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PARTE PRIMA
Il SENTIERO della CONCENTRAZIONE che conduce all’ASSORBIMENTO
A. TRANQUILLITA’ (samatha, o shamatha): la pratica dell’ attenzione mentale
su un unico punto.
NOTA:
Si
dice che il sentiero della tranquillità-concentrazione-assorbimento possa
portare ad avere poteri supernormal (ad es., la percezione extrasensoriale,
la conoscenza delle vite precedenti). Tutte le realizzazoioni di questo
sentiero, tuttavia, sono considerate ancora samsariche. Il Buddismo ritiene
che l'assorbimento di per sé non possa portare al Nirvana. Invece, è il
sentiero di Consapevolezza-Insight che si dice porti al Nirvana. Tuttavia,
la padronanza dell’"accesso alla concentrazione", si dice che sia un mezzo
efficace per una più stabile Consapevolezza, e la padronanza del più elevato
stato di assorbimento si dice che sia un mezzo efficace per l’Insight
profondo. Riguardo a ciò, si paragoni quanto sopra con: JORIKI, e SIDDHI.
(vedi).
B. ACCESSO alla CONCENTRAZIONE (upacara samadhi): attenzione potente e
stabilizzata sull’oggetto focalizzato. Tradizionalmente, quando i cinque
ostacoli sono superati, è chiamato Upacara Samadhi, noto anche come "area
della concentrazione". Cioè, un prossimo Samadhi, in cui ci si trova proprio
vicino al Jhana, ma non pienamente in esso. E' come essere all’ingresso di
una sala... in cui bisogna passare attraverso, l’area, per entrare nella
stanza. E dovrete passarci attraverso anche per uscire. Queste sono le
Upacara, le zone, o aree. (Vedi anche: Hua-T'ou nonché Laya).
C. JHANA, o DHYANA CON FORMA(Rupa): assorbimento contenuto con supporto
(simile al samadhi samprajnata di Patanjali). Generalmente, si considera che
Samprajnata-samadhi includa i seguenti quattro Jhana nel suo campo di
applicazione:
Primo Jhana: attività mentale, con gioia e senso di benessere.
Secondo Jhana: eliminazione di attività mentale, che lascia gioia e senso di
benessere.
Terzo Jhana: eliminazione della gioia, che lascia l'equanimità e il senso di
benessere.
Quarto Jhana: eliminazione del senso di benessere, che lascia assorbita
l’equanimità.
(Vedi anche: Le Cinque Varietà di Zen).
D. JHANA, o DHYANA SENZA FORMA (arupa jhana): assorbimento senza forma, che
poi porta ad un aumento del senso di rarefazione o incorporalità (simile
all’ asamprajnata samadhi di Patanjali). A volte, Asamprajnata-samadhi è
noto nel Vedanta come nirvikalpa-samadhi). Asamprajnata-samadhi è
generalmente considerato includere i seguenti quattro Jhana nel suo campo di
applicazione:
Quinto Jhana: jhana degli spazi sconfinati (anantakasa).
Sesto Jhana: jhana della pura coscienza espansiva (vinnana).
Settimo Jhana: jhana del puro vuoto (Akinci, letteral."Nulla") (Ken-Chu-Shi).
Ottavo Jhana: jhana al di là di percezione e non-percezione (nevasannanasanna)
(Saijojo).
Vedi anche: Amrita-Nadi.
E. NIRODHA (cessazione, estinzione); Completa cessazione di tutte le
attività psichiche e mentali; completa soppressione di tutti i
condizionamenti samsarici; totale tranquillità "ai margini del mondo",
senza, tuttavia, "andare oltre" nel Nirvana. Può durare diversi giorni.
Nirodha è raggiunto dopo aver attraversato i quattro assorbimenti
senza-forma, ma solo un Arahant può raggiungere Nirodha.
NOTA: La Concentrazione che conduce all’Assorbimento si dice che porti
all’arresto o soppressione dei condizionamenti samsarici.
Il SENTIERO della CONSAPEVOLEZZA che conduce all’INSIGHT…
A. CONSAPEVOLEZZA: Diversamente dalla meditazione concentrativa, che
concentra l’attenzione su un oggetto specifico, la consapevolezza è la
pratica di un’aperta attenzione che è vigilante, noninterferente, pura e
totalmente presente. Il meditante applica un’attenzione vigile da
sperimentare senza concettualizzazioni, giudizi, e senza controllare
l’esperienza, permettendo così che sensazioni, sentimenti e pensieri sorgano
e svaniscano, senza seguirli o che in alcun modo gli si resista. Tale
noninterferente attenzione consente al meditatore di essere pienamente
presente alla esperienza del momento. Vedi anche ‘Hua-T'ou’, lo stato di
mente, prima che la mente sia disturbata dal pensiero.
Secondo il Satipatthana Sutra, ci sono quattro principali cose di cui
dovremmo essere consapevoli: il corpo, le sensazioni, la mente, e gli
oggetti mentali. Questi non sono gli oggetti su cui concentrarsi, ma
piuttosto gli stati dell’esperienza di cui essere consapevoli.
B. INSIGHT: La consapevolezza si matura in intuizione (insight), che è il
vedere chiaramente che la mente, e l'esperienza in generale, è
"insoddisfacente", momentanea, e “vuota” di un ‘sé’ o sostanza. La
Meditazione Vipassana dissolve gradualmente il senso di sentirsi un sé
permanente e rivela, con una discriminazione sempre più fine, che la
coscienza è un aperto campo dinamico di esperienze che sorgono
spontaneamente. L’Insight meditato progredisce attraverso varie fasi che
alla fine portano all'esperienza di una pura dinamica vacuità, o Nirvana.
Vedi anche Sunyata.
La Consapevolezza (sati, Smriti) si sviluppa in Intuizione-Profonda (Insight)
(Vipassana, vipashyana), e alla fine conduce alla Saggezza (panna, prajna) e
all’Illuminazione (Bodhi). Inoltre, si dice che la Consapevolezza-intuizione
porti alla Trascendenza di tutti i condizionamenti, e quindi al Nirvana.
Vedi anche Sunyata.
NOTA: Nel Buddismo, gli stadi meditativi di samatha (o shamatha: cioè,
tranquillità), Samadhi (cioè, l'accesso alla concentrazione: upacara samadhi),
e jhana [Pali] o dhyana [sanscrito] (assorbimento) corrispondono più o meno
rispettivamente a dharana, dhyana, Samadhi del Raja-Yoga di Patanjali.
