Lo
“yoga della divinità” o “yoga di essenza divina” (devayoga) è la pratica
fondamentale ed essenziale delle 4 classi del tantra : in tutti i tantra
infatti è previsto il devayoga per la rapida accumulazione di meriti e
saggezza discriminante. A partire da una buona comprensione della Vacuità e
di bodhicitta, il praticante visualizza se stesso come una particolare
divinità e vi si identifica, cancellando l’immagine di sè come essere
ordinario e limitato. La pratica di questo yoga ha lo scopo specifico di
ottenere il sambhogakaya di un buddha.
In questo yoga dunque, lo yogi medita su se stesso come se avesse un aspetto
simile ad un corpo divino o Rupakaya e al tempo stesso la sua mente
riconosce la Vacuità: la coscienza della saggezza, che comprende la Vacuità
e si fonde con essa, appare in forma di divinità. In questa pratica, un
singolo momento di coscienza conosce la forma di una divinità mentre
contemporaneamente è consapevole della sua propria natura di Vacuità : qui
dunque meditazione sulla divinità e conoscenza della Vacuità coesistono in
forma completa all’interno di un singolo momento cognitivo, cioè vi è la
loro piena fusione all’interno di una singola entità di coscienza (che non è
la semplice congiunzione di due distinti fattori che si completano l’un
l’altro).
Sia il Paramitayana che il Vajrayana hanno un Sentiero per conseguire - con
la meditazione sulla Vacuità - un Dharmakaya, ma solo il Vajrayana possiede
un metodo speciale per ottenere un Rupakaya: questo metodo è il devayoga. La
saggezza che riconosce la Vacuità è la causa specifica del Dharmakõya e una
causa concomitante del Rupakaya; viceversa, il devayoga è la causa specifica
del Rupakaya ma anche la causa concomitante del Dharmakaya. Normalmente
siamo insoddisfatti perchè abbiamo una visione ristretta, limitata e
limitante della realtà e, in particolare, di ciò che siamo e di ciò che
possiamo diventare: siamo intrappolati nell’insoddisfazione perché
l’immagine che abbiamo di noi stessi è opprimente, inferiore e negativa. Il
nostro potenziale umano, le nostre risorse interiori, vanno invece
considerate in modo trascendentalmente bello, puro, forte, abile e vitale,
cioè ci dobbiamo vedere come dèi e come dee. Per far ciò ci dobbiamo
addestrare nello “yoga della divinità” : più ci abituiamo a dissolvere nello
spazio vuoto le concezioni ordinarie che abbiamo di noi stessi e a
visualizzarci nell’aspetto del glorioso corpo di luce del nostro yi-dam, e
meno limitati ci sentiremo dalle frustrazioni e delusioni della normale e
banale vita quotidiana. Se ci identifichiamo come dèi (ad es., Mañjushri)
stimoleremo la nostra mente a risvegliare e sviluppare quelle qualità che
essi rappresentano (ad es., la saggezza) e che sono latenti in noi (dato che
abbiamo dentro di noi la “natura di buddha”) e saremo in grado di aprirci
alle forze positive esistenti dentro e fuori di noi. Le nostre ordinarie
apparenze (ciò che vediamo, ascoltiamo, gustiamo, ecc.) verranno trasformate
nel godimento pieno di beatitudine della divinità.
Dunque, il tantra è l’antidoto che cura l’immagine molto limitata che
abbiamo di noi stessi, fondata sull’auto-commiserazione. Essa è il
principale ostacolo alla crescita di amore e saggezza. La cura consiste in
una catarsi generata da un processo di alchimia psichica : ci emaniamo
visualizzandoci come una divinità (yi-dam), riconoscendo le nostre qualità
positive. E’ questo il cosidetto “yoga della divinità”, in cui contempliamo
l’orgoglio divino abbinato alla consapevolezza della Vacuità. Il metodo del
tantra è di eliminare gli stati mentali grossolani, superficiali, illusi e
dualistici facendo in modo che si manifesti la mente (o coscienza) sottile,
originaria e fondamentale (che risiede ed opera nell’ inconscio) mediante
tecniche come il gtum-mo o la meditazione sugli stadi di assorbimento del
processo della morte. Al momento, questa mente sottile - che è fonte di
chiarezza e di pace - è fuori uso, è come addormentata ; ma con quelle
tecniche essa verrà attivata nell’avadhuti, cioè diverrà operativa.
