|
La pura "consapevolezza"
viene chiamata da alcuni "vera natura" o "natura primordiale", o "natura
della mente" oppure "coscienza" o "stato naturale"; da altri "essenza degli
esseri realizzati", e da altri ancora "spazio" (1).
Ma che cosa è la consapevolezza della nostra vera natura? La consapevolezza
è uno stato non duale, quindi parlame non è semplice; tentiamo allora,
"attraverso la grazia di Quello", di esprimerla a parole e dire che:
-non è pensiero: essere consapevoli non vuol dire pensare o essere
introspettivi. Se si pensa, non si riesce a essere consapevoli; la
consapevolezza è l'esperienza diretta di ciò che accade senza passare per il
pensiero;
-non è concentrazione: la concentrazione è attenzione focalizzata su un
certo punto che si sta analizzando;
-non è valutazione: anzi, è proprio l’assenza di valutazione e di giudizio.
La consapevolezza è osservazione senza giudizio;
-non è tensione: non richiede sforzo, non c'è niente in essa che richieda
sforzo personale;
-non è spirito di osservazione: non ha bisogno di una ricerca intenzionale.
La consapevolezza è essere presenti a se-stessi;
-non è un concetto, non possiamo quindi esprimerlo a parole, né tanto meno
con concetti dualistici; non è una teoria da studiare, non richiede
particolari comportamenti; si raggiunge con l'osservazione di noi stessi
fino a scoprire la nostra vera natura;
-non è erudizione, non può quindi essere approfondita con la mente - perché
è al di là della mente stessa;
-non esiste come qualcosa di concreto: benché risplenda direttamente, non
può essere osservata, altrimenti sarebbe un oggetto; benché esista
dappertutto, non la si comprende; non ha un'immagine come supporto, ed è
svincolata dalla mente: è l'essenza di noi stessi;
-non è una cosa determinabile, e non è neppure un “nulla”: è la piena
coscienza di ciò che realmente siamo, al di là di qualsiasi concetto
mentale;
-non esiste all'esterno, ma in noi stessi; riguarda il nostro stato
primordiale, la nostra natura intrinseca; è la natura originaria della
nostra coscienza al di là della distinzione fra causa ed effetto,
cambiamento e morte;
-non è un luogo di felicità: è al di là dei concetti dualistici di felicità
e dolore;
- è una pura limpidezza priva di movimento: essa conosce ogni cosa in modo
chiaro ma senza alcun concetto; in essa ogni cosa appare chiaramente, ma
priva di un' esistenza separata;
- è vera conoscenza: e la conoscenza porta alla responsabilità; ma noi
vogliamo veramente la responsabilità? Anche se la gabbia è aperta, vogliamo
veramente uscire?
La consapevolezza è comprensione dell'impermanenza, è la visione del
cambiamento dei fenomeni senza partecipare ad essi; è l'osservazione della
natura fondamentale di ogni fenomeno. Tuttavia non è concettuale, è nuda,
cioè senza pensiero, non è condizionata da opinioni, semplicemente osserva
le esperienze cosi come sono, senza alterarle.
Per riconoscere la nostra vera natura è necessario vivere nel nostro stato
naturale, ossia rimanere consapevoli che la realtà è una, che la realtà è
ciò che è, indipendentemente da ciò che desideriamo che sia; significa
prendere coscienza di quello che realmente siamo.
La mente genera pensieri; dalle considerazioni sopra riportate si evince che
la consapevolezza può essere sperimentata solo in assenza di pensieri, nel
silenzio; è necessario, quindi, operare il distacco tra mente e coscienza,
le quali, nella maggior parte di noi, sono identificate.
In noi, la consapevolezza è autocoscienza, se la nostra vera natura non si
manifesta è a causa dell'ignoranza metafisica.
Dice Padmasambhava, il grande saggio Tibetano (2): «Poiché tutta la realtà
ha la natura di un punto, essa è priva di espansione e contrazione; non è
soggetta a nascita, quindi neppure a cessazione; è eternamente ciò che è.
