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Camminando verso a casa, dalla fermata del bus, lei si sentiva come una
"nuvola di consapevolezza" che seguiva il corpo. La nube era un
testimone situato dietro ed a sinistra del corpo e completamente
separato da esso, oltre che dalla mente e dalle emozioni. La
testimonianza era costante, e così era anche la paura, il timore di una
completa dissoluzione fisica. La testimonianza continuò per vari mesi,
anche durante il sonno, e la Segal dovette sopportare la paura e il
concomitante stress, trovando sollievo in lunghi e frequenti sonni.
Il
'beneficio' della presenza del testimone era che esso manteneva un certo
senso di ‘sé’ personale, il 'me'. Ma dopo pochi mesi il testimone
scomparve, e con esso ogni traccia del ‘sé’ personale, cioè il 'me'. Lei
dice: "Quando il ‘sé’ personale scompare, non c'è niente e nessuno
all’interno che possa essere collocato come ‘me’. Il corpo è solo un
contorno, vuoto di tutto ciò di cui prima si era sentito così pieno e
completo".
Ora
non c’era nessuno che pensava, sentiva o percepiva, tuttavia queste
funzioni proseguivano senza intoppi e nessuno notava qualcosa di strano.
Eppure, lei si sforzava di capire chi è che stava vivendo e
perché il suo corpo continuava le sue funzioni. "La vita divenne un
lungo ininterrotto KOAN, sempre insolubile, eternamente misterioso,
totalmente fuori dalla portata e capacità della mente di poterla
comprendere".
Con la sparizione del testimone e, passate anche tutte le vestigia di un
familiare 'me', un più elevato livello di paura sorse. Lei lo chiamò
addirittura terrore. Sentiva anche una costante ed abbondante
sudorazione ed una continua agitazione delle estremità. Ora il sonno non
era più una droga bene-detta, perchè non c’era nessuno che dormiva. Non
gli portava più sollievo. Lei non poteva identificare un qualcuno che
ricevesse riposo dal dormire, così come non vi era uno che era sveglio.
"Ciò che era scomparso era il punto di riferimento di un ‘sé’ personale
che sentiva personalmente le sensazioni. Era costantemente presente un
senso di ‘vacuità’ in tutti gli stati mentali o emotivi, e questa
co-presenza precludeva che potesse esistere qualsiasi qualità personale.
Niente pensieri, sentimenti, o azioni che sorgessero più per qualsiasi
scopo personale".
“L’iper-vigilanza da parte della mente era massacrante Siccome essa era
costantemente impegnata a contrastare l’esperienza del vuoto, c’era poco
spazio per farla restare attenta a tutte le altre cose. La mia vita era
piena di visione del ‘non-sé’, e mi facevo continue domande riguardo a
questo ‘non-sé’. Perfino nel sonno la vacuità di identità personale
continuava imperturbato. Nessuna attività mentale in qualsiasi modo
poteva mai cambiare l'esperienza di non-sè, e nessun tentativo di
comprenderlo, organizzarlo, o valutarlo mi riportò mai un senso di
identità individuale".
PARTE II
Dopo dieci anni, lei cominciò ad esplorare la prospettiva spirituale
sulla vacuità del non-sé. Così trovò volumi di materiale sull’Anatta
(non-sé) e sulla Sunyata (vuoto) nel Buddismo. Quindi, imparò che
non solo la sua esperienza era stata capita, ma essa veniva ricercata da
quelli che si trovavano sul cammino spirituale.
Forse la più grande sfida degli ultimi dieci anni della Segal fu il suo
funzionamento giorno per giorno senza un 'me'. "(La personalità)
funziona galleggiando in una vastità che è riferita a nessuno", lei ha
scritto. Scoprì anche che il Buddismo spiega tutto ciò descrivendo gli
skandha o "aggregati", come funzioni della personalità che
restano anche quando uno è vuoto della persona o del 'me'. I cinque
skandha includono la forma, le sensazioni, le percezioni, i pensieri
e la coscienza. La loro interazione crea l'illusione del sé. Essi
in realtà non costituiscono il ‘sé’. Non esiste il ‘sé’. Quando la
verità degli skandha è rivelata, come accadde improvvisamente
alla Segal alla fermata dell’autobus, può essere visto che non vi è
alcun sé, ma solo gli skandha che funzionano nel modo come
funzionano, e la verità è che sono vuoti, essi non costituiscono il sé,
ma la loro interazione crea l'illusione del sé.
