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PREFAZIONE E Note dell’Autore
Pratica del Dharma
Durante l’età d’oro del buddismo in Tibet, l’era degli
antichi Geshe Kadampa, Potowa Geshe Kadampa insegnava il Dharma usando
sempre esempi meravigliosi. Una volta il suo giovane monaco discepolo gli
disse: “Da chi hai ricevuto la trasmissione di questi insegnamenti con
questi meravigliosi esempi?” il Geshe rispose: “Ho ricevuto la trasmissione
da un maestro chiamato Praj-na”. In effetti il Geshe si stava riferendo al
suo maestro Praj-na cioè alla sua propria conoscenza del Dharma. Sento che
questo breve messaggio rappresenta la quintessenza del significato di Dhar ma!
Il Termine Sanscrito Dharma, in Pali Dhamma, generalmente
si riferisce a tutta una serie di buone azioni, o buona condotta, da
mantenere verso tutti gli individui e il mondo, per il loro benessere.
Dharma può significare anche un qualsiasi tipo di religione, pensiero
filosofico e condotta morale, considerata una virtù per tutti. Sono
considerati Dharma tutte le pratiche spirituali, discipline, rituali e
azioni virtuose. Il Termine Dharma tradotto in Tibetano come “Choè”
significa semplicemente azione sana / salubre o azione completa / integra.
Credo che il maestro Shakyamuni rivelò il Dharma e vi
introdusse gli altri, con il capolavoro delle 4 Nobili Verità e in
particolare delle 2 Verità, del Nobile Ottuplice Sentiero e dei 3
Insegnamenti Elevati come il retto pensiero, sentiero spirituale,
realizzazioni interne o le virtù umane di base, pensieri già esistenti nella
storia umana. Perciò per i suoi seguaci e la sua filosofia, il termine
Dharma come equivalente dell’insegnamento di Buddha, quì insegnamento non
significa solo i suoi discorsi ma anche i contenuti degli insegnamenti, le
realizzazioni e le qualità spirituali.
L”Abhidharma-Kosa” di Vasubhandu descrive il significato
degli insegnamenti del Buddha.
La natura degli insegnamenti del maestro (Sakyamuni),
Ha due aspetti: la parola e la realizzazione,
Il solo modo di conservare il Dharma è con l’insegnamento
o la pratica.
Perciò per il buddismo, Dharma è considerato come il
secondo gioiello o un rifugio per i seguaci, dopo gli altri due rifugi,
Buddha e Sangha. Infatti Buddha significa semplicemente un essere illuminato
o letteralmente un essere risvegliato, un essere completamente sveglio dal
sonno dell’ignoranza. Dharma è un insegnamento consistente di due aspetti;
istruzioni verbali e qualità spirituali o realizzazioni che sono state
insegnate da esseri illuminati. Sangha invece sono i praticanti che si
evolvono nell’apprendimento e pratica del Dharma. Pregare il Dharma è un
atto spontaneo per gli esseri illuminati come anche il loro amore e
compassione verso gli tutti gli esseri senzienti. Sto mettendo i miei sforzi
su come introdurre il Dharma per farlo essere contemporaneamente una
educazione spirituale mantenendo i valori classici. Qui per Dharma intendo
un valore universale spirituale, che può essere adatto per qualsiasi essere
umano per il benessere di tutti gli esseri senzienti.
In questo libro i miei discorsi spesso tendono a
presentare il Dharma sulle basi della saggezza e il metodo nei classici
indiani e tibetani dul Dharma, in armonia con moderni benefici e
integrazioni con altre culture, il valore di interrelazioni spirituali e
conoscenze comuni. Penso che il Dharma sia in grado di avere terreno
spirituale aperto per il ventunesimo secolo, andando oltre tutte le barriere
fra le religioni e i gruppi spirituali. Desidero che tutti i ricercatori di
arricchimento spirituale potrebbero trovare un terreno comune rilassato e
condiviso per tutta l’umanità.
Il linguaggio occidentale non ha ancora sviluppato un
termine equivalente alla parola sanscrita “Dharma”. Gli insegnanti buddisti
di lingua inglese, gli studenti e traduttori hanno usato termini “Law”
(legge), “Truth” (verità), e “Religion” (religione) ecc, come equivalente in
lingua inglese per indicare o sostituire il termine “Dharma”. Tuttavia non
hanno mai creato un contesto sociale adeguato per permettere a nessuno di
questi termini di dare un senso completo alla parola “Dharma” o “Choè”.
Quindi la maggioranza continua a preferire il termine originale “Dharma”
anche in inglese, come il termine “Yak” è ugualmente valido in lingua
inglese anche se è un termine di origini tibetane.
Nella società tibetana è socialmente conosciuto che la
radice del Dharma è avere un buon cuore e l’essenza del Dharma sono le 6
sillabe mantra: “Om Ma-Ni-Ped-Me Hum”. Qui a+o+ma tre lettere incarnano il
corpo dell’essere illuminato, la parola e la mente che rappresentano i
nostri obiettivi o il futuro. Ma-Ni significa il gioiello che è
l’incarnazione dell’amore e compassione, Ped-Me significa invece
l’incarnazione del loto della saggezza. Compassione e saggezza simboleggiano
il sentiero e le pratiche che portano allo stato di perfezione e
illuminazione. Hum è il simbolo della creazione delle fondamenta dei tre
corpi perfetti nei semi dell’illuminazione, conosciuto come natura di Buddha
o natura della mente, il più interno segreto della mente che ci porta dentro
lo scorrere della nostra mente. Così le sei sillabe che con la pratica della
compassione e saggezza si può stabilire le fondamenta per la realizzazione
delle tre forme illuminate dentro il nostro flusso mentale, che è il senso e
il significato della vita.
Jhe Tsonkhapa nei suoi poetici testi disse:
“Se l’atteggiamento è positivo, anche il sentiero e i
posti saranno positivi,
Se l’atteggiamento è meno positivo, anche il sentiero e i
posti saranno meno positivi,
Quindi tutto dipende dall’atteggiamento mentale,
E il Karma negativo e positivo determina l’atteggiamento
negativo o positivo”.
Vasubhandu nel l”Abhidharma-Kosa” dice:
“Tuttle le parole differenti vengono a essere il
risultato del Karma,
E il Karma è l’atteggiamento e le sue produzioni,
L’atteggiamento è conosciuto come Karma mentale,
E le sue produzioni sono conosciute come Karma fisico e
verbale”.
Shantideva nel “Boddhisattvacaryavatara dice:
“In questo mondo elefanti indomiti e impazziti,
sono incapaci di causare danni così gravi
come le miserie del profondo inferno
che possono essere causate dalla nostra mente scatenata.
Ma nell’elefante la mia mente è fermamente legata
Su tutti i lati con la corda della consapevolezza,
tutte le paure cesseranno di esistere
e tutte le virtù arriveranno nella mia mano.
Anche quelli che cercano la felicità e di vincere la
povertà
Divagheranno senza scopo o significato
Se non comprendono il segreto della mente
Il significato supremo di Dharma”.
Anche Buddha nel Dharmapada dice:
Tutti i fenomeni virtuosi e non virtuosi hanno la mente
come precursore,
hanno la mente come il loro capo; sono fatti di mente.
Se uno parla o agisce con mente diabolica, Dukkha/
spiacevoli condizioni seguiranno lui o lei
Se uno parla o agisce con mente pura, Sukha/ la pace
seguirà a lui o a lei
Il compito principale da prendere in considerazione per
un praticante di Dharma che vuole apprendere, è allenare ad addomesticare e
sottomettere la propria mente e flusso mentale
e realizzare la sua essenza scoprendone il suo segreto.
In altri linguaggi quì la mente dovrebbe essere chiamata anima o spirito. Un
così profondo livello di conoscenza e sviluppo nelle reali qualità della
mente verrà messo in atto solo attraverso la pratica della meditazione
quotidiana.
Quindi Shantideva dice:
dove è nascosta la copertura del mondo intero?
Il vasto mondo può essere coperto nascondendolo a
sufficienza con un solo paio di scarpe.
Allo stesso modo, visto che non posso controllare gli
eventi esterni,
controllerò la mia propria mente.
Che cosa importa dalla mia parte se altre cose sono
controllate?
Contenuti e Capitoli
Il capitolo di introduzione su “I tre giri della ruota
del Dharma” riguarda gli insegnamenti tenuti all’istituto Lamrim di Roma il
3 ottobre 2003 come intensivo mensile, intitolato Le quattro nobili verità.
Insegnamenti di Dharma sono stati pubblicati nel DHARMA REVIEW n. 21 (estate
2005) dal titolo “I tre giri della ruota del Dharma”.
Introduciamo in dettaglio i contenuti nel resto di ogni
capitolo, parte prima, Le Quattro Nobili Verità forniscono il pensiero e i
principi fondamentali della pratica di Buddhadharma. E’ l’argomento piu’
vasto e profondo del buddismo. Per ulteriori studi su questo argomento
suggerisco di leggere: “Le Quattro Nobili Verità” del 14th Dalai Lama,
“L’antico Sentiero del Buddha” di Thera Piyadasi, “Il Sentiero della
Purificazione” di Buddhaghosa Visshuddimagga, e Analizzando Le Quattro
Nobili Verità – 24mo capitolo del “Madyamikamulakarika” di Nagarjuna.
