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Nascita del fenomeno
Il Buddismo si è sviluppato
come dottrina universale della salvezza e del riscatto dal dolore. Esso
è una delle grandi religioni del mondo, basata sugli insegnamenti del
principe indiano Siddharta Gautama, comunemente conosciuto come "Il
Buddha", il quale visse nel VI sec a.C.. "Buddha" significa colui il
quale è Supremamente Illuminato -o colui il quale è Completamente Desto-
e ha ottenuto la Consapevolezza Assoluta della Verità Permanente,
la Verità Suprema. Gli insegnamenti di Buddha furono trasmessi
solo oralmente da monaci di diverse regioni.
Il Buddismo nasce come
"eresia" del Bramanesimo (culto degli dèi menzionati nei Veda). Il
Buddha accettava l'esistenza degli dèi Vedici ma negava la loro
superiorità sull'uomo, contestava l'autorità dei Veda, criticava i
brahmini e il sistema delle caste. I bramini da parte loro condannavano
il Buddha come il peggior tipo di eretico. Dato che ambedue le religioni
esistettero fianco a fianco per molti secoli ed essendo tutte e due
molto tolleranti, ebbe quindi luogo una certa influenza reciproca: molti
aspetti del Buddismo furono assorbiti dal bramanesimo ed anche i
buddisti adottarono rituali e divinità Indù.
Chi era Siddharta?
Siddartha era figlio del
governatore di uno dei piccoli e bellicosi regni dell'India del nord.
Egli trascorre la prima parte della sua esistenza nel lusso e nella
mondanità. A 16 anni il padre lo fa sposare e dopo 13 anni ha un figlio,
ma proprio all'età di 29 anni decide di abbandonare tutto e tutti.
Non avendo mai conosciuto
alcun aspetto veramente negativo della vita, in quanto non era mai
uscito dai confini del proprio palazzo, rimase un giorno letteralmente
sconvolto al vedere, in un villaggio, un vecchio decrepito, un malato
grave e un corteo funebre. Improvvisamente capì che esistevano anche le
malattie, la vecchiaia e la morte come destino universale degli esseri
umani. Il giovane principe, profondamente turbato dallo spettacolo della
sofferenza, rinunciò ai fasti della reggia paterna e percorse la via che
lo portò al di là di ogni sofferenza e all'acquisizione di ogni virtù.
Incontrò un povero asceta che aveva rifiutato volontariamente ogni
ricchezza e piacere della vita e che errava felice per la campagna:
decise così di seguire il suo esempio. Desideroso di conoscere il
cammino che conduce al termine dello stato temporale (lo stato in cui
nulla permane) e che assicura il benessere permanente, Egli rinunciò
alla vita mondana, divenne un vagabondo ascetico e si mise alla ricerca
della Realtà Suprema. Divenne un Bodhisattva (chi è destinato a divenire
un Buddha, cioè l'asceta che, per illuminare il prossimo, rinuncia a
raggiungere il Nirvana), un individuo immerso profondamente in un
periodo di intenso sviluppo e adoperamento al fine di realizzare la
Conoscenza Perfetta e la Suprema Illuminazione Totale necessarie ad un
Buddha.
Il Buddha visse per sette anni nella
foresta, sottoponendosi - sotto la guida di vari maestri - a sofferenze,
digiuni, e privazioni d'ogni genere, al fine di conseguire la pace
interiore e la conoscenza della Verità. Ma non rimase soddisfatto di
questa vita. Abbandonò ogni maestro e decise di ricercare da solo la via
della Liberazione (mukti). A 35 anni, giunto alla soglia della morte per
esaurimento, una notte -secondo la tradizione-, mentre era seduto ai
piedi di un albero, sprofondò nei suoi pensieri pervenendo
all'"Illuminazione" (Buddha significa "illuminato" o "risvegliato").
Essa consisteva nel rifiutare sia una vita di piaceri, perché troppo
effimera, che una vita di sofferenza volontaria, perché fonte di
orgoglio. Egli raggiunse la mèta che si era prefisso ed ottenne la
realizzazione della Conoscenza Perfetta. Egli trovò il cammino che
conduce alla cessazione di tutte le cose temporali e di tutte le
angustie: il Nirvana (estinzione di ogni desiderio e passione, di ogni
legame con la realtà corporea, forma di beatitudine, di quiete totale,
raggiunta solo attraverso stadi successivi fino all'ultimo, che
garantisce l'immunità da altre rinascite).
Nirvana è il più comune dei vari nomi che il Buddha diede all'obiettivo
della sua religione. Alcuni degli altri sono l'Eccellente, la Purezza,
l'Isola, la Libertà e il Culmine. La parola Nirvana viene dalla radice
del verbo "estinguere" e si riferisce all'estinzione dei fuochi del
desiderio, odio e illusione. Quando queste oscurazioni sono stati
distrutte dalla Saggezza, la mente diventa libera, radiante e gioiosa e
alla morte non si è più soggetti alla rinascita.
Grazie all'esperienza della
meditazione, il Buddha penetrò l'essenza della mente, ne realizzò la
natura profonda, raggiungendo il risveglio o l'illuminazione. Avendo
scoperto la realtà di ciò che siamo, prese a insegnare il Dharma (in
Sanscrito, o Dhamma, in Pali), il quale ha diversi significati, come
insegnamento, natura, Verità, e comunemente indica gli insegnamenti e la
dottrina del Buddha, che spiegano e descrivono la natura delle cose, il
modo in cui le cose sono, il modo in cui le cose agiscono, nonché la Via
di Mezzo (ossia le pratiche per ottenere l'illuminazione evitando gli
estremi della autoindulgenza sensoriale da una parte e
l'automortificazione dall'altra), proponendo una via per accedere alla
stessa esperienza che egli aveva realizzato. Coloro che seguono i suoi
insegnamenti considerano il Buddha uno specchio senza tempo delle
potenzialità naturali e intrinseche della mente. Il suo insegnamento,
che rende liberi dalla paura, gioiosi e pieni d'amore, è la religione
principale in molti paesi asiatici.
Al momento del "Risveglio"
Siddartha credette di riconoscere quattro Verità fondamentali
dell'esistenza. Quattro settimane dopo aver raggiunto l'Illuminazione,
il Buddha diede il primo insegnamento. Ciò che insegnò fu proprio Le
quattro nobili Verità. Il Buddha insegnò continuamente questi metodi
dall'età di 35 anni, quando manifestò la sua illuminazione, fino all'età
di ottant'anni, quando lasciò il suo corpo. Per circa quarantacinque
anni insegnò gli ottantaquattromila insegnamenti che possono portare
beneficio a tutti. Cominciando coi suoi discepoli a predicare il Dharma
(legge, regola della dottrina buddista) per tutta l'India, egli si
rivolse (diversamente dai brahmani) alla gente comune, usando i loro
idiomi locali. Dopo circa 40 anni di pellegrinaggio e di insegnamento,
egli morì, avvelenato da cibi guasti, e fu cremato dai suoi discepoli
secondo il rito indiano (circa 477 a.C.). Nel III a.C. il re Asoka, capo
di una dinastia che lottava per unificare sotto il suo dominio la
maggior parte dell'India, si convertì al Buddismo e contribuì alla sua
diffusione, dentro e fuori dell'India, facendone una religione di stato.
Chi sono i monaci
buddisti?
Nei primi tempi della sua
predicazione, il Buddha non ebbe in mente d'imporre una particolare
disciplina monastica. Dovrà però farlo quando si troverà ad essere il
capo di un Ordine.
Le maniere di vivere il
Buddismo sono, ancora oggi, fondamentalmente due: l'appartenenza
all'Ordine composto da monaci (bhiksu) o monache (bhiksuni) e la
confraternita dei laici (upasaka).
Il monaco deve avere la
testa rasata, non deve portare barba e baffi; la sua tunica dev'essere
ampia e di colore giallo-arancione; una ciotola appesa alla cintura sta
a indicare che la questua è il suo unico mezzo di sostentamento; il suo
vitto-base dovrebbe essere costituito da pane e acqua, brodo e riso
cotto, e comunque egli non deve ingerire alcun alimento solido tra
mezzogiorno e l'alba del mattino successivo. Unici oggetti personali,
oltre a quelli detti, un paio di scarpe,un rasoio, un ago (per tunica,
saio e mantello) e un filtro per l'acqua. Egli non può esercitare un
mestiere remunerato e può ricevere doni solo in natura, non in denaro.
Il celibato è d'obbligo. Il monaco pratica, circa una volta al mese, la
confessione pubblica delle proprie colpe, guidata dal monaco più
anziano. Il monaco non deve essere causa di dolore per alcun essere
vivente (animali inclusi). Sul piano rituale, il Buddismo rifiuta le
cerimonie raffinate tipiche del brahmanesimo e proibisce i sacrifici di
animali. I monaci devono essere continuamente in viaggio per diffondere
la Legge del Buddha: non hanno, quindi, fissa dimora; i monasteri sono
solo luoghi d'incontro per i giorni di ritiro e per il periodo delle
piogge (luglio-ottobre), in cui vige la proibizione di uscire dal
monastero, anche per la questua. Possono anche curare l'istruzione
religiosa dei giovani.
La disciplina delle comunità
monastiche (e laicali) andò configurandosi attraverso quattro Concili:
1-
Il primo (483
o 477 d.C.) ebbe lo scopo di fissare un primo Canone.
2-
Il secondo
(383 o 367 a.C.) fu causato da una questione di disciplina monacale, ma
porterà al più grande scisma in seno al Buddismo, tra le scuole Hinayana
e Mahayana.
I punti controversi furono
cinque:
1-
un monaco, pur
con tutta la sua santità, può essere soggetto a necessità fisiologiche
incontrollate?
2-
la sua
illuminazione non esclude di per sé residui di ignoranza nella vita
quotidiana?
3-
il monaco può
essere soggetto a dubbi?
4-
la sua
conoscenza su fatti contingenti può essere acquisita con l'aiuto di
altri (non per immediata intuizione)?
5-
il monaco può
definire con parole del linguaggio ordinario la Via ineffabile che
conduce al Risveglio?
Quali sono i testi sacri
del Buddismo?
I testi sacri riconosciuti
come autentici dal Buddismo sono raccolti in due Canoni, denominati, in
base alle scritture usate, Pali e Sanscrito.
