, che sembra ricoprire tutte la bruttezza del dualismo, e che nella fraseologia Buddista si chiama ‘illusione’.

3. Il Satori è la ragion-d'essere dello Zen, senza la quale lo Zen non è Zen. Quindi ogni artificio, disciplinare e dottrinale, è diretto verso il Satori. I Maestri Zen non potevano rimanere pazientemente in attesa che il Satori venisse da sé, cioè venisse sporadicamente o a proprio piacere. Nel loro zelo, a favore dei loro discepoli nella ricerca della verità dello Zen, le loro manifestatamente enigmatiche
presentazioni furono progettate per creare nei loro discepoli uno stato mentale che in un modo più sistematico aprisse la strada all’Illuminazione. Ogni dimostrazione di tipo intellettuale e le esortative persuasioni finora operate dalla maggior parte dei religiosi e leaders filosofici non erano riuscite a produrre l'effetto desiderato, e i loro discepoli che da ciò erano stati padri, e i padri venivano portati fuori strada. In particolare, fu questo il caso in cui il Buddismo è stato prima introdotto in Cina, con tutto il suo patrimonio Indiano di alte astrazioni metafisiche e i più complicati sistemi di disciplina Yoga, che lasciava quella più pratica Cinese carente sul modo di cogliere il punto centrale della dottrina di Sakyamuni. Bodhidharma, il sesto Patriarca Hui-neng, Baso, e altri maestri Cinesi notarono il fatto, e la proclamazione e lo sviluppo dello Zen fu il risultato naturale. Da essi il Satori fu posto al di sopra dell’insegnamento dei Sutra e delle discussioni accademiche degli Shastra e fu identificato con lo Zen stesso. Lo Zen, quindi, senza Satori è come il pepe senza la sua azione pungente. Ma c'è anche una cosa, come l’attaccarsi troppo all'esperienza del Satori, che è negativa e deve essere detestata.
4. Questo sottolineare il Satori nello Zen rende abbastanza significativo il fatto che lo Zen non è un sistema di Dhyana, come praticato in India e da altre scuole Buddiste in Cina. Con Dhyana in genere si intende una sorta di meditazione e contemplazione diretta verso un pensiero fisso; nel Buddhismo Hinayana esso fu un pensiero di transitorietà, mentre nel Mahayana è stato più spesso la dottrina della vacuità. Quando la mente è stata così addestrata da essere in grado di realizzare uno stato di vuoto perfetto in cui non vi rimane nemmeno una traccia di coscienza, essendosi eliminata perfino la sensazione di essere inconscio, in altre parole, quando tutte le forme di attività mentale sono state spazzate via dal campo di coscienza, lasciando la mente come il cielo privo di qualunque granello di nubi, una semplice vasta distesa di blu, si dice che il Dhyana ha raggiunto la sua perfezione. Questo può essere chiamato ‘Estasi’ o trance, o il primo ‘Jhana’, ma non è Zen. Nello Zen non ci deve essere solo il Kensho, ma il Satori. Ci deve essere un generale sconvolgimento mentale che distrugge lo storico accumulo di intellezione e pone le basi per una nuova vita, ci deve essere il risveglio di una nuova sensazione che possa rivedere le vecchie cose da un punto di osservazione finora impensato. Nel Dhyana non c’è nessuna di queste cose, perché esso è solo un esercizio per acquietare la mente. Come tale, il Dhyana senza dubbio ha i suoi meriti, ma lo Zen non deve essere identificato con esso.

5. Il Satori non è il vedere Dio come egli è, come potrebbe essere sostenuto dai mistici cristiani. Fin dall’inizio, lo Zen ha schiarito e insistito sulla tesi principale, che è di vedere l’opera della creazione; il creatore può essere trovato occupato a plasmare il suo universo, o egli può essere assente dalla sua bottega, ma lo Zen va avanti con il suo proprio lavoro. Non dipende dal supporto di un creatore; quando realizza la ragione o scopo per vivere una vita, esso è soddisfatto. Ho-yen di Go-so-san
(morto nel 1104) era solito mostrare la sua propria mano e chiedeva ai suoi discepoli perché essa era chiamata ‘mano’. Quando scopriremo la ragione, lì c'è il Satori e abbiamo lo Zen. Mentre con il Dio del misticismo vi è l'attaccarsi ad un determinato oggetto; quando avete un Dio, tutto ciò che è non-Dio è escluso. Questo è auto-limitante. Lo Zen pretende l’assoluta libertà, anche da Dio. "Nessun luogo ove dimorare" significa la stessa cosa; "Pulitevi la bocca quando pronunciate la parola Buddha"
è uguale…. Non è che lo Zen vuole essere morbosamente profano e senza Dio, ma è che riconosce la
incompletezza del mero nome. Perciò, quando a Yakusan (aka Yaoshan Weiyan, Yueh-shan Wei-jen, 751-834) fu chiesto di tenere una conferenza, egli non disse una parola, ma anzi scese dal pulpito e se ne andò nella propria stanza. Hyakujo semplicemente fece pochi passi in avanti, si fermò, e quindi aprì le sue braccia, che era la sua esposizione del Grande Principio.

