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• Dal punto di vista predicativo, il
Buddha utilizzò paragoni, similitudini e metafore per consentire agli
ascoltatori di comprendere il "Dharma, che è profondo, difficile da
realizzare, difficile da capire, non può essere afferrato con la mera
logica, ed è sottile e comprensibile solo dai saggi". E, senza queste
figurative immagini, l’ascoltatore può avere difficoltà nel comprendere
il significato di questi suoi insegnamenti.
• Dal punto di vista letterario, queste immagini figurative usate dal
Buddha, servivano per rendere familiari i poco noti e poco familiari
Upamana, cioè gli ignoti oggetti astratti. Quindi, gli
Upamana, a volte erano presentati per illuminare ed abbellire
l'oggetto del paragone e, talvolta, vividamente presente davanti a noi
come non-familiare. In breve, possiamo dire che similitudini (e
metafore) rendono più concrete la maggior parte delle cose astratte.
(fonte)
• Quando, secondo una convenzione mondana,
si parla di un ‘sé’, non lo si dice dal punto di vista del
significato supremo e reale. Per questo motivo, anche se i Dharma
sono vuoti e privi di un ‘sé’, non c’è alcun errore nel parlare di un
"io" semplicemente prendendo in considerazione i dettami della
convenzione mondana. (fonte)
Le persone equiparano ciò che il Buddha ha detto e fatto, e chiamano
tutto ciò Buddismo. In realtà, ciò che il Buddha disse e fece, e che
successivamente fu scritto e tradotto nei sutra, fu di riunire insieme
un gruppo di parole che erano già in vigore come fenomeni nascosti agli
altri dal mondo del samsara. In un certo senso, non è
stato davvero molto diverso da quello che ha fatto Albert Einstein
quando scrisse la Teoria della Relatività generale e Relatività
speciale. Einstein non creò un sistema di leggi dominanti, forzando
poi la natura a seguirle, ma invece, 'intuitivamente rappresentò' ciò
che era in vigore come eventi già esistenti, e quindi scrisse le sue
teorie per adattarvisi di conseguenza. Non per offendere le 10.000 cose,
ma per mancanza di un più profondo discorso, al limite, ciò che
l’Illuminazione di Sakyamuni fece è stato di risvegliarlo alla verità
del Vuoto, cioè alla Vacuità. Cioè, al fatto che tutte le cose sono
intrinsecamente vuote... il che va di pari passo con ciò che, per lo
più, è chiamata ‘Originazione-Dipendente’, o ‘Sorgere a causa delle
Condizioni’. Inoltre, tutte le parole che sono semplicemente scritte o
parlate danno espressione ad una sintassi verbale riguardo ai fenomeni
esistenti per coloro che sono interessati ad ottenere una qualche
comprensione dell’Illuminazione, come Esperienza del Risveglio.
Quando si parla di Einstein e del Buddha,
e di ciò che essi fecero, non bisogna confondere le due questioni. Essi
furono piuttosto diversi. Gli sforzi di Einstein sono stati un prodotto
dell'intelletto umano, mentre nel Buddha non fu così. Vero, il conscio
intelletto di tutti i giorni può aver guidato alla spinta iniziale anche
Shakyamuni, ma alla fine le teorie di Einstein furono espresse e
condivise esclusivamente attraverso processi del pensiero e del
linguaggio, linguaggio matematico, ma tuttavia sempre un linguaggio. Se
il Risveglio di Shakyamuni fosse stato nient’altro che una intellettuale
costruzione mentale applicata su una "Legge di Natura", che aspettava
solo di essere scoperta dalla prima persona che gli fosse capitato,
qualsiasi comune persona razionale, utilizzando l’intelletto logico,
potrebbe "imparare" a Risvegliarsi, allo stesso modo di come essa può
"imparare" la teoria della relatività di Einstein. Ma tale non sembra
essere il caso, tuttavia.
Se le nostre menti hanno creato il
dualismo, esse dovrebbero essere in grado anche di distruggerlo, o di
destrutturarlo. Questo non è un deviante trucco intellettuale che
pretende di risolvere il problema logicamente, mentre invece lascia la
nostra angoscia profonda come prima. (fonte)
>Il Maestro di Dharma Ch'ung-yuan chiese,
"Che cos'è il Vuoto? Se mi dici che esiste, allora implichi che esso è
resistente e solido. Se tu dici che è qualcosa che non esiste, allora
perché lo indichi come un aiuto?" Shen-hui rispose, "Uno parla del Vuoto
per il beneficio di coloro che non hanno visto la loro propria natura di
Buddha. Per coloro che hanno visto la loro Buddha-natura il Vuoto non
esiste".