1- Il Canone Pali (I sec.
a.C.) è chiamato anche Tripitaka, perché raggruppa il corpus in tre
parti (o "Tre canestri": i libri di ogni raccolta, scritti su fogli di
palma, potevano essere contenuti in una cesta). Esso rappresenta una
sintesi delle dottrine predicate dal Buddha o a lui attribuite e delle
teorie elaborate dalla scuola Hinayana.
2- Il Canone Sanscrito, nato
circa sei secoli dopo la morte del Buddha, varia molto, come
suddivisione e denominazioni, da Stato a Stato. Sostanzialmente è legato
alla scuola Mahayana. Questa tradizione sostiene che Buddha avrebbe
riservato la parte più sottile della sua Verità alle generazioni
posteriori.
Durante i 1500 anni in cui
gli insegnamenti restarono vivi in India essi furono chiamati Dharma;
nei successivi 1000 anni di fioritura nel Tibet furono chiamati Cho.
Quali sono le scuole di
pensiero buddiste?
La tradizione tibetana
suddivide il sentiero buddista in tre veicoli: l’Hinayana, il Mahayana
ed il Vajrayana.
1- L’Hinayana letteralmente significa veicolo “piccolo” o
“minore”, ma sarebbe più accurato chiamarlo “stretto”. Si tratta del
Buddismo delle origini, che sussiste ancora allo stato puro in alcuni
paesi come la Birmania, lo Sri Lanka, il Laos, la Cambogia e la
Tailandia. Questo Buddismo primitivo viene chiamato "piccolo veicolo" o
hinayana, riprendendo l’espressione peggiorativa con cui lo ha designato
un’altra corrente, che si differenziava da esso attribuendo a se stessa
il nome di "grande veicolo". L’ideale dell’Hinayana è la liberazione
individuale, nota come Nirvana. La stretta via della salvezza richiede
una rigorosa osservanza delle otto vie. Solo i monaci possono
raggiungere il Nirvana. Non considerano Buddha un Dio, ma solo un
maestro di perfezione morale. Si dedicano alla predicazione, allo studio
dei testi canonici, alla venerazione dei luoghi legati alla vita di
Buddha, ecc. Questa corrente nega l'esistenza dell'atman (l'io
individuale) e ritiene inutili i riti, le devozioni, i simboli e i
sentimenti religiosi. Essa si è diffusa in Birmania, Thailandia, Laos,
Cambogia e soprattutto Sri Lanka.
L’ideale descritto non è
vissuto, nella realtà, che da un piccolissimo numero di persone. La
prima cosa che colpisce è una straordinaria semplicità: non c’è nessun
sistema di "dogmi", nessun "sacramento" di iniziazione. Chi ha compreso
l’insegnamento fondamentale delle quattro nobili Verità è buddista.
2- Il Mahayana o
“grande veicolo” va oltre l’ideale Hinayana della sola salvezza
individuale. La Via Mahayana offre l’occasione di verificare due
fenomeni: l’allargamento delle prospettive e la divinizzazione del
fondatore, accompagnata da tutta una fioritura di leggende intorno alla
sua vita. Il primo passo è costituito da una certa attenuazione del
rigore della vita monastica e da una protesta nei confronti della
stretta separazione esistente tra l’ordine dei monaci e il resto della
comunità. Ci si sforza di rendere meno netti i confini tra i monaci e il
resto della comunità. Queste comunità trasformano a poco a poco il
Buddismo in una religione vera e propria, con delle preghiere e un culto
rivolto al Buddha stesso, considerato come un Dio, e anche a tutta una
proliferazione di Buddha considerati come altrettante divinità. Questo
cambiamento di prospettive si verifica nel corso degli ultimi due secoli
prima di Cristo. Questo permette ai seguaci del Mahayana di qualificare
il Buddismo primitivo con l’espressione peggiorativa di "piccolo
veicolo", insinuando che, all’interno di questa corrente, soltanto i
monaci si trovano davvero sulla via della salvezza, mentre il "grande
veicolo" propone la salvezza a tutti. Accanto al Buddha considerato come
un essere divino, il mondo spirituale si popola di molti altri
intermediari di natura divina che diventano oggetto di devozione: i
bodhisattva. La bontà di questi bodhisattva è meravigliosa. Sono già
arrivati all’illuminazione del Nirvana, ma il loro amore è così grande
che hanno chiesto di non uscire dal ciclo delle trasmigrazioni per
rimanere sulla terra finché ci sarà al mondo anche una sola creatura da
amare e da salvare. Siamo davvero ad una vetta spirituale dell’umanità
religiosa. Il Buddismo cessa di essere semplicemente una dottrina per
trasformarsi in una religione. La larga via della salvezza permette la
salvezza anche al laico, in forme meno rigide. La scuola Mahayana -che
sostituì la lingua Pali, usata dal Piccolo Veicolo, con il Sanscrito-
costituisce lo sviluppo del Buddismo in senso filosofico, mistico e
gnostico. Essa riconosce un gran numero di divinità, fra le quali
annovera lo stesso Buddha. Anzi, Siddartha Gotama non sarebbe che uno
dei Buddha: ne esisterebbero altre centinaia Oltre ai Buddha vi sono i
santi, coloro che, pur avendo acquistato il diritto d'immergersi nel
Nirvana, hanno deciso di restare ancora un pò di tempo sulla terra per
salvare gli uomini. I mahayanisti, a differenza degli hinayanisti,
credono anche negli spiriti maligni e in altri esseri soprannaturali,
nonché nella differenza tra paradiso e inferno: nel paradiso si trovano
le anime dei giusti (anche laici) che devono incarnarsi ancora una volta
sulla terra prima di raggiungere il Nirvana. Questa corrente, che
praticamente non ha nulla del Buddismo originario, si è diffusa tra il
II e il X sec. nell'Asia centrale, nel Tibet, in Cina, Vietnam, Corea e
Giappone, Mongolia e Nepal.
3- Il terzo veicolo é il
vajrayana, che letteralmente significa “veicolo adamantino” o
indistruttibile. Dal 7° secolo dopo Cristo una nuova tradizione Buddista
incominciò a svilupparsi all'interno del Mahayana ed è chiamata
Mantrayana (il Veicolo del Mantra) o Vajrayana (il Veicolo del
Diamante). Si diffuse dall'India in Tibet dall'8° secolo in avanti. Oggi
è diventata forse la tradizione Buddista con più successo in Occidente.
La terza corrente del Buddismo è la meno diffusa (circa 20 milioni di
seguaci) e quella che più si è allontanata dalle origini, insistendo
proprio sui punti che il Buddha aveva maggiormente criticato: il
ritualismo, la mistica e la magia. I suoi due rami principali sono il
Lamaismo e lo Zen. Queste correnti esoteriche attribuiscono importanza
centrale alla ripetizione di formule sacre (mantra) per raggiungere
l'Illuminazione.
Nel Tibet questa corrente,
nata verso il 750, assunse il nome di Lamaismo, diffondendosi
anche in Mongolia e Siberia. È L'unica corrente strutturata in maniera
gerarchica. Per i suoi seguaci il Tibet rappresenta come una "casa
madre" e una "terra promessa". Lhasa, la capitale, è considerata "città
sacra". Anche la lingua tibetana è ritenuta "sacra". Il Lamaismo dà
notevole importanza agli scongiuri magici, alla conoscenza mistica e
alla musica, con l'aiuto dei quali esso è convinto di poter raggiungere
il Nirvana in tempi molto brevi. Molto influenti sono stati i monaci,
chiamati Lama, che riuscirono a costituire un governo ierocratico:
nominalmente il potere civile apparteneva agli imperatori cinesi, di
fatto erano i monaci a comandare e i loro dirigenti venivano scelti tra
le famiglie feudali più influenti. L'ultimo Dalai Lama, non avendo
accettato l'unificazione del Tibet con la Cina comunista (1951), imposta
da quest'ultima, ha deciso, dopo una rivolta fallita, di espatriare in
India nel 1959, insieme a 100.000 rifugiati. Prima dell'unione con la
Cina, un tibetano su quattro apparteneva a un ordine religioso. Quando
il Dalai Lama muore, si pensa ch'egli s'incarni immediatamente in
qualche parte del paese. Una ricerca minuziosa viene allora operata tra
tutti i neonati maschi che rivelino alcuni segni particolari negli occhi
o nelle orecchie o nella pelle… I loro nomi vengono introdotti in
un'urna d'oro e poi ne viene estratto uno a sorte. Da quel momento il
prescelto viene educato dai sacerdoti, conduce un'esistenza privilegiata
e deve astenersi da qualunque forma di impurità e di rapporto sessuale.
L'attuale Dalai Lama (XIV Incarnazione) è stato insediato nel 1940. Nel
1990 gli è stato conferito il Premio Nobel per la pace.
La corrente più mistica del
Buddismo, invece, è lo Zen, introdotto in Cina nel VI sec. e
arrivato in Giappone nel XII, dove divenne la religione dei samurai. Lo
Zen rappresenta un ramo del Buddismo, esso nacque in Cina nel 520, per
merito del monaco indiano Bodhidharma. Noto al pubblico occidentale,
soprattutto grazie alla pubblicazione in lingua inglese dei Saggi sul
Buddismo Zen dello studioso giapponese Deisetz Suzuki, alla fine della
seconda guerra mondiale, lo Zen suscitò in Europa e negli Stati Uniti
l'interesse di artisti, filosofi e psicologi, affascinati dalla
suggestività della sua pittura e della sua scultura, e dalla profondità
di un pensiero in cui venivano individuate presunte connessioni con
alcune correnti della filosofia contemporanea (Schopenhauer). In questa
scuola il monaco può avere famiglia.
Come e quanto si è
diffuso il Buddismo nel mondo?
Il Buddismo oggi è la quarta
comunità religiosa mondiale, dopo Cristianesimo, Islam e Induismo, e
conta almeno 3-400 milioni di seguaci. A poco a poco, il Buddismo si
diffuse dall’India anche in Cina (I sec.), Birmania e Corea (IV sec.),
Indocina, Giappone (VI sec.) e Tibet (dal VII sec.), dove diede origine
al Lamaismo, ed i missionari buddisti cominciarono a diffondere la Legge
del Buddha oltre i confini dell'India, soprattutto in Asia (Kashmir,
Himalaya, Thailandia), in Africa (Egitto), ma anche lungo le sponde del
Mediterraneo (Siria, Egitto, Macedonia, Epiro).