L’identificazione del meditante col dio comporta la sua disidentificazione
dagli aspetti parziali e dualistici del proprio essere. Percependo il
proprio io come se fosse già quintessenziato dalla bellezza e dalla forza
della divinità - anticipando perciò l’effetto alla causa - si giunge alla
maturazione dello “Stadio di Generazione”. In questo stadio il praticante
prende progressiva famigliarità con la sua vita interiore, astenendosi però
ancora dall’intervenire sul proprio “corpo sottile” – la cui trasmutazione
darà per risultato (nello “Stadio di Perfezionamento”) la trasformazione
della persona nella divinità.
LA DIVINA APPROSSIMAZIONE.
Quando riceviamo un’iniziazione, il maestro-vajra ci dà una divinità (yi-dam)
da visualizzare in accordo col nostro temperamento (intellettuale,
passionale, ecc.). Ora, la “divina approssimazione” (lha’i bsñen-pa) o
“approccio preliminare” (snon-du bsñen-pa byed-pa) è il periodo iniziale del
devayoga, in quanto ci si familiarizza con quella determinata divinità
avvicinandosi sempre più alla sua condizione.
Prima di meditare su un corpo divino, occorre stabilire attraverso il
ragionamento la propria esistenza non-intrinseca ; poi questa stessa mente
che ha come oggetto la propria Vacuità, si manifesta sotto forma di volto,
di membra, ecc. della divinità (ad es., Vairocana). Questi due elementi (la
saggezza che riconosce l’esistenza nonintrinseca e l’idea della divinità)
sono un’unica entità : la mente che constata la Vacuità sotto forma di
divinità ha come suo oggetto referente la Vacuità e come suo oggetto
apparente e convenzionale un corpo divino. Con l’esercizio, gradualmente ci
si abitua a questa manifestazione di una divinità priva di esistenza reale,
simile ad un’illusione. La forma divina, come pure i suoni, ecc. si
manifesteranno ancora, ma la nostra mente constaterà o coglierà
esclusivamente la Vacuità.
Avvicinandosi sempre più alla condizione della divinità del devayoga, la
divinità stessa elargisce allo yogi le siddhi - o direttamente o conferendo
alla mente del praticante una determinata capacità. Dopo il completamento
dell’ “approssimazione divina” avviene la vera e propria acquisizione delle
siddhi mediante il compimento delle pratiche prescritte (offerta di
olocausti, ripetizione di mantra, ecc.). Infine, tali siddhi vengono
impiegate dal praticante per il bene altrui, cosicchè si ha un’ancor più
grande accumulazione di meriti (che ci faranno raggiungere la buddhità più
rapidamente che non col Veicolo dei Sutra).
“AUTO-FONDAMENTO” ED “ETERO-FONDAMENTO”.
Meditando sulla Vacuità, si immagina che tutte le cose si dissolvono in luce
e si assorbono nel nostro corpo, che diviene vuoto e scompare : la nostra
mente percepisce solo chiarezza e vuoto. La divinità può sorgere da questa
chiara vacuità in due modi : o tutta ad un tratto (cioè istantaneamente)
nell’interezza delle proprie sembianze oppure dalla trasformazione di un
disco lunare e di una sillaba-seme. In questo secondo caso, nel posto dove
ci troviamo compare un fiore di loto, che si trasforma nel bianco disco di
una luna piena ; su questo appare l’essenza della nostra mente o coscienza
nell’aspetto di una sillaba-seme (búja); questa si trasforma nella divinità,
cioè assume il suo aspetto : la nostra mente si manifesta in tale forma
divina e ci identifichiamo totalmente con questa. Il meditante è convinto di
essersi trasformato nello yi-dam, cosicchè visualizza se stesso con quel
corpo divino, che è luminoso e vuoto (gsal-ston lha-sku). Questo
procedimento è detto “AUTO-FONDAMENTO” (bdag-gi gzi) o “AUTO-GENERAZIONE” (mdun-bskyed)
o “generazione di se stessi come divinità” (bdag-bskyed) : si tratta della
creazione mentale dello stato fenomenico dello yi-dam, della sua “forma di
voto (samaya)”-perchè è solo sotto questo aspetto che esso può manifestarsi
per adempiere al voto di aiutare gli esseri senzienti(1). La persona che
s’immagina come divinità è detta appunto “samayasattva” (“Essere d’impegno”)
: essa non è la divinità vera e propria, ma ne è il simbolo.