6. Il Satori non è uno stato morboso della mente, un soggetto adatto per lo studio della psicologia anormale. Al contrario, esso è uno stato mentale perfettamente normale. Quando noi parliamo di uno sconvolgimento mentale, si potrebbe essere portati a considerare lo Zen come qualcosa da sfuggire da parte delle persone ordinarie. Questa è una visione dello Zen che è assai erronea, ma purtroppo spesso uno è sostenuto dai pregiudizi e dalle critiche. Come ha dichiarato Joshu: "Lo Zen è la vostra mente di tutti i giorni", e tutto dipende dalla regolazione dei cardini se la porta si apre verso l’interno o verso l’esterno. Perfino in un batter d'occhio, tutta la faccenda è cambiata e si ha lo Zen, e tu sei perfetto e normale, come al solito, come sempre. Oltre a questo, uno nel frattempo avrà acquisito qualcosa di totalmente nuovo. Ogni nostra attività mentale starà ora lavorando a una diversa chiave, che sarà più soddisfacente, più pacificante, e così piena di gioia più di ogni altra cosa che mai si sarà sperimentata prima. Il tono della vita ne verrà modificato. C'è un qualcosa che ringiovanisce quando si possiede lo Zen. I fiori in primavera hanno un aspetto più bello, e il ruscello di montagna scorre più fresco e più trasparente. La rivoluzione soggettiva che questo stato di cose porta con sé non può essere chiamata anormale. Quando la vita diventa più godibile e la sua espansione si allarga fino a comprendere l'universo stesso, nel Satori ci deve essere qualcosa che è molto preziosa e vale la pena di fare il nostro sforzo.

Riguardo ad un tale approccio al Satori, seppur in un modo un po’ diverso, Suzuki continua a scrivere in: ‘Zen Buddhism, Selected Writings of DT Suzuki’, (New York: Anchor Books, 1956), pp. 103-108:

1. Irrazionalità. "Con ciò, voglio dire che il Satori non è una conclusione che si può raggiungere con il ragionamento, esso sfida ogni determinazione intellettuale. Coloro che lo hanno sperimentato sono sempre incapaci di spiegarlo in modo coerente e logico".

2. Insight Intuitivo. "Che ci sia la qualità noetica nelle esperienze mistiche è stato sottolineato da (William) James... Un altro nome di Satori è Kensho (Chien-Hsing, in Cinese), che significa "vedere l'essenza o natura", e che apparentemente comprova che nel Satori c’è il "vedere" o "percepire".... Senza questa qualità noetica, il Satori perderebbe tutta la sua qualità pungente, perché essa invero è la ragione del Satori".

3. Autorevolezza. "Con ciò, voglio dire che la conoscenza realizzata tramite il Satori è definitiva, che nessuna quantità di argomentazione logica può confutarla. Essendo diretta e personale, è sufficiente a se stessa. Tutto ciò che la logica può fare è di spiegarla, di interpretarla in connessione ad altri tipi di conoscenza di cui le nostre menti sono piene. Il Satori è dunque una forma di percezione, una percezione interiore, che ha luogo nella parte più interna della coscienza.