La decadenza del Buddismo
cominciò a verificarsi a partire dal VII sec., dapprima in India, con la
rinascita del Brahmanesimo, poi, soprattutto nei secoli IX-XV, in Asia
centrale, Afghanistan, Indonesia e di nuovo in India, a causa delle
invasioni musulmane. Si calcola che almeno 200 milioni di buddisti, che
si trovavano in Pakistan e Bangladesh, vennero convertiti a forza
all'Islam. A tutt'oggi è rimasto religione di stato solo in Thailandia e
Buthan.
Al di fuori dell'India, il
Buddismo riuscì facilmente a soppiantare i vecchi culti, ma a condizione
di trasformarsi in una religione emotiva e ritualistica, disposta ad
accettare varie divinità celesti e spiriti infernali, facendo altresì
largo uso della musica e delle arti figurative, delle danze sacre e di
fastose processioni.
Il Buddismo nel Tibet ebbe
un periodo di incontaminato splendore fino alla tragedia dell'invasione
cinese che dette inizio a una sistematica distruzione di ogni forma di
espressione religiosa e costrinse migliaia di persone, tra cui il Dalai
Lama, a un esodo forzato. È da quei tragici giorni che per il Buddismo
della tradizione tibetana iniziò una nuova fase: quella dell'incontro
con l'occidente.
Alla fine del secondo
millennio, un impulso alla diffusione del Buddismo nel mondo occidentale
è stato dato dal sorgere di nuovi movimenti religiosi e dall'attività
del XIV Dalai-lama a favore della pace e del dialogo interreligioso. Il
risveglio del Buddismo risale a poco più di un secolo fa ed è dovuto,
paradossalmente, all'interesse che alcuni studiosi occidentale
cominciarono a mostrare per i suoi testi sacri e i suoi monumenti.
In Europa il Buddismo
costituisce motivo di grande interesse da parte del filosofo tedesco A.
Schopenhauer.
Verso la fine degli anni
'40, U Nu, primo ministro birmano, elabora e cerca di propagandare il
suo "Buddismo sociale", secondo cui non avrebbe mai potuto esserci il
benessere nel suo paese fino a quando non si fosse espropriata la terra
ai latifondisti. In particolare, egli sosteneva ch’era impossibile
cercare il Nirvana quando si è schiavi delle ricchezze o, al contrario,
quando si è angosciati dalla lotta per la sopravvivenza.
Nel dicembre 1947 il
Congresso pan-singalese invita i buddisti a organizzare un Congresso
Internazionale: cosa che si fa nel 1950, sempre in Sri Lanka. Nasce così
la World Federation of Buddhist, con sede a Bangkok, che stabilisce un
programma in tre punti:
1-
costituzione
di un fronte unitario,
2-
diffusione
degli scritti del Buddha,
3-
espansione
missionaria anche fuori dell'Asia.
Lo sforzo attuale del
Buddismo, relativamente all'ultimo punto, è quello di diffondere lo
spirito di fratellanza universale e di non-violenza, ovvero collaborare
a iniziative umanitarie per combattere il fanatismo e la guerra.
Nel 1975 è stata fondata a
Parigi l'Unione Buddista Europea, che tiene ogni anno un'assemblea
generale, di volta in volta in una diversa sede europea.
A Milano si trova il più
importante Centro di Studi Tibetani d'Europa, che si adopera per il
dialogo tra Buddismo e cristianesimo e dove, nel 1999, è stato
organizzato un seminario di studi tenuto dal Dalai-lama regnante, Tenzin
Gyatso.
In Europa i buddisti
sarebbero 1,5 milioni, di cui 600.000 in Francia. Negli USA si arriva a
5-10 milioni di fedeli. In Italia esistono almeno 60 centri buddisti, in
gran parte nelle regioni settentrionali (solo due al sud). Di questi
centri, 28 fanno capo all'Unione Buddista Italiana, nata nel 1985 (dei
quali 16 sono di scuola tibetana), riconosciuta dallo Stato come "ente
morale avente fini di culto", che attende di poter firmare un'Intesa
vera e propria. L'UBI non è interessata a un insegnamento del Buddismo
nella scuola statale, ma chiede di partecipare alla ripartizione dell'8
per mille del gettito Irpef. In tutto, i buddisti italiani sono circa
60.000; la presenza femminile, di ceto medio-alto, con interessi nei
campi dell'ecologia e della non-violenza, è preponderante: circa il 70%.
I monaci buddisti sono una decina di stranieri e una quarantina di
italiani, prevalentemente seguaci della tradizione Zen. I monasteri sono
tre. Escludendo qualsiasi intento di proselitismo, i buddisti italiani
si dedicano prevalentemente al volontariato, ad attività socialmente
utili, al dialogo interreligioso e interculturale.
Quali sono gli
insegnamenti fondamentali del Buddismo?
I quattro pensieri fondamentali
Conosciuti come Pratiche
preliminari ordinarie, I Quattro Pensieri Fondamentali formano il
contesto per tutta la pratica Buddista e aiutano la stabilità della
nostra motivazione.
1- Il Prezioso Corpo Umano.
Ci rendiamo conto della rarità della condizione di aver ottenuto una
esistenza umana e riconosciamo la preziosa opportunità di utilizzare i
metodi di un Buddha per il beneficio di noi stessi e degli altri.
2- L'Impermanenza. Ogni cosa
composta è impermanente. L'unica cosa che è senza fine, è lo spazio
chiaro ed illimitato della mente.
3- La Legge del Karma. Karma
significa causa ed effetto. In ciascun momento, ogni pensiero, parola e
azione viene impressa nella nostra coscienza e si manifesterà in una
condizione futura. Noi stessi creiamo il nostro futuro e nessun altro è
responsabile della nostra situazione se non noi stessi.
4- La natura insoddisfacente
dell'esistenza condizionata. L'infelicità è una caratteristica
inseparabile dall'esistenza ciclica e condizionata, dove attaccamento ed
avversione - cause di sofferenza - sono prodotte dall'instabilità e dal
cambiamento. L'unico modo per trascendere questo stato è sperimentare la
vera natura delle nostre menti.
Teoria della rinascita
(Samara). Tutta
la vita è dolore. L'origine del dolore è la "sete" o desiderio (piacere,
voler esistere, non voler esistere), e vi sono tre radici del male:
concupiscenza (brama), ira (odio) e ottenebramento (cecità mentale).
L'io che non riesce a sottrarsi a questa schiavitù, è destinato a
reincarnarsi (Samsara) in eterno, almeno fino a quando non si sarà
purificato interamente. Nella morte gli elementi materiali e spirituali
dell'uomo si sciolgono e periscono, ma il flusso della vita cosciente
continua al di là della morte e costituisce la base per la formazione di
un nuovo essere, che è diverso dal morto ma è insieme la sua
continuazione. Quando una persona muore, successivamente rinasce e
questo processo di morte e rinascita continuerà fino a che non si
ottenga il Nirvana. Ciò fa sorgere la domanda: "Cosa è una persona?".
Molte religioni credono che l'essenza di una persona sia l'anima, una
entità eterna e immateriale che sopravvive dopo la morte. Il Buddismo
dice che la persona è fatta di pensieri, sensazioni e percezioni che
interagiscono con il corpo in modo dinamico e costantemente in
mutamento. L'io non è un'entità individuale, ma è una combinazione di
particelle diverse (dharma, o qualità spirituali), di tipo sensitivo,
volitivo, percettivo e di impulsi innati: non esiste l'unitarietà
dell'io né la sua personale immortalità. L'uomo deve rispondere sia
della vita trascorsa che della vita passata nelle generazioni
precedenti. Questa circolazione o flusso dei Dharma è la ruota della
vita da cui ci si deve liberare. Alla morte questo flusso di energia
mentale è ristabilita in un nuovo corpo. Così il Buddismo è capace di
spiegare la continuità dell'individuo senza far ricorso alla fede di
un'anima eterna, un'idea che contraddice la Verità universale
dell'impermanenza. Le circostanze nelle quali uno rinasce sono
condizionate dal Karma creato nella vita precedente.
Il primo fatto
incontrovertibile dell'esistenza è la legge del continuo mutamento, o
della decadenza. Tutto quel che esiste passa attraverso il medesimo
ciclo d'esistenza, nasce, cresce, decade, scompare. Solo la vita ha
continuità, sempre alla ricerca d'autoespressione in nuove forme. La
legge del continuo mutamento si applica parimenti all'uomo. Non v'è
principio alcuno, in un individuo, che sia immortale e immutabile.
Soltanto il "senza nome", la realtà ultima, è al di là d'ogni mutamento.
Ogni forma di vita, incluso l'uomo, è una manifestazione della realtà
ultima. Nessuno possiede la vita che scorre in lui, come nessuna
lampadina possiede la corrente che le fornisce luce.
Legge Karmica della causalità.
Secondo la dottrina del Buddha, ciò che accade nel mondo è solo effetto
della legge di compenso che si applica automaticamente, punendo ciò che
è cattivo e premiando ciò che è buono. Karma significa "causa ed
effetto", non destino. Ognuno è responsabile della propria condizione di
vita. Viene negata l'essenza a tutte le cose, motivando ciò col fatto
che ogni cosa trae la propria realtà da altre cose che ne sono la causa.
Solo il Nirvana sfugge a tale destino, in quanto non è uno "stato",
bensì una "condizione" di assenza (non c'è morte e vita, gioia e
dolore…). Lo stesso "io" non è che una successione di stati di coscienza
fondati su un insieme di psichismi, sensazioni e parvenze fisiche. L'io,
se lo si intende come "realtà", non è che un'illusione.
L'universo è l'espressione
di leggi. Ogni effetto ha una causa, e l'anima o indole dell'uomo è il
risultato finale dei suoi precedenti pensieri e azioni. Il karma, che
significa azione-reazione, governa ogni esistenza e l'uomo è forse
l'unico creatore delle proprie circostanze e della propria reazione ad
esse, del proprio stato futuro e del proprio destino ultimo. Mediante il
retto pensiero e la retta azione egli può gradualmente purificare la
propria indole e conseguire, con l'andar del tempo, la liberazione dalla
rinascita. Questo processo abbraccia lunghissimi periodi di tempo e
varie rinascite, ma ogni forma di vita raggiungerà certamente il
risveglio.
Quattro nobili Verità.