Successivamente si evoca l’effettiva divinità, che è detta “jñanasattva”
(“Essere di saggezza trascendentale”), invitandola ad abbandonare la sua
Terra Pura (che è un’estensione del Dharmakaya) e ad approssimarsi a noi.
Questa divinità viene pertanto visualizzata davanti allo yogi : è una
divinità simile al samayasattva, un secondo yi-dam sistemato e presente di
fronte ad esso(2). Questo procedimento è chiamato “ETERO-FONDAMENTO” (gzan-gyi
gzi).
Infine si visualizza che il jñõnasattva entra nel samayasattva e fondendosi
vi si dissolve, per cui lo yogi diventa la divinità vera e propria(3).
Questo processo è detto “INGRESSO” (gzug-pa) di un “essere di saggezza”.
Dunque, nelle pratiche di visualizzazione tantrica, la dimensione di
soggetto ed oggetto viene trasformata in due aspetti della divinità. Ad es.,
io mi visualizzo come Tara e ciò prende il nome di “samayasattva” (divinità
della promessa) perché sottintende la mia intenzione e il mio impegno di
realizzarmi ; di fronte a me invece visualizzo un’altra immagine di Tara,
detta “jñanasattva” (divinità della saggezza) perché rappresenta l’energia
degli Illuminati.
Samayasattva e jñanasattva sono quindi i due livelli d’esistenza della
divinità :
a) il jñanasattva è l’aspetto ultimo della divinità: lo stato di
Illuminazione, la conoscenza originale. Appartiene al dominio della Vacuità,
onnipresente ed onnipenetrante ; esiste nell’eterno presente, l’immortalità.
Poiché questo aspetto trascende ogni concetto ordinario, si utilizza
l’aspetto formale (il samayasattva) attraverso il quale il jñanasattva si
rivela ;
b) il samayasattva è l’aspetto visualizzato della divinità ; è il
ricettacolo e il veicolo della sua influenza spirituale. E’ l’espressione
stessa del jñanasattva con la quale si sviluppa una relazione : meditazione
e recitazione del mantra. Tutti questi processi meditativi
(auto-generazione, ecc.) prevedono numerose varianti a seconda del grado di
avanzamento dello yogi, grado che corrisponde al tipo di tantra utilizzato,
come descritto nei vari paragrafi dedicati alle 4 classi di tantra.
(Note)
1 Quando ci si trova ancora nelle fasi iniziali della pratica, è meglio
invertire questo processo col
successivo, compiendo prima l’etero-fondamento e poi l’auto-fondamento.
2 Lo yogi gli presenta allora le varie offerte e ne riceve benedizioni (byin-rlabs)
; gli chiede anche i
benefìci che gli stanno a cuore : la pioggia, l’allontanamento dei demoni,
ecc.
3 In questo momento la divinità è realmente presente. Ciò fu dimostrato, ad
es., dal fatto che - dopo la
loro evocazione attraverso la meditazione - le divinità rappresentate in un
dipinto ne siano uscite, vi
abbiano fatto un giro attorno e vi siano rientrate : si è potuto allora
osservare che i loro abiti ed accessori
avevano assunto posizioni diverse sul dipinto.
LE 4 “COMPLETE PUREZZE”.
