|
per le conseguenze. Se, al
contrario, tu sei il proponente della magia per il tuo proprio tornaconto,
allora solo tu dovrai accettarne le conseguenze. Nulla è gratuito, c'è
sempre una resa dei conti da qualche parte. In entrambi i casi, ciò non
viola le premesse del Karma, così come è presentato. Parlo per esperienza.
La giustizia non è rinviata. Un perfetto equilibrio aggiusta il suo
bilanciamento in tutte le parti della vita. ‘Oi chusoi Dios aei enpiptousi’
(I dadi di Dio sono sempre caricati). Il mondo è simile ad una tavola
pitagorica, o ad una equazione matematica che, giratela come vi pare, si
riporta sempre in equilibrio. Prendete qualunque rappresentazione, il suo
valore esatto, né più né meno, però vi ritorna ancora. Ogni segreto è
riferito, ogni reato è punito, ogni virtù premiata, ogni errore rimediato,
in silenzio e con certezza. Ciò che noi chiamiamo retribuzione è la
necessità universale per cui l'insieme appare ovunque appaia una parte. Se
si vede del fumo, ci deve essere il fuoco. Se si vede una mano o un arto,
sapete che il tronco a cui esso appartiene è lì dietro (Ralph W. Emerson,"Compensazioni").
Una volta, Ejo domandò: "Che cosa si intende con l'espressione: 'Causa ed
effetto non sono nascoste'?". Questa espressione si trova nel famoso Koan
noto come "The Wild Fox" o "Hyakujo's Fox" (La volpe di Hyakuyo) e la
seguente è la prima parte della storia come appare nel ‘Mumonkan’:
“Quando Hyakujo (noto anche come Pai-Chang-Huai Hai) rilasciò una certa
serie di sermoni, c’era un vecchio che seguiva sempre i monaci nella sala
principale e ascoltava i supoi sermoni. Quando i monaci lasciavano la sala,
anche il vecchio uomo la lasciava. Un giorno, tuttavia, egli rimase indietro
e Hyakujo gli chiese: "Chi sei tu, che stai qui davanti a me?" Il vecchio
rispose: "Io non sono un essere umano. Nell’antichità, al tempo di Kashyapa
Buddha, io ero un capo monaco che viveva qui su questa montagna. Un giorno,
uno studente mi chiese, 'Può un uomo Illuminato cadere sotto il giogo della
causa ed effetto, o no?' Io risposi, 'No, non può'. Da allora, sono stato
condannato a subire cinquecento rinascite come volpe. Ora, io ti prego di
darmi la parola magica per liberarmi da questa mia vita come volpe. Perciò,
dimmi, può un uomo Illuminato cadere sotto il giogo della legge di causa ed
effetto, o no?" Hyakujo rispose: "Egli non ignora [l’oscurazione] della
causalità [causa ed effetto]". Appena il vecchio ascoltò queste parole, egli
fu subito Illuminato.
La "causalità" di cui si parla in questo passaggio si riferisce alla
"causalità morale". Il concetto Buddista di Karma riconosce che le buone o
le cattive azioni, parole, pensieri, e così via, danno come risultati buoni
o cattivi effetti. Quindi, l'importanza della domanda posta dal vecchio,
costretto ad essere una "volpe", era se una persona Illuminata è soggetta al
Karma. La risposta di Hyakujo, in effetti, afferma che la persona Illuminata
è soggetta alla causalità morale. Katsuki Sekida offre nel suo commento una
comune interpretazione Zen di questo passo: "Così, ignorare il nesso di
causalità è ciò che produce la nostra malattia. Invece, riconoscere il nesso
di causalità costituisce il rimedio".
Dogen Zenji utilizzò questa storia nel capitolo "Daishugyo" del suo
Shobogenzo, implicando che, ad un certo livello, egli ritiene che la
risposta di Hyakujo fornisce in realtà un "rimedio" per la situazione del
vecchio uomo. Eppure Dogen era raramente disponibile solo a citare
interpretazioni tradizionali Zen di brani; di solito, egli cercava di
stimolare i suoi studenti ad una maggiore comprensione tramite una
reinterpretazione creativa del passaggio. Per tema che il suo discepolo poi
pensasse che questo non riconoscere o ignorare il nesso di causalità fosse,
di fatto, un rilascio da esso in un senso ultimo, Dogen rispondeva che il
passaggio stava ad indicare che "causa ed effetto sono immutabili". In altre
parole, la causalità morale, per Dogen, è un fatto inesorabile
dell'esistenza umana.