Il Buddismo indica la via della felicità attraverso l'annientamento del
dolore. Sintesi della dottrina buddista sono le quattro nobili Verità:
1-
l'esistenza
del dolore. Realtà della sofferenza: l'esistenza condizionata è
sofferenza. La realtà dell'esistenza personale e del mondo esteriore è
dolore, consistente nell'invarianza delle sue condizioni: nascita,
malattia, morte, mancanza di ciò che si desidera, unione con ciò che
dispiace, separazione da ciò che si ama. I desideri non possono
realizzarsi e, anche quando lo sono, non procurano la felicità, poiché
ne sorgono altri di grado superiore o di diversa natura. Anche il
piacere è dolore, in quanto implica adesione a qualcosa di estraneo.
Paragonato alla felicità suprema dell'Illuminazione, ogni cosa è
sofferenza. Perfino il più alto momento di gioia ed amore senza paura,
l'emozione più appagante: sono tutti meno perfetti di quello stato
costante dove l'Illuminazione è stata realizzata.
2-
l'origine del
dolore. Il dolore ha una causa: l'origine del dolore è il desiderio o
brama di esistere, il bisogno del piacere e anche il suo rifiuto. Il
disagio è basato sull'ignoranza e si perpetua con le voglie
insoddisfatte e con l'intossicazione dei sensi e delle sensazioni,
trasformandosi di volta in volta in illusione e ignoranza. Vi sono tre
radici del male: concupiscenza (brama), ira (odio) e ottenebramento
(cecità mentale). La mente di un essere non illuminato funziona come un
occhio. Vede ogni cosa che succede ma non può vedere se stesso. Questa
incapacità della mente di esperire se stessa è la radice del mondo
condizionato, la causa della sofferenza.
3-
la distruzione
del dolore. Esiste una fine alla sofferenza: l'estinzione del desiderio
significa fine del dolore. Questa sete generatrice delle rinascite va
estinta nel Nirvana (il desiderio va eliminato). Il Buddha affermò di
avere egli stesso raggiunto la meta. Annunciò la fine della sofferenza,
lo stato di totale perfezione che egli stesso sperimentava ora
ininterrottamente. Per la prima volta nella storia veniva presentato
qualcosa di assoluto, un obiettivo desiderabile per tutti, un vero
rifugio valido per chiunque. Il Buddismo è la via di scampo per coloro
che cercano la fine di tutte le angustie. Angustia è nascere, è la
sofferenza, è il dolore, è la tristezza, la malattia, la vecchiaia, la
morte, le afflizioni, la disperazione, la povertà, la cattiveria, il
risentimento, le calamità, le tribolazioni, gli infortuni, la guerra, la
pazzia, la fame, i desideri non compiuti, i bisogni non soddisfatti,
l'associazione con gli indesiderati e la separazione dalle persone
amate, tutto ciò che è instabile e incontrollabile. Il Buddismo è per
coloro che hanno capito che tutto quello che è stato creato è
temporaneo; e che tutto ciò che è temporaneo è inerentemente nocivo: non
c'è beatitudine permanente o felicità nelle cose temporanee, solo dolore
e pericolo.
4-
la via che
conduce alla cessazione del dolore. Esiste una strada che conduce a
questa fine (il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza):
la via che conduce all'arresto del dolore è l'Ottuplice Sentiero, che
consiste in metodi efficaci per lavorare con corpo, parola e mente.
L'estinzione del desiderio si raggiunge esercitando il controllo sul
proprio modo d'agire, di pensare e credere. L'illuminazione avviene
attraverso il proprio impegno personale nello sviluppo del pensiero e
delle azioni rette, attraverso la conoscenza dell'Ottuplice Nobile
Cammino che conduce alla cessazione del disagio e guida al
raggiungimento della meta: il Nirvana.
L'Ottuplice Sentiero
Il buddista, per arrivare
all'eliminazione dei desideri, deve seguire le otto vie fondamentali del
Dharma:
1- la retta visione,
per cui si contempla la realtà com'è, senza inquinarla coi propri
complessi inconsci, abitudini inveterate, pregiudizi ecc..
2- il retto pensiero,
possibile solo con un esercizio ininterrotto del controllo della propria
rappresentazione concettuale: l’astenersi dai cattivi pensieri, da tutti
i desideri e da tutto ciò che è manifesto, costruito, "creato" per
essere creduto, per sviluppare l'imparzialità, il distacco totale, la
rinuncia assoluta, l'abbandono di se stessi, per causare la cessazione
di tutte le realtà "create".
3- la retta parola,
la sua perfetta corrispondenza, senza enfasi né sciatteria, con
l'oggetto enunciato: l’astenersi dal dire bugie, dall'avere pregiudizi,
dal parlare con malizia e dal parlare con frivolezza.
4- la retta azione,
l'agire esattamente quando e quanto sia necessario: l’astenersi
dall'uccidere qualsiasi creatura, dal rubare in qualsiasi maniera, dalla
condotta sensuale o sessuale impropria, dal compiere atti malvagi, da
tutte le forme di intossicazione.
5- la retta forma di vita,
la giusta misura, il saper mediare fra le necessità della vita fisica
sulla terra e i fini spirituali che ognuno si propone di conseguire:
l’astenersi da tutti i modelli di vita che hanno a che fare con il male.
6- il retto sforzo,
la giusta iniziativa, il saper adeguare ogni iniziativa all'importanza
dello scopo da conseguire.
7- la retta presenza
mentale, il coltivare la repulsione per il mondo, guardandolo per
la creazione in deterioramento quale è, e mantenere freddezza, distacco
totale, con calma e tranquillità, tenendo a mente che tutto è senza
essenza, che niente è.
8- la retta pratica della
meditazione, la giusta concentrazione, senza sostare con la mente in
stati d'animo depressi o esaltati, il tenersi lontani dal mondo, dagli
stati generati dal male, da tutte le sensazioni generate dai sensi,
vivendo in solitudine, in isolamento, con entusiamo, diligenza, con
fermezza e determinazione.
Il Buddismo è un sentiero di
pratica spirituale. Secondo la tradizione buddista, il sentiero
spirituale è il processo del tagliare la confusione che ricopre lo stato
sveglio della mente. Il cuore della nostra confusione risiede nel fatto
che siamo costantemente preoccupati per noi stessi. Siamo egocentrici e
non ci relazioniamo con il mondo che ci circonda con apertura e calore,
bensì con passione, aggressività ed ignoranza.
Secondo il Buddha nessuno
può raggiungere la sanità di base o illuminazione senza praticare la
meditazione. La pratica della meditazione è un metodo per lavorare con
chi siamo, con la nostra confusione e con la continua corrente di
pensieri, in modo da far riemergere l’intelligenza e la sanità
originaria che esistono nella nostra mente.
La meditazione è una delle
fondamentali pratiche del sentiero buddista, un’attività della mente che
prende coscienza dei suoi diversi aspetti, il mezzo fondamentale per
percorrere l'Ottuplice sentiero.
Il Buddismo mette in risalto
la necessità della concentrazione e della meditazione che conduce allo
sviluppo delle facoltà spirituali. La vita interiore è altrettanto
importante quanto l'attività esteriore quotidiana e periodi di calma per
la mente sono essenziali per una vita equilibrata. Il tempo per
meditare: Dite che siete troppo occupati per meditare. Avete tempo per
respirare? La meditazione è il vostro respiro. Avete tempo per
respirare, ma non per meditare? Respirare è qualcosa di essenziale per
la vita delle persone. Se capite che la pratica del Dharma è essenziale
per la vostra vita, allora vi renderete conto che respirare e praticare
il Dharma sono ugualmente importanti.
La liberazione e l’illuminazione.
Il primo passo, sulla via del pieno sviluppo delle proprie qualità e
potenzialità, è chiamato
Liberazione;
questo passo comincia con la scoperta che il corpo, i pensieri e le
sensazioni non sono altro che processi in costante mutamento, un fluire
ininterrotto in cui nulla è permanente o uguale a se stesso. Nasce la
comprensione che ciò che chiamiamo
io
non esiste realmente in sé per sé; così si abbandona l'antica abitudine
di sentirsi bersaglio delle circostanze, di prendere la sofferenza e i
problemi come un fatto personale: quando si riesce a pensare "Esiste la
sofferenza", anziché "Io soffro", si diventa completamente liberi e
invulnerabili.
Il secondo passo definitivo
è l’Illuminazione. Qui
la mente esprime spontaneamente le proprie qualità innate di libertà
dalla paura, gioia e compassione. L’illuminazione è la fine della
rinascita: un completo non-attaccamento o non-identificazione con tutti
i pensieri, i sentimenti, le percezioni, le sensazioni fisiche e le
idee.
Nirvana.
La salvezza suprema risiede nell'abolizione di tutte le possibilità di
una nuova esistenza individuale. Il fedele deve cercare di raggiungere,
uccidendo ogni desiderio e attaccamento alla vita, un'imperturbabilità
perfetta, una sublime pace dell'anima (Nirvana). Scopo dei discepoli del
Buddismo è il raggiungimento del Nirvana, uno stato di liberazione da
sensazioni come il dolore, il timore, il bisogno e liberazione da
sentimenti come amore e odio; una condizione di eterna pace, riposo e
immunità. Il Nirvana non viene da Dio, ma dal di dentro di una persona
attraverso il proprio sforzo per produrre opere buone e pensieri retti.
L'ultima esortazione del Buddha ai suoi discepoli fu: "Contate su voi
stessi e non contate su alcun aiuto esterno; tenetevi stretti alla
Verità come a una lampada; ricercate la salvezza solo nella Verità; non
cercare rifugio in altri che in te stesso".
Il Nirvana è l'obbiettivo,
il fine, la realizzazione della Vera Realtà Suprema. L'Ottuplice Nobile
Cammino del Buddismo è il mezzo per questo fine: otto attività da
effettuare simultaneamente per raggiungere la meta, il Nirvana. Seguendo
queste otto strade l'uomo giunge alla perfezione.
Il Nirvana:
1- secondo la scuola
Mahayana, rappresenta il completo annientamento o non-essere,
raggiungibile anche in vita e definibile come stato di pace totale e di
gioia assoluta e di Verità ultima.
2- secondo la scuola
Hinayana, sfugge a qualsiasi definizione, rappresenta la fine della vita
accessibile alla coscienza e il passaggio a un’altra esistenza,
inconsapevole, possibile solo dopo la morte.
In entrambi i casi Nirvana
significa interruzione della catena delle reincarnazioni (Samsara).
Nirvana, anche se
letteralmente significa "estinzione", spiritualmente significa
"beatitudine".