Ancora, la Segal non potè trovare descrizioni letterarie della paura che
essa aveva provato per dieci anni. Lei sostiene che il linguaggio e le
ipotesi che vanno a creare il concetto di ciò che è l’esperienza
spirituale reale, è un sistema chiuso, e che uno che parli di esperienze
al di là di tale sistema chiuso è considerato come se stesse navigando
verso l'illuminazione con l'uso di termini altamente discutibili, di cui
uno di essi è la paura.
"Ci
siamo convinti che la presenza di particolari pensieri, sentimenti, o
azioni è il solo modo con cui possiamo realmente sapere se qualcuno si è
Illuminato. La lista di attributi Illuminati è molto lungo e complesso.
E’ questo realmente ‘amore’, noi ci chiediamo, in presenza di un Essere
presumibilmente Illuminato? Oppure beatitudine? Hanno essi ancora
pensieri, vorremmo sapere, dato che abbiamo sentito che una mente vuota
di pensieri è sicuramente un segno di progresso spirituale? E che cosa è
questa? E’ davvero paura? Beh, la presenza della paura dimostra che non
è possibile avere una vera esperienza spirituale? In realtà, tuttavia,
la presenza di paura significa solo che la paura è presente, e nulla di
più".
PARTE III
Nella sua ricerca, lei trovò sui libri o di persona altre cose che
offrivano verifica: Di tutto quello che lei aveva incontrato o letto,
sentì che Bhagavan Sri Ramana Maharshi era il più chiaro, e così
considerò Ramana suo padre spirituale. La Segal estrasse una parte dei
suoi colloqui, e in generale afferma che "Egli descrisse la mia
esperienza in un modo così diretto e semplice che non lasciava
assolutamente alcun spazio a dubbi su quello che mi era davvero
successo". E la Segal dice ancora: “Leggendole sempre di più, le parole
di Ramana mi hanno portato ad un sorprendente passaggio. Quando un suo
discepolo gli chiese se fosse necessario essere associati con un saggio
(Sat-Sanga), al fine di poter realizzare il vero ‘Sé’, Ramana rispose:
'L’associazione con il ‘Sat-non-manifesto’ o l’esistenza assoluta (è
richiesta).... Il sastra dice che uno deve servire (essere
associato a) il ‘Sat-Non-manifesto’ per un periodo di dodici anni, al
fine di raggiungere la realizzazione del vero ‘Sé’... ma siccome molto
pochi sono in grado di farlo, essi dovranno perciò prendere il meglio
del secondo, che è l’associazione con il sat-manifesto, cioè il Guru’.”
(dalla fonte di Ramana).
Ciò
che la stupì, ovviamente, circa quel passaggio è che lei stessa era alla
fine del dodicesimo anno della sua esperienza di ‘non-sé’, o del
‘Sat-Non-manifesto’. Altri incontri, oltre Sri Ramana, furono:
Christopher Titmuss, un
insegnante di meditazione Vipassana Buddista, il quale le assicurò che
lei non era pazza, ma che la pazzia era proprio la mancanza di
esperienze come la sua, la cui assenza permette che vi sia il 'me' e le
tragiche conseguenze dei limiti su scala personale, sociale e globale.
Titmuss disse alla Segal che lei aveva bisogno di essere rassicurata sul
significato spirituale della sua esperienza, e che alla fine una serena
accettazione della sua esperienza avrebbe tranquillizzato i suoi
pensieri e i sentimenti che generavano la paura. E da quella serenità
verrà una piena e profonda comprensione dell’esperienza. Lei arrivò
presto a realizzare che la sua esperienza non era né pazzia né
fraintendimento, ma che era solo impossibile da afferrare.