4. Affermazione. "Ciò che è autorevole e definitivo non può mai essere negativo. Pur se l'esperienza del Satori è a volte espressa in termini negativi, essa è essenzialmente un’attidudine affermativa nei riguardi di tutte le cose che esistono; essa le accetta così come vengono, a prescindere dai loro valori morali".
5. Senso dell’Oltre. "...Nel Satori c'è sempre quello che potremmo chiamare il “Senso-dell’Oltre”, in quanto l'esperienza è davvero la mia, ma a me sembra che sia radicata altrove. Il guscio individuale entro cui la mia personalità è così solidamente incastrata, al momento del Satori… esplode. Non è, necessariamente, che io sia unificato con un essere superiore a me o assorbito in esso, ma è che la mia individualità, che io trovo rigidamente tenuta insieme e definitivamente mantenuta separata dalle altre esistenze individuali, in qualche modo si districa dalla sua presa ferrea e si scioglie in qualcosa di indescrivibile, qualcosa che è di un ordine totalmente diverso da quello a cui io ero abituato. La sensazione che ne consegue è quella di un completo abbandono o una totale quiete -- la sensazione che uno finalmente è arrivato a destinazione... E per quanto riguarda la parte psicologica del Satori, tutto quello che possiamo dire a questo proposito è un senso di ‘oltre’; il chiamare questo ‘l’Oltre’, l'Assoluto, Dio, o Persona, è andare oltre l'esperienza stessa, ed immergersi in una “teologia”, o metafisica…" (V. # 5 sopra).

6. Tono Impersonale. "Forse l'aspetto più notevole dell'esperienza Zen è che non ha nessuna nota personale in essa, così come sono osservabili nelle esperienze mistiche Cristiane".

7. Sensazione di esaltazione. "Che questa sensazione accompagni inevitabilmente il Satori è dovuto al fatto che esso è la disgregazione della restrizione imposta su uno, come essere individuale, e questa disgregazione non è un mero incidente negativo, ma alquanto positivo e carico di significato, perché significa una infinita espansione della persona individuale".

8. Momentarietà. "Il Satori accade a un individuo improvvisamente, ed è un'esperienza momentanea. In effetti, se non è improvviso e momentaneo, non è Satori.

Osservazione interessante, nel suo saggio sul maestro Zen Te-Shan (noto nell’ambiente Zen per aver bruciato tutti i suoi commenti e i libri sullo Zen, subito dopo il suo risveglio), riferendosi al libro di DT Suzuki di cui sopra, il Wanderling diventa quasi nostalgico sull’importanza del suo precedente essere associato con il significato e il contesto del libro stesso, e ci dice:

"Molti anni fa, mio fratello più giovane stava pulendo la sua mansarda, allorché trovò una cassa di cose a lungo dimenticate e nascoste, che un tempo appartenevano a me. Tra i contenuti della cassa vi era una copia vecchia di 30 anni del libro di DT Suzuki “ZEN Buddhism: Selected Writings di D.T. Suzuki” (New York: Anchor Books, 1956), un libro che da almeno 20 anni non aveva visto la luce del giorno. Le pagine erano stinte e usurate. Molte delle pagine avevano gli angoli piegati verso il basso, con note a penna sui margini e all’interno delle copertine. Vi era una frase sottolineata in inchiostro e interi paragrafi erano evidenziati in giallo, ora appena appena percettibili.

"Mio fratello mi ricordò di come io, non diversamente da Te Shan, ero solito portare quel libro in giro come una bibbia nei miei ultimi due anni delle scuole superiori, e alcuni anni dopo. Nessuno mai diceva nulla senza che dal mio libro non fosse venuta fuori sempre pronta una risposta "Zen". Poi un giorno qualcosa cambiò. Come Te Shan, io in qualche modo non ebbi più molto bisogno di libri. Non so il perché, semplicemente fu così". (fonte)

Anche se quanto sopra può non sembrare specificamente connesso al Satori, in realtà lo è. Per esser chiari, si presenta la seguente sentenza del saggio Illuminato Shri Ranjit Maharaj: "Quindi, ciò che io dico è falso, ma è anche vero, perché parlo di ‘Quello’. L'indirizzo è falso, ma quando uno raggiunge la mèta, essa è la Realtà. Allo stesso modo, tutte le scritture ed i libri filosofici intendono solo indicare quel punto, e quando uno lo raggiunge, essi diventano inesistenti, irreali, vuoti. Le parole sono false; solo il significato che trasmettono è vero. Esse sono illusione, ma offrono il significato. Perciò, Tutto è Illusione, ma per comprendere l'illusione, l’illusione è necessaria. Ad esempio, per rimuovere una spina in un dito si utilizza un'altra spina, e poi si buttano via entrambe. Ma, se voi tenete la seconda spina che è stato utilizzata per rimuovere la prima, sicuramente sarete di nuovo bloccati".

(VEDI ANCHE: LA TRILOGIA DEL SAMADHI)

FONTI:
Santina, Peter Della, AN INTRODUCTION TO MAJOR TRADITIONS OF BUDDHISM, Chico Dharma Study Group.

Eastman, Roger, ed. THE WAYS OF RELIGION. New York: Oxford University Press, 1993.

