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"Quando ero ragazzo, io ero
abituato a far visita a mia nonna a casa sua ogni volta che ne avevo
la possibilità. La sua casa era una di quelle case più antiche fatte
di legno, ad un solo livello, che avevano pesanti tende su entrambi
i lati delle finestre. Esse coprivano la finestra e c’era anche una
cortina all’interno fatta da un materiale simile ad una garza che
faceva trasparire un po’ di luce solare così diffondendola nelle
varie camere. Le finestre avevano inoltre delle tapparelle di un
traslucido e opaco giallo-marrone che funzionavano tirando un
cordoncino collegato ad un anello circolare che si poteva tirare con
il dito. E così sia tirando verso l’alto che verso il basso l'ombra
poteva spandersi tutt’intorno, fino a quando si lasciava l'anello.
Quell’ombra è la stessa visione che da sempre mi viene in mente
quando tanti anni dopo, ripensando a ciò che erano quei giorni, in
un campo militare presi la consapevole decisione di lasciar andare
la mia forza vitale... essa mi svolazzava intorno senza pietà ancora
e ancora fino a che non ebbe esaurito il suo potere e subito svanì"
(Il Wanderling, da: ‘La Morte davanti agli Occhi’)
"Nel mio caso, fatta eccezione per la linea ondulata della EEG
(elettroencefalogramma) che veniva debitamente guardata da un certo
numero di osservatori esterni e medici assistenti, per me, se la
sottile linea tra l'esser ancora vivo e ciò che è il
non-essere-più-in-vita era realmente violata o attraversata, non era
nota perchè nessuna differenza, fu ricordato, era stata accertata.
In quello che sembra essere quasi diametralmente opposto a tale
scenario, ogni precedente o residua "paura della morte" essendo
stata ricondotta o riportata indietro a seconda dei casi, in
apparenza dissipata con la perdita dell’ego - determinando sia l’ego
che la paura, si indovina, dall’esperienza - in cui l’ "Io" era in
uno stato (o non stato) totalmente integrato e lineare per cessare
in appena trenta minuti, e, tranne forse per non essere totalmente
imprigionato, messo nel sacco di un corpo, perfino più lungo, e
accatastato in fila insieme ad altri cadaveri". [da: Il Wanderling,
di Alfred Pulyan, “Richard Rose, Il mio Mentore ed Io”]. (1)
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La Paura della Morte non è un istinto: è una reazione dell'animale,
che è abbastanza conscio di divenire consapevole di se stesso e del
suo inevitabile destino; Quello che abbiamo imparato è così. Ma, in
realtà, cos’è esattamente CIO’ che abbiamo imparato? È il dilemma
della vita-che-si-confronta-con-la-morte, un fatto oggettivo che
vediamo appena, oppure è un qualcosa di costruito e proiettato,
quasi un gioco inconscio che ognuno di noi sta giocando con se
stesso? Secondo il Buddismo, la vita-contro-la-morte è un illusorio
modo di pensare dualistico: il negare di essere morti è come l'Io
che afferma di essere esso stesso vivo; quindi, è l'atto con cui
l'Ego si costituisce. Perciò, essere auto- consapevole significa
essere consapevole di sé, sostenere se stessi, come vivi.
(Nonostante che tutti si sforzino di evitare la morte, altri animali
non temono di morire, perché non sono consapevoli di se stessi come
vivi). Quindi, il terrore della morte non è qualcosa che è nell'Ego,
è ciò che l'Ego è'. Questo ben si adegua con la teoria Buddista che
sostiene che l'Ego non è una cosa, non è ciò che io realmente sono,
ma è solo una costruzione mentale. L’ansia è generata dal fatto che
ci si identifica con questa falsa idea, per il semplice motivo che
noi non conosciamo e non possiamo conoscere ciò che è questa cosa in
cui presumibilmente noi ci riconosciamo. Questo è il motivo per cui
l’"ombra" del senso di sé inevitabilmente sarà un senso di
non-esistenza.
Ora vediamo perchè l'Ego è composto da: terrore per la morte.