Tenshin Roshi Reb Anderson, del
‘Green Gulch Zen Center’ di San Francisco, che l’aiutò ad allentare la
sua rigidità così che la sua mente potè interpretare l'esperienza. Egli
la aiutò a vedere che la sua esperienza del vuoto era beatitudine,
ma non un tipo di felicità o gioia relativa, quanto piuttosto la
beatitudine della vacuità di conoscere se stessi. Egli le impartì la
conoscenza che questa beatitudine assoluta non può essere conosciuta
tramite gli skandha, da qui l'abbandono della rigidità nella sua
mente.
Poonjaji, il ben noto discepolo di Ramana, convalidò l'esperienza
della Segal, dicendole: "Tu stessa sei diventata la liberazione (Moksha)
dei saggi realizzati".
Gangaji, un altro eminente
insegnante del lignaggio Ramana-Poonjaji, dichiarò: "Questa
realizzazione della vacuità inerente di tutti i fenomeni - che è pura
coscienza - è vero completamento. Di fronte all’esistenza
condizionata, può essere inizialmente sentita molta più paura. In
definitiva, la paura si rivela anche essere solo quella stessa coscienza
vuota".
Andrew Cohen, che la Segal
incontrò con vero beneficio. Essi trascorsero molte ore insieme parlando
della vacuità del ‘sé’ personale, e Cohen in quel momento impartì alla
Segal la consapevolezza che il vuoto "era pieno di squisito infinito".
Nel mese che seguì, quella consapevolezza si approfondì e divenne la
radice della sua stessa capacità consapevole. Andrew Cohen aveva
espresso e trasmesso un grande entusiasmo verso la 'condizione' della
Segal, perchè lei era una persona rara, non solo per aver avuto
l'esperienza del non-sé, ma nel persistere a vederlo tramite una stabile
risolutezza. Cohen le disse, "La tua apertura e ricettività è un segno
di vera umiltà, che da sola rende possibile tutte le cose".
PARTE IV
Eppure, tutte le rassicurazioni non
stavano producendo gioia, finchè una brusca transizione produsse un
cambiamento nella conoscenza dal 'Non c’è alcun sé personale', al 'Non
ce n’è nessun altro'. Ciò si verificò mentre la Segal era alla guida per
andare a trovare alcuni amici, quando: "Sono diventata improvvisamente
consapevole del fatto che stavo guidando tramite ‘me-stessa’. Per anni,
non c’era stato affatto alcun sé’, ma qui su questa strada, tutto era
me, e io stavo guidando grazie a me per arrivare dove già ero stato.
In sostanza, io non stavo andando da nessuna parte perché ero già in
ogni luogo. L’infinita vacuità in cui io sapevo di essere, ora era
evidente come l'infinita sostanza di tutto ciò che vedevo".
Quindi, la vacuità che lei aveva
conosciuto come uno stato di coscienza divenne ora la vastità di tutta
l'esistenza.
NOTA: In una simile ottica, per un interessante confronto, vedi anche le
parole del maestro del Chan Buddista, della tarda dinastia Ming,
Han-Shan-Te Ching (1546-1623).
Poco tempo dopo, mentre si trovava a
passare un week-end di ritiro in un centro buddista nel nord della
California, arrivò una nuova consapevolezza. Vi fu una fluidità di
percezione in cui le varie entità erano percepite come la stessa
vastità, cioè come lo spazio stesso, e tutto era pervaso da calma. Ora
arrivò a sentire che anche lei era della stessa sostanza della vastità.
Sapeva questo non attraverso gli organi di senso, ma tramite la sostanza
che 'lei era'. Lei descrive questo, come un dito che disegna nella
sabbia, in cui la sostanza della vastità è insieme il dito, il disegno e
la sabbia.
Ed ora finalmente vide la paura per quello
che era. In precedenza, lei aveva assegnato il significato alla paura,
vedendola come un'indicazione dell’invalidità dell’esperienza di non-sé.
Ora lei vedeva la paura come una paura senza senso. La paura non era
differente dalla forma, dal vuoto, dal dolore, dall’Illuminazione. Tutto
è fatto della stessa sostanza, come la vastità. Vedendo questo, sapendo
questo, la morsa della paura si ruppe e la gioia finalmente sorse.
PARTE V
Il resto della "Collisione con l'Infinito"
è una diretta confessione della non-dualità. Le seguenti sono
citazioni selezionate dal libro:
"Questa vita, ora è vissuta in una
costante, onnipresente consapevolezza dell’infinita vastità che io
sono".