Lo Stato Vero e Permanente
della Realtà è il Nirvana, ciò che Non Fu Mai Nato, che Non fu Mai
Fatto, Disfatto o Manifesto, tutto ciò che Non ha Condizioni, la Verità,
tutto quello che Non Fu Mai Creato, né Costruito, l'Impercettibile, ciò
che è Stabile, che Non si Deteriora, che Non Invecchia, che Non Muore,
ciò che è Immortale e Incontaminato, la Pace, la Beatitudine, la
Purezza, L'Eccellenza, la Perfezione e la Grandezza della Conoscenza, lo
stato Libero dalle Malattie, l'Esonero e la Liberazione dalle Malattie,
Ciò che Non ha Nome, la Serenità e la Purezza della Realtà stessa,
Incambiabile e Assoluta, la Norma, la Meraviglia, la Mèta, il Reale.
Tutto quello che è creato è
temporaneo, è soggetto alla decadenza e alla fine, ed è uno stato nocivo
all'essere, quindi Non È, perché la Vera Natura della Stessa Realtà
Assoluta non è realmente una parte di queste manifestazioni, di questi
"castelli di sabbia".
Non hai mai pensato: perché
io, che sono soggetto a nascere, alle malattie, alle angustie, alla
decadenza, alla vecchiaia e alla morte, sono circondato da cose
altrettanto soggette a nascere, alle malattie, alle angustie, alla
decadenza, alla vecchiaia e alla morte, altrettanto temporanee? Non
dovrei io, per assicurarmi il benestare permanente, cercare di
raggiungere il Nirvana, la consapevolezza assoluta della realtà
permanente, il rifugio permanente da questo insieme creato e manifestato
da dolore, angustia e sofferenza?
I Dieci Anelli che
"incatenano" gli Esseri a perpetuarsi nelle realtà artificiali,
assemblate, fittizie, sono:
1-La nozione di una personalità individuale permanente, anima o essere.
2-L'attaccamento a idee,
riti, rituali, dogmi e superstizioni errate.
3-I dubbi e la confusione.
4-I vincoli, gli
attaccamenti, le passioni, i desideri dei sentimenti, la lussuria e le
ambizioni.
5-L'antipatia, l'avversione,
l'odio, la malizia, il cattivi pensieri, la malevolenza e il disprezzo.
6-La lussuria e il desiderio
di perpetuare all'infinito modelli di materia.
7-La lussuria e il desiderio
di perpetuare all'infinito modelli privi di materia.
8-La presunzione,
l'orgoglio, l'arroganza nel sentirsi "colui che decide".
9-L'entusiasmo nel costruire
e perpetuare le realtà artificiali; le proprie illusioni e le proprie
delusioni.
10-L'addizione all'insidia e
lo stato completo di ignoranza.
Questo è il meccanismo che
alimenta la continuazione e la ripetizione di ogni Punto di Vista
dell'Io. La meta è neutralizzare le dipendenze e le smanie che
perpetuano le manifestazioni delle realtà costruite. La fine di queste
smanie è il Nirvana, il Vero Stato di Realtà Permanente, libero da tutto
ciò che lo circonda.
Il Buddismo e il Dharma
(Dhamma) o dottrina, sono la Via che conduce al termine delle dipendenze
e dei desideri smodati, del tornare ad "essere" di volta in volta in uno
stato di falsa esistenza.
La realtà ultima non si può
descrivere e un dio non è la realtà ultima. Ma il Buddha, un essere
umano, divenne il Risvegliato: il fine della vita è perciò il
conseguimento del Risveglio. Questo stato, il Nirvana, l'estinzione
delle limitazioni dell'io, si può raggiungere in questa stessa vita.
Tutti gli uomini e tutte le altre forme di vita contengono "in nuce" la
facoltà di raggiungere il risveglio. Si tratta di diventare quel che già
si è. "Guarda dentro di te: tu sei il Buddha". Tra il risveglio
potenziale e la sua attuazione si stende la via di mezzo, il sentiero
degli otto elementi. L'unica fede richiesta dal Buddismo è la credenza
ragionevole che là dove una guida è già proceduta, vale la pena che
procediamo anche noi.
Comportamento sociale.
Il Buddismo
rifiuta il sistema brahminico delle caste e riconosce l'uguaglianza
formale di tutti gli uomini. Ogni uomo ha uguali possibilità di salvezza
morale, poiché tutto dipende dalla sua volontà. Il buddista ama non
tanto il singolo, quanto il genere umano.
Condividere la felicità…
Migliaia di candele possono
essere accese da una singola candela,
e la vita di questa non sarà
abbreviata.
La felicità non diminuisce
mai quando è condivisa.
Non si difende dal male
ricevuto, non si vendica, non condanna chi commette un omicidio. Il
buddista ha un atteggiamento di indifferenza per il male, rifiutando
soltanto di compierlo. Chi compie il male, vedendo la non-reazione da
parte di chi lo subisce, ad un certo punto si renderà conto che è
inutile continuare a compierlo.
Regole etiche di vita.
I precetti
fondamentali del Buddismo, per le regole etiche di vita (sila), sono
divisi in tre gruppi: i cinque divieti, gli otto comandamenti e le dieci
condotte morali.
a) I cinque divieti sono:
1.
non uccidere
alcun essere vivente,
2.
non prendere
l'altrui proprietà,
3.
non fare sesso
con la donna altrui,
4.
non dire
menzogne,
5.
non bere
bevande inebrianti.
b) Gli otto comandamenti
includono i suddetti cinque divieti, cui se ne aggiungono altri tre:
2.
non mangiare
cibo nei tempi non dovuti;
3.
astieniti dal
canto, dalla danza, dalla musica e da ogni spettacolo indecente; non
ornare la tua persona con ghirlande, profumi e unguenti;
4.
non usare
sedili alti e lussuosi.
c) Gli ultimi due precetti
morali sono:
1.
non adoperare
letti grandi e confortevoli;
2.
non
commerciare cose d'oro e d'argento.
Naturalmente questi precetti
diventano tanto più esigenti quanto più uno cerca di purificarsi
spiritualmente: il divieto di uccidere si estende fino a tutti gli
animali, nessuno escluso; l'acqua può essere bevuta solo se filtrata;
non si può usare l'aratro perché potrebbe ferire i vermi della terra;
per i monaci, la castità sessuale deve essere completa; la povertà
dev’essere assoluta ecc.
È bene però precisare che
per raggiungere la Liberazione, più che una vita moralmente
ineccepibile, la quale al massimo può dar luogo a un buon karman, il
buddista deve dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica
disciplina ascetica (yoga), la cui esperienza in un certo senso va al di
là di ogni morale. L'io deve liberarsi dell'Illusione circa la realtà
del mondo e soprattutto circa la sua personalità, per sprofondare nel
"non-io", nel "non-essere".
Virtù morali.
Quanto alle virtù morali che
deve seguire il buddista, esse si riducono a quattro:
1.
compassione
(percepire dentro di sé la gioia e il dolore dell'altro);
2.
amorevolezza
verso tutti gli esseri viventi;
3.
letizia e
considerazione del lato positivo delle cose;
4.
imparzialità
nel considerare la realtà.
La condizione della
donna. Il Buddha
sostenne sempre una fondamentale misoginia. La donna era vista come una
fonte di tentazione del tutto incompatibile con la vita ascetica; essa
non veniva condannata come persona, ma piuttosto come potere di
seduzione che porta a quell'attaccamento per la vita che, attraverso le
generazioni, perpetua la condizione di "essere nel mondo" e vincola, di
conseguenza, l'individuo al suo dolore, alla sua cieca ignoranza, alla
ruota delle rinascite. Poiché l'amore e l'unione sessuale sono le forme
più primordiali in cui si manifesta la sete di vita, il Buddismo
classico non poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al
Nirvana: l'unica condizione, per una donna, era quella di estinguere in
sé tutto ciò che è femminile, in sostanza sforzarsi di sviluppare un
pensiero maschile al fine di poter rinascere come "uomo".
Solo dopo molte discussioni
e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere le donne fra i suoi
discepoli, in comunità separate, soggette a regole analoghe e alla
sorveglianza da parte dell'abate della più vicina comunità monastica
maschile, con l'obbligo di obbedire ai monaci maschi di qualunque età. A
queste condizioni era possibile anche per loro raggiungere il Nirvana.
Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col tempo.
Il Buddismo non interviene
negli aspetti della quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali
della vita, come il matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si
basano sempre su usanze locali.
Il Buddismo è una
religione, una filosofia o una scienza?
Il Buddismo non è imperniato
sul culto di un dio ma su una dottrina morale che propone la salvezza
attraverso l'estinzione del dolore nel Nirvana: respinge l'idea di un
creatore e di una provvidenza perché non compatibili con l'esistenza
d'un mondo immerso nel dolore e moralmente cattivo né col castigo eterno
dei peccatori.
Buddha non negò
esplicitamente l'esistenza degli dèi brahmani, ma questi -secondo la sua
filosofia- non possono evitare all'uomo le sofferenze della vita:
credere o non credere in loro non cambia le cose. Il cammino che porta
alla salvezza l'uomo deve trovarlo da solo. D'altra parte anche le
divinità sono, per il Buddismo, soggette al Samsara.
Il Buddismo enfatizza la
ricerca della Verità: insegna a "vedere e osservare", non a "vedere e
credere". E’ razionale, e richiede uno sforzo personale, perché solo
così può realizzarsi la Conoscenza Perfetta: ogni individuo è
responsabile della propria emancipazione dalle angustie e dalla
sofferenza.
Il Buddismo permette ad ogni
individuo di studiare ed osservare la Verità internamente, senza
l'esigenza di una fede cieca per accettarla. Non si avvale di dogmi, di
dottrine, di riti o di cerimonie, non vuole sacrifici, né penitenze, non
è un sistema di fede e preghiera, ma soltanto una guida al cammino verso
la Suprema Illuminazione. Il Buddha diceva che i suoi insegnamenti sono
la zattera sulla quale possiamo allontanarci da questa spiaggia di
sofferenza e temporaneità, per raggiungere la protezione e la
beatitudine dell'altra sponda: la Consapevolezza Assoluta della Realtà
Permanente, il Nirvana. Raggiunto il Nirvana, la zattera non sarà più
necessaria.