L'ironia del fatto, è che il terrore della morte è solo il modo in
cui l'Ego difende se stesso. Tutto ciò, esternamente, è che l’Ego è
'terrorizzato', ma cosa c’è interiormente? All’interno, c’è la
paura, e ciò rende tutto il resto 'esterno'. La cosa tragica è che
l'auto-protezione che questo genera è di per sé controproducente,
perchè le barriere da noi erette per difendere l'Ego rafforzano
anche il nostro sospetto che vi sia effettivamente qualcosa di
mancante nel nostro 'sanctum' intimo che ha bisogno di protezione. E
se si scopre che ciò che è intimo, è così debole perché è ... un
nulla, quindi nessuno sviluppo di una protezione potrà mai essere
ritenuto sufficiente e noi finiremo col cercare di estendere il
nostro controllo ai limiti stessi del- l'universo. Se, tuttavia,
l'Ego è costituito da un siffatto modo dualistico di pensare, ciò
significa che un Ego può morire senza una vera morte fisica e senza
che la coscienza arrivi ad una fine.
Ciò che rende tutto ciò molto più di una sterile speculazione è che
c’è un’ampia evidenza della possibilità di una simile morte
dell’Ego:
• Nessuno ottiene così tanto da Dio come l'uomo che è totalmente
morto. (San Gregorio)
• Il Regno di Dio non è che per coloro che sono completamente morti. (Eckhart)
• Noi siamo in un mondo di generazione e morte, e questo mondo
lo dobbiamo lasciare. (W. Blake)
• La tua gloria si trova là dove si cessa di esistere. (Ramana
Maharshi):
"Tutto ad'un tratto, egli fu preso da un pizzico di paura. Egli
sentì che stava quasi morendo a causa di una onnicomprensiva paura
della morte. Cercando di evitare questa sensazione che lo faceva
sentire più indebolito, egli cominciò a pensare a ciò che doveva
fare. Egli disse a se stesso:
" 'Ora la morte si avvicina. Sto morendo. Che cos'è la morte? Questo
corpo svanirà'.
"Poi trattenne completamente il suo respiro, chiuse le sue labbra e
gli occhi, e si distese come morto, e cominciò a riflettere:
" 'Ora il mio corpo è morto. Porteranno via questo corpo, immobile,
nel luogo della cremazione e lo bruceranno. Ma posso veramente
morire con questo corpo? Sono solo questo corpo, io? Il mio corpo
ora è immobile. Però io so ancora il mio nome. Mi ricordo dei miei
genitori, zii, fratelli, amici e tutti gli altri. Ciò significa che
ho una coscienza della mia individualità. Se è così, l’"Io" che è in
me non è soltanto il mio corpo, ma è uno spirito immortale'.
"Così, come in un flash, una nuova realizzazione arrivò a
Venkataramana. I suoi pensieri potevano sembrare fantasie puerili.
Ma occorre ricordare una cosa. Di solito un uomo ottiene la
realizzazione di Dio praticando ‘tapas’ (penitenze) per anni e anni,
privandosi del cibo e del sonno; egli sottomette il corpo a grandi
sofferenze. Ma Venkataramana ottenne la Suprema Conoscenza senza
tutto ciò. La paura della morte se ne andò, e Venkataramana divenne
il Bhagavan Sri Ramana Maharshi".
Un commovente esempio di morte e risurrezione è ovviamente una delle
radici della cultura dell’ Occidente, ma questi esempi sono presenti
anche in molte altre tradizioni religiose. Il problema è di
demitizzare questi miti, estraendo il cuore della verità psicologica
e spirituale dalle concrescenze e superstizioni del dogma che troppo
spesso oscurano il loro significato, così che all'interno del nostro
mito possa di nuovo emergere la verità - l’oggettivante linguaggio
tecnico della scienza moderna (in questo caso, la psicologia). La
citazione di Blake (da: La Visione del Giudizio Universale) indica
la Via, perché essa implica che noi non stiamo chiaramente vedendo,
ma invece stiamo proiettiando quando percepiamo il mondo in termini
delle categorie dualistiche di nascita e morte.