Dato per buono questo, Koun Ejo Zenji (1198-1280), erede nel Dharma di Dogen
Zenji, chiede come noi potremmo mai "sfuggire" la causalità morale. La
risposta di Dogen è enigmatica: "Causa ed effetto sorgono
contemporaneamente". Nello Shobogenzo, Zuimonki non chiarisce mai
ulteriormente questo passaggio. Tuttavia, la chiave per comprendere questa
dichiarazione si può ricavare dalla sua discussione sulla causalità nel
capitolo "Shoakumakusa" dello Shobogenzo, in cui egli osserva che "la causa
non è prima e l’effetto non è dopo". Come spiega Hee-Jin Kim, Dogen vide
‘causa ed effetto’ come momenti assolutamente discontinui che, in una data
azione, sorgono simultaneamente dalla "quiddità". ... Quindi, uno non
sceglie e agisce prima, secondo una particolare linea d'azione, che poi dopo
sono i risultati (paradiso, inferno, o altro) realizzati in essa .... L'uomo
vive nel mezzo del nesso di causalità, da cui non può sottrarsi neanche per
un momento, tuttavia, egli può vivere momento per momento in modo tale che
questi momenti siano momenti pieni di libertà e di purezza morale e
spirituale nella ‘quiddità-dell’essere’. (Il commentario di cui sopra su "Ejo-Dogen"
è tratto da: ‘Azione Morale e Illuminazione, secondo Dogen’).
La “Volpe di Hyakuyo”, Una Elaborazione dei Commentari dal Mumonkan:
Sommario: Un maestro Zen era rinato come una volpe perché aveva insegnato
che un Buddha non è soggetto al suo Karma. Hyakujo lo liberò correggendo il
suo pensiero, e dicendo che anche un Buddha è unito con il proprio karma. Il
discepolo Obaku chiese che cosa sarebbe, se i Maestri Zen dessero sempre la
risposta giusta. Quindi, evitò uno schiaffo, dandone lui uno.
Se l'uomo Illuminato è soggetto al Karma, è un’importante questione
filosofica. Se è così, allora a che serve l’illuminazione? Se non è così,
allora la legge della causalità non è universale. Il Buddha ha insegnato che
la filosofia non è la Via (Tao), dal momento che essa conduce
inevitabilmente a tali contraddizioni. La soluzione di Hyakujo è stata
geniale e corretta. Essa dimostrava che un Illuminato può applicare
manipolazioni filosofiche, ma queste non erano Zen. Per risolvere il dilemma
in modo filosofico, egli incoraggiò di affidarsi al metodo della "volpe" che
avrebbe condotto a nuove ulteriori contraddizioni. Quindi, il ribattere di
Obaku fu corretto. Tuttavia, la "volpe" fu poi illuminata. Hyakujo ebbe
fortuna. La "volpe" aveva per cinquecento volte così ben preparato il
terreno, che i difetti del seme non poterono impedire la germinazione. Ciò
che egli dovrebbe aver detto, fu: "L'Illuminato è unito con la legge della
causazione".
Nel fascicolo "Daishugyo", Dogen trova una serie di problemi con la storia
della volpe. A noi non viene raccontato, ad esempio, ciò che poi accadde al
vecchio uomo dopo la sua liberazione dal corpo della volpe. Dogen si domanda
anche qual è la probabilità di un maestro Zen di rinascere come una volpe, e
per una tale risposta criptica poiché i tradizionali ‘koan’ Zen sono pieni
di tali frasi criptiche, Dogen va oltre, dicendo in un punto che egli dubita
della veridicità della storia della volpe, e afferma più avanti che non fu
Pai-chang a raccontare l’intera storia. Il nodo del fascicolo "Daishugyo" è
l'argomento di Dogen contro le fondamentali errate interpretazioni della
storia della volpe:
“Tutti coloro che neppure hanno visto e udito il Buddha-Dharma, dicono che
dopo la fine delle sue rinascite come volpe, il "vecchio maestro" [o quello
che egli era] raggiunse la Suprema Illuminazione (Daigo), e che il corpo di
volpe fu completamente assorbito nell'oceano della natura dell’Illuminazione
originale (hongaku non shogai). Questo senso implica l'errata nozione di
"ritorno ad un sé originale" (honga ni kaeru). Questo non è mai stato un
insegnamento Buddista. Inoltre, se diciamo che la volpe non aveva alcuna
natura originaria (honsho), o che la volpe non era originariamente
Illuminata (hongaku nashi): [anche] questo non è Buddha-Dharma.
Qui vediamo la tradizionale affermazione di Dogen della Natura Originaria e
la Natura di Buddha, ma anche un rifiuto di qualsiasi interpretazione
sostanzialista o trascendentale. Dogen continua a sostenere che non è
l'intenzione della storia dire che "non ricadere nella causa ed effetto" è
"negare causa ed effetto" (hatsumu inga). Dogen qui sta affermando il
tradizionale insegnamento Buddista di causa ed effetto, ma rimette in
discussione la nostra comprensione della Legge di causa ed effetto (Karma) e
la sua relazione con la liberazione.