NOTA: Nel Buddismo, 'jhana' di solito è 'dhyana', ma a volte anche 'samadhi',
che viene utilizzato per l'assorbimento. Samadhi, inteso come strumento di
accesso all’assorbimento, di solito è considerato come una pre-condizione
dall’assorbimento (jhana / dhyana).
C. LAYA- Poco prima della soglia della Tranquillità (o Calma Mentale), e
talvolta in sovrapposizione agli stadi iniziali, e talvolta indistinguibile,
c’è uno stadio preliminare o precoce chiamato 'Laya'. Laya è uno stato
mentale di quiete che facilmente scivola in ciò che di solito si verifica
nel corso della pratica spirituale. L'esperienza è temporanea, poichè i
pensieri che sono arrestati poi ritornano al momento in cui la pressione è
rilasciata. Il silenzio va e viene. L'esperienza è piacevole e può essere
ricercata con la ‘profonda concentrazione' e/o con il controllo del respiro.
Accade, quindi, grazie alla propria volontà. Essa può essere ripetuta da
parte del praticante e può anche essere ugualmente eliminata se la si
ritiene inutile o ostacolante per ulteriori progressi. 'Entrare in Laya' può
essere un chiaro segno del proprio progresso --- il pericolo risiede nel
prenderlo per l'obiettivo finale della pratica spirituale ed esserne quindi
ingannati.
D. NIRODHA- Ni (senza)+ rodha (prigione, confine, ostacolo, muro,
impedimento): Significa essere senza ostacoli, liberi da ogni limite.
Il termine Nirodha è stato per così tanto tempo tradotto come "cessazione",
che essa è diventata una pratica standard, ed ogni deviazione da essa porta
a dispute. Per la maggior parte dei casi, questa traduzione è a scopo di
praticità e per evitare di confonderla con altri termini Pali (a parte
l’assenza di un termine migliore). In realtà, però, questa resa della parola
"Nirodha" come "cessazione", in molti casi, può essere un errore di
traduzione del testo.
In generale, la parola "cessare" significa far finire qualcosa che è già
sorto, o il far finire un qualcosa che è già iniziato. Tuttavia, Nirodha
nell'insegnamento dell’Originazione Dipendente (come anche nel dukkhanirodha,
la terza delle Quattro Nobili Verità) significa il non-sorgere, o la
non-esistenza, di qualcosa, poiché la causa del suo sorgere viene eliminata.
Ad esempio, la frase "quando avijja è Nirodha, anche i sankhara sono Nirodha",
che di solito significa "con l'arresto dell’ignoranza, cessano gli impulsi
volitzionali", in realtà significa "quando non c'è l'ignoranza, o il
non-sorgere dell’ignoranza, o quando non c'è più alcun problema con
l'ignoranza, non ci sono più impulsi volizionali, non sorgono stimoli
volizionali, o non c'è più alcun problema con gli impulsi volizionali". Ciò
non significa che la già sorta ignoranza possa essere eliminata prima che
possano essere eliminati gli impulsi volizionali che sono già sorti.
Però, Nirodha dovrebbe essere resa come cessazione quando viene utilizzata
in riferimento al modo naturale delle cose, o alla natura delle cose
composte. In questo senso, è un sinonimo per le parole bhanga, distruzione,
anicca, transitorietà, Khaya, cessazione o vaya, decadimento. Per esempio,
nel Pali si dice: imam Kho bhikkhave tisso vedana anicca sankhata
paticcasamuppanna khayadhamma vayadhamma viragadhamma nirodhadhamma:
"Monaci, questi tre tipi di sensazione sono natural-mente impermanenti,
composti, dipendentemente sorti, transitori, soggetti a decadimento,
dissolu-zione, sparizione e cessazione"[S.IV.214]. (Tutti i fattori che si
verificano nel ciclo dell’Originazione Dipendente hanno la stessa natura).
In questo esempio, il significato è,"tutte le cose condizionate (sankhara),
essendo sorte, devono inevitabilmente decadere e dissolversi in accordo ai
fattori di base". Non c'è bisogno di provare a fermarli, essi cessano da
sé-stessi. Qui l'intenzione è quella di descrivere una condizione naturale
che, in termini di pratica, semplicemente significa "Tutto ciò che sorge,
può essere eliminato".
Per quanto riguarda il Nirodha nella terza Nobile Verità (o il ciclo dell’Originazione
Dipendente nella modalità cessazione), benchè esso descriva anche un
processo naturale, il suo accento è posto su considerazioni di ordine
pratico. Esso è tradotto in due modi nel Visuddi Magga. Uno di essi traccia
l'etimologia di "ni" (senza) + "rodha" (prigione, confine, ostacolo, muro,
impedimento), dando così il significato di "senza ostacoli", "privo di
confini". Ciò è spiegato come "libero da impedimenti, cioè dai limiti del
Samsara". Un'altra definizione traccia l'origine di anuppada, che significa
"non originato", e prosegue dicendo: "Nirodha qui non significa bhanga,
distruzione e dissoluzione".
Perciò, tradurre Nirodha come "cessazione", anche se non del tutto
sbagliato, non è però del tutto esatto. D'altro canto, non c'è altra parola
che sia così vicina al significato essenziale di "cessazione". Tuttavia,
dovremmo capire cosa esattamente si vuole intendere con questo termine. Nel
contesto, il ciclo dell’Originazione Dipendente nella sua modalità della
cessazione, potrebbe essere reso meglio con "essendo liberi dall’ignoranza,
si è liberi dagli impulsi volizionali..." oppure "quando l'ignoranza è
eliminata, gli impulsi volizionali sono svaniti...", o "quando l'ignoranza
cessa di produrre frutti, gli impulsi volizionali cessano di dare frutti..."
o anche "quando l'ignoranza non è più un problema, anche gli impulsi
volizionali non sono più un problema". Inoltre, su NIRODHA, viene presentato
ciò che segue:
‘La parola sanscrita Nirodha, che di solito è descritta come cessazione,
porta con sé un significato più profondo. Nell’indice del Visuddi Magga, ad
esempio, ci sono più di venticinque riferimenti da dover essere letti nel
loro contesto per offrire un più ampio e più conciso significato. In breve,
proprio come il Samadhi-Profondo, esso è un non-meditativo stato meditativo
di grado molto, molto più elevato. Durante Nirodha, non c'è una sequenza
temporale, sia se passano un paio di ore o sette giorni, dato che il momento
immediatamente precedente e quello immediatamente successivo sembra come se
fossero in rapida successione, inizio e fine compressi in strati sottili.