Questa matrice, priva di immagini mentali, esiste fin dal principio come lo
spazio, perciò è al di là del concetto e dell'espressione verbale»(3).
Quindi è lo stato in cui cessa il senso di separazione fra noi e il Tutto.
La Tradizione, ben sapendo che ognuno di noi ha potenzialmente la capacità
di raggiungere la realizzazione, ha cercato di costruire un ponte che serva
non solo per superare l'abisso ma che possa dare alla nostra vita un mezzo
di liberazione.
Sembra che l'ostacolo principale per la realizzazione della consapevolezza
sia tutto ciò che riguarda la mente, cioè il pensiero discorsivo, l'analisi
intellettuale e le deduzioni logiche; mentre per realizzarla serve soltanto
rimanere nel proprio stato naturale, e ciò può avvenire soltanto con
l'abbandono di ogni attività mentale. Queste condizioni possono portare
all'esperienza diretta della consapevolezza; il passaggio cioè dalla
molteplicità all'unità, dal relativo all'assoluto, dall'individuale
all'universale.
Secondo Padmasambhava, la liberazione attraverso la pura consapevolezza non
dipende dalla nostra capacità di comprensione, perché noi tutti siamo in
potenza dei liberati. Tuttavia, occorre una buona preparazione che possa
servire di supporto all'intuizione; occorre, cioè, una profonda riflessione
sulla consapevolezza e sulla coscienza, cominciando col chiederci da dove
vengono e dove svaniscono tutti i fenomeni(4).
Secondo la Tradizione, tutti i fenomeni sorgono nella coscienza, e in essa
svaniscono; i fenomeni avvengono, dunque, nella coscienza la cui natura è
consapevolezza; ossia la natura della coscienza è consapevolezza.
L'intera manifestazione - in particolare gli esseri, la nascita, la morte,
la trasmigrazione ed anche l'emotività, i sentimenti, i pensieri - tutto è
sempre la manifestazione della nostra stessa coscienza. Se cambiamo lo stato
di coscienza, in modo analogo cambia la visione della manifestazione.
In altre parole, dobbiamo prima comprendere, e poi distaccarci dalle energie
che ci costringono nella manifestazione, creandoci l'illusione della nascita
e della morte, per arrivare infine a sentirci parte ed espressione cosciente
del Tutto e sperimentare l'unità di ogni vita e di ogni coscienza. L'idea di
unità non deve però essere una costruzione mentale, ma la profonda
consapevolezza che i concetti di "io" e "non-io" sono soltanto una nostra
illusione. Il nostro livello di consapevolezza dipende dal maggiore o minor
grado di questa unità.
La Tradizione ci indica che per sperimentare la consapevolezza non è
necessario né rinunciare, né purificare né trasformare qualcosa; ogni
energia che sorge in noi può essere utilizzata come mezzo. Un saggio ha
detto che vedendo all'esterno oggetti che ci sembrano tra loro differenti,
ci attacchiamo alla loro apparente diversità e di conseguenza veniamo
ingannati dal nostro attaccamento personale. Diventando consapevoli che
tutti i fenomeni sono la Coscienza, pur vedendone l'apparente diversità, non
essendoci più attaccamento, veniamo dunque liberati; in altre parole, non
sono i fenomeni che ci condizionano, è l'attaccamento ad essi; quando si è
consapevoli che la loro natura è unica ed è solo Coscienza, l'attaccamento
scompare.
Solo con l'osservazione di noi stessi potremo raggiungere la liberazione che
è comprensione totale di sé nel Tutto e chiara visione della Legge che
governa tutte le cose.
Ma come possiamo sperimentare la consapevolezza? Sappiamo che la
consapevolezza è quello stato coscienziale che può essere sperimentato in
assenza di pensieri, cioè nel silenzio; quindi, il silenzio è consustanziale
alla consapevolezza, e inoltre l'esperienza della consapevolezza deve essere
fatta in maniera diretta, senza l'aiuto dell'intelletto.