Se vi fosse una cosa simile come un recinto, in cui da una parte si
trovano quelli non-Illuminati e, dall'altra, quelli Illuminati, allora
quelli sul lato non-Illuminato, cercando di attraversare, sarebbero
molto assistiti nel tentativo di assimilare dentro il loro essere, come
una seconda natura, le Quattro Nobili Verità ed il Nobile Ottuplice
Sentiero. Una volta che fossero passati attraverso le Quattro e gli
Otto, non ne avrebbero più bisogno, e neanche di esistere. Lo stesso
vale per tutto. Nel corso dei secoli, le persone hanno inventato diverse
strade per ottenere l’Illuminazione, da quelle tradizionali fino allo
Zen, ma il risultato finale, una volta sperimentato, è lo stesso. Lo Zen
rende più breve il percorso sforzandosi di provocare l’esperienza
illuminante al di fuori delle Scritture, che è una forma di approccio
concreto, non astratto e diretto fino all’osso di Illuminazione. La Via
Zen, che sia veloce, immediata o graduale, si basa sulle intuizioni del
Buddha stesso, prima che diventassero troppo iper-gravate dalle
Scritture. Una persona che cerca l'esperienza Zen deve in qualche modo
arrivare a riconoscere le stesse intuizioni che Siddharta Gautama
sperimentò quando si risvegliò per diventare il Buddha, e che più tardi
a loro volta, dettero origine alle Scritture. Se l’Illuminazione non
esce fuori, allora la cosa migliore è di crearne le basi. Prima della
sua esperienza di Illuminazione sotto l'Albero del Bodhi, il Buddha
provò molte, molte diverse cose nel suo tentativo di 'incrociarla'. E,
dopo il suo Risveglio, egli potè vedere ciò che era di vantaggio e ciò
che non lo era. Che poi è quello che egli ha cercato di mettere in
parole per i suoi seguaci. Ecco come hanno messo radici le Quattro
Nobili Verità ed il Nobile Ottuplice Sentiero. Un antico detto dice: “Noi
siamo il prodotto di ciò che siamo stati; e saremo il prodotto di
ciò che siamo”.
Un testo Pali, chiamato ‘Anguttara’
dice ancor più: "Non può accadere che il frutto di un atto ben fatto
di corpo, parola, e pensiero, dovrebbe avere come risultato qualcosa che
è sgradevole, odioso, o distastroso. Ma che esso potrebbe essere
altrimenti è del tutto possibile".
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Sotto il sole la gente continua a
chiacchierare di tutto e di più, e la maggior parte delle persone non
aggiunge molto a quel nulla. Le persone si chiedono, "Perché io devo
fare qualcosa? Hui-neng, il sesto patriarca, mentre da giovane badava ai
suoi affari vendendo legna per sua madre, ascoltò per caso una strofa
del Sutra del Diamante e fu subito risvegliato. Sri Ramana Maharishi,
che non si interessava mai a niente di formale, si risvegliò tutto da
solo all'Assoluto, quindi perché preoccuparsi di fare qualche cosa?".
Non è certo sbagliato. In realtà, è un
buon motivo, ma racchiuso nei migliori vestiti del samsara.
La risposta più rapida, naturalmente, è che non è necessario. Ma, se al
riguardo una persona ha voglia di fare qualcosa? L'esperienza di
Illuminazione è preordinata o predestinata? O una persona può, di sua
spontanea volontà, perseguire o esercitare un'influenza sul risultato?.
Se una persona passa sulle rotaie mentre arriva un treno e viene uccisa,
poteva la stessa persona scegliere di non attraversare le rotaie mentre
passava il treno e agire sulla scelta di non fare effettivamente così?
E' il destino, il fato, il Karma?
La maggior parte delle scuole di pensiero
Indù e con base religiosa Indiana, specialmente quelle più antiche,
credono e promuovono il concetto di un Karma che opera in linea retta,
con le azioni del passato che influenzano il presente, e le azioni del
presente che influenzano il futuro. Perciò, di conseguenza, lasciano
poco spazio al libero arbitrio. Molte di queste interpretazioni hanno
permeato la cultura ed il pensiero occidentale, così che il Karma ha
finito per essere una sorta di concetto tipo "destino" o "fato".
Tuttavia, il Karma opera più rigidamente secondo la visione Buddista,
così come fu formulato dal Buddha, agendo più o meno come una sorta di
reazione, con il momento presente che è formato sia dalle azioni del
passato che del presente; e le azioni del presente che formano non solo
il futuro ma anche lo stesso presente. Questo costante aprirsi all’input
del presente nel processo di causalità rende possibile il libero
arbitrio. Questa libertà è simboleggiata nell’immagine che i Buddisti
usano per spiegare il processo: l'acqua che scorre. A volte il flusso
del passato è così forte che si può fare poco se non di rimanere fermi,
ma ci sono anche momenti in cui il flusso è abbastanza dolce per essere
deviato in quasi tutte le direzioni. (fonte)
"Il momento presente è formato sia dalle
azioni del passato che del presente; le azioni del presente formano non
solo il futuro ma anche il presente"…
Tenendo conto di ciò, vi è questo assioma:
“Essendo presente ‘questo’, quello sorge; senza di ‘questo’,
quello non accade”.
Che da testi pali e sanscriti è così
elaborato: “(I risultati de)Le azioni non cessano, nemmeno dopo
centinaia e migliaia di anni. Incontrando la giusta combinazione di
condizioni e di tempo, esse danno i loro frutti”.
Vasubandhu, il grande maestro indiano
dell’Abhidharma, ha scritto: “Gli elementi materiali e mentali si
succedono ininterrottamente gli uni agli altri, in una serie, una
processione, che ha l’azione come causa originaria”
Egli continua, e questa è la conclusione:
“I successivi momenti di questa processione sono diversi; pertanto vi è
una evoluzione o trasformazione di queste serie”.