"La presenza di eventuali pensieri, sensazioni, o azioni non è mai
interpretata in modo diverso dal puro fatto che essi sono presenti".
"... Nessun giudizio sul bene o male, o
giusto o sbagliato, si pone mai, poichè tutto è semplicemente quello che
è."
"Una volta che la mente accettò i
parametri della propria sfera e fermò ciò che patologicamente era fuori
di essa, il sapore impersonale di una gioia indescrivibile della vastità
che sperimenta se-stessa si mosse spostandosi radicalmente ed
eternamente sul piano mentale".
"... la vita come al solito continua a
dispiegarsi, tutto viene fatto, proprio come aveva fatto prima che si
fosse verificata la realizzazione della vastità. Poiché in ogni caso,
non vi è mai stato un personale ‘agente’, la realizzazione di questa
verità non fa nulla per cambiare il modo in cui il funzionamento si
verifica".
"Per vivere nella vastità dello stato
naturale, occorre fare un bagno nell’oceano dell’impersonale gioia e
piacere. Questa gioia o piacere, che non appartiene a nessuno, è
differente da qualunque gioia o piacere che sembrano riferirsi o
appartenere a qualcuno. La vacuità è così piena, così totale, e così
infinitamente beata in se stessa".
"In nessun modo... sto suggerendo che le
pratiche non dovrebbero essere fatte, ma solo che non vi è alcun
praticante che sia l’agente che sta dietro di esse. Questo è vero di
ogni attività. ... Solo perché non vi è alcun praticante (e non c’è mai
stato) non significa che non può esserci la pratica. Se è ovvio che una
particolare pratica spirituale abbia a verificarsi, allora si
verificherà".
"In realtà, ancora non c’è alcun 'Io'
individuale in grado di capire come scoprire l'infinito. E ancora più
importante, dove starebbe l'infinito? Voglio dire, noi non stiamo
parlando di qualcosa che può essere nascosto sotto il tappeto. Se si
potessero vedere le cose solo ed esattamente per quelle che sono, si
vedrebbe che ‘colui’ che sta vedendo è la vastità stessa".
"Il 'carattere di lavoro' prescritto in
psicoterapia, così come da alcune tradizioni spirituali, tra le quali il
Buddismo Zen, conduce ad una uguale trappola creata dal fatto di non
vedere le cose per quelle che realmente sono. Un naturale rilassamento
dell’essere si verifica se uno non viene sedotto prendendo le idee come
verità. Questo rilassamento è antitetico al 'carattere di lavoro', con
la sua posizione chiara su come potremmo essere se operassimo sui nostri
caratteri. Quando bussiamo alla porta del 'carattere di lavoro', siamo
invitati in labirinto di futurismo. E’ intrinsecamente impossibile
arrivare ad un obiettivo che si basa su un 'io' che ci spinga là. Il
carattere di lavoro si basa sulla stessa erronea convinzione che vi sia
un ‘agente’ o ‘attore’ individuale che gestisce lo spettacolo della vita
e crede di poter diventare un ‘Io’ migliore".
"... Io non posso più chiamare
‘psicoterapia’ ciò che io faccio, poiché essa non aderisce in nessun
modo a normali principi di teoria psicologica o intervento. Il mio
obiettivo per tutti è la libertà - libertà totale. Non voglio che essi
modifichino il loro modo di ‘sentire’, il lavoro attraverso i traumi
infantili, o smettere di avere sintomi. Voglio che siano liberi di
vedere che le cose sono proprio quelle che sono."
"Chi discrimina tra il vero e il falso (sé)? E, vero e falso, per chi?
Pensieri, sentimenti, sensazioni, e le frequenze di energia non
significano nulla per qualche immaginario qualcuno, ma semplicemente
sono solo quello che sono."
"Noi siamo la vastità, e noi conteniamo
tutto - pensieri, emozioni, sensazioni, preferenze, paure, idee, ed
anche le identificazioni. Nessuna cosa deve andare da nessuna parte. In
ogni caso, dove dovrebbe andare?"