E proprio un tale dogma è fondamentale per la tradizione Buddista.
"Perché io sono nato se non è per sempre?" si lamenta Ionesco; la
risposta sta nella dottrina del ‘Non-sé’ (anaatman), secondo cui noi
non possiamo morire perché non siamo mai nati. Questo ‘Anaatma’ è la
"Via di Mezzo" tra gli estremi dell’'eternalismo' (il ‘sé’ che
sopravvive alla morte) e del 'nichilismo' (il ‘sé’ che è distrutto
alla morte). Il Buddismo risolve il problema di ‘vita e morte’
destrutturandolo. L'evaporazione di questo modo di pensare
dualistico rivela ciò che è precedente ad esso. Vi sono molti nomi
per questo essere "precedente", ma è sicuramente significativo che
uno dei più comuni è il "non-nato".
Nel Canone Pali, vi sono forse le due più note descrizioni del
Nirvana, entrambe riferentesi al "non-nato". Esse sono: "Non é
questo mondo né l'altro, non c’è venire, né andare, né stare, né
nascita né morte, e né vi si trovano oggetti sensoriali". "O monaci,
vi è un non-nato, un non-venuto, un non-fatto, un incondizionato; O
monaci, se qui non ci fosse questo non-nato, non venuto, non-fatto,
incondizionato, qui non potrebbe esservi una fuga dal nascere, dal
divenire, dal fare, e da ciò che è condizionato. Ma poiché vi è un
non-nascere, ...vi è quindi una fuga dal nascere, ecc. ...."
(Udana, VIII,3)
Analoghe dichiarazioni sono comuni nelle scritture e commenti del
Mahayana. Nel Mahayana, il più importante termine è ‘Sunyata’,
"vacuità" o "vuoto", e gli aggettivi più usati per spiegare Sunyata
sono, "non-nato", "increato" e "non-prodotto". La più nota Scrittura
del Mahayana, il Sutra del Cuore, spiega che tutte le cose sono
‘sunya’ (vuote) perché sono "non create, non annientate, né pure e
né impure, non crescono e non diminuiscono". A questo fa eco
Nagarjuna nella prefazione al suo MMK, (Mula Madhyamaka Karika), il
quale utilizza otto negazioni per descrivere la vera natura delle
cose: "le cose non nascono e non muoiono, non cessano di essere e
non sono eterne, non sono uguali né sono differenti, esse non
vengono e non vanno".
Passando dall’India alla Cina, nel "Canto dell’Illuminazione" di
Yung-Chia, un discepolo di Hui-neng, Sesto Patriarca del Chan,
possiamo leggere: "Da quando realizzai bruscamente all’improvviso il
‘Non-nato’, non ho avuto più alcun motivo di gioia o dolore,
nell’onore o nel biasimo". Il fatto che "tutte le cose siano
perfettamente risolte nel Non-nato" è stata la grande realizzazione
e in seguito la dottrina centrale di Bankei, maestro Zen giapponese
del XVII secolo: "Quando si dimora direttamente nel Non-nato, si sta
dimorando nella stessa sorgente dei Buddha e patriarchi". Il
‘Non-nato’ è la Mente-di-Buddha, e questa Mente-di-Buddha è al di là
di vita e morte.
Questi passaggi (e si potrebbero aggiungerne molti altri) sono
importanti perché, anche se può non essere chiaro a che cosa si
riferisce il "Non-nato", in ogni caso essa è una esperienza
immediata che viene descritta (o almeno dichiarata), anzichè una
congettura filosofica riguardo alla natura della realtà. Per un caso
che combina esperienza personale con l’acume filosofico, ci
rivolgiamo al più famoso maestro Zen e filosofo Giapponese, Dogen:
"Il dualismo tra la vita e la morte, per il Buddismo è solo un
esempio di un problema più generale, che è il pensiero dualistico.