I momenti successivi sono
differenti, così che essi non sono gli stessi. Se fossero gli
stessi non sarebbero diversi. A livello sottile, le differenze sono
praticamente impercettibili. A livello grossolano, le differenze si
manifestano più facilmente. Prendete queste differenze e mettetele nel
loro campo operativo delle condizioni e l'evoluzione o trasformazione si
compongono da sole. Condizioni? Noi ora abbiamo le condizioni! Che
diavolo sono le condizioni? Qui, la parola condizioni è un
termine usato nel nostro contesto per tradurre dal sutra la parola
sanscrita Pratyaya che letteralmente significa: "le
pre-esistenti condizioni che consentono alle cause primarie di
funzionare". Il che fondamentalmente significa che se le condizioni
sono assenti, allora le cause sono impedite. Le condizioni sono il
set, l’ambiente o il campo d’azione in cui gli atti o gli impulsi si
svolgono. Esse inoltre possono essere rafforzate o diminuite da altre
condizioni, o sostituite da altre condizioni, per accelerare o ritardare
i risultati nel flusso di eventi. Il che significa che le condizioni
possono, ma non necessariamente, essere fatte modificare. Esse sorgono
prevalentemente su più vasta scala da cause originate in un lontano
passato. Quando le condizioni si manifestano, per la maggior parte esse
sono non definite, cioè, ‘indefinite’ o spente, nel senso che non
possono creare o dare altre figurative risposte. Tuttavia, anche se sono
trascorse, esse sono ancora estremamente potenti nell’imporre se stesse
all'immediate circostanze in cui operano. Vale a dire: “Qualsiasi
spostamento nel modo in cui le condizioni si muovono, in su o giù, o
attraverso il flusso relativo alla causa impatterà il risultato
derivante da tale causa”.
Come lo si può sapere? Basta tornare sopra
all’analogia di Einstein, in cui egli proprio 'intuitivamente lo capì'.
Nel corso di migliaia e migliaia di anni, persone attente hanno visto
sorgere sempre di più la stessa cosa ed hanno posto le parole-basi sui
fenomeni osservati. Si veda inoltre David Hume, che similmente disse che
la conoscenza non è ottenuta dal ragionamento a priori, ma deriva
interamente dall’esperienza, quando scopriamo che qualsiasi particolare
oggetto (o fenomeno) è costantemente congiunto l’uno con l'altro.
Ancora, per illustrare: Due persone sono
maestri giocolieri. Essi sono entrambi in grado di manipolare otto o
dieci palle alla volta. Con molta pratica e perfetto tempismo ognuno dei
giocatori è capace di lanciare la palla, a metà del gioco, dal mucchio
di palle agli altri giocolieri senza sbagliare un colpo, passando le
palle una alla volta all'altra persona, pur essendo a metà partita. Essi
l’hanno sempre fatto per più di un'ora senza mai perdere. Stanno
giocando da quindici minuti, quando si spengono le luci e vengono
immersi dalla totale oscurità. L'unica cosa che si sa è che uno dei
giocatori sbaglia un lancio. Ora egli è sotto di una palla e il
contatore comincia a confondersi perché invece di dieci palle egli ora
ne ha nove, mentre il suo avversario ne ha ancora dieci. Inoltre, il
rumore della palle che cadono è inquietante e disturba la sua
concentrazione. L'unica cosa che si può capire è che le palle sono tutte
sul pavimento. All'inizio tutto era uguale tra i due giocatori, l'unica
cosa che è cambiata sono le condizioni, cioè, le luci si sono spente,
facendo sì che la loro partita fosse diversa da tutte le altre volte che
essi avevano effettuato l'identico atto.
Affinchè essa potesse funzionare, però,
avrebbero dovuto esservi "momenti" e "momenti successivi". Vasubandhu,
citato prima, scrive di una successione di momenti, usando il plurale di
‘momento’, e suggerendo che i momenti sono costituiti da più di uno, con
‘momento’ che, in questo caso, sembra essere intercambiabile con ciò che
normalmente è chiamato "il presente" o "adesso". Ma che cos’è il
presente? Tutti dicono sempre "ora" quando devono dirlo ancora, perché
il prima ‘ora’ è già sparito, ad infinitum. Beh, non si può
trattenere l’acqua che scorre, ma se si devono usare le parole, il
qui-ed-ora (il presente) è forse meglio descritto come ciò che
sta eseguendo la sua funzione dopo la dissoluzione del
precedente divenire, ma prima del sorgere del prossimo divenire,
ed anche questo all'infinito. Buddhaghosa nel Visuddhimagga
scrive di continuità del presente ed il Samyutta dice che
esso è di due tipi: materiale e immateriale. La continuità materiale
"dura finché l’acqua tocca la linea fangosa della riva quando uno smuove
l’acqua per renderla chiara". Invece, la continuità immateriale
"consiste di due o tre cicli di impulsioni".