"Lo scopo della vita umana è stato
rivelato. La vastità ha creato questi circuiti umani perchè
voleva un'esperienza di sé, fuori da se stessa, che non avrebbe potuto
avere senza di essi".
"La
sostanza della vastità è così direttamente percepibile a se stessa ogni
momento che questi circuiti a volte richiedono un’altra fase di
adeguamento per adattarsi ad una più infinita consapevolezza. Quando mi
chiedo, Chi sono Io?, l'unica risposta possibile è: io sono
l'infinito, la vastità che è la sostanza di tutte le cose. Io sono
tutti e nessuno, tutto e niente – proprio come lo siete voi".
PARTE VI
Nella primavera del 1996, il presente
libro era stato completato e Suzanne fu in grado di offrire i suoi
insegnamenti al pubblico attraverso dialoghi settimanali e un gruppo di
pratica per i suoi terapisti. Nel febbraio del 1997 le fu diagnosticato
un massiccio tumore cerebrale.
Morì il 1° aprile 1997 all'età di 42 anni.
Nella postfazione al suo libro, Stephan
Bodian, suo amico molto vicino, e colui che la incoraggiò a scriverlo,
scrive: ‘Quando questa straordinaria autobiografia fu completata, nella
primavera del 1996, Suzanne Segal iniziò a tenere regolari incontri
pubblici e dialoghi settimanali e guidando un "gruppo di formazione"
bisettimanale per terapisti in cui dimostrò il suo unico modo di
lavorare con la gente. Lei era piena di energia ed incarnava un radiante
amore incondizionato che attirava la gente come un magnete. Ma lei non
si considerava un maestro, insistendo sul fatto che noi siamo "tutti
insieme in questo", tutti siamo la vastità che lei aveva sperimentato
così all’improvviso e così articolatamente descritto. Tuttavia, quelli
di noi che erano più vicini a lei, spesso trovavano che in sua presenza
la nostra esperienza della vastità diventava ancor più profonda e più
chiara.
Nell’ultima primavera, Suzanne cominciò ad
avere una serie di potenti esperienze energetiche in cui, come dice lei
stessa, "la vastità divenne ancor più vasta di sé stessa". Lei ridendo
le chiamava "colpi di autobus" (riferendosi al suo originale risveglio
alla fermata del bus). Anche se all’inizio essi erano estatici, sembrava
che lei ne fosse sempre più disturbata e spesso doveva fermarsi e
riposare dopo un evento particolarmente potente. Al tempo stesso,
trovava sempre più difficile relazionarsi alla nozione di "altri" e così
il suo 'gruppo di terapisti' divenne un'altra occasione per condividere
insieme la nostra "descrizione" della comune vastità.
Presto i "colpi-d’autobus" presero ad
accaddere più frequentemente, ed alla fine dell'estate Suzanne capì di
essere fisicamente esausta e avrebbe dovuto ritirarsi temporaneamente
dalla vita pubblica per recuperare. I medici da lei consultati
concordarono che la sua energia vitale si era esaurita e quindi le
prescrissero ormoni ed altri supplementi vitaminici per contribuire a
ripristinargliela. Circa in questo periodo, lei notò anche che la paura,
che era scomparsa alcuni anni prima, era ritornata. Suzanne allora
chiuse precipitosamente tutti i suoi gruppi e annullò le apparizioni
pubbliche, eccezion fatta per il 'gruppo dei terapisti' che si sforzò
di proseguire per un ulteriore mese.
Durante il periodo di caduta, lei
trascorse la maggior parte del suo tempo a casa, da sola e con la sua
famiglia, facendo regolari passeggiate sulla riva dell'oceano e sedendo
nel suo patio che guardava sulla laguna di Bolinas Stinson Beach,
California, dove lei viveva. In questo periodo lei recuperò i suoi
ricordi infantili dell’abuso che dovette subire, il che sembrava
spiegare alcune delle paure che aveva sperimentato durante i suoi 10
anni da sola, perché non c’era nessuno prima che lei realizzasse che lei
era il tutto. Quando io le suggerìi che forse la paura nasceva da una
parte di sé che si era staccata o dissociata dalla consapevolezza
cosciente, lei immediatamente fu d’accordo.