Le ultime parole del Buddha
furono un'esortazione che ancora oggi distingue nettamente il Buddismo
da ciò che viene comunemente chiamato religione: "Ora posso morire
felice; non c'è un solo insegnamento che io abbia tenuto per me. Tutto
ciò che può esservi di beneficio ve l'ho già dato… Non credete alle mie
parole solo perché ve le ha dette un Buddha, ma esaminatele con cura.
Siate luce e guida a voi stessi." Queste affermazioni mostrano
l'approccio concreto del Buddismo alla vita di tutti i giorni. Quando la
gente chiedeva al Buddha perché e cosa insegnasse, egli rispondeva:
"Insegno perché voi e tutti gli esseri viventi desiderate la felicità e
cercate di evitare la sofferenza. Insegno le cose così come sono".
Le domande metafisiche o
teologiche sull'essenza del mondo, sull'origine dell'universo ecc.
vengono considerate inutili ai fini dell'Illuminazione. Il Buddismo
vuole porsi come filosofia di vita e come pratica meditativa. Nel
momento dell'Illuminazione il Buddha avrebbe intuito un preciso
imperativo etico: "liberarsi dalle opinioni". L'atteggiamento, quindi,
vuole essere di tipo anti-dogmatico. "La dottrina è simile a una zattera
-disse il Buddha -, serve per attraversare e non per trasportarsela
sulle spalle".
Il Buddismo è un sistema di
pensiero, una religione, una scienza spirituale e un'arte di vivere,
ragionevole, pratico, onnicomprensivo. Esercita un fascino per
l'Occidente perché non ha dogmi, soddisfa al tempo stesso la ragione e
il cuore, insiste sulla necessità di fare affidamento su se stessi e
d'essere tolleranti verso le altrui opinioni, abbraccia scienza,
religione, filosofia, psicologia, etica ed arte, ritiene che l'uomo sia
il creatore della propria vita attuale e l'artefice del proprio destino.
Proprio questa particolare forma di "ateismo implicito" per molti
intellettuali occidentali ha fatto del Buddismo un oggetto di interesse
e di studio: si pensi a Schopenhauer, a Hesse (di quest'ultimo è famoso
il libro “Siddharta”), fino a Bertolucci (di cui il film “Piccolo
Buddha”).
Il Buddismo insegna a non
essere legati in modo dogmatico o ossessivo ad alcuna dottrina, teoria o
ideologia, nemmeno a quelle Buddiste. Tutti i sistemi di pensiero sono
mezzi di orientamento, non sono Verità assolute. Afferma il Dalai Lama:
“Il Buddismo non vi dice mai di essere dogmatici. Se sentite il dogma
nella pratica Buddista, riconsiderate quel Buddismo. Se diventate
dogmatici, riesaminate il vostro Buddismo. Il Buddismo è educazione, non
una religione. Non adoriamo il Buddha, lo rispettiamo come Maestro. Il
suo insegnamento ci permette di lasciare la sofferenza e realizzare la
vera gioia”. Ed ancora, sostiene il Dalai Lama: “Qualunque discorso che
ignori il dubbio non è il discorso di un saggio”.
L’approccio del Dalai Lama è
assai diverso da quello di molte religioni occidentali, perché si basa
più sul ragionamento e l’addestramento mentale che sulla fede: sotto
certi aspetti è una scienza della mente. Per il Dalai Lama è errato
associare la spiritualità alla religione. E’ invece opportuno sapere
distinguere:
1-
le
“convinzioni religiose” in senso proprio, che ognuno può scegliere
in base alle proprie disposizioni mentali o non scegliere affatto e il
cui scopo è giovare alla gente, alimentare lo spirito umano, tutte utili
e rispettabili, concepite per rendere l’individuo più felice e il mondo
migliore offrendo ognuna strumenti per cercare la felicità e la pace
dell’animo;
2-
dalla vera
spiritualità o “spiritualità di base”, consistente nelle
fondamentali qualità umane come la bontà, la gentilezza, la compassione,
la sollecitudine. Che siamo credenti o no, questa spiritualità è
essenziale e più importante delle convinzioni religiose, perché
qualsiasi religione, per quanto mirabile, sarà comunque accettata da un
numero limitato di individui, ma in quanto essere umani tutti abbiamo
bisogno di valori spirituali di base, senza di cui nessuno potrà essere
felice: la nostra famiglia soffrirà e, in ultima analisi, la Società.
Dei cinque miliardi di persone nel pianeta, solo un miliardo all’incirca
sarà composto di veri credenti e praticanti: dunque, per la restante
maggioranza del pianeta, tale spiritualità di base è lo stimolo a
diventare persone buone e morali pur in assenza di religione. A tal fine
è essenziale educare la gente che tali valori positivi sono le qualità
migliori degli esseri umani e non riguardano solo la dimensione
religiosa. La vera spiritualità deve dare come risultato la calma, la
felicità e la serenità interiori: tutti gli stati mentali virtuosi sono
autentico Dharma perché non possono coesistere con cattivi sentimenti.
Il Buddismo considera valide
tutte le religioni e non conosce l'intolleranza, perchè nessuno ha il
diritto di intromettersi nel viaggio del suo prossimo verso la meta.
Il Dharma del Buddha è,
dunque, una scienza interiore. Quando si studia il Buddismo, studiamo
noi stessi: impariamo a conoscere la natura della nostra mente, che può
essere paragonata a una mano, temporaneamente legata tanto dalla
rappresentazione concettuale di un io (“ego” o sé che dir si voglia)
quanto dai concetti e dalle fissazioni derivate da questa idea. A poco a
poco, con la pratica, si eliminano fissazioni e concetti egoici e,
proprio come una mano, quando viene slegata, può finalmente aprirsi, la
mente si apre, acquisendo ogni sorta di possibilità operativa. Scopre
allora di avere numerose qualità e destrezze, proprio come accade alla
mano una volta liberata da ciò che la legava. Queste qualità sono le
“qualità del risveglio”, le qualità della mente pura. Il Buddismo tratta
di una conoscenza sperimentale che ci insegna a riconoscere la nostra
fondamentale natura, ci libera dall'asservimento alle illusioni, alle
passioni e ai pensieri: consente di scoprire la vera felicità durante la
vita, nel momento della morte e nelle esistenze future, fino al
risveglio spirituale assoluto che è lo stato di Buddha.
Ciò che contraddistingue il
Buddismo è il fatto che garantisca a tutti la possibilità di conseguire
il Nirvana: a tal proposito sono significative le parole del Dalai Lama:
“Se la vostra mente è vuota, è sempre pronta per tutto; è aperta a
tutto. Nella mente di principiante ci sono molte possibilità, nella
mente esperta ce ne sono poche”.
Qual’è il senso della
vita?
(analisi degli
insegnamenti di Tenzyn Gyatso, XIV Dalai Lama, tratti dalle opere “I
consigli del Cuore”,“La via della tranquillità” e “L’arte della
felicità”)
La
felicità come scopo della vita:
Perseguire la felicità è lo
scopo stesso della vita: che crediamo o no in una religione, la
direzione dell’esistenza è la felicità. Cercare la felicità è il senso
della vita, che la rende degna d’essere vissuta.
Presupposti:
Il metodo proposto dal Dalai
Lama per raggiungere la felicità si basa sul concetto rivoluzionario
che:
Primo: La natura umana è
fondamentalmente buona e compassionevole: l’aggressività non è innata e
il comportamento violento è determinato da una serie di fattori
biologici, sociali, istituzionali e ambientali. Occorre superare le
teorie di Thomas Hobbes (per cui la razza umana è violenta, competitiva,
incline al conflitto e interessata solo al proprio tornaconto) o di
Freud (per cui l’aggressività è una disposizione originaria,
connaturata, istintiva). Tutti gli esseri umani sono dotati del seme
della compassione: trovandosi nelle condizioni adatte in famiglia e
nella società e impegnandosi con intensi sforzi, tal seme è in grado di
dare i suoi frutti. Partendo da tale assunto, il nostro rapporto col
mondo cambierà sensibilmente: considerare gli altri persone
misericordiose anziché ostili ed egoiste ci aiuta a rilassarci, ad avere
fiducia, a vivere bene, rendendoci più felici!
Secondo: a) gli stati
mentali negativi non sono intrisechi alla mente ma rappresentano
ostacoli transitori che impediscono l’espressione dello stato naturale
di gioia e felicità alla base del nostro essere;
b) gli stati mentali
positivi fungono da antidoto agli stati mentali negativi..
Insegnamenti pratici per conseguire la felicità:
La felicità costituisce un
obiettivo reale, uno stato dell’essere raggiungibile. Il processo
mentale che si deve perseguire a tal fine richiede una serie di
passaggi:
1- L’apprendimento.
E’ essenziale l’educazione:
a) ai fattori che conducono
alla felicità, ad una vita gioiosa;
b) e a quelli che conducono
alla sofferenza.
Occorre capire che i
comportamenti negativi ci danneggiano e le emozioni positive ci giovano,
non solo a noi stessi ma anche alla società nel complesso e al futuro
del mondo intero.
L’educazione e la conoscenza
sono cruciali perché maggiore sarà il livello di conoscenza in merito a
ciò che produce la felicità e la sofferenza più saremo capaci di
raggiungere l’una ed eliminare l’altra: il modo migliore di usare
l’intelligenza e la conoscenza è mutare l’interno di noi stessi per
maturare la bontà d’animo.
Le fonti della
felicità sono gli stati mentali come la gentilezza e la
compassione, la pazienza, la tolleranza, il calore umano, l’amore, il
perdono, molto positivi e utili (anche per la salute): perché la vita
abbia valore, dobbiamo sviluppare tali qualità, in particolare la
compassione, uno stato mentale non violento basato:
a) sul desiderio che gli
altri siano liberi dalla sofferenza;
b) e sul rispetto nei
confronti del prossimo.
Le fonti
dell’infelicità sono l’odio, la gelosia, la rabbia, la
frustrazione, la paura, l’agitazione, la collera , la presunzione,
l’arroganza, la brama, la libidine, la ristrettezza mentale, sentimenti
negativi della mente perché distruggono la nostra felicità mentale
(oltre che la salute): quando nutriamo tali sentimenti, gli altri essere
umani ci appaiono ostili, abbiamo maggior paura, proviamo un senso di
insicurezza, ci sentiamo soli in un mondo percepito come ostile.
2- La convinzione.
E’ importante maturale la
convinzione di cambiare.
3- La determinazione.