Perché il modo di pensare dualistico è un problema? Noi distinguiamo
tra il bene e il male, tra successo e fallimento, tra la vita e la
morte, e così via, perché noi desideriamo mantenere l'uno e
respingere l'altro. Ma non si può avere l'uno senza l'altro, perché
le due cose sono interdipendenti: affermandone una metà se ne
sostiene anche l’altra. Vivere una vita "pura", richiede perciò
l’aver a che fare con l’impurità, e la nostra speranza per il
successo sarà proporzionale alla nostra paura di fallire. Noi
discriminiamo tra la vita e la morte, al fine di affermare la prima
e negare l'altra e, come abbiamo visto, la nostra tragedia sta nel
paradosso che questi due opposti sono invece interdipendenti: non
c'è vita senza morte e - ciò che è più probabile osservare - non c'è
morte senza vita. Ciò significa che il nostro problema non è la
morte, ma il vivere-e-morire".
In questione, vi sono i limiti del Sé come entità simboleggiata. Vi
è un chiaro senso del rapporto tra la consapevolezza della morte e
un Sé delimitato. Il secondo è impossibile senza la prima. Perfino
prima dell’inquietante sillogismo: "Se la morte esiste, allora io
morirò", ce n'è uno precedente: "Dal momento che 'Io' sono nato e
morirò, Io 'devo' esistere".
Se possiamo realizzare che non vi è un delineato Ego-sé che è vivo
ora, il problema della vita e della morte è risolto. E tale è
l'obiettivo Buddista: l'esperienza di ciò che non può morire, perché
non è mai nato. ‘Se la nostra mente ha creato questo dualismo, essa
dovrebbe essere in grado di farlo svanire o destrutturarlo’.
Questo non è un deviante trucco intellettuale che pretende di
risolvere logicamente il problema, lasciandoci però la nostra
angoscia profonda come prima. Gli esempi di cui sopra rendono chiaro
che noi stiamo riferendoci ad una esperienza, non ad una qualche
comprensione concettuale. Può non essere una coincidenza che le
scritture del Mahayana sulla praj~naparamita sottolineano anche
ripetutamente che in realtà non ci sono esseri senzienti…
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Qui di seguito vi sono due punti di vista di venerati Maestri per
quanto riguarda l'Io e la sua stessa morte: -> da un non
tradizionale Maestro Advaita-Zen, Aziz Kristof:
“L'illuminazione non annienta l'Ego. Perché qualcuno dovrebbe voler
annientare qualcosa di così utile e straordinario? Non è stato un
caso che abbiamo già detto più volte quanto siano importanti l’Ego e
la mente come forza creativa della nostra intelligenza. Noi dobbiamo
dissolvere questo pericoloso condizionamento spirituale che si è
profondamente radicato nel nostro abituale modo di pensare. Il
linguaggio psicologico irresponsabile ha causato enormi danni a
coloro che sono sulla Via. Il concetto di ‘Ego’ deve essere definito
in un modo che riguarda la nostra esperienza quotidiana, ed a tutti
quei complicati processi nella meditazione e sul cammino spirituale.
“Nel caso di persone che non hanno avuto l’insight nella natura
della coscienza, l'attività mentale è al centro della coscienza.
Ogni pensiero crea un nuovo centro, una nuova identificazione che è
l'ego - e lì non vi è nulla di altro. Non possiamo parlare di "un"
ego, ma piuttosto di un flusso di eventi consci o semi-consci, che
sono in grado di operare in un modo relativamente integrato. Questa
è la funzione dell’ego.
“Quando ha luogo l’Illuminazione, la Presenza diventa il centro, e
vi è la sensazione che tutti i propri pensieri siano solo
testimoniati oggetti-eventi sulla periferia della coscienza, essi
sono degli ospiti che vanno e vengono, e che non hanno nulla a che
fare con la serena quiete del nostro essere. Per questo motivo, è
facile concludere che vi è solo il Testimone, e che il resto è
irrilevante, impersonale e oggettivo. Ma questa popolare conclusione
è unidimensionale e non è in grado di cogliere le dinamiche della
coscienza umana. I pensieri stanno venendo testimoniati e osservati.