Tuttavia, Nagarjuna, prendendo spunto
dall’Abhidharma, implica che se il tempo è composto di parti separate,
come passato, presente (cioè, ‘ora’), e futuro, il tempo perderebbe la
sua coerenza. Se il presente ed il futuro sono considerati prodotti del
passato, sia il presente che il futuro sarebbero indissolubilmente
avviluppati nel passato, quindi non sarebbero in grado di essere entità
separate. Se, d'altro canto, il presente e il futuro sono separate
rappresentazioni del passato, ciò li renderebbe disconnessi, quindi non
causati da, e senza riferimento al passato. Nagarjuna implica perciò che
il presente e il futuro non esistono, e non vi è alcun effettivo
afferrabile "momento statico" del tempo, mentre allo stesso tempo egli
non nega la "in-mediata esperienza del cambiamento". Anche se le fasi
del tempo hanno ‘un prima ed un dopo’, ognuno di essi, egli ammette, ha
una sua propria integrità. Ecco perché io arrivo a dire che è la sua
propria integrità, che si focalizza sulle più piccole persone a
divenire verbalmente conosciuta tra gli uomini come "momenti" o "momenti
successivi". Dogen scrive nello Shobogenzo: “La vita è una fase
del tempo, e la morte è un’altra fase del tempo, come, ad
esempio, la primavera e l’inverno. Noi non supponiamo che l'inverno
diventi primavera, né diciamo che la primavera diventa estate”.
Nel flusso delle cose non vi è alcun
specifico concreto ‘istante’ in cui l’inverno improvvisamente non è più,
e Bum, di colpo esiste la primavera. Anche se c’è un vero e proprio
solo momento nel tempo, esso non è una cosa realmente esistente,
perché non può esistere indipendentemente dagli altri momenti di tempo,
che anche non ci sono; di conseguenza non può esservi, se non immobile,
una in-mediata esperienza del cambiamento. E’ questa esperienza
che artificialmente inventata e delimitata da concetti umani si
trasforma in sempre più piccoli incrementi che, quando sufficientemente
piccoli diventano praticamente inesistenti e per questo sono chiamati
"momenti" e, quando riuniti insieme, "momenti successivi".
E’ comunemente sostenuto che ciò che c’era
nel passato sia scomparso, ciò che attualmente c’è, è transitorio, e ciò
che verrà non si è ancora verificato. Di conseguenza, dopo aver
accettato la Visione dell’Originazione Dipendente che tutti i dharma
sono tra loro mutualmente dipendenti come cause e condizioni, per la
loro coesistenza uno considera ancora il Dharmadhatu come
un flusso di dharma (fenomeni). I dharma del passato sono
svaniti nel nulla, i dharma del presente non sono altro che
apparenze transitorie, e i dharma del futuro non sono arrivati e
sono quindi imprevedibili. Questa visione del Dharmadhatu è
limitata dalla nozione del tempo e, come tale, essa si discosta dal
corretto significato del Dharmadhatu Buddista. Il vero Dharmadhatu non è
né limitato dallo spazio né dal tempo. Secondo la visione corretta del
Dharmadhatu, tutti i dharma passati, tutti i dharma presenti e tutti i
dharma futuri stanno tutti insieme nel Dharmadhatu. Normalmente, la
gente può sperimentare attualmente soltanto una ‘minuta’ parte di tutti
i dharma (che diventano "momenti", come descritto sopra) e, perciò, le
persone sostengono che i dharma passati sono scomparsi e quelli futuri
sono imprevedibili. “Se uno pratica secondo la dottrina Buddista e,
quindi, esce fuori dalla schiavitù di una visione ‘fissa’ di una
struttura spazio-temporale, allora è possibile sperimentare o
testimoniare i dharma passati, così come i dharma futuri.” (Fonte)
LA PAROLA "RETTO". Che cosa
significa?
Prima di andare avanti c’è un'altra cosa.
Ancora, abbiamo a che fare con le parole e il loro significato. La
quarta delle Quattro Nobili Verità si riferisce agli otto precetti
prescritti dal Buddha: ‘Retta Visione, Retta Intenzione, Retta
Parola, Retta Azione, Retto Comportamento, Retto Sforzo, Retta
Consa-pevolezza, Retta Concentrazione’. La prima cosa che salta agli
occhi è che vi è una serie di Retti e Rette, provenienti
in particolar modo da un esempio universale di non-dualismo. Ma,
bisogna ricordare che il Buddha dal suo stato Illuminato sta traducendo
in parole ciò che egli vorrebbe far sperimentare ai suoi simili
non-illuminati, così deve usare parole che egli spera che essi possano
capire. Il problema è che i non-illuminati entrano subito in discussione
con le parole dicendo che non appena una parola è usata, ad esempio
"Retto", allora subito sorge il feroce dualismo, perché "Retto" ha come
opposto "Errato". Il Buddha sa che non è altro che esperienza, quindi
non ha un problema con ciò, perché conosce il significato che dal suo
stato Illuminato egli intende con la parola "Retto". Il problema sta
nell’esperienza vissuta dai non-illuminati. Il problema è che noi
traduciamo "Retto" dal termine Sanscrito "samma", che non
dovrebbe essere tradotto in "Retto", così realisticamente non ci sarebbe
il suo opposto "Errato". Quindi, in questo caso ‘Retta Visione’
non è dualisticamente opposta a Visione Errata di per sé, e ‘Retta
Intenzione’ non è di per sé contraria a Intenzione Errata,
ecc, ecc. Comunque, poco importa, perché in realtà questi sono non più
che astratti concetti provenienti dallo stesso fenomeno, messi
tra parentesi in una determinata sezione di tale fenomeno, e poi
rivestiti con le parole “Retta Visione, Errata Visione, Retta
Intenzione, Errata Intenzione”.