Inoltre, il battito cardiaco ed il metabolismo rallentano fino a quasi
cessare, a volte continuano al di sotto della soglia di percezione a livello
residuo. L’energia in precedenza immagazzinata nel corpo che di solito
sarebbe consumata in un paio di ore se non alimentata, può durare giorni,
con scarso bisogno di rinnovamento. Il Visuddhi Magga cita diversi casi in
cui gli abitanti dei villaggi si imbattevano in un bhikkhu che si trovava in
tale stato e costruirono una pira funebre per lui, perfino al punto di
bruciarlo vivo. Durante lo stato di basso livello residuo, la temperatura
corporea scende ben al di sotto dei 36 gradi. Se viene riportato
improvvisamente alla coscienza, il metabolismo corporeo è più lento a
ritrovare la sua temperatura normale, e a sua volta, ciò è registrato dal
più veloce ritorno alla cognizione sensoriale di "provare un senso di
freddo". (fonte)
Migliaia di persone hanno potuto osservare il grande santo indiano Swami
Trailanga che galleggiava sul Gange per giorni, seduto sull’acqua o che
rimaneva per lunghi periodi sotto le onde. Una visione comune al Manikarnika
Ghat era il corpo dello Swami immobile su viscide lastre di pietra,
totalmente esposto allo spietato sole dell’India. Sia che il grande maestro
fosse sopra l'acqua o sotto di essa, e sia che il suo corpo sfidasse o meno
i feroci raggi solari, Trailanga cercava di insegnare agli uomini che la
vita umana non ha da dipendere dall’ossigeno o da determinate condizioni e
precauzioni.
E. NIRVANA- Riguardo al Nirvana, Nagarjuna scrive: “Qualunque cosa possa
essere concettualizzata è relativa, e ciò che è relativo è ‘Sunya’, vuoto.
Poiché anche l’inconcepibile verità assoluta è Sunya, la Sunyata o
‘Vacuità’, è condivisa sia dal Samsara che dal Nirvana. In ultima analisi,
se si comprende correttamente il Samsara, si realizza realmente il Nirvana.
Un Bodhisattva pienamente realizzato è un Buddha Illuminato che rinuncia
alla forma del Dharmakaya, per rimanere al servizio degli esseri che
soffrono, e riconosce questa radicale equivalenza trascendente. L'Arhat ed
il PratyekaBuddha, che guardano alla propria personale redenzione e
realizzazione, pur essendosi elevati al di là di qualsiasi descrizione
convenzionale, tuttavia non realizzano pienamente e liberamente
l’incarnazione di questa suprema verità.
La definizione di Kensho o Satori, nella mente stessa di alcune persone, non
può, entro il perimetro della sua definizione o nella realtà, abbracciare il
finale Nirvana ultimo - o viceversa, ma certamente dovrebbero essere in
qualche modo perifericamente alleati. Cionostante, il proprio stato
personale, compreso in uno qualsiasi di questi tre stati (Kensho, Satori,
Nirvana), non garantisce la capacità dello sperimentatore di insegnare agli
altri o in alcun modo di essere d’aiuto ai bisogni spirituali degli altri.
Dev’essere fatta una chiara distinzione tra una persona che ha un’esperienza
di Illuminazione e una Persona Illuminata. Le persone della seconda
categoria sono quelle che hanno la saggezza e il carattere morale per
influenzare correttamente gli altri, e in più la capacità carismatica di
farlo in un modo totalmente non-utilitaristico. Questo consentirebbe di
definire un Saggio Illuminato o una santa persona. Questa persona può avere
avuto un’esperienza di Illuminazione, improvvisa o graduale, o anche può
avere una maturità spirituale naturale, che esclude la necessità di un
esperienza di Satori, e benchè noi si dipenda dalle registrazioni storiche,
un saggio naturale senza l’operativa esperienza di Risveglio è molto vicino
al livello di un Saggio Illuminato, molto più raro di uno che ha una analoga
o simile naturale maturità spirituale e l'esperienza di Illuminazione.
(fonte)
ED ORA QUESTO: Spesso si dice che, quando si ha veramente bisogno di un
insegnante, ne verrà trovato uno. Ciò accade grazie a qualche inspiegabile
serendipity. Ciò può essere dovuto al fatto che il ricercatore ha
profondamente cercato all'interno di se stesso e determinato quale tipo di
istruzione sembra essere necessaria. Potrebbe essere per una forma di
disperazione spirituale del ricercatore, o per una notorietà di un certo
insegnante (sincero o meno). Può essere una combinazione dei suddetti
fattori, o per una qualche consapevolezza intuitiva oltre ogni espressione.
Qualunque sia la ragione, il detto spesso si applica e i risultati alla fine
arrivano.
I CINQUE OSTACOLI: I Cinque Ostacoli, sono cinque contaminazioni chiamate
medi Kilesa (o Klesha). Essi sono: (1), il desiderio di piaceri sensuali,
(2) rabbia, (3) indolenza (pigrizia), (4) preoccupazioni, e (5) dubbio. Il
Canone Pali illustra l'effetto di questi ostacoli, con l'aiuto di cinque
eloquenti esempi:
1. La mente sopraffatta dal desiderio per i piaceri sensoriali è paragonata
all’acqua colorata che non permette un vero riflesso delle cose nell’acqua.
Così un uomo ossessionato dal desiderio di piaceri sensuali non è in grado
di ottenere una vera visione di se stesso o di altre persone, né
dell’ambiente.
2. La mente oppressa dalla rabbia è paragonata all'acqua in ebollizione che
non può rimandare un corretto riflesso. Un uomo sopraffatto dalla rabbia non
è in grado di discernere correttamente un problema.
3. Quando la mente è nella morsa dell’indolenza, è come il muschio che copre
l'acqua: la luce non può mai raggiungere l'acqua e un riflesso è
impossibile. Il pigro infatti non fa mai uno sforzo per comprendere in modo
corretto.
4. Quando è preoccupata, la mente è come l'acqua che è smossa dal turbolento
vento, e quindi non riesce a dare un vero riflesso. L'uomo preoccupato è
sempre inquieto e non è in grado di effettuare una corretta valutazione di
un problema.