Alla fine di febbraio Suzanne aveva
difficoltà a tenere una penna, a ricordare i nomi, o a stare in piedi
senza sentire le vertigini. Su impulso del suo chiropratico, lei entrò
in ospedale il 27 febbraio e i raggi X rivelarono che aveva un tumore
cerebrale. Lei accettò che le venisse rimosso, ma scelse di non essere
sottoposta a radiazioni o chemioterapia. Quando i chirurghi la operarono
una settimana dopo, scoprirono che il tumore era troppo diffuso per
eliminarlo completamente. L’8 marzo ritornò a casa, e il giorno 10 Marzo
lei e il suo compagno, Steve Kruszynski, si sposarono con una piccola
cerimonia a casa sua. Poco dopo essi si recarono in Oklahoma per cercare
un trattamento alternativo. Ma quando Suzanne ebbe una ricaduta, il
viaggio fu interrotto, e fu chiaro che doveva tornare a casa a morire.
Alcuni giorni dopo dal ritorno del suo viaggio, Suzanne cadde in coma.
Un piccolo gruppo di amici intimi veniva a farle visita ogni giorno per
unirsi alla famiglia seduta con lei, respirando con lei, e dicendole
addio. La mattina presto di Martedì 1 aprile, Suzanne Segal morì.
Seguendo l’uso tibetano, il corpo fu avvolto in un panno, circondato da
fiori, e lasciato intatto per tre giorni. Il terzo giorno noi ci
sedemmo vicino al suo corpo ed un rabbino locale eseguì una cerimonia
tradizionale Ebraica per la richiesta di sua madre.
Il Sabato seguente, quasi 100 persone -
tanti amici e parenti di Suzanne, si riunirono per celebrare la sua
vita, per apprezare i suoi doni a noi, e condividere il nostro dolore.
Al tramonto, il marito, Steve, la sua figlia quattordicenne, Arielle, e
suo fratello Bob, si spinsero dentro le onde del mare in quella fredda
primavera e dispersero in cielo le sue ceneri. Alcune persone dicono di
aver visto la forma di un angelo materializzarsi velocemente e poi
disintegrarsi in mare.
Quelli di noi che erano vicini a Suzanne
mai misero in dubbio la profondità o l'autenticità della sua
realizzazione.
Stephan Bodian, Fairfax, California, aprile 1998 –
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AGGIUNTA: “Quando si incontra l’Infinito”
Il Wanderling, avendo già da ragazzo
incrociato i vari Sentieri negli anni, con gente come Franklin
Merrell-Wolff, nel suo abituale punto forte, per emularne una serie di
altri che aveva incontrato lungo il cammino, come il misterioso Wei
Wu Wei, e l’ancor più oscuro Alfred Pulyan, rimase da menzionare
anche l’Anonimo. Egli, tuttavia, fece un viaggio per incontrare Suzanne,
e anzi lo fece una mattina presto lungo la riva di Stinson Beach. Era da
poco passata la metà dell’anno 1996, in una tranquilla distesa di sabbia
lungo una spiaggia di una laguna a nord di San Francisco, all’insaputa
del mondo o di altri, lì si verificò una Collisione con l’Infinito.
Circa cinquant’anni prima, l’uomo che
alcuni anni prima aveva sperimentato il Risveglio per la grazia e la
luce del grande Saggio Indiano Bhagavan Sri Ramana Maharshi, percorse
quella parte della costa Orientale degli Stati Uniti, nel Sud della
California, alla ricerca di persone che egli aveva sentito dire fossero
a capo di un movimento di Illuminazione, e quindi, eventualmente, non
diverse da se stesso, cioè dimoranti nell’Assoluto. Quella volta però,
dopo esser giunto sul luogo, i suoi sforzi, come era invariabilmente
successo in altre occasioni, non dettero i loro frutti.
Alcuni anni più tardi, un giovane ragazzo,
di sedici o diciassette anni, incrociò il sentiero con l'uomo e in
qualche modo fu preso dalla serenità che sembrava dimorare in lui.
Passarono un paio di anni e il ragazzo, ora vicino alla fine della sua
adolescenza, iniziò la pratica e lo studio sotto di lui sperando di
raggiungere risultati simili a quelli che l'uomo aveva ottenuto sotto
l'auspicio di Sri Ramana. Gli anni passarono, ma niente. Poi un giorno
tutto cambiò e in seguito al Risveglio fu una persona che non è era
prima.