Nel devayoga ogni cosa che appare è congiunta con la vacuità e con la
divinità, il che significa attuare l’esperienza delle “4 complete purezze”
di ambiente, di corpo, di risorse e di attività:
1. il nostro ambiente esterno, le case e le città sono visti come la
residenza pura e straordinaria delle divinità (cioè come il palazzo,
luminoso e fatto di pietre preziose, di un mandala divino) e l’intero
universo va identificato con la Pura Terra di un Buddha(1) : ogni cosa
contenutavi è considerata e sperimentata come intrinsecamente perfetta,
sacra e bella ; tutti i suoni che sentiamo sono percepiti come la melodiosa
sonorità del mantra di quella divinità (anziché come vuoto chiacchierio o
rumore disturbante) ; e ogni pensiero ordinario e tutto quanto può avvenire
vanno concepiti come divino svago, come un gioco del Dharmakaya (cioè quale
manifestazione della suprema saggezza [jñana] di quel buddha, saggezza che
comprende la Vacuità)(2) ;
2. il nostro corpo (ed ogni altro essere) è visto come una manifestazione
della non-sostanza pura ed indifferenziata, ed è rispettato perché dotato
delle qualità e capacità di un Buddha potenziale. In una parola: ogni essere
è considerato un nostro compagno divino, un Buddha, un Bodhisattva o un daka
(perché siamo consapevoli del valore e della positività della sua
esistenza),che sono qui per aiutarci a realizzare l’Illuminazione;
3. i nostri mezzi, godimenti ed oggetti desiderabili (es. cibi e bevande)
sono visti come nettare (che provoca la beatitudine) da offrire a noi stessi
che siamo visualizzati nell’aspetto di quel Buddha (cioè quali cose sacre
perché offerte a un Buddha) o come le alte qualità di cui è dotato un Buddha
;
4. qualunque azione da noi compiuta è vista come la suprema e pura attività
illuminata di un Buddha, consistente nel dare aiuto agli esseri e tesa alla
loro maturazione spirituale.
Anche nelle attività quotidiane si dovrebbero purificare così tutte le
manifestazioni del samsara ed integrarle nella Vacuità auto-illuminante,
intravedendo così l’unità di tutte le cose. In tal modo si mette in moto un
processo di trasformazione che permette di sostituire le visioni ordinarie
della nostra mente dal contenuto impuro con visioni pure.
Lo “yoga della divinità”, se effettuato a partire da una buona comprensione
intellettuale della vacuità, protegge la mente dalle apparenze e dai
concetti ordinari attraverso le suddette “4 complete purezze”. Il maggior
ostacolo alla pratica tantrica è considerare noi stessi, e il mondo che ci
circonda, impuri : per cui dobbiamo trasformare la normale visione impura in
visione pura. La pratica tantrica o esperienza dove percepiamo e
visualizziamo il nostro corpo, gli esseri, le azioni e i fenomeni come puri
e divini è detta “chiara apparenza” : ci concentriamo sulla chiara
percezione di noi stessi come divinità e il nostro ambiente come mandala
finché riusciamo a comprendere simultaneamente la visione globale fin nei
minimi dettagli.
Tutto ciò serve ad evitare che sorgano le nostre ordinarie apparenze
dualistiche(3) e la concettualizzazione del nostro ambiente, del nostro
corpo ordinario, dei nostri averi e delle nostre azioni, e a eliminare
l’attaccamento a tali apparenze e la credenza che siano realmente ed
intrinsecamente esistenti. In altre parole : lo scopo di questo tipo di
meditazione è non solo quello di fare una vera esperienza del carattere
illusorio della nostra realtà, ma anche quello di liberarsene, dissolvendo i
legami che ineriscono a questo mondo fenomenico. In effetti, siccome in ogni
stadio di questa meditazione si deve mantenere una costante consapevolezza
della vacuità, questo è un metodo efficace per vincere le “apparenze
ordinarie” e le “concezioni ordinarie” e per purificare i nostri ambiente,
mezzi, corpo, parola e mente. Le apparenze ordinarie e le concezioni
ordinarie sono la radice del samsara.