5. Quando la mente è in dubbio essa è paragonata all’acqua fangosa e oscura,
che non può riflettere bene l'immagine.
Perciò, tutti i Cinque Ostacoli privano la mente della comprensione e della
felicità e causano molto stress e molta sofferenza.(Vedi anche: DEFILEMENTS:
Coarse, Medium, and Subtle Kilesa (klesha)
La descrizione di cui sopra di NIRODHA è un gentile servizio di P.A. Payutto.
(http://www.geocities.com/Athens/Academy/9280/coarise.htm#Contents)
PARTE SECONDA
GLI STATI di JHANA (Dhyana)
nella MEDITAZIONE BUDDISTA THERAVADA
presentato da il Wanderling
(gentile concessione di LEIGH BRASINGTON)
http://www.angelfire.com/electronic/awakening101/janas.html
Trad. Italiana di Aliberth M.
(N.B. Ch’an è la traduzione Cinese del termine Dhyana - N.d.T.)
Tutti noi seguaci del Buddha abbiamo familiarità con l’Ottuplice Sentiero –
l’ingiunzione data dal Buddha per ottenere l'Illuminazione. Sappiamo
abbastanza bene che cosa si intende con ‘Retto Parlare’, ‘Retta Azione’,
‘Retto Comportamento’, e così via. E sap piamo
anche che questi sono molto importanti. Tuttavia, un passo del Sentiero che
spesso è frainteso è proprio l'ottavo passo: "Retta Concentrazione". Questo
articolo cercherà di spiegare cos’è la Retta Concentrazione, come
praticarla, e il ruolo che essa svolge nella Via verso l'Illuminazione.
Retta Concentrazione, (Samma Samadhi) è infatti espressamente definita nel
Mahasatipatthana Sutta (Digha Nikaya#22) e in altri sutta (ad esempio,
Saccavibhanga Sutta - Majjhima Nikaya#141), come ‘Meditazione Jhanica’: E
cos’è la Retta Concentrazione? Qui, c’è un monaco - distaccato dai desideri
di senso, distaccato dai negativi stati di mente - entra e rimane nel Primo
Jhana, che è pieno di estasi e gioia, sorte dal distacco unito all’iniziale
e sostenuta attenzione. Con la stabilizzazione dell’iniziale e sostenuta
attenzione, ottenendo tranquillità interiore e unicità di mente, egli quindi
entra e rimane nel Secondo Jhana che è senza la iniziale e sostenuta
attenzione; sorge così la concentrazione, e lui si riempie di estasi e
gioia. Con la rarefazione dell’estasi, rimanendo imperturbabile,
consapevole, e chiaramente attento, egli entra e rimane nel Terzo Jhana, e
allora i Nobili dicono di lui, "Equanime e consapevole, egli dimora
piacevolmente". Con l'abbandono del piacere e del dolore - come pure con la
precedente scomparsa di esaltazione e dolore - entra e rimane nel Quarto
Jhana: che è al di là di piacere e dolore, e purificato da equanimità e
consapevolezza. Questo è ciò che è chiamato “Retta Concentrazione”. Quindi,
i Jhana sono il cuore stesso della dottrina del Buddha, come illustrato in
questo importante sutta.
Prima di diventare il Buddha, all'inizio della sua ricerca spirituale,
Siddharta Gautama studiò sotto due insegnanti. Il primo maestro gli insegnò
i primi Sette Jhana, l'altro gli insegnò l’Ottavo Jhana. Tutti e due gli
dissero che gli avevano insegnato tutto ciò che c’era di imparare. Ma
Siddharta ancora non capiva perché c’era la sofferenza, così egli lasciò
entrambi questi insegnanti e si ritirò a fare sei anni di pratiche austere.
Anche questi non avevano fornito la risposta alla sua domanda ed egli li
lasciò per quella che poi venne ad essere conosciuta come la Via di Mezzo. I
sutra dicono che nella notte della sua Illuminazione, egli si sedette sotto
l’Albero-Bodhi e cominciò la sua meditazione, praticando le Jhana (vedere ad
esempio il Mahasaccaka Sutta - Majjhima Nikaya#36). Allorché la sua mente fu
"concentrata, purificata, luminosa, immacolata, priva di imperfezioni,
malleabile, costante, ed ebbe poi raggiunto l’imperturbabilità", egli la
diresse verso la "vera conoscenza", che dette origine alla sua incredibile
penetrazione nella coscienza, nota nei sutra col nome Anuttara Samyak
Sambodhi. Quindi vediamo che i Jhana non solo sono al centro del suo
insegnamento, ma anche sono stati al centro della sua stessa pratica.
CHE COSA SONO I JHANA?
La parola Pali Jhana è meglio tradotta come "stato meditativo di
assorbimento". E’ la stessa cosa del Sanscrito dhyana, che deriva da Dhayati,
che significa ‘riflettere’ o ‘meditare’. Voi sapete che cosa è uno "stato di
assorbimento"? - è quando si è così coinvolti in un programma TV, o in un
video gioco, o nel mistero di un romanzo, che quando squilla il telefono si
resta sorpresi e di soprassalto si ritorna alla realtà. I Jhana sono otto
‘stati alterati di coscienza’ che possono presentarsi durante i periodi di
forte concentrazione. I Jhana sono stati di mente che avvengono
naturalmente, ma per imparare ad entrarvi a proprio piacimento e come
rimanere in essi occorre molta pratica.
Ci sono poche effettive istruzioni su come "fare" pratica di Jhana nei sutra.
Probabilmente un motivo per questo è che i Jhana erano una ben-nota pratica
tra i ricercatori spirituali più seri di 2500 anni fa. Proprio come oggi, se
a qualcuno date le indicazioni per come raggiungere la vostra casa, non
darete le informazioni su come avviare l'auto, usare il cambio, ecc, così
allora non fu ritenuto necessario spiegare come fare i Jhana. Un altro
probabile motivo è che i Jhana sono meglio appresi in un faccia a faccia con
un insegnante – dato che essi non si prestano a ciò che oggi noi chiamiamo
"manuale di utilizzo". Cerchiamo ora di esaminare ciascun Jhana e come
"fare" pratica con essi.