La Tradizione insegna che nella nostra mente passano incessantemente
infinite serie di pensieri. Ogni pensiero è originato dal pensiero
precedente che, per associazione, inevitabilmente sviluppa pensieri
successivi; noi non possiamo fermarli inibendoli; possiamo soltanto
limitarci a osservarli lasciando che seguano naturalmente il loro corso.
Qualsiasi pensiero che si manifesti nella nostra coscienza deve essere
lasciato com'è senza giudicarlo; è importante non attaccarsi ad esso per non
perdere lo stato di distacco dando vita a ragionamenti; cioè, è importante
non dare energia al pensiero, ma semplicemente osservarlo. Quando non vi è
più attaccamento, quando non vi è sforzo né tensione, qualsiasi cosa sorga,
sia un pensiero che il ricordo di un evento, si esaurisce automaticamente da
se-stessa(5).
Quando ciò avviene, non ci sono più ostacoli alla esperienza diretta della
consapevolezza, che può così manifestarsi in tutta la sua pienezza. Quindi,
se vogliamo seguire questa via per raggiungere la consapevolezza, abbiamo la
sola regola dell'osservazione dei nostri pensieri. Nell'osservare i pensieri
non ci sono ‘àsana’ da praticare; l'importante è rilassarsi completamente
lasciando che i pensieri sorgano e scompaiano naturalmente, però senza
perdere la consapevolezza…
Padmasambhava dice ancora: «In questo stato naturale, senza distrarsi,
osservando il pensiero che si dissolve da sé, non vi è azione forzata; in
questo modo, tutto appare e si risolve spontaneamente. Non si corregge il
proprio corpo, non si ottundono i sensi, non si pronuncia nulla; non c'è
nulla da fare con sforzo. Qualunque pensiero appaia, si rimane nello stato
in cui non si è scossi da nulla»(6).
E se ci distraiamo? Accorgersi di essere distratti indica che abbiamo già
raggiunto un certo grado di consapevolezza. Nell'osservare i pensieri, non
siamo impegnati in alcuno sforzo, non c'è niente da fare o da non fare:
l'importante è esser consapevoli.
Cerchiamo di concludere: se nella ricerca dello stato di consapevolezza ci
accorgiamo che nella vita di ogni giorno noi non siamo in contatto con la
nostra vera natura, ma con i nostri contenuti mentali (condizionamenti,
ricordi, pensieri...) significa che ogni nostra esperienza passa attraverso
il filtro delle nostre interpretazioni deformandone la percezione.
Allora, per avere l'aspirazione, sono necessarie la ricettività e l'apertura
mentale, e per comprendere la reale natura della consapevolezza, occorre
praticare delle tecniche che annullino la distrazione e gli attaccamenti ai
contenuti della mente, i quali ci vincolano alla manifestazione stessa. Solo
allora il Maestro potrà donarci l'introduzione diretta alla nostra vera
natura. Si riporta, sintetizzandolo, quel che ha scritto Sogyal Rinpoche, a
proposito dell'introduzione diretta (7):
«Il Maestro, con l'introduzione diretta, ci insegna a vedere il vero stato
delle cose, così come sono; a sapere che la vera natura della nostra
coscienza è la vera natura di tutte le cose; a comprendere che la vera
natura della Coscienza è la Realtà Assoluta. In altri termini, egli ci guida
alla comprensione della "nuda-consapevolezza" in cui tutto è contenuto, la
percezione sensoriale, l'esistenza fenome-nica, il samsara ed il nirvana-;
ma la vera esperienza deve essere ottenuta da noi stessi».