“Apparenza ordinaria” è ogni apparenza dovuta ad una mente impura,
“concezione ordinaria” è ogni mente che concepisce qualcosa dovuta a
un’apparenza ordinaria. I fenomeni ci appaiono come ordinari e noi li
concepiamo come ordinari. Le concezioni ordinarie dipendono dalle apparenze
ordinarie. Le apparenze ordinarie sono ‘ostruzioni all’onniscienza’, le
concezioni ordinarie sono ‘ostacoli alla liberazione’ : ad es., mi considero
una persona ordinaria (penso “Io sono Aldo”), perché alla mia mente mi
appaiono aggregati ordinari, cioè un corpo grossolano e impuro e una mente
grossolana e impura ; e sotto l’influenza di tali concezioni ordinarie, creo
continuamente karma negativo. Per ovviare a ciò, dovrei invece visualizzarmi
come una divinità, sviluppando l’orgoglio divino di essere - ad es. - Heruka
o Vajrayogini.
Per il praticante tantrico i principali oggetti da abbandonare durante la
pratica non sono i klesha ma le apparenze ordinarie e le concezioni
ordinarie, perché quando queste si manifestano fortemente, la pratica
tantrica non funziona.
(NOTE)
1 Così, invece di pensare al nostro ambiente come a un luogo pericoloso,
colmo di inquinamento, radiazioni e veleni, lo consideriamo positivo,
piacevole e attraente, perché la natura, l’acqua, gli alberi, gli esseri
umani si aiutano gli uni con gli altri.
2 In altre parole, questo mondo ordinario e samsarico viene trasformato nel
mandala del sambhogakaya, cioè nella dimensione della totale ricchezza e
soddisfazione dell’esperienza vissuta (dimensione che non si basa su
passioni ed impulsi, ma sui 5 aspetti della saggezza primordiale).
3 Propriamente, l’ “apparenza ordinaria” è la percezione di se stessi, del
corpo, dell’ambiente, dei fenomeni e dell’azione come impuri, ordinari e
della natura della sofferenza ; l’ “apparenza dualistica” è la maniera di
relazionarsi al mondo considerandolo solido e permanente, e credendo che
tutti i fenomeni siano reali, totalmente indipendenti e separati dal nostro
corpo e mente.
L’ “ORGOGLIO DIVINO”.
Nel contemplare il mondo esterno come un mandala divino, anche noi dobbiamo
sentirci orgogliosi di essere divini. Con la scomparsa dell’aspetto
ordinario e impuro del proprio corpo e mente a seguito dell’immaginarsi -
col devayoga – sotto una forma divina, non si ha più il senso di un “io”
imperfetto (perché si è trasformato nei puri skandha mentali e fisici della
divinità) : da ciò si sviluppa l’ “orgoglio divino” (lha’i na-rgyal), cioè
la forte certezza d’avere raggiunta l’identificazione con lo yi-dam e quindi
il senso di un “puro io”, la fierezza del proprio rango di divinità, un
senso elevato della nostra identità fondato su quell’apparenza divina - per
cui vengono eliminati i nostri pensieri di auto-commiserazione e la nostra
solita concezione delle apparenze ordinarie, ponendo invece in risalto le
nostre qualità positive e facendoci identificare con esse : riconosciamo che
la perfezione è racchiusa dentro di noi, per cui dobbiamo avere fiducia in
noi stessi, eliminando l’idea di avere questa o quella limitazione. Questo
“orgoglio divino” (o “fierezza e dignità divina”) fa emergere il potenziale
d’illuminazione che è dentro di noi (la nostra “natura vajra”), facendoci
comprendere che la nostra persona è la manifestazione di una spiritualità
onnipervadente : il che ci influenza positivamente in modo tale che si agirà
(con corpo, parola e mente) con la dignità conforme ad essa e farà
scomparire la preoccupazione per noi stessi come costituiti di carne ed
ossa.
Prima del devayoga i desideri e i pensieri che si basavano sugli oggetti ci
legavano al samsara, mentre ora - considerando ogni cosa come divina -
questa può essere usata come mezzo d’aiuto per la Liberazione (come il
veleno usato in medicina serve per la guarigione). Questa “fierezza” dunque
non è una forma di esaltazione psichica basata su un senso di deificazione,
ma un mezzo per controbilanciare il modo in cui abitualmente sperimentiamo
la mondanità della nostra esistenza, che si basa su passioni ed impulsi.
REALTÀ SAMSARICA E REALTÀ NIRVANICA.