Accesso alla Concentrazione - È necessario disporre di una certa quantità di
concentrazione perché sorga il Primo Jhana. Questo è chiamato
Accesso-alla-Concentrazione. L’accesso-alla-concentrazione ha Sila
(moralità) come prerequisito. La descrizione del Primo Jhana inizia,
"Distaccato dai desideri di senso, distaccato dagli stati mentali
negativi...". Se non state conducendo una retta vita morale, non sarà
possibile aspettarsi di sedersi su un piccolo cuscino e trovare il vero
‘se-stesso’ "distaccato dal desiderio dei sensi, distaccato da stati mentali
negativi". Se nella vostra vita non avete abbastanza Sila, ci sarà troppo
desiderio, troppo odio o paura, troppe preoccupazioni, ecc. Si può inoltre
dedurre che l'accesso-alla-concentrazione richiede che si sia in una postura
fisica che sia insieme confortevole e in stato di all’erta, altrimenti vi
troverete in una postura dolorosa che vi porterà avversione oppure avrete
troppo sonno per meditare.
La Concentrazione di Accesso può essere indotta in molti modi diversi. Nei
sutra è detto che vi sono quaranta diversi metodi di meditazione e trenta di
questi sono adatti per ottenere l'ingresso al Primo Jhana (come esempi, si
veda sotto, Laya e Khanika Samadhi). Il Primo Jhana ha cinque fattori ed i
primi due sono Vittaka e Vichara. Queste due parole spesso sono tradotte
come qualcosa di simile a "pensare e riflettere". Esse hanno questi
significati, in alcuni contesti, ma non nel contesto del Jhana. Qui sono
meglio tradotte come "l’iniziale e sostenuta attenzione al soggetto della
meditazione". Se mettete la vostra attenzione sul soggetto della meditazione
e la lasciate lì fino a quando l'accesso alla concentrazione è stabilito. Ad
esempio, se si è scelto Anapanasati (consapevolezza del respiro) come metodo
di meditazione, si metterà la vostra attenzione sul respiro e si manterrà la
vostra attenzione sul respiro fino a quando si è stabilito l'accesso-alla-concentrazione.
Come fate a sapere se l’accesso-alla-concentrazione è stato stabilito? Essa
varia per ciascun metodo. Nella consapevolezza sul respiro, esso diventa
molto sottile, quasi impercettibile, quando si è stabilito l'accesso alla
concentrazione.
Laya - Poco prima della soglia di tranquillità, e talvolta in
sovrapposizione agli stadi iniziali, e talvolta come indistinguibile
preliminare, vi è uno stadio precoce chiamato Laya. Laya è uno stato mentale
di quiete, che scivola facilmente in quello che normalmente si verifica nel
corso della pratica spirituale. L'esperienza è temporanea, come l'arresto
dei pensieri che ritornano al momento in cui la pressione è rilasciata. Il
silenzio va e viene. L'esperienza è piacevole, e può essere provata nella
‘concentrazione profonda’ e/o nel controllo del respiro. Essa quindi avviene
tramite la propria volontà, e da parte del praticante può essere ripetuta ed
anche similmente eliminata se si ritiene inutile o ostacolante verso
ulteriori progressi. 'Entrare in Laya' può essere un chiaro segno del
proprio progresso --- il pericolo risiede nel fraintendere l'obiettivo
finale della pratica spirituale e di essere quindi ingannati. Si veda anche
‘La Meditazione Buddista’.
Khanika Samadhi - Un altro approccio, pur se all'altro lato della scala di
meditazione, che non Laya, e quindi considerato un po’ più difficile per i
novizi, è Khanika Samadhi, o concentrazione momentanea, (sequenziale
momentanea concentrazione profonda). Essa si verifica solo al momento di
verificare, e nel caso della Vipassana, non su un oggetto fisso come la
meditazione Samatha-Jhana, ma invece su oggetti che cambiano o su fenomeni
che si verificano nella mente e corpo. Ma quando il meditatore Vipassana
nella presa d’atto sviluppa forza e abilità, la sua concentrazione Khanika
ininterrottamente avviene in una serie senza pausa. Questa concentrazione,
quando si verifica momento per momento senza un attimo di pausa, diventa
così potente da superare i Cinque Ostacoli, in modo da realizzare la
purificazione della mente (citta visuddhi) che può consentire al meditatore
di raggiungere tutte le conoscenze-insight fino al livello di Arahat.
I Jhana sono anche difficili da insegnare. Non tutti hanno un temperamento
adatto alla vera pratica di concentrazione. Anche per coloro a cui sembra
facile trovare la concentrazione, i Jhana richiedono un lungo e silenzioso
ritiro per poterli apprendere. Lungi dall'essere "senza veri e propri stati
mentali negativi", le persone che desiderano imparare i Jhana sono
immediatamente sospinti all'interno dello stato mentale del desiderio.
Infine, come accennato in precedenza, i Jhana non si prestano ad essere
appresi tramite un "manuale di uso", ma si ha realmente bisogno di un
immediato feedback faccia-a-faccia con un abile insegnante, al fine di
indirizzare la vostra mente nella corretta direzione. I Jhana sono stati
naturali nella mente, ma la vita che conduciamo qui alla conclusione del 20°
secolo è così intensa che è difficile trovare la mente quieta e naturale.
I Jhana sono stati di concentrazione. Come riuscire a praticarli, era una
conoscenza comune al tempo del Buddha. Egli li praticava, e dai sutra si
capisce come egli comprendesse la giusta concentrazione. A noi è lasciato il
compito di applicare i Jhana nella nostra effettiva pratica spirituale.
Forse, tra i due estremi di ignorarli completamente o praticandoli in
eccesso, c’è la giusta Via di Mezzo di servirsi di essi come strumento per
affinare la mente alla Pratica del Profondo Insight. Si ricordi che, come
affermato in precedenza e sopra: ‘Prima di diventare il Buddha, all'inizio
della sua ricerca spirituale, Siddhattha Gotama studiò con due insegnanti.
Il primo insegnante, Alara Kalama, gli insegnò i primi Sette Jhana; l’altro
insegnante, Uddaka Ramaputta, gli insegnò l'Ottavo Jhana. Entrambi i
maestri, gli dissero di avergli insegnato tutto ciò che c’era da imparare.