Egli riporta poi un esempio molto istruttivo: «Potete immaginare che la
natura della mente sia come il vostro volto: esso è sempre con voi ma, senza
un aiuto, non potete vederlo. Adesso, immaginate di non aver mai visto prima
d’ora uno specchio. L’introduzione fatta dal Maestro è come se vi mettete
improvvisamente davanti ad uno specchio in cui, per la prima volta, vedete
riflesso il vostro volto. Come in quest’ esempio, la pura consapevolezza non
è una cosa "nuova" fornitavi dal Maestro e che non avevate prima, e neppure
è qualcosa che potevate trovare al di fuori di voi stessi. E’ sempre stata
vostra, è sempre stata con voi ma, prima di quel momento sbalorditivo, non
l’avevate mai vista direttamente».
Ecco la dimostrazione che lo stato di consapevolezza non è un segreto tenuto
nascosto e neanche un concetto, ma un' esperienza che noi stessi dobbiamo
svelare con la nostra coscienza; ottenerla, vuol dire la fine di ogni
illusione, compresa la fine del circolo vizioso dell’esistenza, vale a dire,
la nascita, la morte e la rinascita..., con il raggiungimento della completa
libertà, saggezza e beatitudine.
L'insegnamento sostiene che la pura consapevolezza non dipende dalla
difficoltà del cammino ma, al contrario, dall’assurdità di essere così
talmente semplice che le nostre menti analitiche e razionali, non sono
capaci di capire ciò che dobbiamo fare, ma soprattutto quello che dobbiamo
non fare.
Quando qualcuno chiese al Signore Sakyamuni Buddha di parlare della
consapevolezza, Egli rispose rimanendo in silenzio.
E per finire, il consiglio in due parole del Maestro Raphael, che
sintetizzano la Via per raggiungere la consapevolezza: « ... guardatevi
vivere».
NOTE:
1) Spazio, è un'analogia per indicare un luogo indefinibile, che non ha né
forma né colore: non si può stabilire dove inizi e dove finisca, ogni
movimento avviene in esso, ed è al di là di ogni concetto. Lo stato della
consapevolezza è come il sole che sorge e che illumina completamente tutto
lo spazio; qualunque sia il numero dei corpi contenuti nello spazio esso
rimane sempre indivisibile. È forse il simbolo più appropriato, ma esso non
ha consapevolezza.
2) Padmasambhava (lett. "nato da un loto") è uno dei fondatori storici del
Buddhismo Tibetano (VIII° secolo), venerato a tutt'oggi nelle regioni
himalayane col nome di Guru Rinpoche (Il Venerabile Guru).
3) ‘Tantra Kunje Gyalpo’ (XXVI, f. 32 / 2-3). Riportato da Randrol Nelgyor
in "Consapevolezza-Rigpa" a cura di Giuseppe Baroetto, Cap. Commento.
Libreria Editrice Psiche, Torino.
4) Fenomeno: tutto ciò che, per esistere, dipende da altre cose, e quindi è
transitorio: nasce, cresce e infine muore.
5) Può darsi che l'energia di un pensiero sia tanto forte da strapparci dal
nostro stato di distacco, costringendoci ad alimentarla con altri pensieri.
Raphael, perciò, consiglia di riproporre il pensiero diverse volte
oggettivandone il contenuto, cioè considerandolo altro da noi, fino a fargli
perdere la sua carica emotiva diventando un normale pensiero che può essere
osservato con distacco e, quindi, lasciato svanire. In ogni caso, egli
consiglia "di non abbandonare la tecnica e di non scoraggiarci o concludere
di non essere maturi per tale tipo di osservatore, ma di perseverare perché
il risultato positivo è solo questione di esercizio. Il condizionamento
avuto nel passato non si può annullare da un giorno all'altro".
6) ‘Tantra Kunje Gyalpo’, ibidem.
7) Sogyal Rinpoche, ‘Il libro Tibetano del vivere e del morire’. Cap.
"L'essenza più intima". Ubaldini Editore, Roma.
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
(Gentile concessione del Bollettino Spirituale “VIDYA’” -
http://www.edizioniasramvidya.it/main1.htm) |
|