Seconda parte, I 12 anelli dell’origine interdipendente,
che presente importanti concetti sul Karma, la vita e Le Due Verità. Durante
il corso abbiamo studiato i temi di base della “Madyamikamulakarika” e le
sue traduzioni dal tibetano, inglese e italiano, incluso i seguenti tre
testi:
Madyamikamulakarika è stata tradotta e rivista dal
tibetano sotto il patrocinio del Dio Re, il maestro indiano mahayana
madyamika Jana Garba e il traduttore tibetano Bikshu Chok Ro Lui Gyal Tsen.
Dopo nella città di Kashimiri Pe Med pan-dit Vidya Sumati e il traduttore
tibetano Bikshu Nyi Ma Drak che ha rivisto ancora il testo aggiungendo un
commentario comparativo molto ben fatto (Pubblicato dal centro di ricerca e
cultura tibetano Kansu).
Mulamadyamakavrtti Prasannada Nama (uma tsa wei drel wa
tsig sal she jawa) Lucida esposizione della via di mezzo di Acharya Chandra
Kirti (Lo Pon Da Dak Pa) Tradotto in tibetano al tempio del gioiello
nascosto al centro della città di Kashimiri Pe Med dal grande maestro
indiano e pensatore Mahasumati e dal grande traduttore tibetano Patsab Nyima
Drak consultato con la versione kashimiri del testo. Qualche tempo dopo in
Tibet al tempio di Lhasa rasa Rhamo Che Kashimiri il maestro Kana Varbhae e
lo stesso traduttore tibetano rivisitò e ri-editò il testo consultandolo con
la versione originale Sotto il sole Orientale (Kashimiri). Pubblicato in
India nel 1967 dalla Tibetan Publishing House.
“La Saggezza Fondamentale della Via di Mezzo” traduzione
in inglese dall’originale tibetano di Jay L. Garfield.
Abbiamo studiato intensamente riguardo al modo di
esprimere i concetti attraverso il giusto vocabolario nel contesto del
linguaggio contemporaneo. Alla fine come sintesi di tutte le traduzioni,
abbiamo creato la nostra propria versione dei versi in italiano, la quale
crediamo sia il modo più idoneo e modesto per esprimere il pensiero di
Nagarjuna.
Il terzo capitolo sulle Quattro Consapevolezze è un
soggetto molto importante nel buddismo tibetano, che si è molto sviluppato
nella pratica quotidiana del buddismo Vajrayana.In questo capitolo ho
provato anche a chiarire come aspetti della pratica buddista del Vajrayana e
del Mantrayana possono essere un sentiero semplice e pratico. Durante il
corso abbiamo trattato con la canzone di Milarepa sulla Mahamudra.
Capitolo quarto, “Come vincere la rabbia” significa
riflettere su come vincere la propria rabbia e odio riflettendo sul grande
pensiero e pratica di Shantideva, principalmente il capito n. 6 del
Bodhisattvacaryavarata, La Pazienza. Per avere una versione più completa su
come affrontare la rabbia, siamo passati anche attraverso molti versi di
altri capitoli della Bodhisattvacaryavatara. Mentre nelle lezioni abbiamo
usato principalmente la versione tibetana del testo e il sio commento di
Gyaltsab Je, con anche la versione in inglese e italiano. Per la versione
inglese, abbiamo confrontato tre diverse traduzioni del
bodhisattvacaryavatara;
1, tradotta direttamente da tibetano da Stephen Batchelor
2, tradotta dal sanskrito dal World Oxford Classic,
3, tradotta dal sanskrito e tibetano da Vesna A. Fallace
e B. Alan Wallace.
Per l’italiano abbiamo letto la traduzione di Ubaldini
della edizione di Oxford e la traduzione della Chiara Luce della versione di
Stephen Batchelor.
Alla fine abbiamo provato a fare una sintesi delle tre
traduzioni e abbiamo anche noi prodotto la nostra versione italiana dei
versi, la quale crediamo sia la più corrispondente all’originale.
Gyaltsab Je alla fine del suo commentario sulla
Bodhisattvacaryavatara dice: “Chi è impegnato nella pratica del Bodhisattva,
gran maestro Shantideva, che guardato direttamente dai Manjusri. Lui cacciò
il suo regno come polvere di sliva e con molte meravigliose azioni portò a
termine tutte le pratiche del bodhisattva, in modo particolare ottenne lo
stato di vajradara attraverso la pratica del modo più nascosto del’anuttra
yoga.”
Riguardo i traduttori e la sua traduzione Gyaltsab Je
dice:
“Tradotto dal maestro indiano Sarva Jana Deva e il grande
traduttore tibetano Bende Paltzek con la consultazione della versione
Kashimiri del testo. E dopo una buona revisione del maestro indiano Dharma
Shree Badra e il grande traduttore tibetano Rinchen Zangpo. Ancora dopo
riveduta e corretta la traduzione con consultazione della versione indiana
centrale del testo del maestro indiano Sakya Ood e il grande traduttore
tibetano Rinchen Zangpo. Più tardi dal Nepalese pandit di Bhadendapa, Sumati
Kirti a il traduttore tibetano Loden Sherab restaura ancora la traduzione
con estrema precisione e studio, consultando anche la traduzione della
versione Kashmiri del testo principale.”
Gyaltsab Je commentò il boddhisattvacaryavatara al
monastero di Gaden in Tibet nel quindicesimo secolo e i versi del
boddhisattvacaryavatara furono anche rivisitati da lui con la consultazione
di altri testi tibetani, ma principalmente consultando la consistenza dei
significati e contenuti. Alla fine del commentario disse: “Ci ancora
qualcuno che potrà vedere molte differenze tra i vocabolari nella radice del
testo tradotto da Loden Sherab e la radice dei versi del testo citati dentro
il commentario di Loden Sherab. Quindi, io ho scritto la radice dei versi
con precisione consultando principalmente la consistenza dei significati.”
Capitolo Quinto, il commentario del Sutra del Cuore, che
è un tema significativo.
La fonte della nostra sofferenza risiede in una tendenza
profondamente radicata in noi ad afferrarci a delle realtà permanenti dove
non ve ne sono, in modo particolare nell'afferrarsi ad un senso permanente
del sé. E’ questo attaccamento che provoca una disfunzione nella nostra
interazione con gli altri esseri e il mondo intorno a noi. Poiché questa
tendenza è profondamente radicata nella psiche, nient'altro che una radicale
decostruzione della nostra comprensione naïve del sé e del mondo può
condurci ad una vera libertà spirituale. La negazione categorica da parte
del Sutra del Cuore di un'esistenza intrinseca di tutte le cose,
specialmente i cinque aggregati dell’individuo, può essere vista non solo
come un'estensione di questa Saggezza chiave ma di fatto come un esempio
supremo di ogni saggezza. Questo è il motivo dell'intensa venerazione nel
mondo Buddhista di questo testo. Oltre che essere utilizzato per una
profonda contemplazione meditativa sulla vacuità, il Sutra è spesso
decantato come uno dei mezzi atti a sormontare i vari fattori che
ostruiscono il progresso spirituale. L'idea è che molto di ciò che noi.
percepiamo come ostacoli al momento attuale proviene da un profondo
afferrarsi alla nostra propria esistenza e alla centralità del sé che questa
produce. Con una penetrante riflessione sulla natura essenzialmente vuota di
tutti gli esseri, noi recidiamo ogni fondamento dei cosiddetti ostacoli che
ci impediscono di mettere radici all'interno di noi stessi. La meditazione
sulla vacuità, fatta spesso attraverso la recitazione del Sutra del Cuore, è
considerata un potente metodo per il superamento degli ostacoli.
Le Quattro Nobili Verità un seminario di un week end nel
2002, I 12 anelli di origine interdipendente un corso di un week end
tenutosi il 28 – 29 giugno 2003, Canto delle Quattro Consapevolezzedel
settimo Dalai Lama, corso di un week end svolto il 30 novembre – 1 dicembre
2003, Come vincere la paura nel week end 24-25 aprile 2004 e commentario del
Sutra del Cuore corso del week end 13 – 14 novembre 2004, sono tutti stati
svolti al centro Milarepa di Torino. Tutti gli insegnamenti in lingua
inglese tradotti in italiano da Roberto Volpon, un ex monaco buddista di
tradizione tibetana. Tutte le trascrizioni e correzioni sono state eseguite
dalla amica di Dharma Renata Simonotti con il suo grande e gioioso impegno e
puro interesse nel Dharma. Io personalmente ho letto il testo molte volte,
intitolato i capitoli, rivisto e corretto il testo e sistemato i capitoli in
questa sequenza e ordine.
Nuova Luce di Dharma
spero che questo libro, collezione di alcuni corsi di
Dharma svolti nei week end potranno aiutare a far brillare una nuova luce di
Dharma, adattando il tutto ai principi di saggezza del mondo contemporaneo.