Mentre il centro è vuoto e non-coinvolto. E questo è tutto? No,
niente affatto. Anche se i pensieri sono testimoniati,
l'intelligenza che pure li sta usando rappresenta un centro
parallelo di relativa coscienza - ed anche questo è il "Me".
Possiamo parlare di due centri all’interno di noi, come manifestati
esseri: uno è la Coscienza-Che- Testimonia, un costante flusso di
Presenza, e il secondo è il mobile centro auto-cosciente della
nostra personalità. Quando vediamo chiaramente tutto ciò, non vi è
alcun dubbio che i pensieri, che stanno venendo testimoniati, sono
simultaneamente un’indivisibile parte di Me, ed è proprio questo Me
che li sta pensando! Nel caso di un Essere Illuminato, anche se i
pensieri hanno una diversa qualità, pure essi rimangono come una
funzione di coscienza e come un funzionale centro auto-relazionale,
che noi interpretiamo come "me". Il ‘Me’ assoluto ed il ‘me’
relativo sono un solo ‘Io’. L’Essere e l’auto- consapevolezza sono
un’unica espressione.
Il concetto ‘Ego’ si riferisce non solo al livello grossolano di
pensiero o di grezza volontà. Abbiamo già parlato del fatto che
dividere la nostra coscienza in pensiero e non-pensiero è una cosa
troppo semplicistica. La Coscienza è straordinariamente ricca. Vi è
conoscenza intuitiva, sensazione, gentile controllo e un essere
attenti a ciò che sta accadendo nella nostra coscienza e dintorni.
Questo movimento intelligente ha una qualità di auto-riferimento,
che è anche ciò che noi chiamiamo l'Ego. La personalità senza la
Presenza è ovviamente ‘ignoranza’, ma la Presenza senza la
personalità è come un albero senza frutti, un sole senza raggi, o un
fiore senza profumo. Essi sono un tutto organico. Quando siamo
pienamente consapevoli che l’ego è "buono", tutta l’intera faccenda
della sua eliminazione decade da sola. Ma questa però non è la sua
fine.
Ed ora, veniamo al successivo complesso problema: Quale tipo di Ego
dovremmo avere?
Dal libro ‘Qui vi è il Cuore’, c’è una risposta scritta dell'autore
Mercedes Da Acosta, all’Illuminato saggio Sri Ramana Maharshi:
“A Bhagavan fu chiesto molte volte riguardo al suo ‘stato-senza-ego’.
Egli lo spiegava dicendo: "Uno Gnani (Illuminato) gode continuamente
di trascendente ed ininterrotta esperienza, mantenendo la sua
attenzione interiore sempre sulla Sorgente, nonostante l'apparente
esistenza del suo Ego, che gli ignoranti immaginano essere reale.
Questo ‘ego’ apparente è innocuo; esso è come il residuo di una
corda bruciata - ed anche se ha la forma, non è di alcuna utilità
per legarsi a nulla".
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> Aldilà delle cose del mondo accademico, religioso e filosofico,
tre tipi di test clinici determinano comunemente la morte cerebrale
e quindi, di conseguenza, la morte:
• Il primo, un normale elettroencefalogramma, o EEG, che misura le
onde cerebrali. Un ‘EEG’ piatto denota il non-funzionamento della
corteccia cerebrale - il guscio esterno del cervello.
• Secondo, alcuni ascoltatori hanno evocato come esempio potenziali
clic suscitati dalle orecchie misurano la funzionalità del tronco
del cervello. L’assenza di tali potenziali indica la non-funzione
del tronco cerebrale.
• Terzo, la documentazione della mancanza del flusso sanguigno al
cervello è un marcatore per una generalizzata mancanza della
funzione cerebrale.