La posizione dei "Buddisti Critici", come ad esempio Hakamaya e Matsumoto, è
che nel fascicolo "Jinshin Inga" e altri dei dodici fascicoli dello
Shobogenzo, Dogen abbandona la posizione ‘hongaku’ ancora evidente nel
fascicolo "Daishugyo" che, come riassume Heine, è una trasformazione ... da
una visione metafisica che parte inconsapevolmente dall’animismo o
naturalismo e cerca una fonte unica della realtà (dhaatu) al di là della
causalità, fino ad un letterale, rigoroso determinismo karmico che enfatizza
un imperativo morale basato sulla fondamentale condizione che la
retribuzione karmica è attiva in ogni e ciascun momento impermanente.
Ma, per Dogen, il Karma è realmente una tipo di rigido determinismo, tale
che se si verifica la causa "a" allora necessariamente deve verificarsi
l’effetto "b", indipendente-mente da altri fattori che possono entrare in
gioco? Il fascicolo "Daishugyo" sfida la nostra preconcetta nozione di karma
e causa ed effetto (inga), ma gli altri dodici fascicoli dello Shobogenzo
sembrano prendere una posizione più semplicistica. Come ha sottolineato
Heine, Dogen nel suo testo fa riferimento a miracoli e fatti magici per
illustrare il significato del Karma. Però, se noi leggiamo le sue
conclusioni, al di là dell’elemento mitico di questi racconti, troviamo un
chiaro rifiuto di una comprensione deterministica del Karma.
Si consideri, ad esempio, l’"Hotsu bodaishin" di Dogen, nell’edizione da
dodici fascicoli, dove egli enfatizza il "sorgere della ‘mente-Bodhi’(bodaishin),
che comporta il voto di salvare tutti gli altri esseri prima di se stessi" (ji
mitokudo sendota). Se la causalità non è nient’altro che quella proposizione
"se c’è 'a' allora c’è necessariamente 'b'," allora "Hotsu bodaishin"
diventa assurdo, dal momento che nessun altro agente causale diverso dal ‘Sé’,
può avere quindi nulla a che fare con la salvezza. E cio implicherebbe
chiaramente una sorta di personale causalità atomica, in cui il Sé è isolato
da tutte le influenze "esterne" - proprio il tipo di posizione che Dogen è
ansioso di evitare.
Bisogna ricordare che gli atti positivi, inoltre, producono Karma positivo,
ed il Karma positivo inter-agisce con il Karma negativo. Nel "Kuyo shobutsu"
di Dogen, edizione 12 fascicoli, si legge che "Può esservi un gran frutto da
piccole cause, e grande beneficio da piccoli atti". L'implicazione qui è che
il Karma soteriologico è più potente del Karma negativo. Nel "Sanji-go",
edizione 12 fascicoli, leggiamo una storia dall’Abhidharma-mahavibhasa-shastra
(Sez. 69), che racconta di un buon uomo (in questa sua vita) che, al momento
di morire, scopre di dover rinascere in un inferno. Dapprima egli si
risente, perché credeva di esser destinato ad una rinascita celeste. Ma poi
realizza che la rinascita infernale era per il male che egli aveva fatto in
una vita precedente. Questa realizzazione (prajna - saggezza) modificò il
suo Karma, così che egli in realtà rinacque in un regno celeste.
Questi passaggi mostrano che Dogen non ha avuto una visione semplicistica e
deterministica del Karma. Per Dogen, il Karma non è una statica, sostanziale
e lineare serie di cause e di effetti. C'è sempre la possibilità di
cambiamento, soprattutto attraverso la realizzazione della saggezza. Quindi,
Dogen, senza negare la struttura causale della vita e della pratica,
respinge una rigida interpretazione del Karma, in favore di un fluido,
interdipendente, universo karmico che dipende dalle nostre azioni e dalla
comprensione come parte della sua struttura causale. Come ha sostenuto
Kagamishima, Dogen nel "Daishugyo" e nei testi di 12 fascicoli, ha
affrontato il problema della causalità da angolazioni e posizioni diverse.
Io mi sono sforzato di dimostrare che il giovane Dogen tendeva verso la
modalità di espressione dialettica (koan), mentre il successivo Dogen
tendeva più verso una modalità didattica e mitic. Nello Shobogenzo, dobbiamo
guardare al più ampio contesto dei testi combinati, quali il "Kuyo shobutsu",
"Jinshin Inga," e "Sanji-go", e così via, per trovare le posizioni
precedentemente proposte nel "Daishugyo". Per il Dogen dei testi dei
12-fascicoli, il "non ricadere nella [morsa] della causalità" chiaramente fu
inteso come se fosse stato male interpretato da molti maestri e studenti
Cinesi e, soprattutto, da un significativo numero degli stessi discepoli di
Dogen, che ritenevano significasse "trascendere il Karma". Anche se Dogen
non suggerisce mai una tale nozione di trascendenza nel "Daishugyo", egli
apparentemente pensava che l’esplicito rigetto di questa trascendenza per
quel tempo fosse necessario.
|
|