Se il termine “Retto” non si traducesse in
‘Retto’ con ‘Errato’ come suo dualistico opposto e contrario, allora è
proprio ciò che si intende quando la parola “Retto” è usata dal
Buddha, come egli la utilizza nel Nobile Ottuplice Sentiero? Per
rispondere a questo, dobbiamo di nuovo andare ad un'illustrazione:
”Indietro nel tempo, quando un dollaro era un dollaro, un agricoltore
prese in prestito 200,00 $ per poter coltivare la sua terra. Con il
denaro che aveva, ne utilizzò metà per acquistare sementi e metà per
vivere un anno, sapendo che poi avrebbe potuto portare il suo raccolto
al mercato e venderlo per 400,00 $, raddoppiando così il suo denaro. Con
la somma doppia di denaro avrebbe rimborsato il prestito e gli restavano
ancora 200,00 $ per reimpiantare una nuova coltura così da ottenere
tutto il guadagno l’anno successivo, senza la necessità di prendere in
prestito altro denaro. Egli sapeva anche che se non rimborsava il suo
prestito avrebbe perso la sua fattoria. Il raccolto arrivò come
previsto. Egli divise il grano in dieci sacchi, che riteneva avessero il
valore di circa 40,00 $ ciascuno, caricò quindi i dieci sacchi sul suo
carro, vi legò il suo cavallo da tiro e si diresse verso il mercato del
grano nella grande città.
Lungo la strada, una delle ruote colpì una
grande pietra. L'agricoltore scese dal carro e controllò la ruota. Egli
notò che l'asse era un po’ piegata, e per risolvere il problema avrebbe
dovuto scaricare l'intero carro perché il peso del grano era troppo
pesante per poterlo sollevare. Egli notò che la ruota da un lato era
inclinata verso l'alto e dall’altro lato era inclinata verso il basso.
Egli tuttavia era sicuro che la ruota non sarebbe uscita e così continuò
il suo viaggio. Ciò che egli non notò era che ad ogni giro la ruota si
inclinava verso l’alto e andava a sfregare sul bordo due dei sacchi di
stoffa colmi di grano. Dopo un po’ la ruota fece un buco nei due sacchi
e senza che l’agricoltore se ne accorgesse, il grano cominciò a cadere.
Nel tempo che gli occorse per raggiungere il mercato, le due sacche
furono completamente svuotate.
Ora l'agricoltore aveva solo otto sacchi,
ciascun sacco del valore di 40,00 $, per un totale di 320,00 $. Inutile
dire che ne restò un po’ sconvolto. Poi, egli fece ritorno a casa con il
carro vuoto senza altri incidenti. Egli pagò il debito che aveva ed a
lui restarono 120,00 $. Per andar avanti come egli aveva sperato sapeva
di aver bisogno di 200,00$, 100,00$ per il grano, 100,00$ per vivere
durante l'anno. Essere sotto di 80,00$ significava un sacco di problemi.
Avere solo 60,00$ per acquistare le sementi e provare a vivere con
60,00$; oppure acquistare l'intero importo del grano e farsi prestare
ancora un po’ di denaro; Cosa doveva fare? Potete vedere tutte le varie
possibilità. Ma il punto principale è che, anche se la ruota non
funzionava a dovere poteva essere considerata "corretta", perché una
ruota che è vera, è il modo in cui si suppone che sia. Ma, dopo che
l'asse si fu piegata, il semplice fatto che la ruota finì per sfregare i
sacchi del grano finchè essi non persero il carico, non la rendono
esattamente "errata". L'agricoltore potrebbe non aver voluto, è vero, a
lungo termine impattare la sua situazione in modo negativo, ma altri
fattori sono entrati in gioco. E cosa dire riguardo la pietra? Quale
ruolo giocò essa? Come era finita sulla strada proprio là dove la ruota
vi passò sopra? E per quanto riguarda la guida dell’agricoltore, perché
egli non si accorse subito della cosa? Perché egli non decise di
scaricare il carro e fissare bene l'asse? E perché durante il viaggio
egli non fu attento, dato che sapeva che la ruota traballava? Potremmo
andare ancora avanti, ma ciò che si otterrebbe è che, affinché una ruota
faccia il suo dovere, se non è a posto, non è probabilmente il modo
migliore per andare. Così, adesso, se avete seguito con attenzione il
mio discorso fino a qui, dovreste esser giunti ad una discreta
conoscenza dell'uso della parola “Retto”, come intesa dal Buddha. Armati
con questa comprensione, ora dovremmo essere in grado di
proseguire...