Il volume può rappresentare un prospettiva classica del buddismo e dei suoi
valori pratici nella società contemporanea. Inoltre è da considerarlo anche
come il mantenimento di un patrimonio cultura.
In questo libro l’enfasi principale è stata messa sul
modo di applicare l’antica saggezza come una pratica imparziale di valori
spirituali a tutti i livelli dell’essere umano per portare armonia, rispetto
e tolleranza nel contesto del mondo del nostro tempo. Questo è per
semplificare il Dharma piuttosto che farlo diventare più complesso e farlo
rimanere un mero argomento intellettuale nelle forme di alcune
rappresentazioni rituali. Tutto il mio impegno e le mie ricerche personali
sono state dedicate per la scelta del Dharma essenziale come mezzo abile per
applicare i valori universali spirituali e farli diventare parte integrante
delle azioni e eventi della nostra vita quotidiana. Lo considero una urgente
e cruciale necessità in questo odierno mondo con una società così
rapidamente tecnologicamente sviluppata. Le mie speranze e aspirazioni che
questa presentazione del Dharma potrà portare nuovi freschi stimoli per
elevare il mondo del ventunesimo secolo con comprensione e dialogo!
Spesso provo nei miei discorsi di Dharma che inizino con
riflessioni su come può essere di beneficio per gli altri e saggia
osservazione, una espressione di silenzio del pubblico con i loro bisogni e
qualità. Questa caratteristica crea normalmente discorsi che nascono al
momento dentro l’atmosfera del posto e dell’assemblea. Così i discorsi
vengono direttamente dal mio cuore e si concentrano sul cuore dei presenti,
che permette al nocciolo dell’essenza e della pratica del Dharma di essere
stata presentata. Qualche volta ho iniziato i miei discorsi di Dharma con
riflessioni sui miei problemi personali come esempio, trovando una chiara
visione al riguardo a significare la ricerca di una soluzione Dharmica che
poteva risolvere.
Questo metodo è stato in pratica molto utile sia a me
stesso che al pubblico presente per permettere di dare una chiara
spiegazione del Dharma. A volte anche temi molto complicati potevano venire
ad essere risolti con soluzioni estremamente semplici e chiare, dovute a
questo tipo di riflessioni. In particolare le letture trattate in questo
libro sono state utilizzate per lezioni avanzate e intensive di Dharma
sempre con sofisticati argomenti. Ho provato a spiegare il tema
profondamente ma allo stesso modo semplice e accessibile al lettore
ordinario dei concetti fondamentali del Buddismo. Lo scopo è di prendere
l’essenza del pensiero Buddista e delle abilità nella meditazione mantenendo
le tradizioni individuali nel contesto delle influenze culturali. Ho provato
anche a illustrare un lucido, puro e umile comportamento di Dharma che può
facilmente e praticamente essere integrato per aiutare a semplificare la
propria vita quotidiana in questa società del nostro tempo così sofisticata.
Malgrado le mie capacità limitate, un obbiettivo del mio lavoro è quello di
cercare che il Buddismo può dare significanti contributi al miglioramento
della società mondiale piuttosto che creare una categoria sociale aggiunta.
Dato che i discorsi sono avvenuti in Italia, credo che
sia significante la presentazione del Dharma nel contesto dell’Italia
contemporanea, con la mentalità europea, religione, cultura, educazione, e
stile di vita sociale. Potremmo dire che è una presentazione aggiornata dei
mezzi abili Buddisti nel contesto della cultura del mondo e della
civilizzazione contemporanea.
Come affrontare il Dharma
Riguardo a come affrontare il Dharma è stato chiarito
molto bene nel Boddhisattvacaryavatara di Shantideva nei seguenti tre versi:
Ci si dovrebbe applicare industriosamente
nell’addestramento
appropriato alle varie situazioni in cui ci si trova
qualunque esse saranno, anche se verranno da altri.
Per questo non cè niente che un Boddhisattva non può
apprendere.
Non c’è niente che non sia un atto di merito per la buona
persona che lo conduce sulla via.
Non si dovrebbe fare niente al di fuori di quello che è
direttamente o
indirettamente di beneficio degli esseri senzienti, e
solo per il beneficio
degli esseri senzienti si dovrebbe dedicare tutto al
raggiungimento dell’illuminazione.
Anche il grande Nagarjuna dichiarò qualcosa di simile nel
suo Ratnavali preziosa ghirlanda:
Come all’inizio fa un grammatico
fa leggere l’alfabeto ai suoi studenti
così il Buddha insegnò ai suoi apprendisti
la dottrina che potevano sopportare
ad alcuni insegnò dottrine
per scoraggiare il peccato,
ad altri dottrine basate sulla dualità,
ad altri insegnò basate sulla non-dualità, ad altri
insegnò quello che è profondo pauroso e terrificante,
avendo l’essenza della compassione e vacuità,
Il significato del raggiungimento dell’illuminazione.
Così l’insegnamento del Dharma non consiste nel dialogare
con i pensieri e le idee dell’altro ma piuttosto è considerato di più
parlare di qualunque cosa sia di beneficio per gli altri. Questo è un modo
per avvicinarsi ai mezzi abili per servire gli altri con un atteggiamento
compassionevole, e anche un maestro dovrebbe allo stesso modo usare un
insegnamento che sia di qualsiasi aiuto per gli altri, piuttosto che
promuovere le sue idee o filosofia. Questo è di grande significato nei mezzi
abili della compassione o dell’atteggiamento Nying Tze. Qualunque azione
deve venir fuori come il risultato di una motivazione di compassione, questa
motivazione naturalmente trasformerà tutte le azioni in virtuose e positive.
L’amore e la compassione sono considerati l’essenza del Dharma e una
caratteristica unica del Buddha della compassione, come mezzi abili per
aiutare gli esseri samsarici.
L’insegnamento del Dharma dovrebbe iniziare con una
motivazione di altruismo, tecnicamente chiamata da amore a compassione, in
tibetano Nying Tze, tradotto alla lettera Cuore Sensibile, che è il vero
mezzo abile per servire gli altri. Il mio tentativo è quello di insegnare il
Dharma con grande motivazione, ma per le mie limitazioni samsariche
sicuramente le mie motivazioni sono state sempre miscelate con molti
interessi materiali/mondani. Quindi devo accettare se eventuali errori si
possono essere verificati per colpa dei miei limiti. Sarei inoltre lieto se
il lettore darà qualsiasi suggerimento per miglioramenti della prossima
edizione. Spero che questo libro possa diventare uno motivo di rivelazione
dell’antica saggezza nel mondo odierno e che possa avere un effetto sulla
creazione dell’amore universale e la tranquillità di tutti gli individui –
qui e ora. Voglio dire che il Dharma è una virtù essenziale per tutte le
esistenze, con lo scoprire questo porterà equilibrio in tutte le anime.
Personalmente considero che le mie spiegazioni e letture
di Dharma sono semplicemente alcuni suggerimenti ai miei amici spirituali e
che ogni decisione deve venire da dentro ogni individuo per proprio conto.
Questo principio è quello che io credo sia il senso della parola del nostro
maestro Sakyamuni:
“Tu sei il tuo maestro e sei anche il tuo nemico” Un
altra ragione per cui penso che esperienze di religione destino, e Dharma è
un esame molto personale, che deve essere adottato da se stesso. Questo
libro intende poter aiutare a completare una inevitabile naturale tendenza
che molte persone hanno nei confronti del pensiero e delle pratiche del
buddismo. Spero che ottenendo risultati a breve e lungo termine il Dharma
permetterà a molta gente di godere una soddisfacente vita significativa e di
pace, senza perdute ricchezze o dominati da identità culturali, con grande
rispetto verso tutte le tradizioni religiose e ammirazione verso l’armonia
sociale. Per concludere, le seguenti strofe del Boddhisattvacaryavatara che
mi ha sempre toccato il cuore!
Il maestro Sakyamuni dichiarò che il campo degli esseri
senziente è il campo dei Buddha, perché molti hanno raggiunto le più alte
realizzazioni onorandoli.
Come l’adempimento delle qualità dell’essere illuminato /
qualità del Buddha è ugualmente dovuto all’essere senziente e al Buddha,
comè che io non rispetto gli esseri senzienti allo stesso modo di come io
faccio con i Buddha?
La loro grandezza non è in termini di intenzioni ma di
risultati, la grandezza degli esseri senzienti è paragonabile a questa,
quindi sono uguali.
Una disposizione amichevole, che è ammirevole, è la vera
grandezza degli esseri senzienti. I meriti dovuti alla fede nei Buddha è la
vera grandezza dei Buddha.
Quindi gli esseri senzienti sono uguali al Buddha nel
loro dividere le acquisizioni delle qualità del Buddha; ma nessuno di loro è
uguale al Buddha, dove ci sono oceani di buone qualità con infinite
porzioni.
Vorrei esprimere la mia gratitudine verso tutti i miei
amici che hanno aiutato a portare questo libro alla realizzazione.