Prebish, Charles, S., BUDDHISM: A MODERN PERSPECTIVE. University Park: Pennsylvania State University Press, 1975.

Smith, Huston. THE WORLD'S RELIGIONS. San Francisco: HarperSanFrancisco, 1991. -Whitney Moss


Note:

L’APARKA MARGA è la prima delle due forme di Sannyasa: Sannyasa-vidvat e Vividisii-sannyasa.

La prima, sannyasa-vidvat, è quella nota come Aparka Marga. Questa arriva da sola in una persona. Che piaccia o no, essa viene presa da un impulso interiore. La luce esplode e risplende all'interno così intensamente che si diventa ciechi a tutte le 10.000 cose del mondo. Probabilmente, i due casi più noti sono quelli del Sesto Patriarca del Buddismo Zen, Hui Neng, e del venerabile santo Indiano, il Bhagavan Sri Ramana Maharshi - anche se in entrambi i casi, la loro esperienza senza dubbio non è assolutamente unica. Aparka Marg è quell’originale sannyasa senza nome, che è stata descritta nel Brihadaranyakopanishad: "Una volta che un uomo ha imparato a conoscere ‘Quello’ (il grande Atman non-nato), egli diventa un muni. Desiderando Quello come loro solo Loka (paradiso), i monaci erranti iniziano ad andare in giro". (4.4.22).

Da notare, che la tradizione dei monaci erranti (parivrajaka) di cui sopra, dalle sue originarie radici arrivò fino al Buddismo e allo Zen. Il loro vagabondare a piedi, noto come Hsing Chiao, è una antica tradizione con i ‘viandanti dello Zen’, ed è considerato il Terzo Stadio o fase di formazione Zen.

L'altro tipo di sannyasa (vividisii-sannyasa) è preso quando un uomo vuole ottenere jhana (saggezza) e moksa (liberazione). È un sicuro segno della grandezza della società Indiana e la sua tradizione che incoraggia un uomo a dedicare l'ultima fase della sua vita alla esclusiva ricerca del Sé, rinunciando a tutto il resto, come se fosse già morto. La ‘Sannyasa’, quando realmente vissuta con tutte le sue implicazioni, è sicuramente il percorso più diretto per un uomo di diventare un jnani (saggio) e così trovare la liberazione. Anche così, è chiaro che nessuno dovrebbe mai prendere sannyasa se non ha già intravisto la luce nella sua propria profondità e sentito la chiamata all'interno. (fonte)

L'ambivalenza di sannyasa, in ultima istanza, è tale che quando spogliata di tutti i segni e le norme esteriori, non può più essere distinta dalla spontanea rinuncia interiore di ogni uomo Risvegliato. Nulla di esteriore potrà esser riconosciuto come il segno del ‘sannyasin’. Egli può vagare in tutto il mondo, egli può nascondersi nelle grotte e nelle giungle, e altrettanto può vivere in mezzo alla folla e anche condividere tutto il lavoro nel mondo, senza perdere la sua solitudine. Chi non è sensibilmente percettivo non si accorgerà mai di lui, e solo un ‘evamvid’ (uno che conosce) potrà riconoscerlo, dato che anche lui dimora nella profondità del Sé. Tuttavia, chi è Risvegliato anche solo al minimo grado, non può non sperimentare qualcosa del suo splendore - un gusto, un contatto, un barlume di luce - che solo il senso interiore può percepire e che lascia dietro di sé un'impressione davvero meravigliosa

(fonte).
BRIHADARANYAKAOPANISHAD: La Brihadaranyakopanishad Upanishad è la più lunga di tutte le Upanishad. È per questo che viene chiamata Brihad. Essa costituisce la parte finale del ‘Satapatha Brahmana’. Ci sono sei capitoli su vari soggetti/persone come Sandhya, Ushus, Karma, Vichara, Brahma, Saguna, Nirguna, Prajapathi, Deva, Asura, Jiva, Jnana (Gyana), ecc. Sebbene Sankara sviluppasse pienamente l’Advaita solo nel 8° secolo dC, la dottrina che egli insegna, cioè che esiste una sola realtà (Para-Brahman) e che tutto il resto è irreale, si vede chiaramente in questa Upanishad. Per coloro che desiderano sapere di più su che cosa si intende con Satori intellettuale, e per ulteriori informazioni sul Satori in tutte le sue forme, si faccia riferimento alle opere di DT Suzuki come sopra enunciato, o andare a ‘An Introduction to Zen Buddhism’, in cui si trova il capitolo ‘Il Satori nel Buddismo Zen’.