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Note sull’articolo di cui sopra: David Loy è un professore di ruolo
presso la Facoltà di Studi internazionali alla Bunkyo University di
Chagasaki, Giappone. Il Dr. Loy ha anche servito come Senior Tutor
presso il Dipartimento di Filosofia della National University of
Singapore dal 1978 al 1984. David Loy si è laureato al Carleton
College di Northfield, Minnesota, e ottenne la sua laurea in
Filosofie Asiatiche presso la University of Hawaii in Honolulu,
Hawaii. Il Dr. Loy in seguito perseguì il suo dottorato in Filosofia
presso la National University of Singapore. Successivamente, egli
intraprese nel 1971 un corso Zen che includeva la partecipazione ad
una sesshin con Yamada-Roshi a Honolulu, In seguito, il Dr. Loy nel
1985 si trasferisce a Kamakura per continuare gli studi sui Koan, e
nel 1987 completò il corso formale di studi Koan e fu riconosciuto
come ‘Zen Sensei’. Le sue pubblicazioni più recenti sono state, A
Buddhist History of the West: Studies in Lack (2002) and The Great
Awakening: A Buddhist Social Theory: che uscirono nel giugno 2003.
Il Dr Loy fa anche parte del comitato editoriale di Cultural
Dynamics, Worldviews, Contemporary Buddhism, and the Journal of
Transpersonal Psychology.
(Cortesia dell’Istituto per la Pace e la Giustizia - Università
degli Studi di San Diego)
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Uno dei primi
ostacoli che gli occidentali spesso incontrano quando giungono a
conoscere il Buddismo è l'insegnamento di Anatta, spesso tradotto
come ‘non-sé’. Questo insegnamento è un ostacolo per due motivi. In
primo luogo, l'idea che non vi è nessun ‘sé’ non si adatta con altri
insegnamenti Buddisti, come ad esempio la dottrina del Karma e della
Rinascita: Se non c'è un ‘sé’, chi è che sperimenta i risultati del
Karma e prende rinascita? Secondo, esso non collima con il
predominante ‘background’ Giudaico-Cristiano, che presuppone
l'esistenza di un’anima o ‘sé’ eterno, come presupposto di base: Se
non c'è un ‘sé’, qual è lo scopo di una vita spirituale? Molti libri
cercano di rispondere a queste domande, ma, se si guarda al Canone
Pali - le più antiche registrazioni esistenti degli insegnamenti del
Buddha - non le troverete affatto indicate. Infatti, l'unico punto
in cui al Buddha fu chiesto di punto in bianco - se c’era o no un ‘sé’,
egli rifiutò di rispondere. Più tardi, quando gli fu chiesto il
perché, egli disse che sostenere che vi sia o che non vi sia un ‘sé’,
significa cadere nelle forme estreme di visioni errate, che rendono
la Via della pratica Buddista impossibile (Samyutta Nikaya XLIV.10).
Quindi la questione dovrebbe essere abbandonata. Per capire ciò che
il suo silenzio su tale questione volesse dire sul significato di
Anatta, noi dovremmo prima osservare i suoi insegnamenti su come si
dovrebbero porre domande e risposte, e come interpretare le sue
risposte. Il Buddha divise tutte le domande in quattro classi:
• Quelle che meritano una risposta categorica (semplici sì o no).
• Quelle che meritano una risposta analitica, definendo e
qualificando i termini della domanda.
• Quelle che meritano una contro-domanda, rimettendo la palla in
mano all’interrogante.
• Quelle che meritano di essere abbandonate.
L'ultima classe di domande consiste di quelle che non conducono a
far cessare sofferenza e angoscia. Il primo dovere di un insegnante,
quando gli vien posta una domanda, è di capire a quale classe di
domande essa appartiene, e quindi di reagire in modo appropriato. Ad
esempio, di non rispondere sì o no ad una domanda che dovrebbe
essere messa da parte. Se siete la persona che fa la domanda e
volete una risposta, allora voi dovreste determinare in quale modo
la risposta dev’essere interpretata. Il Buddha disse che vi sono due
tipi di persone che lo fraintendono in modo sbagliato:
• Coloro che traggono deduzioni da dichiarazioni che non avrebbero
dovuto dedurre.
• Coloro che non traggono deduzioni che dovrebbero dedurre.