Lama Geshe Gedun Tharchin
Introduzione ; ; ; ; ; ; ; ;
I TRE GIRI DELLA RUOTA DEL DHARMA ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ bene soffermarsi con particolare attenzione sui tre
principali aspetti del sentiero in modo da predisporsi allo sviluppo della
corretta motivazione, che deve essere sempre presente, sia nelle normali
attività della vita, che nel momento particolare di preghiera e pratica del
Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dobbiamo essere coscienti della magnifica opportunità
offerta da queste giornate di approfondimento, godendo insieme
dell’atmosfera e delle sensazioni pacifiche che ne nascono e che ci
permettono di dimenticare tutte le noie e le preoccupazioni quotidiane; in
questo preciso momento siamo liberi da ogni inquietudine e stiamo vivendo in
perfetta salute mentale e fisica. ; ; ; ; ; ; ;
Utilizzando il linguaggio filosofico potremmo affermare
che siamo in uno stato equanime della mente e lo stesso nirvana non è cosa
differente da questo tipo di situazione. Se ne avessimo la capacità potremmo
realizzare il nirvana qui, in un luogo di perfetto rilassamento, perché la
potenzialità è sempre presente in noi e, se non ne approfittiamo, perderemo
una grande occasione. ; ;
La meditazione quotidiana è fondamentale per poter
sperimentare il livello profondo del sé. La pratica non è dunque soltanto
questione di sforzo e di conoscenza ma è l’incontro di cause e condizioni e,
nel momento in cui ciò avviene, la realizzazione sorge spontaneamente. Un
esempio sempre chiaro è quello della pianta che deve fiorire, non vi è
alcuna possibilità di forzarne il naturale processo, l’unico modo per
ottenere una bella fioritura è quello di averne molta cura, fertilizzare il
terreno, disporla nella giusta luce, annaffiarla quotidianamente. Lo stesso
metodo vale per la mente, si pongono in atto tutte le condizioni necessarie
ed essa fiorirà, ma, se volessimo forzarla, ne otterremmo soltanto la sua
distruzione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella pratica spirituale questo è aspetto è determinante,
non si deve mai pressare, forzare la mente, ma solo porla nella posizione
corretta accudendola con le giuste attenzioni. In tal senso il continuo
chiacchiericcio mentale e persino lo studio eccessivo e la lettura, possono
trasformarsi a volte in elementi di disturbo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Non è facile lasciare la mente nella giusta situazione,
nella pace della sua stessa natura. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’acqua inquinata messa in un contenitore pulito e adatto
si detergerà naturalmente lasciando che le particelle di sporco depositino
sul fondo in uno spontaneo processo di autopurificazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Anche il cielo in una giornata limpida manifesta tutta la
propria intensa radiosità ma, quando nuvole passeggere ne oscurano la
limpidezza, non vi è modo di ripulirlo spingendole a forza, l’unica
possibilità è attendere che naturalmente le oscurazioni si esauriscano e
scompaiano. ; ; ; ; ; ; ; ;
Similmente, per quanto riguarda la mente, a volte accade
in modo assolutamente inaspettato, quasi misterioso, che si generi grande
serenità e calma mentale e ciò è dovuto al compimento dell’unione di cause e
condizioni. Questo è il metodo essenziale di purificazione della mente. ; ;
; ; ; ; ; ;
Nella tradizione tibetana si ricordano innumerevoli
discussioni e dibattiti su questo aspetto, alcuni ritengono che le
realizzazioni possano giungere anche senza meditazione, ma altri affermano
l’esatto contrario e cioè che senza meditazione sia impossibile ottenere
realizzazione alcuna. Precisamente le due posizioni sono così sintetizzate:
; ; ; ; ; ; ; ;
1. “anche se siamo esseri illuminati lo siamo da sempre,
sin dall’origine, in realtà, però, non lo riconosciamo” e da ciò nasce ogni
problema. ; ; ; ; ; ; ; ;
2. “se ciò fosse vero non avrebbe alcun senso praticare”.
; ; ; ; ; ; ; ;
I due differenti punti di vista filosofici sono parte
della tradizione tibetana, fondata sulla traduzione dei testi radice
originali indiani della parola del Buddha, portati in Tibet in due momenti
successivi così da essere indicati come appartenenti alla “vecchia
traduzione” o alla “nuova traduzione”. ; ; ; ; ; ;
La prima traduzione è stata redatta dalla scuola degli
antichi, i Nyingmapa ed è considerata in Tibet di maggiore importanza, la
seconda traduzione, Sarma, ha dato origine a nuove scuole di cui le tre più
importanti sono: Kagyupa Sakyapa e Gelugpa. Anche all’interno di ognuna di
esse esistono ulteriori sottili suddivisioni che, pur non essendo evidenti
esternamente, ne definiscono le specifiche caratteristiche. ; ; ; ; ; ; ; ;
Si ha un fenomeno simile nel cristianesimo e nello stesso
cattolicesimo. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’interpretazione della parola del Buddha relativamente
al punto fondamentale della visione pura è sintetizzata in due termini
diversi: nella vecchia traduzione, dei Nyingmapa, è DZOGCHEN (Grande
Perfezione), nella nuova traduzione è MAHAMUDRA, (Grande Sigillo) che è il
perno, il cuore, il fulcro della traduzione Sarmata. ; ; ; ; ; ; ; ;
I Nyingma, oltre ad una propria interpretazione degli
insegnamenti del Buddha, hanno raccolto insegnamenti particolari che non
sono generalmente considerati nella tradizione tibetana e appartengono a
pratiche tantriche, si tratta della raccolta di insegnamenti tantrici della
vecchia traduzione a cui, successivamente, i discepoli hanno apportato
interpretazioni ancora differenti. L’essenza dello Dzogchen è contenuta nel
verso già citato “anche se siamo esseri illuminati dal tempo senza inizio,
in realtà, però, non lo riconosciamo”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nell’interpretazione della nuova traduzione dei Sarmapa
invece, si pensa che ciò non sia corretto e ci si concentra sulla Mahamudra
basata sulla concezione che tutti noi abbiamo la natura di Buddha che pur
essendo già presente, deve essere purificata, da tutte le impurità che la
ricoprono ed oscurano e soltanto quando ciò avverrà noi saremo illuminati. ;
; ; ; ; ; ;
Domanda: Quindi non vi è una differenza sostanziale tra
le due posizioni? ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Si c’è, perché il Mahamudra sostiene che tutti
abbiamo la potenzialità di raggiungere l’illuminazione, ma è necessario
purificare ogni impurità, mentre lo Dzogchen dice che siamo già illuminati
dall’inizio, dobbiamo solo saperlo riconoscere, vero? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Affinché non sorgano fraintendimenti è bene
precisare che non è esatto pensare ad “un inizio”, a terminologia esatta è
“da tempo senza inizio”, e questo è un concetto centrale
nell’interpretazione tibetana degli insegnamenti del Buddha. Si è già
illuminati o si deve ancora acquisire questa qualità? Troviamo riferimenti
essenziali nel trattato “Uttaratantra”, il supremo lignaggio, insegnato dal
Bodhisattva Maitreya ad Asanga nel IV secolo, nel quale sono riassunti tutti
gli insegnamenti relativi “al terzo giro di ruota” concernente la natura di
Buddha, termine condiviso da entrambe le traduzioni, la vecchia e la nuova.
L’Uttaratantra costituisce la fonte principale, il testo radice a cui si
sono riferite tutte le successive interpretazioni. In esso vengono
trascritti nove classici esempi condivisi da tutte le scuole. Uno di questi
narra di un tesoro costituito da oro nascosto nell’immondizia. L’oro
rappresenta la natura di Buddha e l’immondizia le impurità mentali, il
momento in cui si scopre l’oro che emerge dalla sporcizia è il momento in
cui si raggiunge l’illuminazione e si realizza la propria autentica natura;
ciò corrisponde all’insegnamento Nyingmapa perché, anche se siamo esseri
illuminati dal tempo senza inizio, in realtà non siamo capaci di
riconoscerlo immediatamente. ; ; ; ; ;
Per i Sarma, trovare l’oro in mezzo all’immondizia,
corrisponde alla purificazione, alla ripulitura delle impurità che lo
nascondono, che oscurano la vera natura della mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Entrambe le posizioni trovano risposta nell’esempio, ecco
perché gli studenti di Dharma devono fermarsi almeno un anno sullo studio
della natura di Buddha, un soggetto stupendo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Rispetto alla pratica, come si differenziano
queste due interpretazioni? Noi generalmente lavoriamo sulla mente per
purificarla da tutti gli ostacoli, ma secondo l’interpretazione degli
antichi cosa dovremmo fare?