Quando avevo più o meno sedici anni, e per
la prima volta mi ero interessato alle cose Zen, invidiai subito il mio
mentore per il suo stesso stile di vita, che viveva con un fondo
fiduciario, ed io gli chiesi come avrei potuto fare lo stesso. Egli mi
disse fedelmente di mettere 100,00$ al mese in un conto di risparmio
ogni mese e di non toccarli. Così un giorno si sarebbe accumulata una
somma piuttosto rilevante, con la quale io avrei potuto vivere grazie
agli interessi. Egli stava tracciando un'analogia tra questo e quello di
cui abbiamo discusso sopra, in cui se uno ad un certo momento è in grado
di produrre impulsi, essi a loro volta, uniti alla giusta
combinazione di condizioni daranno i loro frutti. Detto questo, la
retta azione, retta parola, e retto pensiero [retto,
usato nel modo in cui l’abbiamo suggerito prima], qui ed ora, può
impattare positivamente il nostro futuro, proprio come potrebbe farlo il
risparmiare fedelmente 100,00$ al mese.
L’Illuminato saggio Luangpor Teean ha sempre detto che il
passato è andato, ed è incapace di essere cambiato o rettificato, mentre
il futuro non è ancora arrivato: qualsiasi cosa facciamo, ciò dev’essere
fatto nel presente. Se agiremo bene ora, l’oggi costituirà un
buon passato per il domani. E il domani, quando arriverà, si rivelerà
essere un buon futuro, per questo giorno in cui abbiamo già fatto il
bene. E’ inutile preoccuparsi delle cose che sono passate e non possono
essere corrette, così come è inutile preoccuparsi delle cose che non
sono ancora accadute: preoccuparsi per le cose che non possono eliminare
la sofferenza, nel solo luogo in cui si trovano, nel presente.
Ciò che è importante prendere in
considerazione, ovviamente, è di aver messo in moto una corretta serie
di princìpi nel passato, così i frutti generati da tali sforzi
potrebbero incidere sul nostro presente. Per ottenere che questo
presente sia una vera esperienza positiva, il suggerimento del mio
mentore, estratto dai sutra, dice pressappoco così:
1.) Per prima cosa, generate solo pensieri
con la “Retta” attenzione.
2.) Sostenete i “Retti” pensieri che sono
già sorti.
3.) Là dove i pensieri nascono, non
generate pensieri che portano una scorta negativa.
4.) Eliminate e disperdete eventuali
pensieri negativi che siano già sorti.
Poi, dovrebbero seguire “Retta Azione” e
“Retta Parola”, che a loro volta dovrebbero facilmente unirsi ai
precetti del Nobile Ottuplice Sentiero ed ai loro risultati. Semplici,
semplicissime cose.
Le persone vengono a chiedermi come si fa
a sapere se i suddetti consigli siano veri… Alla fine, come ci si può
affidare ad una qualche cosa e credere che essa sia vera, dato che il
concetto del termine ‘vero’ si presenta proprio come il termine
‘retto’, con tutte le sue relative e dualistiche ramificazioni?
Consentitemi, allora, di mostrare un altro esempio prima di procedere:
Benchè non si trovino come prede o
cacciatrici nello stesso ambiente, sia le zebre che le tigri nel loro
corpo hanno le strisce. A quanto pare, la zebra è rigata così che mentre
sta correndo in una mandria per scappare mentre viene inseguita, la
confusione delle strisce da un animale all’altro, nel confuso
sovrapporsi, impediscono al cacciatore di puntare un singolo animale. Le
righe della tigre, d'altro lato, servono proprio per far sì che essa
stessa non sia ben visibile dalle prede, così da poter arrivare da
presso e colpire mortalmente. In ogni caso, sia la tigre predatrice che
la zebra preda stanno cercando di far credere che essi non ci sono.
Qui sta il trucco. Far presumere di
non esserci. Se la tigre c’è, ma si presume che non ci sia, deve
essere lì per far presumere che non ci sia. In altre parole, non è che
non ci sia, però la sua preda può essere ingannata dal credere che non
ci sia. Se la tigre c’è, allora in entrambi i casi essa è lì, cioè, la
tigre c’è perché è lì, ed è proprio lì, anche se attraverso l'inganno e
il camuffamento sta tentando di far credere alla sua preda che essa non
c’è. E’ implicito che il non esserci quando invece si è lì, è questo
l'inganno, ciò che non è vero. Il vero fatto è che la tigre c’è,
malgrado ciò che la preda della tigre pensa o non pensa, questa è la
verità. Se la tigre fosse un umano e utilizzasse il camuffamento e
l'inganno come artificio, questo significherebbe mentire.
I ‘dualisti’ e i relativisti sostengono
che non vi è alcuna verità, reale o di altro tipo, e in special
modo una verità assoluta. Per la maggior parte di essi, sostenere
a parole una parola basata su argomenti è come entrare in un campo di
battaglia... fondamentalmente disarmati, o al più, armati solo di armi
datevi dal vostro avversario. Ma, se si ritorna alla mia illustrazione e
non ci si mette a combattere su verità già esistenti o non esistenti e
si vede, ad esempio, che se la tigre è lì e che questa è la
realtà, a sua volta presa per verità, e si accetta che nell’inganno
propinato verso la preda essa è davvero lì, allora perpetrare il fatto
che essa non ci sia, in realtà, ciò sarebbe non vero.
Le persone hanno un problema anche con il
significato della causa originante e i successivi momenti che sono
differenti.