Nel tantrismo, la realtà mondana è costituita dai propri 5 skandha
(componenti psico-fisici), mentre la realtà sopramondana è costituita dal
corpo, dalla voce e dalla mente adamantini dei Buddha. Queste due dimensioni
- impura e pura – sono peraltro unite inseparabilmente. Dall’essenza del
proprio essere psico-fisico (rlun, e mente sottilissimi) si manifestano -
attraverso gli Stadi di Generazione e di Completamento - i 3 Kaya di un
Buddha. Meditando sulla corrispondenza che intercorre fra gli elementi del
mandala e quelli della propria visione ordinaria si realizza la propria
natura originariamente perfetta (il rlun e la mente sottilissimi); cioè,
meditando sul maÐÅala del corpo si comprende che tutti gli aspetti puri
della manifestazione divina sono i componenti dei propri skandha adamantini.
In altre parole, nei vari aspetti della realtà mondana (i 5 skandha, i 5
elementi, ecc.) si trova la base della realizzazione, per cui vi sono delle
corrispondenze intercorrenti fra quelli e la realtà sopramondana. Così, nel
Mahayoga queste corrispon-denze sono le seguenti(1) :
1] i 5 skandha corrispondono ai 5 Padri (yab)
- coscienza (vijñana) : Akshobhya ]
- sensazione (vedana) : Ratnasambhava ]
- concettualizzazione (samjña) : Amitabha ]
- impulso (samskara) : Amoghasiddhi ]
- forma (rupa) : Vairocana ]
(queste forme divine maschili (dhyanibuddha) rappresentano la realtà
fenomenica, empirica e concreta. Indicano anche il soggetto
dell’esperienza). Gli skandha - che sono la base dell’esistenza umana - sono
anche la base della realizzazione : la loro natura è pertanto
fondamentalmente pura. Essi non vanno considerati come qualcosa a cui si
deve rinunciare, bensì - tramite il metodo tantrico della trasformazione - i
loro aspetti sottilissimi di energia (rlun) e mente diventano la base stessa
della realizzazione. Questa consapevolezza dissolve ogni forma di dualità.
2] i 5 elementi corrispondono alle 5 Madri (yum)
- terra : Buddhalocana ]
- acqua : Mamaki ]
- fuoco : Pandaravasini ]
- aria : Samaya-tara ]
- spazio : Dhatvisvari ]
(queste forme divine femminili (le Consorti dei dhyanibuddha) rappresentano
la Vacuità (intesa come l’essenza della realtà) vista quale manifestazione
pura dell’energia dei 5 elementi, cioè vista sotto l’aspetto puro delle loro
funzioni: movimento (aria), stabilità (terra), ecc. Indicano anche l’oggetto
dell’esperienza).
3] le 4 coscienze corrispondono ai 4 Bodhisattva della mente
− coscienza visiva : Ksitigarbha
− coscienza uditiva : Vajrapani
− coscienza olfattiva : Akashagarbha
− coscienza gustativa : Avalokiteshvara
4] i 4 sensi corrispondono ai 4 Bodhisattva del corpo
− vista : Maitreya
− udito : Nirvaranaviskambhin
− olfatto : Samantabhadra
− gusto : Mañjushri
5] i 4 oggetti corrispondono alle 4 Dee della bellezza
− forma : Lasya
− suono : Gita
− odore : Mala
− sapore : Nrtya
6] i 4 tempi corrispondono alle 4 Dee dell’offerta
− passato : Dhupa
− presente : Puspa
− futuro : Gandha
− indeterminato : Aloka
7] i 4 aspetti del tatto corrispondono ai 4 Deva Irati
− sensazione pura : Amrtakundali(2)
− tatto : Hayagriva
− tangibilità : Mahabala
− coscienza tattile : Yamantaka
8] i 4 limiti corrispondono alle 4 Dee Irate.
− eternità : Ankusa
− cessazione : Pasa
− identità : Srinkhala
− segni (nimitta) : Ganta
9] l’elemento soggettivo della coscienza mentale (manas-vijñana-dhatu)
corrisponde a Samantabhadra.