Ma Siddhattha ancora non capiva perché esisteva la sofferenza, così lasciò
entrambi questi insegnanti e decise di fare sei anni di pratiche di
austerità. Ma anche queste non fornirono la risposta alla sua domanda ed
egli le abbandonò per ciò che poi venne ad essere conosciuta come la Via di
Mezzo (Madhyamika). I sutra indicano che la notte della sua Illuminazione,
egli si sedette sotto l'albero-Bodhi e iniziò la sua meditazione, praticando
i Jhana (vedi, ad es. il Mahasaccaka Sutta - Majjhima Nikaya #36). Quando
poi la sua mente divenne "concentrata, purificata, luminosa, senza macchia,
libera da imperfezioni, malleabile, costante ed ebbe raggiunto
l’imperturbabilità", egli la diresse alla "vera conoscenza", che quindi
dette origine alla sua incredibile penetrazione nella coscienza, nota nei
sutra come Anuttara Samyak Sambodhi, ben al di là dell’Ottavo Jhana.
Perciò, vediamo che i Jhana non solo sono al cuore del suo insegnamento, ma
anche furono al centro della sua stessa pratica. Purtuttavia, perfino gli
OTTO JHANA non furono abbastanza. L’"andar-oltre" del Buddha avvenne SOLO
dopo aver "superato" l’OTTAVO JHANA finale! Il suo RISVEGLIO non si ebbe
"nell’OTTAVO JHANA", ma "OLTRE" ESSO. Ed è in questo reame dell’"OLTRE",
cioè OLTRE L’OLTRE, in cui il GIOIELLO degli antichi può essere realizzato
da tutti.
JHANA O DHYANA CON FORMA (Rupa jhana):
Assorbimento con supporto di contenuti (simile al samprajnata-samadhi di
Patanjali):
Le APAYA: Le Nove Dimore degli esseri viventi:
Il reame degli esseri celesti, il regno umano e i reami della miseria (apaya)
sono classificati come il reame dei sensi, la dimora degli esseri viventi
che indulgono nella sensualità. Nel loro insieme, essi valgono per uno. I
Reami della Forma, cioè la dimora degli esseri viventi che hanno raggiunto
Rupa-jhana, sono quattro. Anche i Reami del Senza-Forma, cioè la dimora
degli esseri viventi che hanno raggiunto arupa-jhana, sono quattro. Quindi,
in tutto ci sono nove dimore per gli esseri viventi. Gli Arahats - che sono
i saggi delle Nove Dimore – le abbandonano e non devono più vivere in
nessuna di esse.
Primo Jhana
Una volta che la Concentrazione di Accesso è stata stabilita, è ora di
indurre il successivo elemento del Primo Jhana. Questo terzo fattore è
chiamato ‘Piti’ ed è variamente tradotto come gioia, euforia, rapimento ed
estasi. Spostando l'attenzione dal soggetto della meditazione alla
sensazione piacevole, in particolare ad una piacevole sensazione fisica, e
non facendo nulla di più che non essere distratti da questa piacevole
sensazione, si sarà "automaticamente" entrati nel Primo Jhana. L'esperienza
è la piacevole sensazione che cresce di intensità fino ad esplodere in uno
stato inconfondibile di estasi. Questo è Piti, che è principalmente
un’esperienza fisica. Questo intenso piacere fisico è unito ad un piacere
emotivo, e questo piacere è Sukha (gioia), che è il quarto fattore del Primo
Jhana. L'ultimo fattore del Primo Jhana è Ekaggata (uni-direzionalità della
mente). Come Sukha, questo fattore sorge senza che voi dobbiate far niente,
e per quanto tempo riuscirete a rimanere totalmente incentrati sul piacere
fisico ed emotivo, voi sarete immersi nel Primo Jhana.
Per quanto io sia stato in grado di determinare, in base alla mia
esperienza, l'entrata nel Primo Jhana da una prospettiva fisiologica procede
in questo modo:
1. Tranquillizzate la vostra mente con l'iniziale e sostenuta attenzione al
soggetto della meditazione. Temo però che l'attività delle onde cerebrali
evidenzi una notevole diminuzione durante la fase della concentrazione di
accesso.
2. Spostando l'attenzione alla sensazione piacevole, voi stabilite un
retroattivo rafforzamento positivo all'interno della vostra mente
tranquillizzata. Ad es., una delle sensazioni piacevoli più utili su cui
concentrarsi è il sorriso. L'atto di sorridere genera endorfine, che vi
fanno sentire bene e che vi fanno di più sorridere, il che genera ancor più
endorfine, e così via…
3. L'ultima e più difficile parte di entrare nel Primo Jhana è di non fare
nulla, ma soltanto di osservare il piacere. Qualsiasi tentativo di aumentare
il piacere, perfino ogni pensiero di voler incrementare il piacere,
interrompe il circuito retroattivo e vi riporta in uno stato mentale meno
tranquillo. Senza far nulla, ma concentrandosi intensamente sul piacere,
verrete proiettati all’interno di un inconfondibile stato alterato di
coscienza. (Vedi anche: Mara).
Secondo Jhana
Il Secondo Jhana ha tre fattori che sono gli stessi degli ultimi tre fattori
del Primo Jhana. L’iniziale e sostenuta attenzione al soggetto della
meditazione non è più parte del processo. Passerete dal primo al secondo
Jhana spostando l'attenzione dal piacere fisico al piacere emotivo - dal
‘Piti’ al ‘Sukha’. Questo ha l'effetto di spingere il piacere fisico in
secondo piano ed anche di calmare molto la mente. Il Primo Jhana è uno stato
molto intenso, agitato, mentre il Secondo Jhana è molto più rilassante.
L'ultimo fattore del Secondo Jhana è ancora una volta l’uni-direzionalità di
mente, come è per tutti gli stati di Jhana.
Terzo Jhana
Questo terzo Jhana ha due fattori. Il passaggio dal Secondo al Terzo Jhana
avviene abbandonando il piacere fisico e modificando il piacere emotivo
dalla gioia all’appagamento, quasi come un volontario abbassamento del
volume del vostro piacere emotivo. Il Secondo Jhana ha una insorgente
qualità in sè, come gioia che sembra fluire attraverso voi; il Terzo Jhana è
molto più di un immobile, silenzioso appagamento. L'altro fattore è lo
stesso permanere dell’uni-direzionalità della mente.
Quarto Jhana
La transizione dal Terzo al Quarto Jhana richiede un po’ più di sforzo e un
pò più di lasciar-andare di qualsiasi altra delle precedenti transizioni.
L’appagamento che si ottiene nel Terzo Jhana è ancora un positivo stato di
mente. Questo accontentarsi viene raffinato in un vero equanime e quieto
silenzio. Non vi è più alcuna sensazione - positiva o negativa - né nella
mente né nel corpo. C'è soltanto una onnipervadente, profonda e pacifica
tranquillità, con ovviamente l’uni-direzionalità di mente.