'La causa scatenante o originante' non ha
lo stesso significato di ‘causato da’ o ‘essere causato da’. Ad esempio,
una dichiarazione assiomatica generalmente accettata è stata resa più o
meno così "Da una piccola ghianda cresce una possente quercia"... il che
suggerisce che per ogni albero di quercia che esiste, vi era già una
ghianda che esisteva prima. Ma da dove provengono le ghiande? Per la
maggior parte, esse cadono direttamente dai rami della quercia, che per
inferenza indica che prima che vi fosse qualunque ghianda, doveva
esservi una quercia. Ma come può essere? Prima del primo albero di
quercia cosa c’era prima?
Ciò che infine forma una quercia comprende
non solo la sola ghianda, ma richiede un corretto suolo, umidità,
nutrienti, tempo, temperatura, posizione, ecc. Tutte cose che sono
chiamate determinanti. Un determinante non significa
necessariamente un ordine sequenziale di cose, cioè, per primo una cosa
prima di altre. Ad esempio, la quercia e la ghianda, prima di essere la
quercia e la ghianda, sono o stanno per essere, le varie determinanti,
del suolo, umidità, nutrienti, ecc.; devono essere tutte in loco
ed esistere tutte nel medesimo tempo, non prima una e poi l'altra in
sequenza. La causa originante è come una ghianda da cui spunta
una quercia. Ma, senza i vari determinanti in funzione ognuno di noi non
potrebbe neanche respirare.
Ora, troviamo che i 'momenti successivi
sono diversi'. Anche questo, è abbastanza semplice. Al livello
grossolano, ad esempio, diciamo che voi che state leggendo, siete seduti
davanti ad un computer e da diverse ore non avete lasciato la stanza né
vi siete mossi dalla poltrona, così ora state leggendo questo articolo.
Voi non avete lasciato la stanza, però se ci pensate, vi sono centinaia,
forse migliaia di chilometri di distanza dal luogo esatto in cui eravate
la prima volta che vi siete seduti. Come mai? In breve, la terra ruota e
gira mentre orbita attorno al sole. Il sole si muove nella sua
direzione, pur venendo spostato lungo la rotazione della galassia, e la
galassia muovendosi nel suo stesso percorso si sposta nel movimento di
inflazione/espansione dell'universo, ecc.. Al livello sottile, ciascuna
delle miliardi di nubi di elettroni aggregate insieme per formare
l’entità mentale/materiale, che rappresenta ciò di cui siamo composti,
in ciascuno dei loro nuclei successivi, nessuna di esse essendo bloccata
nella sua propria orbita e sempre ritornando allo stesso posto, perché
anche loro, come tutti noi e la vasta estensione del cosmo, sono spinti
in lungo ed in largo e spostati da dove erano. Niente e nulla, ovunque e
in qualsiasi momento, potrà mai essere lo stesso, dal più minuto
e attraente ‘quark’ , che è nel posto giusto una volta e
solo una volta, a due fiocchi di neve che non sono mai del tutto simili.
Livello sottile, livello grossolano? Come potrebbe essere così? Vedere
uno dei miei articoli preferiti che ha come soggetto "Shunyata".
Nella tradizione Zen, Pai-chang
Huai-hai (724-814) fu un grande maestro Zen, noto soprattutto per la
storia della ‘Volpe di Hyakujo' e per la seguente storia "Nessuna
Anatra":
>Prima della sua esperienza di Risveglio, Pai-Chang fu uno studente
dell’altrettanto grande maestro Zen Ma-Tsu Ta-chi (709-788). Un
giorno, mentre Pai-chang era ancora suo discepolo, i due stavano
camminando fuori insieme e videro nel cielo una formazione di anatre
selvatiche. Ma-Tsu chiese, "Che cos'è questo?". Pai-chang disse, "Anatre
selvatiche". Ma-Tsu chiese ancora, "Dove se ne sono andate?" Pai-chang
rispose, "Sono volate via". Allora Ma-Tsu storse il naso a Pai-chang,
per cui Pai-chang gridò di dolore. Ma-Tsu disse, "Quando mai sono volate
via, esse sono state qui fin dall'inizio".
“Quando mai sono volate via, sono state
qui fin dall'inizio!”
Questo tipo di discorso Zen tra maestro e discepolo suona abbastanza
semplice e diretto, salvo il fatto che ‘fin dall'inizio, nessuna cosa
esiste’, che, al riguardo, è uguale a ‘sono sempre state qui, fin
dall’inizio’. Ma-Tsu stava mettendo alla prova la consapevolezza del
suo discepolo. Quando egli chiede 'che cos’è?', Pai-chang risponde
'anatre selvatiche'. Per sostenere il suo livello di comprensione che
‘tutto è Uno’, e cioè che la sua risposta 'anatre selvatiche' stava
nell’Assoluto, che la sua risposta racchiudeva TUTTO ciò che ha a che
fare con le anatre: 'le nuvole sulle montagne e la luna sul mare',
ecc, ecc. Invece Pai-chang rispondendo, 'sono volate via' mostra a
Ma-Tsu che Pai-chang per ben due volte non comprese. Per Pai-chang, il ‘che’
in 'che cos’è questo?' era solo le anatre selvatiche
lassù, montagne laggiù, cielo lassù, e lui qui. Quindi, esse, le
anatre, potevano volare via. Per Ma-Tsu, tutto è Uno, e
come potrebbe qualcosa o qualcuno volare via (o le nubi di elettroni
orbitare, o essere spostate nell’inflazione/espansione dell'universo)?.