10] gli elementi oggettivi o contenuti mentali (dharmadhatu)(3)
corrispondono a
Samantabhadri.
Il Sentiero Mahayoga richiede quindi uno sforzo di applicazione consistente
nel
sevasadhana, cioè nei 4 rami della “generazione (o sviluppo)” e del
“completamento (o perfezionamento)” :
1. l’avvicinamento (bsñen-pa) : è la contemplazione della Vacuità, cioè
della condizione della realtà com’è sin dall’origine ;
2. l’avvicinamento completo (ñe-ba’i bsñen-pa) : è la trasformazione di se
stessi nella divinità maschile, cioè si tratta di percepire i propri skandha
trasformati nei Padri (yab) e quindi di riconoscere la loro identità
essenziale ;
3. l’acquisizione (sgrub-pa) : è la visualizzazione della forma divina
femminile, nota come Madre (yum) : essa è la manifestazione pura
dell’energia dei 5 “elementi”. Perciò si tratta di percepire gli “elementi”
materiali trasformati nelle Madri divine e quindi di riconoscere la loro
identità fondamentale ;
4. la grande acquisizione (sgrub-pa chen-po) : è l’unione del Padre (che
rappresenta i 5 skandha) e della Madre (che rappresenta i 5 elementi) : la
beatitudine (sukha) che ne deriva è utilizzata dal praticante per dissolvere
gli ostacoli più sottili all’Illuminazione.
Tramite questi 4 stadi si ottiene la sottomissione dei “4 demoni (mara)” :
− con l’ ”avvicinamento” si sottomette il “demone della morte” (mrtyupatimara,
‘chi-bdag-gi bdud) ;
− con l’ “avvicinamento completo” si sottomette il “demone degli aggregati”
(skandha-mara, phun-po’i bdud) ;
− con l’ “acquisizione” si sottomette il “demone delle emozioni” (klesha-mara,
ñon-mons-pa’i bdud) ;
− con la “grande acquisizione” si sottomette il “demone [della distrazione,
noto come il] figlio della divinità” (deva-putra-mara, lha-pu’i bdud).
Così, nel Tantra, non si percepisce più il proprio corpo come qualcosa di
ordinario o impuro, ma si diviene consapevoli della sua dimensione divina,
identificando
− i 5 skandha con i 5 Dhyanibuddha ;
− i 5 elementi con le 5 Consorti dei Dhyanibuddha ;
− le 8 coscienze (rnam-shes)(4) con gli 8 Bodhisattva.
Non si tratta di costruire una natura di Buddha o di diventare qualcun altro
: si
tratta solo di dissipare i veli dell’ignoranza per riconoscere lo stato
primordiale,
nudo. genuino, puro, privo di distorsioni concettuali. Si acquisisce
semplicemente la
visione di ciò che siamo (cioè, del proprio stato di natura) piuttosto che
ottenere
qualcosa di cui saremmo privi o raggiungere uno stato di Buddha che ci
sarebbe
estraneo. In altri termini : allenando gli ordinari corpo, voce e mente (le
“3 porte”)
si arriva a rendere evidente la loro vera condizione che è quella
indistruttibile del
vajra, cioè illuminata (e a quel punto assumono la denominazione di “3 vajra”).
(NOTE):
1 Cioè i vari aspetti della realtà samsarica (che verranno nel testo
elencati per primi) hanno la medesima ed identica natura dei corrispondenti
aspetti della realtà nirvanica.
2 E’ la “coscienza del momento precedente”, che funge poi da sostegno alla
“coscienza puramente mentale” (manas-vijñana) - che quindi sorge da quella ;
oppure è la facoltà mentale (manas-dhatu) che sorge dopo la “coscienza
tattile” (kaya-vijñana-dhatu).
3 Suddivisi in aspetti condizionati (samskrta) da cause primarie e
secondarie, e in aspetti incondizionati (asamskrta).
4 Le 5 coscienze sensoriali, quella mentale (cioè la coscienza degli oggetti
mentali, associata alle facoltà sensoriali), la mente egoica, la coscienza
di base (alayavijñana).
(Gentilmente ripreso dal sito: http://www.mahayana.it/index1.html)