E’ necessaria la forte
volontà di cambiare. A tal fine è
utile maturare il senso di urgenza dato dall’impermanenza,
fattore cruciale per infonderci l’energia e l’entusiasmo per cambiare,
per spingerci all’azione immediata, per farci superare i comportamenti o
stati mentali negativi e distruttivi. La consapevolezza
dell’impermanenza e della morte imprime nell’animo un senso di urgenza,
l’idea che si debba usare ogni prezioso momento della vita per
realizzare cambiamenti positivi. Raggiungere la propria salvezza è per
tutti un compito non rinviabile (afferma il Buddha: “se un uomo è stato
ferito da un dardo, non procrastinerà l'estrazione dello stesso
chiedendo notizie sul feritore o sulla lunghezza e caratteristiche del
dardo”).
4- L’addestramento.
Occorre l’azione, lo sforzo ed il tempo
per eliminare a poco a poco i fattori che conducono alla sofferenza e
coltivare quelli che conducono alla felicità, assicurandoci che le cause
e condizioni da cui si origina la sofferenza non sorgano più. Alcune
pratiche comuni per conseguire tale obiettivo sono:
I- cambiare ottica.
Per supera le difficoltà
occorre analizzare le cose obiettivamente e in maniera olistica,
comprendendo che non uno ma molti eventi determinano una situazione,
evitando di individuare una sola causa e di dare la colpa di tutti i
nostri mali agli altri, esonerandoci da ogni responsabilità. L’onesto
tentativo di capire fino a che punto un problema dipende da noi ci
permette di vedere le cose da un’altra angolazione. Esempio:
a)
di chi è
la colpa della Guerra del Golfo? Solo di Saddam Hussein, spietato
dittatore, o anche di tutte le nazioni che lo hanno appoggiato e gli
hanno consentito di creare un ingente apparato militare?
b)
se
qualcuno ci dice una bugia, di chi è la colpa? Solo dell’altro, o magari
possiamo scoprire che la persona ci ha mentito non per cattiveria ma
perché non si fidava di noi, esempio perché per carattere non riusciamo
a mantenere un segreto?
Quando insorge un problema
la nostra visione spesso è ristretta e, concentrandoci troppo su esso,
lo rendiamo più arduo del dovuto: se, invece, lo confrontiamo con un
problema più vasto, lo osserviamo da una maggiore distanza, lo vedremo
ridimensionarsi e farsi meno opprimente. Esempio:
se siamo irati con qualcuno,
vediamo in lui solo le caratteristiche negative, quando siamo attratti
da qualcuno, vediamo in lui solo le caratteristiche positive, ma tale
percezione non corrisponde alla realtà.
II- usare le
qualità mentali positive
(come la pazienza, la tolleranza, la gentilezza…) da antidoto
specifico a stati mentali negativi
(come la rabbia, l’odio, l’attacamento…).
Per superare tutte le
tendenze negative occorre utilizzare l’antidoto per l’ignoranza, ossia
il “fattore saggezza”, che consiste nel comprendere la vera
natura della realtà. Mentre la pazienza e la tolleranza sono gli
antidoti specifici della collera e dell’odio, il fattore saggezza è
l’antidoto generale che serve a combattere tutti gli stati negativi
della mente: di fatto, quando ci si impegna nella pazienza e nella
tolleranza, ci si impegna nella lotta all’odio e alla collera. Per il
Buddismo le afflizioni mentali ed emozionali si possono neutralizzare
coltivando con cura “fattori-antidoto” come l’amore, la
compassione, la tolleranza e il perdono, nonché impegnandosi in diverse
pratiche, come la meditazione.
Anche se tale sforzo è
enorme, richiedendo tanto studio e contemplazione, anche la gente
comune, che non ha tempo di dedicarsi a pratiche intensive, può più
semplicemente cercare di controllare (piuttosto che eliminare) le
emozioni afflittive, imparando a convivere con esse e a gestirle:
qualunque passo, benché piccolo, si faccia aiuta non poco a condurre una
vita più felice.
III- eliminare i
sentimenti negativi:
1- tollerare la
sofferenza e dare un significato al dolore.
Il nostro atteggiamento
verso la sofferenza può influire sulla capacità di affrontare il dolore
quando questo si presenta. Noi abbiamo profonda avversione per le pene e
i travagli, però se riusciamo ad adottare un atteggiamento che ci faccia
tollerare di più la sofferenza avremo molte più possibilità di
neutralizzare sentimenti di infelicità, insoddisfazione e scontento.
Esempio:
occorre accettare che
nessuno vive libero dalla sofferenza e dal lutto, questo è
l’insegnamento che il Bubbha volle dare alla donna che si recò da lui
supplice, dopo la morte dell’unico figlio, per chiedere la medicina per
riportarlo in vita ed a cui, per preparare il miracoloso rimedio, il
Buddha chiese di ricevere un pugno si semi di senape prelevati da una
famiglia in cui non siano morti né figli, né coniugi, né genitori, né
servitori: ebbene, la donna, benché la disponibilità della gente, non
trovò alcuna casa dove la morte non avesse fatto visita.
Per i buddisti la pratica
più efficace alla sopportazione del dolore consiste nell’intendere che
esso è la vera natura del samara, dell’esistenza non illuminata
condizionata dall’eterno ciclo della vita, della morte e della
rinascita: in quanto parte naturale dell’esistenza, il dolore va
accettato e la tolleranza della sofferenza ci renderà meno infelici.
Nell’ambito del Buddismo questa non è una visione pessimistica, morbosa
e negativa, perché vi è la possibilità di estinguere la sofferenza in
uno stato di liberazione, di liberarsi dal dolore rimuovendo le sue
cause (l’ignoranza o errata comprensione della natura, la brama e
l’odio: o i tre “veleni della mente”).
Anche per chi non crede alla
rinascita, alcuni semplici metodi aiutano a superare il dolore:
a)
angustiandosi troppo, lasciandosi
sopraffare dal dolore e continuandosi a sentirsi annichiliti, si reca un
grave danno a se stessi e alla propria salute. Il dolore è un fatto
intrinseco dell’esistenza e, se non ce ne rendiamo conto, finiremo per
ritenerci sempre vittime e per accusare gli altri dei nostri problemi,
condannandoci all’infelicità;
b)
può esserci d’aiuto pensare alle
altre persone che vivono tragedie analoghe o peggiori. Capito ciò, non
avremo più la sensazione di essere le uniche vittime di questo destino;
c)
il grado di sofferenza dipende da
come reagiamo a una determinata situazione, così spesso accresciamo la
pena e la sofferenza con l’ipersensibilità, reagendo troppo a fatti di
lieve entità o prendendo tutto in maniera troppo personale. Esempio:
i.
se reagiamo
alla scoperta che qualcuno sparla di noi con rabbia e risentimento,
distruggiamo la pace dello spirito e il dolore diventa una nostra
creazione personale; se, invece, lasciamo che la calunnia ci passi
accanto “come un vento silenzioso che ci soffia dietro le orecchie”, ci
difendiamo dal risentimento e dall’angoscia: dunque possiamo modificare
il grado di sofferenza scegliendo una reazione piuttosto che un’altra;
ii.
poniamo che un
muratore e un pianista riportino la stessa ferita al dito: benché la
quantità di dolore fisico sia la stessa, il muratore gioirà per il mese
di vacanza pagata di cui da tempo sentiva il bisogno, mentre il pianista
soffrirà immensamente considerando i concerti la massima fonte di gioia;
iii.
non si deve
essere come quei vecchi i quali passano il giorno a lamentarsi e
compatirsi, sprecando così le loro energie, non piacendo a nessuno e
trasformando la vecchiaia in un tormento.
Dunque, per ridurre la
sofferenza dobbiamo distinguere il male vero da quello che noi stessi
generiamo coi nostri pensieri: la paura, la rabbia, il senso di colpa,
la solitudine e l’impotenza sono risposte emotive che intensificano al
pena.
Conferire significato al
dolore, inoltre, consente di affrontare le situazioni più dure. Per il
Buddismo e l’induismo, la sofferenza è causata dalle azioni negative
compiute in passato ed è lo strumento per conseguire la liberazione
spirituale: il buddista supera più facilmente le situazioni difficili,
il senso di ingiustizia provocato dalle situazioni, pensando che sono
causate dal karma, dall’azione da noi stessi compiuta nel passato, anche
in un’altra vita, e che decide il futuro.
Un non credente può,
comunque, giovarsi di un approccio pratico:
a)
se c’è un modo di risolvere la
questione, risolvila;
b)
se non c’è soluzione al problema,
lascialo perdere.
2- vincere la collera
e l’odio comprendendo che si tratta di sentimenti distruttivi.
Dei sentimenti negativi,
l’odio e la collera sono i più distruttivi, perché sono il maggiore
ostacolo allo sviluppo della compassione e dell’altruismo e
neutralizzano la facoltà di scegliere tra il bene e il male e di
valutare le conseguenze delle nostre azioni: la rabbia e l’odio
annullano la nostra capacità di giudizio, tendono a gettarci in uno
stato confusionale. Rispondere con pazienza anziché con ira ad una
difficoltà ci da due benefici:
a)
ci risparmia dalla reazione che la
collera produce anche a livello fisico, trasformandoci sgradevolmente:
il volto diviene stravolto, l’espressione orribile, il corpo è come se
trasudasse vapore che allontana pure gli animali, i pensieri ostili
accumulandosi all’interno fanno perdere l’appetito e il sonno e
accrescono l’ansia e la tensione;
b)
la rabbia e l’odio non servono a
difenderci dalle offese e dal male che ci sono già stati fatti, perché
ormai questi sono una realtà, non servono a modificare la situazione ma
solo a far permanere l’infelicità.
L’odio è paragonabile a un
nemico, che non ha altra funzione che farci del male: se prendiamo atto
di ciò, non daremo mai a tale nemico l’occasione di nascere dentro di
noi. E visto che l’odio e la collera nascono dall’insoddisfazione e
scontentezza, lo si combatte con la pazienza e la tolleranza, la letizia
interiore e la calma mentale, imponendosi una disciplina e un controllo
interiori; e quando la collera esplode, adottare un’ottica diversa o
valutare la situazione da nuove angolazioni può essere efficace per
combatterla.
Se coviamo pensieri di odio
e di rabbia ci rovineremo la salute: se siamo frustrati sotto il profilo
mentale, la buona salute fisica non sarà di grande aiuto; invece, se
conserviamo uno stato mentale calmo e tranquillo, potremmo essere
persone molto felici anche nel caso in cui la salute sia cattiva: se lo
stato mentale è negativo, i beni materiali non servono a nulla.