Lama: Creare le condizioni appropriate; invece di porre
l’accento sul tipo di percorso da seguire rivolgere maggior attenzione e
prendersi cura delle condizioni affinché esso si verifichi naturalmente. Per
esempio, nell’educazione dei figli vi è un modo diretto di procedere
seguendo giorno per giorno l’evoluzione del proprio lavoro, oppure vi è un
sistema educativo in cui ci si preoccupa di creare le condizioni migliori
affinché questo processo avvenga naturalmente, ma in nessuno dei due casi vi
è garanzia di buon risultato. Nei collegi inglesi, così come nei nostri
monasteri, spesso si cerca di avere tra i propri studenti persone
importanti, famose, in modo da poterne trarre un vantaggio e senza troppi
scrupoli si rilasciano attestati che non corrispondono affatto al livello di
preparazione indicato. Le tradizioni, sia di Oxford che di Cambridge, sono
particolari perché, dopo aver ottenuto il primo grado di laurea, si passa
automaticamente alla laurea completa; oggi la stessa cosa tende a
verificarsi anche nei nostri monasteri, quando si raggiunge un certo livello
si può accedere direttamente al livello massimo, senza dover ottenere
diplomi intermedi, così si può trascorrere una vita intera nel monastero, e
alla fine avere il titolo di Geshe, senza la relativa necessaria
preparazione. ; ; ; ; ; ; ;
Quindi, anche se esistono le migliori condizioni, il
processo non è mai garantito, in nessun caso, è dunque saggio considerare
molto seriamente entrambe le possibilità praticandole insieme; non c’è una
via “migliore”, “più giusta”, e nemmeno l’una esclude l’altra, anzi è
stupendo saperle integrare armoniosamente creando le condizioni più
favorevoli e impegnandosi nel lavoro di purificazione, attuando così una
pratica globale. ; ; ; ; ; ;
Per quanto riguarda la natura del Buddha vi sono
interpretazioni differenti sul suo essere in noi, ma cos’è la natura di
Buddha? E’ la natura della mente. Una terminologia che può apparire strana e
potremmo essere indotti a identificarla come un dono offerto dal Buddha, in
realtà si tratta dell’autentica natura della propria mente. Comunque,
entrambe le tradizioni, quella della “grande perfezione” (Dzogchen) e quella
del “grande sigillo” (Mahamudra), affermano la fondamentale realtà della
natura della mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
La natura della mente ha due livelli: uno definitivo,
ultimo, e uno convenzionale, relativo, ed entrambi devono coesistere.
La natura della mente è direttamente connessa alla
consapevolezza, la cui crescita e realizzazione è il metodo necessario al
suo sviluppo. Nell’approfondimento della consapevolezza ci avviciniamo al
livello ultimo della natura della mente, la natura vacua della mente. Come
una lampadina che dà più luce quanto più è potente, con il crescere della
consapevolezza la natura vacua della mente si manifesterà con maggiore
chiarezza e luminosità.
Osserviamo allo stesso modo la natura di Buddha che, da
un lato è innata e dall’altro può essere sviluppata. La natura di Buddha
innata è conosciuta come “chiara luce”; la natura di Buddha che può essere
sviluppata invece appartiene alla consapevolezza. ; ; ; ; ; ; ;
Se sappiamo guardare con equanimità i due livelli della
mente riusciamo ad avere una miglior conoscenza del sé, ed è un grande
passo, perché il nostro riferimento non può mai essere il mondo esterno
bensì la nostra interiorità, il nostro sé profondo. E’ interessante
affrontare l’argomento di oggi, “Le quattro nobili verità” partendo da
questo punto di osservazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo giro della ruota del Dharma ha avuto come
soggetto le quattro nobili verità e si riferisce al quadro più generale. ;
Nel secondo giro della ruota del Dharma il soggetto si
sposta sul significato ultimo del precedente insegnamento e ha come punto
centrale la Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel terzo giro della ruota del Dharma si approfondisce
quanto già affrontato esaminando dettagliatamente ogni aspetto specifico
dell’insegnamento. La tradizione narra che il Buddha, dopo aver raggiunto
l’illuminazione e pronunciato la seguente frase rimase in silenzio nella
foresta per sette settimane: “profondo, pacifico e senza costruzioni
mentali, chiaro, non composto, come nettare che dissolve le sofferenze,
questo ho scoperto!” ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ultima esclamazione afferma l’immensa gioia per l’aver
scoperto l’essenza del fenomeno: “nessuno capirebbe questo, per cui rimarrò
nella foresta e non lo comunicherò ad alcuno” ; ; ; ; ; ; ; ;
e rimase nella foresta fino a quando non passò qualcuno
che gli chiese l’insegnamento. La quartina esprime il contenuto del terzo
giro della ruota del Dharma, un livello di comprensione a cui si può
giungere solo conseguentemente alla realizzazione dei primi due e, per
questo motivo, la sua spiegazione può essere data solo nel terzo giro della
ruota del Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Con le espressioni “Natura di Buddha”, “Natura della
Mente” e “Supremo Lignaggio” si definisce la stessa realtà. ; ; ; ; ; ; Per
quanto riguarda invece i due piani della natura della mente, a livello
ultimo è fondamentalmente il contenuto del secondo giro della ruota del
Dharma, la Vacuità; mentre a livello convenzionale è prioritario il soggetto
del primo giro della ruota del Dharma relativo alla panoramica generale. ; ;
; ; ; ; ;
Il primo giro della ruota del Dharma concerne,
filosoficamente, l’ Hinayana ed è rivolto essenzialmente agli uditori, i
praticanti solitari; il secondo giro è riferito al Mahayana e ha come
oggetto le sei perfezioni e le pratiche del Bodhisattva; il terzo giro
sottolinea l’ultimo veicolo, il Vajrayana, metodo che permette di affrontare
in modo diretto e profondo il sé. ;
Esiste anche una metafora per definire i primi tre giri
della ruota del Dharma: “pulire la mente tre volte”, e nasce dall’antica
abitudine tibetana di lavare gli abiti una sola volta l’anno, ma in tre
passaggi consecutivi; con il primo lavaggio si ripuliva la sporcizia più
superficiale, con il secondo quella più profonda e con il terzo venivano
eliminate definitivamente le impurità residue. Se si fosse effettuato un
unico e più radicale lavaggio, invece di procedere per gradi, sicuramente si
sarebbe lacerata la stoffa.
Questo è l’abile mezzo del Buddha che dapprima ripulisce
le impurità grossolane applicando la pratica dei tre addestratori: Etica,
Concentrazione e Saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dopo aver ammorbidito la mente, eliminato le rigidità
delle impurità grossolane, nel secondo giro della ruota del Dharma si
possono affrontare le pratiche dell’Altruismo, della Bodhicitta e delle Sei
Perfezioni, e, procedendo gradino dopo gradino, addentrarsi sempre più
profondamente nella ripulitura della mente. ; ; ; ; ; ; ;
Il terzo giro della ruota del Dharma mostra semplicemente
ciò che si è, permette di riconoscere la propria essenza. ; ; ; ; ; ;
I tre veicoli, Hinayana, Mahayana e Vajrayana, non sono
affatto contrapposti o separati, ma indicano un cammino da percorrere e il
tempo necessario per completarlo secondo le capacità individuali. Nel
bellissimo e fondamentale testo radice, tantrico, “I Nomi di Manjusri” si
afferma che infine esiste un solo sentiero poiché, nella visione ultima,
tutti i veicoli sono un unico veicolo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Al mio arrivo in Europa mi sembrò veramente buffo che
molte persone che si accostate al buddhismo, affermassero con serietà e
sicurezza la propria appartenenza a un veicolo piuttosto che ad un altro; è
davvero una sciocchezza tipicamente occidentale che, sovrapposta alle
pratiche buddhiste, ne altera radicalmente il senso fino a vanificarlo. Tali
concezioni errate sono nate e cresciute esclusivamente nelle società
tecnologicamente più avanzate, prima in Giappone poi negli Stati Uniti e
infine in Europa. Di questo passo presto arriveranno anche in Tibet e
sarebbe davvero un guaio perché la cultura tibetana, sinceramente ecumenica,
finirebbe per scomparire. Non ha senso affermare di appartenere ad un
veicolo o ad un altro, tutti sono parti inscindibili dello stesso sentiero.
La mente deve essere ripulita prima nell’Hinayana, poi si procede nel
Mahayana e infine la purificazione viene completata nel Vajrayana. ; ; ; ; ;
; ;
La natura di Buddha è la stessa in ogni individuo che, di
conseguenza, è ugualmente importante e ha pari capacità di purificazione
della propria mente. Non possono esistere discriminazioni di nessun genere
tanto che nei confronti della divisione in caste, così radicata in India, il
Buddha fu un vero rivoluzionario e dichiarò che l’unica casta esistente era
l’essere umano che possiede uguale natura di Buddha senza alcuna
distinzione. ; ; ; ; ; ; ; ;
La prima nobile verità “della Sofferenza” non è da
intendersi soltanto come dolore in senso stretto, ma piuttosto come senso di
insoddisfazione, presente in ognuno di noi in ogni circostanza, qualsiasi
cosa stiamo facendo, anche quando è nascosto a livelli molto sottili. Con la
prima nobile verità conosciamo l’insoddisfazione che affonda le radici nelle
oscurazioni della mente, nell’ignoranza. Il dolore è la manifestazione più
evidente e palese dell’insoddisfazione, mentre ciò che noi percepiamo come
felicità è la manifestazione di livelli più sottili della stessa
insoddisfazione. Poiché la nostra mente è piena di oscurazioni ciò che ci
appare come felicità corrisponde soltanto al fatto che qualche grado di
insoddisfazione è stato annullato.