Verso la metà degli anni ’90, fu portato
alla sua attenzione che c’era una notevole persona che aveva avuto un
esperienza molto importante e che si trovava a meno di quattrocento
miglia a nord del luogo in cui egli stesso viveva. Egli, non
diversamente dal suo Mentore che molti anni prima si era avventurato per
cercare altri individui di tipo simile, si diresse a nord per vedere se
questa era una vera storia, e se, con parole di W. Somerset Maugham che
nel suo romanzo ‘The Razor's Edge’ di una simile persona scrisse "si
può realizzare che in questa epoca viva una creatura notevole".
Dopo esser arrivato, egli non cercò lei ‘di per sé’, ma venne a sapere
che lei andava a camminare lungo la spiaggia quasi regolarmente. Stando
da solo una fresca mattina, dopo una breve tempesta che c’era stata la
notte prima, un uomo, una donna e una giovane ragazza vagavano lungo il
tratto di sabbia verso dove egli stava. Passarono proprio a breve
distanza, apparentemente senza accorgersi di lui. La donna, che
camminava nel mezzo, voltò lievemente la testa mentre passava e lo
guardò. Per entrambi, in un istante, fu come essere colpiti con un
martello.
Fermandosi per un attimo, come se fosse
stata stordita, lei mosse sempre in modo lieve verso di lui senza
togliere il suo sguardo si fermò davanti a lui per non più di pochi
secondi, ma per entrambi fu come se fosse stata un eternità.
Diversamente dall'incontro tra Upaka e il Buddha sulla strada per
Benares, in cui Upaka non fu in grado di accertare il pieno livello di
realizzazione del Buddha, questo incontro fu come il venire insieme di
materia e anti-materia, che termina con l'emanazione di nulla di meno di
un scoppio di pura energia. Nessuna parola fu detta, né alcun scambio si
verificò. Non fu necessario.
Appena lei passò oltre, la ragazza fu sentita chiedere: "Chi era
quell'uomo?"
"Non c’era nessun uomo", rispose la donna.
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Anche la Segal aveva cercato una varietà
di quelle persone compiute nel campo dell'Illuminazione ed in un modo o
l'altro, era anche alla ricerca di un insegnante che non solo potesse
spiegarle che cosa fosse l’Illuminazione, ma anche come fare uso di essa
nella sua vita quotidiana. Spesso si dice che, quando c’è realmente
bisogno di un insegnante, uno ne apparirà. Questo è dovuto ad una
qualche inspiegabile serendipity. Può essere dovuto al
fatto che il ricercatore ha profondamente ricercato dentro di sé stesso
e determinato quale tipo di istruzione possa essergli necessaria.
Potrebbe essere che il Risveglio spazi su di voi, come il caso della
Segal, come la prima esperienza di morte spazzata via da Sri Ramana
Maharshi. Tuttavia, a differenza della Segal in cui prevalse un
apparente carenza di comprensione, il Bhagavan ebbe un po’ riconosciuta
la seconda esperienza di morte che portò a sua volta molta chiarezza.
Talvolta, appena acquisita la chiarezza, la si perde solo per farla
ritornare in un secondo momento.
In una certa occasione, un Brahmino
tormentato dalla casta insultò il Buddha dicendo. "Fermati, tu o uomo
rasato, fermati, o emarginato fuori-casta!"
Il Gran Bodhisattva, senza alcun
sentimento di indignazione, dolcemente rispose:
“La Nascita non rende un uomo un
fuori-casta,
“La Nascita non rende un uomo un Brahmino;
“L’Azione rende un uomo un fuori-casta,
”L’Azione rende un uomo un Brahmino.
(NAPATA SUTTA,n I.7 Vasala sutta: Il
Discorso sui fuori-casta).
“Non solo non c’è un ‘sé’
individuale, ma neanche nessun altro ‘sé’.
Nessun sé, nessun ‘altro’.
Tutto è composto della
stessa
‘sostanza’ di vacuità”
Tratto dal libro:
"Collision with the Infinite"
di Suzanne Segal (1955-1997)
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