I primi quattro Jhana sono chiamati ‘Jhana Materiali Raffinati’. Intenso
piacere, gioia, appagamento e quiete sono tutti stati con cui abbiamo
familiarità nella nostra normale vita quotidiana. Ma la qualità e
l'intensità di questi fattori, come sperimentati nei Jhana, sono più sublimi
di quelli che normalmente sperimentiamo, perciò sono chiamati ‘Jhana
Materiali Raffinati’. Gli altri quattro Jhana sono chiamati ‘Jhana
Immateriali’ perché non sono come qualcosa che noi normalmente
sperimentiamo. Ciascuno di questi Jhana ha due fattori - il primo fattore ha
il nome del Jhana, il secondo fattore è ancora la sua uni-direzionalità.
JHANA O DHYANA SENZA FORMA (arupa jhana):
Assorbimento senza forma, che porta ad incrementare la rarefazione o
incorporealità
(simile al asamprajnata-samadhi di Patanjali):
Quinto Jhana
Il Quinto Jhana è chiamato "La Base dello Spazio Infinito". Si ricordi che
questi sono solo nomi per esperienze tali di cui noi non abbiamo conoscenza.
Si può sentire solo come spazio infinito – ciò non significa necessariamente
che siamo in grado di sperimentare tutto lo spazio dell'universo. Secondo i
sutra, si entra nel Quinto Jhana "non dando attenzione alle diversità". Ciò
non è molto dettagliato, ma poi, c’è davvero poco "come" dare dettagli su
uno qualsiasi dei Jhana. Molte persone entrano nel Quinto Jhana spostando la
loro attenzione dal primo fattore del precedente Jhana fino ai confini del
loro essere. Poi iniziano a spingere mentalmente questi confini all’esterno.
Se potete continuare a concentrarvi, immaginando i vostri confini sempre più
larghi così da riempire la stanza, l'edificio, il quartiere, la città, ecc,
alla fine sperimenterete un improvviso cambiamento e troverete che il vostro
‘sé’ è in un’enorme espansione di spazio vuoto. La prima volta che entrerete
nella "Base dell’Infinito Spazio" è spesso assai drammatica. Vi sembrerà di
stare osservando una incredibilmente grande e vuota espansione di spazio
vuoto. Vi potrete sentire come se camminaste ai bordi del Grand Canyon e
steste guardando oltre, ma non vi è nessun altro luogo né sopra né sotto.
Sesto Jhana
Il Sesto Jhana è chiamato "La Base dell’Infinita Coscienza". Molti credono
erroneamente di poter raggiungere l’unità con tutta la coscienza. In essa vi
si può entrare dal Quinto Jhana realizzando che, per dare uno "sguardo" alla
spaziosità infinita, bisogna ‘far sorgere’ un’infinita coscienza, e spostare
poi la vostra attenzione a quella coscienza. Questo è un passaggio
abbastanza sottile, ma, come il passaggio da ciascuno degli Jhana al
successivo Jhana superiore, deve esservi un incremento della concentrazione.
Settimo Jhana
Il Settimo Jhana è chiamato "La Base del Nulla". Esso è stato scambiato per
la Vacuità (Sunyata). Vi si può entrare dal Sesto Jhana, spostando
l'attenzione dallo stato di infinita coscienza al contenuto di tale
coscienza. Non ci si sorprenda che il contenuto della coscienza infinita sia
vuota, poiché in quella infinita coscienza ci siamo entrati dall’infinito
spazio in cui non si ha la percezione della diversità. Vedi anche
Ken-Chu-Shi e Dharma-Megha-Samadhi.
Ottavo Jhana
L'Ottavo Jhana è chiamato "La Base né della Percezione né della
Non-percezione". Esso è abbastanza difficile da discutere perché c'è poco da
discutere. ‘Percezione’ è la traduzione della parola Sanna, che si riferisce
alla funzione classificante e denominativa della mente. Quindi, in questo
stato c’è ben poco riconoscimento di ciò che sta accadendo, tuttavia però
non si è totalmente inconsapevoli di ciò che sta succedendo. E’ uno stato
assai tranquillo, riposante, ed ha la capacità di ricaricare una mente
stanca. Vi si è entrati dal Settimo Jhana, con l’abbandono di tutte le
infinite espansioni apertesi e con il restarsene in santa pace, in quello
che sembra essere un vero e naturale stato di tranquilla quiete. La mente
sembra conoscere molto di più su come trovare questo spazio, che può essere
verbalizzato. Vedi anche: Saijojo e Kaivalya.
Prego confrontare gli ultimi cinque Jhana sopra elencati coi ‘Cinque Livelli
di Realizzazione’ attribuiti a Tung-shan in ‘The Five Degrees of Tozan’,
come pure i cinque "tipi" di Zen, in ‘The Five Varieties of Zen’.
Ancora, tutti questi Jhana ovviamente sono stati che avvengono nella mente.
E’ soltanto necessario stabilire le appropriate condizioni perché i Jhana
possano sorgere, poi non c’è più nulla da fare e così la mente troverà la
propria strada all’interno del cuore del Jhana. Per entrare in ciascuno di
questi Jhana, è richiesta più concentrazione rispetto a quella occorrente
nel precedente. Ciascuno di questi Jhana produce una mente più concentrata
rispetto al suo predecessore. Questa concentrazione è la ragione principale
per l'importanza degli stati di Jhana. Con una mente superbamente
concentrata, si può vedere molto più in profondità nella natura delle cose,
così come esse sono. Dato che l'ego deve diventare molto calmo per "fare" i
Jhana, dopo averli "fatti", vedrete le cose da una prospettiva molto meno
egocentrica. Ecco perché la pratica di Jhana è chiamata a volte "Affilare la
spada di Manjushri"; una volta che la spada è affilata, una volta che la
mente è concentrata, è molto più facile tagliare i legami dell’ignoranza (Manjushri
è il Bodhisattva Tibetano della Saggezza. Egli è di solito raffigurato con
una spada nella mano destra che gli serve per tagliare i legami di
ignoranza).