Quando nello stato meditativo sperimentiamo l’assenza di
felicità, l’assenza di sofferenza e di qualsiasi emozione particolare, siamo
nello stato equanime delle sensazioni, che è un livello superiore a quello
della felicità, perché con la felicità è sottinteso il riferimento al dolore
e viceversa, mentre una condizione in cui le due sensazioni contrapposte
sono assenti è decisamente migliore, si sta nell’equilibrio equanime nel
quale entrambe rivelano la loro neutralità. La felicità può portare alla
sofferenza e viceversa e il loro continuo alternarsi è già in sé sofferenza,
mentre la condizione neutrale che si mantiene salda nell’equanimità è
decisamente superiore. La sensazione che può avere un Buddha è dunque quella
della neutralità, sebbene anch’essa rientri sempre nell’ambito della
sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
La verità della sofferenza nasce dall’attitudine
discriminante assunta da noi, esseri convenzionali e ordinari.
Immediatamente e in ogni circostanza vogliamo catalogare, dividere,
differenziare, strutturare secondo le nostre personali priorità e, se la
nostra priorità è la felicità, inevitabilmente collocheremo il dolore
all’ultimo gradino. Con tale errata concezione noi poniamo in basso la
sofferenza, ad un livello intermedio la neutralità e in alto a felicità, ma
in questo modo siamo incapaci di comprendere la prima nobile verità della
sofferenza e assai lontani dalla sua realizzazione. Ogni discriminazione e
il voler essere sempre felici è il segno sicuro della non realizzazione
della prima nobile verità. Nemmeno il Buddha è sempre felice, non avrebbe
alcun senso, mentre ciò che è importante è la neutralità o, secondo una
definizione più sottile, “la naturalità”, uno stato superiore alla felicità.
Al nostro livello comunque tutte le tre condizioni appartengono alla
sofferenza dell’insoddisfazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Sia ben chiaro che non stiamo parlando di dover cambiare
il Samsara, ma di imparare ad osservarlo per ciò che è. Di fronte ad un
evento doloroso non dobbiamo esserne travolti lasciandoci affondare nel
pozzo nero del pensiero che noi siamo gli esseri che soffrono, dobbiamo
invece considerare tutto il dolore nella sua essenza più completa, senza
porci al suo centro identificandoci in esso, ma vederlo per quello che è,
una realtà presente, ma diversa da noi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Allo stesso modo ovviamente è necessario applicare questo
magnifico metodo alla felicità, osservarla senza esserne dominati. Se
impariamo a porci di fronte alla felicità, alla sofferenza e alla neutralità
senza identificarci con le sensazioni che ne derivano, ma osservando con
lucida consapevolezza una realtà che è altro da noi, scopriamo in questa
distinzione la nostra libertà più vera. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lo stesso atteggiamento deve essere assunto nei confronti
di tutte le nostre attitudini quali l’attaccamento, la rabbia, l’amore, la
compassione e persino la saggezza. In ogni caso dovremmo sempre essere
capaci di riconoscere la natura di questi fenomeni senza mai identificarci
in essi, altrimenti laddove c’è rabbia diventeremo arrabbiati, il che non
farà scomparire la rabbia ma al contrario la potenzierà e ce ne renderà
schiavi. Anche l’identificazione con le sensazioni di amore e compassione è
errata in quanto non porta beneficio a nessuno e non ci permette di essere
consapevolmente liberi. E’ fondamentale maturare l’assoluta libertà da ogni
tipo di emozione, sia essa buona o cattiva.
La pratica della presenza mentale appartiene in
particolare alla tradizione Theravada, che insiste sulla necessità di essere
sempre consapevoli di ciò che accade nella nostra mente, la giusta via per
poter permanere nella propria natura di Buddha.
La tradizione degli antichi, lo Dzogchen dice che noi
siamo naturalmente nello stato illuminato e dunque dobbiamo restare in esso,
la tradizione Theravada parla di consapevolezza, e il Mahamudra, la nuova
tradizione, raccomanda di permanere nella natura della mente senza lasciarsi
distrarre dalle temporanee oscurazioni che possono presentarsi. Anche la
compassione e l’amore, se diventano elemento di distrazione dall’essere
nella natura della mente, costituiscono un ostacolo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Unire le diverse tradizioni cogliendone il messaggio
profondo è fondamentale per il corretto cammino, al contrario, se si tende a
discriminarle significa che non se ne è compreso l’importantissimo
insegnamento. ; ; ; ; ;
Un aspetto basilare nel buddhismo tibetano è il concetto
di Vacuità; la Vacuità che riguarda “l’io, il sé” e la Vacuità che si
riferisce ai “fenomeni” “all’altro da sé”. La scuola Gelugpa approfondisce
maggiormente la Vacuità del sé, mentre la scuola Kagyupa enfatizza la
Vacuità dell’altro da sé; da ciò nascono spesso sottili discussioni e
polemiche e le parti si accusano vicendevolmente di errata visione. Un’altra
divergenza concerne “la concentrazione sul singolo punto”, imperniata
sull’attenzione alla presenza di pensieri o meno. ; ; ; ; ; ;
La controversia, che ha origine in un tempo molto
lontano, è stata innescata da due maestri che hanno portato il buddhismo in
Tibet, uno indiano e l’altro cinese. Il maestro cinese affermava la visione
del “si e no”, cioè che tutti i fenomeni esistono e al tempo stesso non
esistono, e che la meditazione consiste nello svuotare completamente la
mente da qualsiasi tipo di pensiero, si deve ottenere un totale vuoto e
permanere in esso. ; ; ; ;
Il maestro indiano, Karmalashila, invece sosteneva che
tale meditazione è errata e che, al contrario, per poter sviluppare le
qualità della mente è necessario pensare. ; ; ; ; ; ; ; ;
Al fine di risolvere definitivamente la questione il re
del Tibet promosse un pubblico dibattito dichiarando che solo al vincitore
sarebbe stato concesso il permesso di rimanere in Tibet e dare insegnamenti.
Vinse l’indiano Karmalashila, cosicché il monaco cinese dovette andarsene,
però il suo insegnamento non andò completamente perduto e alcuni seguaci
Dzogchen riconoscono in esso il proprio metodo di meditazione, permanendo
nella natura della mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
I tre punti di vista, del maestro cinese, di Karmalashila
e dello Dzogchen sono tuttora ugualmente validi. Ho avuto il piacere di
incontrare a Roma un anziano maestro cinese molto preparato, residente
Taiwan, che ebbe un pubblico incontro qualche anno fa a New York con S.S. il
Dalai Lama in cui si discusse la questione del “singolo punto” al fine di
trovare una costruttiva unificazione tra le due posizioni. Il dibattito,
interessante e proficuo, fu registrato e in seguito pubblicato. Per quanto
riguarda le diverse interpretazioni sulle modalità della meditazione è
opportuno non assumere mai posizioni nette e contrapposte, ma cercare invece
di integrare i vari metodi, approfondendo e studiando le prerogative di
ognuno trovando una arricchente ed efficace unificazione.
La prima nobile verità “della Sofferenza” giace
nell’insoddisfazione; ; ; ; ; ; ; ;
La seconda nobile verità delle “Cause della Sofferenza”
insegna che la causa dell’insoddisfazione risiede nelle condizioni
samsariche del karma e nelle oscurazioni mentali. ; ; ; ; ; ; ; ;
La terza nobile verità della “Cessazione della
Sofferenza” avviene tramite la realizzazione della quarta nobile verità “il
Sentiero che conduce alla Cessazione della Sofferenza”, la meditazione della
presenza mentale, del permanere nello stato naturale della mente e la
meditazione dello sviluppo delle qualità mentali, ovvero i tre tipi di
meditazione proposti dai maestri Indiano, Cinese e Dzogchen. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella verità della cessazione della sofferenza si ritrova
la condizione di illuminazione; nel ripulire la natura della propria mente
si scopre la natura di Buddha, un fenomeno che ha la stessa sostanza della
Vacuità, così come lo stato dell’illuminazione e del Nirvana. ; ; ; ; ; ; ;
La natura di Buddha è suddivisa in due livelli: ; ; ; ; ;
; ; ;
1. la natura di Buddha in senso definitivo, ultimo,
corrispondente alla Vacuità; ; ; ; ; ; ; ;
2. la natura di Buddha correlata allo sviluppo delle
qualità spirituali nella continua purificazione della mente. Come una
lampada che diviene più luminosa man mano che incrementa la potenzialità
energetica, così la mente, nello sviluppo costante e delle qualità
spirituali, aumenta la propria chiarezza ed elimina naturalmente ogni
oscurità. Questo è il metodo con cui un individuo raggiunge l’illuminazione
e realizza la cessazione della sofferenza.
Oggi abbiamo analizzato teoricamente le quattro nobili
verità, che possono e debbono essere esemplificate e calate nella vita
quotidiana, così da farci avanzare lentamente ma costantemente. Una minima
serenità della mente, il tentativo di mettere in pratica le quattro nobili
verità nella meditazione, sono piccoli passi che, momento dopo momento,
conducono verso l’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Lamrim indica che gli insegnamenti e le tecniche degli
antichi maestri devono essere accolti, appresi e praticati come consigli
spirituali, senza preconcetti o pregiudizi, ogni insegnamento è un mezzo
utile per raggiungere l’illuminazione.