3- affrontare l’ansia.
L’ansia ostacola il
giudizio, aumenta l’irritabilità, pregiudica il rendimento complessivo e
si ripercuote sull’organismo. Per combatterla una tecnica è
particolarmente efficace: l’”intervento cognitivo”, consistente
nel mettere in discussione i pensieri ansiogeni e nel sostituirli con
pensieri e atteggiamenti sereni e positivi. E poi è utile ricordare che:
a)
se il problema
è tale da consentire una soluzione, non ha senso preoccuparsene: è più
ragionevole concentrare le energie per la soluzione;
b)
se non esiste
via d’uscita, non ha senso preoccuparsi perché in ogni caso non c’è
sbocco: prima si accetterà la realtà, prima si riuscirà a non farsene
sopraffare.
IV nutrire
sentimenti positivi:
1- mutare la propria
prospettiva per curare la felicità.
La felicità è determinata
più dallo stato mentale che dagli eventi esterni, è in gran parte
determinata dalla nostra visione delle cose: spesso il sentirsi felici o
infelici non dipende dalle condizioni assolute dell’esistenza quanto dal
modo in cui si percepisce la situazione, da quanto si è soddisfatti di
quel che si ha. Il livello di contentezza nella vita si rafforza
cambiando prospettiva e pensando a come le cose potrebbero andar peggio.
2- coltivare il valore
della compassione.
Se si parte dalla premessa
razionale che tutti gli esseri umani hanno, al pari nostro, il desiderio
innato di essere felici e di sconfiggere la sofferenza e il naturale
diritto di soddisfare tale innata aspirazione, se riconosciamo questa
uguaglianza e questa caratteristica comune, proveremo un senso di legame
col resto dell’umanità, crederemo nell’altruismo, ci sentiremo solidali
e intimi col prossimo e coltiveremo la “vera compassione”, definibile il
sentimento di chi non può sopportare di vedere le sofferenze altrui.
3-
maturare la calma mentale.
Maggiore sarà la calma
mentale, la tranquillità d’animo, maggiore risulterà la nostra capacità
di condurre un’esistenza felice e gioiosa. Essere calmi e tranquilli non
vuol dire essere distanti e vuoti: la pace nel cuore e lo stato mentale
calmo affondano le radici nella simpatia e nella compassione: se ci
manca la disciplina interiore che produce la tranquillità mentale, i
mezzi e le condizione esterne, quali esse siano, non ci daranno mai la
gioia e felicità desiderata.
4-
coltivare il legame sociale con gli altri.
Aprire il proprio animo a
molte persone (familiari, amici ed estranei), instaurare rapporti
autentici e profondi basati su sentimenti condivisi da tutti gli uomini,
è un modello di comportamento da seguire se cerchiamo la felicità. E per
approfondire il nostro legame con gli altri occorre tenere presenti le
cose fondamentali che abbiamo in comune con questi, piuttosto che quelle
che ci dividono: se anziché cercare le differenze secondarie partiamo
dalle caratteristiche comuni:
a)
ci rendiamo
conto che tutti siamo uguali
b)
facilitiamo lo
scambio e la comunicazione
c)
e ci
accorgiamo che tutti cerchiamo la felicità e rifuggiamo la sofferenza.
5- comprendere che la
felicità altrui è indispensabile indispensabile alla nostra.
Fattori indispensabili a una
vita felice sono la salute, i mezzi materiali, la presenza di amici o
compagni di cui fidarci e con cui avere rapporti affettivi, ma affinché
l’individuo li utilizzi al meglio e si garantisca una vita appagata lo
stato mentale è cruciale.
Essi, inoltre, dipendono
tutti da altre persone: per la salute facciamo affidamento ai medici e a
medicine prodotte da scienziati, tutti i mezzi materiali che ci
permettono di godere della vita sono frutto dell’opera di altri uomini,
ecc…
Il giusto impiego del tempo
consiste nel servire gli altri, e, ove non sia possibile, almeno
nell’evitare di far loro del male.
V- adottare un
approccio realistico e pragmatico:
1- coltivare desideri
ragionevoli.
I desideri sono di due tipi:
a) quelli “ragionevoli”,
dettati da bisogni primari (come mangiare, vestirsi, ripararsi ma anche
essere felici)
b) e quelli “irragionevoli”,
causa di problemi perché fonti di sempre nuovi e maggiori desideri.
Mutare ottica è un mezzo più
efficace del cercare gratificazioni materiali per raggiungere la
felicità.
2- Nutrire aspettative
ragionevoli.
L’evoluzione e la
maturazione mentale sono comunque lente: occorre porsi “aspettative
ragionevoli” e riconoscere che non ci sono scorciatoie ai fattori della
determinazione, dello sforzo e del tempo per conseguire la felicità, che
richiede anni di addestramento e sano ragionamento: occorre un approccio
realistico e considerare l’obiettivo dell’illuminazione come un “ideale”
e non un parametro, altrimenti perderemo subito la speranza di
raggiungerlo accortisi che non è a portata di mano.
La mente ha bisogno di tempo
per trasformarsi perché sono tante le caratteristiche mentali negative,
che occorre affrontare e neutralizzare una ad una: la pratica del Dharma
è apprendimento perché costante battaglia interiore per sostituire
precedenti condizionamenti o abitudini negative con nuovi
condizionamenti positivi: l’”autodisciplina” è quella che ci imponiamo
per superare le nostre qualità negative.
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Concordanze scientifiche ed empiriche al metodo lamaista:
I.
Negli ultimi
anni, studiosi come la sociologa Linda Wilson sono convinti che
l’altruismo faccia parte del fondamentale istinto di sopravvivenza:
analizzando oltre cento casi di calamità naturale, si è osservato
sorgere tra le persone colpite spontaneamente un comportamento
altruistico.
II.
Gli scienziati
sostengono che i soggetti più istruiti siano più consapevoli dei fattori
di rischio per la salute, più capaci di scegliere uno stile di vita
salutare, più dotati di autostima, più capaci di risolvere i problemi,
tutti fattori che rendono l’esistenza maggiormente sana e felice.
III.
Lo psopedagogo
Benjamin Bloom analizzò la vita di alcuni dei più famosi artisti,
atleti, scienziati d’America e scoprì che il successo nei rispettivi
campi non era tanto dovuto al talento naturale quanto all’energia e alla
determinazione: è, dunque, lecito che tale principio valga anche per la
conquista della felicità.
IV.
Numerose
ricerche testimoniano che sono le persone infelici ad essere più
egocentriche, socialmente isolate, antagonistiche, mentre quelle felici
sono più socievoli, duttili, creative, capaci di tollerare le
frustrazioni quotidiane della vita, più inclini all’amore e al perdono:
una vita basata sul perseguimento della felicità personale non è,
dunque, improntata all’egocentrismo, bensì la ricerca della felicità
giova non solo ai singoli individui ma anche alle loro famiglie e alla
società nel suo complesso.
V.
Le società
progredite dal punto di vista materiale sono piene di individui
infelici: sotto l’apparente prosperità serpeggia una profonda
inquietudine mentale, che induce a sentirsi frustati, a litigare per un
nonnulla, a far uso di droghe e alcol, a suicidarsi: la ricchezza, da
sola, dunque, non ci da né la gioia né l’appagamento che cerchiamo.
VI.
Una persona
ricca e di successo, circondata da parenti e amici, se trae la sua
dignità e il suo valore solo da fonti materiali, allorquando perderà il
suo patrimonio, perderà la sua sicurezza e non avrà altro rifugio,
mentre la persona ricca ma, a sua volta, calda, affettuosa e dotata di
compassione, più difficilmente si deprimerà se vedrà la sua fortuna
scomparire: il calore e l’affetto umano sono, dunque, la misura del
nostro valore interno.
VII.
Lo scienziato
Larry Scherwitz ha scoperto che chi è più concentrato su se stesso ha
più probabilità di contrarre malattie del cuore e le persone prive di
forti legami sociali paiono accusare cattiva salute, maggiore grado
d’infelicità e una spiccata vulnerabilità allo stress.
VIII.
I medici
ricercatori hanno scoperto che le persone che hanno un maggior numero di
relazioni sociali e rapporti intimi hanno più possibilità di
sopravvivere a malattie e un tasso inferiore di mortalità e di
insorgenza del cancro, una migliore funzione immunitaria e un tasso di
colesterolo più basso; da indagini condotte su americani ed europei,
risulta che le persone sposate sono più felici e contente della loro
esistenza rispetto a single, vedovi e soprattutto divorziati e separati:
sposarsi, avere un’amicizia intima, coltivare relazioni sociali, perciò,
fa davvero bene alla salute.
IX.
Studi condotti
da Allans Luks su migliaia di persone regolarmente impegnate nel
volontariato hanno dimostrato che queste persone mostravano di avere
accresciuta la loro autostima, e la calma indotta dalla sollecitudine
per gli altri procurava sollievo da diversi disturbi fisici connessi
allo stress. La compassione e l’altruismo, quindi, hanno un effetto
positivo sulla salute psico-fisica: andare incontro agli altri tende a
diminuire la depressione e a produrre una sensazione di calma e
felicità.
X.
Per Victor
Frankl, psichiatra ebreo incarcerato dai nazisti durante la seconda
guerra modiale, “l’uomo è pronto a caricarsi di qualsiasi sofferenza
purché e finché veda in essa un significato”: la sopravvivenza alle
atrocità dei lager non dipendeva dalla giovane età o dal vigore fisico
bensì dalla forza morale, dalla saldezza interiore, dalla capacità di
dare un senso alla propria vita.
XI.
Paul Brand,
chirurgo specializzatosi nella cura della lebbra, dopo una vita passata
a occuparsi di malati in preda al dolore e di malati che ne erano del
tutto privi (i lebbrosi in India), giunse a considerare il dolore non un
nemico universale ma un meccanismo biologico che ci avverte del danno al
corpo e ci protegge, e proprio la spiacevolezza del male fisico rende
così efficace il meccanismo di messa in guardia costringendo l’organismo
ad affrontare il problema. Inoltre il dolore, impresso nella memoria, ci
consente di difenderci anche in futuro.
XII.
Studi
scientifici dimostrano che gli stati ansiosi influiscono negativamente
sull’organismo, inducono cardiopatie, disturbi gastroenterici,
affaticamento, tensione muscolare e dolore. |
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