Queste sono le regole di base per interpretare gli insegnamenti del
Buddha ma, se andiamo a vedere il modo in cui la maggioranza degli
scrittori tratta la dottrina di Anatta, troviamo che queste regole
basilari sono ignorate. Alcuni scrittori cercano di qualificare
l’interpretazione del ‘non-sé’ dicendo che il Buddha ha negato
l'esistenza di un ‘sé’ eterno o separato, ma questo è dare una
risposta analitica ad un quesito che il Buddha dimostrò che dovrebbe
essere messo da parte. Altri cercano di trarre deduzioni da poche
frasi nel discorso che sembrano voler implicare che non vi è alcun
sé, ma appare certo supporre che se uno forza quelle dichiarazioni
per dare risposta a una domanda che dovrebbe essere messa da parte,
è come se stesse facendo deduzioni là dove esse non dovrebbero
essere fatte.
Così, invece di rispondere "no" alla domanda se vi sia o non non vi
sia un ‘sé’ - eterno o non-eterno, interconnesso o separato - il
Buddha ritenne che la domanda fosse una di quelle da non dover fare.
Perché? Non importa come voi definite la linea di demarcazione tra
"sé" e "altro", il concetto di sé comporta un elemento di
auto-identificazione e attaccamento e, quindi, sofferenza e ansia.
Questo vale tanto per un sé interconnesso, che non riconosce
"altri", come pure per un sé separato. Se uno si identifica con
tutta la natura, si addolora anche per ogni albero abbattuto. E ciò
vale anche per un "altro" universo, in cui il senso di alienazione e
futilità diventerebbe così debilitante da rendere la ricerca della
felicità impossibile - sia la propria che quella degli altri. Per
queste ragioni, il Buddha consigliò di prestare attenzione a domande
del tipo, "Io esisto?" o "Io non esisto?" perché comunque si
risponda, esse conducono alla sofferenza ed all’ansia.
Al fine di evitare l’implicita sofferenza nelle questioni sul "sé" e
"altri", egli offrì un modo alternativo di suddividere l’esperienza:
le Quattro Nobili Verità della sofferenza, la sua causa, la sua
cessazione, e la Via alla sua cessazione (il Sentiero).
“Piuttosto che vedere queste verità come pertinenti alla ricerca del
‘Sé’ o ‘Altro’, egli disse, uno dovrebbe riconoscerle semplicemente
per quello che sono, in sé e per sé, così come esse sono
direttamente sperimentate, e in seguito applicare il dharma adeguato
a ciascuna”.
Si dovrebbe quindi comprendere la sofferenza ansiosa, abbandonare
poi la sua causa, realizzare la sua cessazione, e sviluppare il
sentiero della sua cessazione. Questi doveri costituiscono il
contesto in cui la dottrina dell’Anatta è meglio capita. Se si
sviluppa il sentiero della virtù, della concentrazione, del
discernimento e di uno stato di calma, il benessere e l'uso di
questo stato di calma porta ad osservare l’esperienza in termini di
Nobili Verità, le domande che arrivano alla mente non sono più, "C'è
un sé? Cos’è il mio sé?", ma piuttosto "Sto forse soffrendo
l’angoscia perché io sono attaccato a questo particolare fenomeno?
Ma esso è davvero me, me stesso, o è mio? Se è così doloroso, ma non
è realmente me, o il mio, perché mi ci attacco?" Queste ultime
domande meritano risposte dirette, poiché esse vi aiutano a
comprendere il dolore ed a scacciar via l’attaccarsi e l’aggrapparsi
- al residuo senso di auto-identificazione - che, in ultima analisi,
provocano fino a che tutte le tracce di auto-identificazione se ne
sono andate, e tutto ciò che rimane è la illimitata libertà.
In questo senso, l’insegnamento di Anatta non è una dottrina del ‘Non-sé’,
ma una strategia del non-sé, per far sì che la sofferenza abbandoni
la sua causa, e possa portare alla suprema ed immortale felicità. A
quel punto, le questioni del sé, non-sé, e nessun-sé, non hanno più
alcuna importanza. Una volta che c'è l'esperienza di questa totale
libertà, dove potrebbe mai esservi una qualche presunta
preoccupazione su ciò che si sta sperimentando, o se vi sia o meno
un ‘sé’?
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