Prima Parte
LE QUATTRO NOBILI VERITA’
Prologo ;
Desidero ringraziarvi per il vostro interesse verso lo
studio e la pratica del Dharma e, in particolare, ringraziare gli
organizzatori di questo incontro, è la seconda volta che sono, con voi, a
Torino e mi rallegro nel constatare che avete dedizione alla pratica e
auspico che ciò possa essere di beneficio ad altri. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ un bene che vi sia una comunità di Dharma che
favorisca l’incontro di persone desiderose di conoscere, di discutere, di
scambiarsi esperienze ed idee, di confrontare la quotidianità della vita con
il Dharma, ed è positivo anche per me che ho così la possibilità di
condividere con voi le mie opinioni ed esperienze, perché vivere insieme il
significato del Dharma è un grande aiuto reciproco. ; ; ; ; ; ; ; ;
Si diviene consapevoli di come non esista un'unica realtà
in grado di appagare tutti, ma come invece siano necessarie più condizioni
per poter soddisfare le diversità che costituiscono la vita degli esseri
senzienti. ; ; ; ; ; ; Il Buddhismo tibetano è una delle condizioni che può
portare nella vita interiore delle persone una soddisfazione vera e
profonda. ; ; ; ; ; ; ; ;
Spesso incontro persone che, volendo essere felici,
inseguono un obiettivo particolare, credendo che il suo possesso appagherà
ogni loro desiderio, ma questo è falso, è un’illusione, un errore. ; ; ; ; ;
; ; ;
Ogni tradizione spirituale possiede tutti gli elementi e
le capacità per aiutare l’individuo a realizzare pienamente la propria vita,
indicando il corretto cammino verso la felicità, è però necessario che la
persona ne comprenda intelligentemente gli insegnamenti e le qualità,
integrandole nell’esistenza quotidiana. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ importante saper cogliere ciò che vi è di buono in
ogni tradizione spirituale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Che significa “buono” in questo contesto? ; ; ; ; ; ; ; ;
Buono è ciò che ognuno di noi riconosce essere consono al
suo modo di essere, alle sua personalità, alla sua crescita; buono è tutto
ciò che può essere colto e integrato nell’esistenza per il miglioramento
della vita propria e altrui. ; ; ; ; ; ; ;
Sarebbe un grave errore giudicare le tradizioni religiose
dicendo “questa è buona e quest’altra no”, oppure, “questo aspetto è
positivo e questo è negativo”, perché non è possibile formulare un giudizio
oggettivo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Noi siamo in grado soltanto di esprimere un’opinione
soggettiva, sapendo che cosa è buono per noi, quale tradizione ci è più
vicina, quale percorso possiamo seguire per arricchire le qualità interiori.
; ; ; ; ; ; ; ;
Un determinato cibo, ad esempio, non è di per sé né buono
né cattivo, questa informazione può essere rilevata soltanto se messa in
relazione con l’individuo che lo mangia, si vedrà allora che lo stesso cibo
risulterà essere ottimo per uno, pessimo per l’altro e indifferente per un
terzo.
Attitudine all’ Equanimità ; ; ; ; ; ; ; ;
Nei confronti di ogni tradizione religiosa è fondamentale
mantenere un’attitudine equilibrata ed equanime, priva di errati giudizi,
così da poter valutare ciò che è meglio per noi e per il nostro cammino. ; ;
; ; ; ; ; ;
Attitudine all’equanimità significa comprendere che le
cose non sono in sé né buone né cattive, ma diventano buone o cattive in
rapporto al proprio modo di pensare, di recepire, alla propria personalità.
Bisogna sviluppare l’attitudine a non giudicare come realtà oggettiva ciò
che ci appare, ma imparare ad osservare ogni situazione in modo neutrale ed
equanime. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo modo di percepire la realtà fa sì che possiamo
restare calmi e indisturbati di fronte ad ogni evento esterno, avvenimento o
accadimento, siamo in grado di mantenere quel distacco equilibrato che ci
permette di controllare emozioni quali l’attaccamento o l’avversione e ci
tiene lontani dal desiderio di afferrare, di essere indifferenti od ostili.
Gli impulsi che ci inducono a provare repulsione per ciò che non ci piace o
desiderio per ciò che ci piace, sono fortemente disturbanti e ci costringono
nel circolo vizioso di disagio e infelicità del Samsara, senza lasciaci
intravedere via d’uscita. ;
La realtà è neutra, né negativa né positiva, né bianca né
nera, è dunque essenziale imparare a percepire gli avvenimenti in modo
neutrale senza lasciarsi condizionare dalla comune tendenza di voler
definire, inquadrare tutto ad ogni costo, assorbiti nella totale incapacità
di comprendere e utilizzare la neutralità dei fenomeni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se imparassimo ad osservare le cose nella loro naturale
realtà, neutrali, automaticamente non proveremmo più né attaccamento né
repulsione, ed è indispensabile che un praticante sviluppi quest’attitudine
all’equanimità. ; ;
Nell’insegnamento del Buddha sono indicati “quattro
pensieri o attitudini incommensurabili”: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Compassione senza limite ; ; ; ; ; ; ; ;
2. Amorevole Gentilezza senza limite ; ; ; ; ; ; ; ;
3. Gioia senza limite ; ; ; ; ; ; ; ;
3. Equanimità senza limite ; ; ; ; ; ; ; ;
L’equanimità, cioè il vedere la realtà così com’è,
neutrale, è l’ultima in quanto risultato dell’esercizio all’attitudine nei
primi tre pensieri, compassione, amorevole gentilezza, gioia e, in questo
senso, l’equanimità può essere considerata la verità ultima, la verità
definitiva. Per mia esperienza la pratica dell’equanimità è il metodo più
efficace per allontanarsi dal Samsara, almeno per un poco. ; ; ; ; ; ; ; ;
A Roma, durante un incontro in cui si affrontava lo
stesso argomento, le persone ad un certo punto erano completamente confuse
perché non riuscivano a decidere quale direzione prendere, le cose
apparivano nebulosamente positive o negative e una qualsiasi scelta appariva
giustamente ingannevole. L’atteggiamento corretto sarebbe stato quello di
vederle come neutrali, tutto è uguale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel Buddhismo si dice che persino Samsara e Nirvana siano
uguali, e allora sorge spontanea l’obiezione: “Come possono essere uguali
se, per definizione, sono opposti?” A prima vista sembrerebbe così ma,
all’attenta osservazione di chi ha maturato una profonda esperienza
spirituale, Samsara e Nirvana appaiono nella loro realtà, sono uguali.
Questa visione deve essere applicata sempre nella vita quotidiana, è
necessario esercitarsi ed imparare ad osservare ogni fenomeno nella sua
essenza uguale. Nel linguaggio filosofico Buddhista questo principio si
chiama Madhyamaka, la Via di Mezzo, la Visione della Via di Mezzo. ; ; ; ; ;
; ; ;
Nel Buddhismo si enfatizza il valore della Meditazione
sulla Via di Mezzo, che né rifiuta il Samsara, né afferra il Nirvana, perché
percepisce le cose come neutre, né positive né negative. Mi sto soffermando
questo concetto perché è assolutamente fondamentale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Siamo qui riuniti per parlare delle “Quattro Nobili
Verità” ma per affrontare questo principio dobbiamo prima analizzare altre
due verità, e prima ancora l’unica verità: la Madhyamaka, la Verità della
Via di Mezzo, perché nulla esiste di assolutamente negativo o di
assolutamente positivo ma tutto esiste in modo neutro. ; ; ; ; ; ; ; ;
Percepire la realtà in modo neutro è la verità ultima. ;
; ; ; ; ; ; ;
Riuscite a vedere le cose in questo modo? ad abbandonare
gli opposti? ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: E’ difficile, di fronte alle realtà orribili che
ci presenta il mondo, non dividere in negativo o positivo, come possiamo
considerare neutre azioni tanto distruttive? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: In questo caso è bene procedere all’ analisi
profonda delle due verità; la prima è la verità convenzionale, o relativa, e
la seconda la verità ultima, definitiva, o verità assoluta. ; ; ; ; ; ; ;
Ogni realtà esistente presenta questi due aspetti. Da un
punto di vista relativo la guerra è negativa, ma poniamoci la domanda: “è
negativa in assoluto?” anche la guerra ha delle qualità. La rabbia è
considerata negativa, ma la collera è assolutamente negativa? A questi
assoluti possiamo rispondere: “No”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dobbiamo comprendere profondamente la realtà delle cose;
la guerra è transitoria, non esiste in maniera assoluta, finisce, cambia;
questa qualità o caratteristica della guerra, la sua transitorietà, è
positiva, quindi non possiamo dire che in assoluto la guerra sia negativa. ;
; ; ; ; ;
Tutti abbiamo problemi e spesso siamo tristi, depressi,
ma il saper vedere le qualità positive dei problemi e la loro reale natura,
cioè che sono transitori e impermanenti, ci ridona fiducia rallegrandoci. ;
; ; ; ; ; ; ;
Secondo un punto di vista convenzionale, relativo,
senz’altro possiamo dire che un evento è negativo, ma dobbiamo anche andare
oltre e valutare la sua verità assoluta e allora vediamo che, in assoluto,
non è negativo. Persino di fronte a tragedie come la guerra dobbiamo saper
mantenere la nostra capacità di osservare la realtà così com’è, in modo
neutrale. ;
Possiamo cambiare quello che succede nel mondo? No ; ; ;
; ; ; ; ;
Possiamo affermare che questa o quella guerra sono state
causate da queste o quelle persone? No, perché quanto succede nel mondo,
anche le guerre, è la risultanza della connessione ed evoluzione di diverse
condizioni, è una realtà che con i nostri sforzi non possiamo cambiare. ; ;
; ; ; ; ; ;
Ad esempio nell’attuale questione “Israeliana –
Palestinese” un Palestinese uccide in un attentato suicida 1, 5, 10 persone,
ciò è tragico e crea molta sofferenza, gli israeliani rispondono con una
rappresaglia pesante che produce altra sofferenza. Oppure, un altro caso un
aereo precipita e muoiono 150 persone. Un terremoto tremendo devasta
un’intera regione ….a chi diamo la colpa? Quando qualcuno muore a causa di
un attentato si attribuisce in modo semplicistico la colpa all’attentatore
materiale, ma di fronte ad eventi naturali chi si può incolpare? Nessuno.