Da quanto sopra esposto, possiamo più pienamente comprendere l'insegnamento
del Buddha di ‘Sila, Panna, e Samadhi’, - moralità, saggezza, e
concentrazione. Potremo allora purificare il nostro agire, così che quando
ci si siede a meditare, potremo concentrarci completamente. Quindi i Jhana
possono essere usati per concentrare la mente più fortemente di quanto noi
saremmo capaci. Dopo, si potrà maneggiare la spada di Manjushri facendo una
pratica interiore (insight) che consente di acquisire la saggezza per poter
vedere le cose così come realmente sono, piuttosto che per vedere le cose
dalla nostra consueta prospettiva egocentrica.
CONTROVERSIE INTORNO ALLA PRATICA DEI JHANA
A partire dal tempo del Buddha, le attitudini verso i Jhana si sono
notevolmente modificate. Vi sono sicure evidenze nei Sutta che in precedenza
vi fossero almeno due scuole di pensiero. Un approccio metteva quasi
esclusivamente l’enfasi sulla pratica dell’‘insight’, avendo la sensazione
che, poiché l’insight fa sorgere la saggezza necessaria per l'illuminazione,
questo era ciò che era più importante. Un eccellente esempio in un sutra che
rispecchia questo approccio è il Sammaditthi Sutra (Majjhima Nikaya#9). Qui
Sariputta tiene un bel discorso sulla Retta Visione. Egli discute 16
importanti temi e conclude ciascun punto dicendo: "Quando il nobile
discepolo ha così compreso [il punto], egli sradica la sottostante tendenza
dell’avidità, l’odio, la presunzione di 'Io-sono' e l'ignoranza, e facendo
sorgere la vera conoscenza, fa cessare ‘qui e ora’ la sofferenza". Qui
l'illuminazione è ottenuta esclusivamente attraverso l’intuizione (insight);
i Jhana non sono neppure menzionati.
L'altra scuola di pensiero dette una notevole importanza ai Jhana. Tutti
coloro che utilizzarono questo approccio praticavano i Jhana così
profondamente che svilupparono ciò che in Sanscrito si chiamano ‘SIDDHI’,
cioè poteri soprannaturali. Questi Siddhi, come l’orecchio divino
(telepatia), l’essere in due posti nello stesso tempo (bi-locazione), il
ricordare le vite passate, ecc, possono essere visti come fenomeni in cui la
persona è toccata dall’"inconscio collettivo". Tale approccio
all’Illuminazione si può trovare nel Kevatta Sutra. Il Buddha prima insegna
la moralità e poi i Jhana. Dalla concentrazione derivante dai Jhana, "uno
applica e dirige la mente" verso il conseguimento di tali Siddhi.
L’Illuminazione è realizzata esattamente nello stesso modo in cui si ottiene
il divino orecchio; non vi è nessuna discussione di ‘insight’ se non il
"conoscere e vedere". Questa "formula" appare in ciascuno di questi undici
sutta, quasi esattamente allo stesso modo - cosa che ci si aspetterebbe solo
in una tradizione orale - ma ciò significa che non possiamo essere sicuri di
ciò che c’era originariamente nel sutra prima che fosse stata inserita la
formula. L’Insight è appena menzionato in questo metodo. Qui l’Illuminazione
viene raggiunta attraverso lo sviluppo di poteri paranormali. Possiamo
supporre che l’Illuminazione sorga in un individuo che ha sviluppato un
sufficiente contatto interiore con l'inconscio collettivo, in cui egli non
può più concepire se stesso come una entità separata.
Il Chulasaropama Sutra (Majjhima Nikaya # 30), oltre ad essere un ottimo
insegnamento sui pericoli del materialismo spirituale, fa riferimento anche
ai Jhana. Tuttavia, esso mostra segni indicanti che il testo è stato
alterato. La bella armonia matematica del sutra improvvisamente si rompe al
punto 12 con una discussione dei Jhana. I Jhana sono una pratica di
concentrazione e la concentrazione è già stata dichiarata nella sezione 10
di essere uno stato inferiore alla conoscenza ed alla visione (insight). Ma
quando nella sezione 12 sono presentati i Jhana, si dice che essi sono "più
alti e più sublimi sia della conoscenza che della visione". Qui l'inclusione
dei Jhana, rende il sutra effettivamente auto-contraddittorio. Ed è anche in
contrasto con altri sutra pro-Jhana. La formulazione degli otto Jhana è
quella di tipo "breve", (simile a quella che si trova nel Mahasatipatthana
Sutta), ma con l'aggiunta di un’ultima frase in ciascuno dei paragrafi:
"Questo [anche] è uno stato più alto e più sublime della conoscenza e della
visione". Questa frase contraddice direttamente l'ultima frase del punto 84
della Samannaphala Sutta (Digha Nikaya#2). Nel precedente paragrafo del
Samannaphala Sutta, l’asceta dirige la mente concentrata, pura e brillante,
risultante dal quarto Jhana, verso la conoscenza e la visione. La
compensione ottenuta "è un visibile frutto dell’ascetismo, più eccellente e
sublime di quelli precedenti". Molti altri sutra mostrano segni di questo
tipo di manomissione, ed oggi non ci resta che il compito di interpretare
l'originale insegnamento.
CONCLUSIONE
Gli effetti di questo antico dibattito ultra-millenario ci toccano ancor
oggi, non solo nel non sapere ciò che mostravano i sutra originali, ma anche
per poter capire il vero ruolo dei Jhana.
I Jhana sono talvolta considerati una pratica pericolosa perché essi non
sono una ‘Pratica di Insight’. Il principale fattore del Primo Jhana è Piti,
e Piti viene citato come una corruzione dell’Insight nei vari commentari (si
veda, ad esempio, il Visuddhimagga). Qui, il significato di Piti è stato
preso come una forma negativa, soprattutto quando ciò che si intende è che
Piti non deve essere scambiato per uno stato non-mondano. In Occidente, il
Buddismo Theravada è principalmente derivato dalla tradizione Birmana di
Mahasi Sayadaw e questa tradizione è una tradizione di "insight-asciutto"
(non Jhanica). Perciò, i Jhana raramente sono menzionati, e tanto meno
insegnati, nell’insegnamento Buddista del Theravada Occidentale.
Siti WEB Pro Jhana: ATI: Jhana, ATI: Right Concentration, Samadhanga Sutta (Anguttara
Nikaya V.28)
· PRACTICAL ADVICE FOR MEDITATORS by Bhikkhu Khantipalo
Siti WEB Anti Jhana: VIPASSANA & JHANA: What the masters say - BuddhaNet:
Ethnic Buddhism
Tradotto nel mese di Aprile 2009 – per conto del Centro Nirvana di Roma –
senza scopo di lucro
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