Niente qui, nulla là, nessun Ma-tsu, nessuna anatra…
Le anatre selvatiche possono essere Un
tutt’uno con l'universo, ma però esse sono quello che sono,
indipendentemente dal modo in cui possono, o non possono, essere
separate o di come sono, o non sono, chiamate. Anche se tutto è Uno,
una data anatra è unica nell'universo perché in quel momento essa è,
essa non è nient’altro, non è altro. Come disse Shen-hui:
"Si parla del Vuoto (Vacuità) per il
beneficio di coloro che non hanno visto la propria natura-Buddha. Per
coloro che hanno visto la loro natura-di-Buddha il Vuoto non esiste".
Quindi, unito tutto, come funziona tutto ciò e che cosa significa per
voi, se non nulla? Ancora un altro esempio:
>In un certo giorno di un certo periodo,
voi andate a Las Vegas e scegliete una certa macchinetta di video-poker
tra tutte le macchine in tutte le case da gioco in tutta Las Vegas. Poi
cambiate venti dollari in monetine e iniziate a mettere le monete nella
macchina. In breve tempo, le monete sono tutte finite, non avete vinto
niente, vi alzate e ve ne andate. Che cos’è successo? Del denaro che voi
avevate, ora avete venti dollari in meno, venti dollari che non potrete
spendere in qualche altra parte con tutte le relative conseguenze.
Conseguenze come elementi che eventualmente avrebbero potuto essere
acquistati e usati o tolti dalla circolazione, per cui anche gli altri
non possono utilizzare. Inoltre non solo avete tolto dalla circolazione
venti dollari, ma venti dollari in monete e messi in un video-poker ed
in più, usando la macchinetta in un certo momento e in un dato luogo,
impedendo ad altri di usare la stessa macchina nello stesso tempo,
spedendoli verso qualche altra macchina, oppure no, spingendoli verso il
proprio o altri flussi di corrente. Ora, in quanto denaro, queste monete
hanno comunque avuto impatti inerenti di flusso, ma ora stando in una
macchina di video-poker esse sono in attesa di impatto con la prossima
persona, o la successiva…. Ma, diciamo che invece di perdere le tue
monete, tu prendi una Scala Reale e vinci quattromila monete per un
totale di mille dollari. Ora, avendo un migliaio di dollari in più,
potrete distribuirle e spenderle nella vostra attività quotidiana,
incidendo su quelli che entrano in contatto con il denaro grazie a voi,
proprio come lo siete stati voi avendo un migliaio di dollari da dover
spendere che prima non avevate, ecc, ecc. Perdipiù, con la vostra
vincita, avete negato l'ulteriore uso di quel danaro a chiunque altro
poteva avere accesso alla macchina e come ognuno poteva impattare con
quei soldi, così tutti gli altri.
Così, che cosa voglio dire? Voglio solo
sottolineare che tutto è interdipendente. Non importa ciò che si fa o
non si fa, nel fare o non fare tutto è interrelato, perché tutto
è interdipendente. E questa è la risposta al perché tu sei.
Se, in questo momento, tu non ci fossi e non fossi collegato, o
non fossi mai stato collegato a tutti i costituenti o aggregati
che ti compongono, allora quegli stessi aggregati o costituenti non
potrebbero mai essere esistiti, o se lo fossero, sarebbero suddivisi e
utilizzati da qualche altra parte, andando tutti a schizzare dal luogo
in cui sono in qualche altro luogo, poi in un qualche altro luogo e
qualche altro posto... perché, se tu non esistessi, cioè, se non fossi
mai esistito, allora tutto e ogni parte che mai sia venuta ad essere in
te, tu non avresti mai scoperto il modo in cui sei, o che tu eri ciò che
è, o correlato con cio che tu sei, o che hai fatto o che farai. Il
semplice fatto che tu sei collegato a dei costituenti o aggregati, che
tu sei collegato, è il motivo per cui l'universo è il Modo. Vedi
come sei importante? Se non fosse per te, niente altro sarebbe lo
stesso. In altre parole:
“Essendo presente questo, quello sorge; senza questo, quello non si
verifica”.
Fundamentally, our experience as experienced is not different from the
Zen master's. Where
we differ is that we place a fog, a particular kind of conceptual
overlay onto that experience
and then make an emotional investment in that overlay, taking it to be
"real" in and of itself.
(“Fondamentalmente, il modo in cui
sperimentiamo la nostra esperienza non è diverso dal maestro Zen. Dove
siamo diversi è che noi abbiamo una sorta di nebbia, un particolare tipo
di sovrapposizione concettuale su quella esperienza, e poi facciamo un
impiego emotivo di quella visione concettuale, pendendola come ‘reale’
in e per se stessa”)
(Trad. di Aliberth. Finito di tradurre,
luglio 2008, per conto del Centro Nirvana – senza scopo di lucro) |
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