Questi esempi ci mostrano che, in ogni realtà non esiste un vero colpevole,
la percezione errata è nell’osservatore confuso e agitato che non vede i
colori e le sfumature, sa distinguere solamente il bianco o il nero. ; ; ; ;
; ; ; ;
Anche le guerre sono un evento naturale in quanto
accadono a causa del concatenarsi di più condizioni che producono questo
effetto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quindi vedete quale immensa differenza c’è tra la realtà
nella sua essenza e la realtà manipolata dalla percezione dei vari soggetti.
; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Allora, se nella Via di Mezzo una persona
comprende questi due piani, assoluto e relativo e li applica alla realtà
esterna, come si pone di fronte alla guerra, non interviene? Io ho sempre
avuto questa difficoltà con il Buddhismo, mi è difficile equilibrare i due
aspetti, sapere che esiste un altro modo di percepire la realtà, diversa da
come appare; e poi c’è il karma e l’impegno affinché queste cose non
avvengano. Cosa devo fare, stare ferma e osservare? La via di mezzo
significa non partecipare all’evento e non prendere posizione? Mi riesce
veramente difficile da accettare, perché oggi sono migliaia le situazioni
che ci sollecitano a prendere posizione. La via di mezzo ci suggerisce di
starcene buoni, dolci, e tranquilli perché c’è un altro modo di vedere la
realtà? oppure ci invita a partecipare all’evento in qualche modo? Sto
pensando a Gino Strada e ad altre persone, a due monache tibetane
attualmente in Italia, intervistate da Amnesty International hanno
testimoniato le tremende torture subite, non odiano i loro aguzzini, ma si
danno molto da fare per cambiare una situazione drammatica, tengono
conferenze, danno una testimonianza. Vorrei sapere: da questo punto di vista
la Via di mezzo che cos’è? ; ; ; ; ; ; ;
Lama: E’ giusta la tua inquietudine, ma esaminiamo ad
esempio un problema reale attuale, il conflitto tra Palestinesi e
Israeliani; nel mio gruppo di meditazione ci sono un figlio e un padre, il
primo è schierato con i palestinesi e il secondo con gli israeliani entrambi
sono così convinti nelle loro posizioni che litigano continuamente e non si
rivolgono più la parola. Una situazione assurda e senza senso che ha
prodotto unicamente una seria frattura nella famiglia, fondata su
informazioni già filtrate dai mezzi di comunicazione, giornali e
televisione, e quindi non di prima mano. E’ davvero sciocco creare emozioni
così disturbanti, che oltrettutto non sono certamente di aiuto né ai
Palestinesi né agli Israeliani. Questa non e la via di mezzo.
La via di mezzo si ha quando, mantenendo una visione
neutrale del conflitto tra le parti, si interviene cercando di influenzare
positivamente e di aiutare entrambi. Le due monache tibetane che
testimoniano gli orrori subiti agiscono correttamente parlandone ad Amnesty
International, una organizzazione che ha il compito di far conoscere queste
situazioni al mondo intero. Ma, guardando ancora più in profondità, possiamo
vedere che anche la drammatica situazione descritta non è in assoluto
negativa, e in questo senso dobbiamo mantenere la neutralità, noi non
possiamo sapere come nel profondo essa abbia influito, magari positivamente,
nella vita delle interessate. Non si può trovare un assoluto negativo,
quindi in questo caso il punto di vista della via di mezzo è quello di non
lasciarsi travolgere emotivamente dal dramma vissuto dalle due monache così
come da tutto un popolo, ma saper andare al di là di ogni forte
coinvolgimento emotivo e comprendere che la realtà assoluta è più completa,
formata da tanti aspetti non solo negativi e non solo positivi. Questa è la
via di mezzo. ;
Un proverbio tibetano dice “se guardate una persona che
piange vi mettete a piangere anche voi” indicando l’aspetto emotivo, la
natura delle emozioni, ma le emozioni non devono essere assecondate, è
pericolosissimo farsene condizionare. Spesso gli altri tentano di
influenzarci, di controllarci, attraverso le emozioni, e ciò è l’esatto
opposto alla via di mezzo. La via di mezzo sa riconoscere la pericolosità
delle emozioni, fondamentalmente basate sull’illusione. ; ; ; ;
Domanda: Però anche l’amore è un’emozione ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Questa è un’ottima domanda. Nel Buddhismo con il
termine amore intendiamo la compassione, il pensiero della Bodhicitta, in
tibetano “Nying-Je”, rivolto a tutti gli esseri viventi senza
discriminazione, con equanimità. Un buon esempio di questo amore è trattare
ogni essere vivente come se fosse il proprio figlio, con pura equanimità e
autentica, genuina compassione. Una compassione parziale, destinata solo ad
alcune persone non è vera compassione, è solo espressione di uno stato
emotivo. La vera compassione è la via di mezzo. ; ; ; ; ;
Questo concetto è fondamentale e deve essere compreso
chiaramente perché tutte le difficoltà, i problemi della vita quotidiana
derivano proprio dalla mancanza di chiarezza e noi siamo qui apposta per
trovare soluzioni alla confusione quotidiana, altrimenti rischiamo di
parlare molto, di trastullarci con tanta filosofia che poi nel concreto non
ci potrà servire a nulla se lasciata su un piano puramente teorico e
superficiale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Credo ci sia un altro fattore che noi
occidentali non consideriamo mai e che invece è importantissimo, ed è quello
della nostra responsabilità personale. In ogni realtà mondiale, nelle guerre
e in tutte le situazioni frutto di un concatenarsi di fattori, noi tutti
siamo responsabili, anche nel conflitto tra Israele e Palestina nessuno è
innocente. ; ; ; ; ; ;
Lama: Si, oggi si tende a pensare che la nostra
responsabilità sia limitata alla necessità di prendere una posizione e che
solo così sia possibile giungere ad una soluzione, in realtà proprio con
questo atteggiamento si aggravano i problemi e si contribuisce a creare ed
aumentare la sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Questo è dunque un altro elemento determinato
dall’interdipendenza delle cause? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Naturalmente, poiché esiste l’interdipendenza
esistono le soluzioni ai problemi, e poiché esistono l’interdipendenza e le
soluzioni possibili ad ogni problema, ciascuno può influire sulla
concatenazione nella ricerca delle soluzioni stesse. Ma dov’è realmente il
problema per noi? ; ; ; ; ; ; ; ;
Di fronte a un problema ci sentiamo responsabili e
dobbiamo trovare una soluzione, e fin qui tutto va bene, ma immediatamente
nasce l’errore nella valutazione, nel giudizio, che ci induce a prendere
posizione considerando la verità relativa come se fosse assoluta. Tale
attitudine errata aggrava la situazione e ci rende ancora più confusi,
allontanandoci dall’insegnamento del Buddha Shakyamuni che, invece, ha
indicato chiaramente che per trovare soluzioni occorre mantenere il distacco
emotivo, la neutralità in cui, mancando il giudizio, non c’è né positivo né
negativo assoluti, non c’è prendere posizione, c’è davvero la possibilità di
trovare la soluzione. ;
Domanda: Quindi, se non ho capito male, la
“discriminazione” è una qualità che bisogna sviluppare per vedere i fenomeni
nella loro interdipendenza, ma poi è necessario non lasciarsi intrappolare
nella tentazione di esprimere giudizio scambiando, sotto una forte spinta
emotiva, la realtà relativa per quella assoluta, e quindi creando ulteriori
problemi? ; ; ; ;
Lama: Si, sono d’accordo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Una persona che ha sbagliato ad affrontare una
situazione problematica perché vi è entrata con forte giudizio provocando
solo guai, si accorge dell’errore e tenta con ogni mezzo di cambiare
atteggiamento senza però riuscirvi perché ormai ha perso ogni credibilità,
come può rimediare? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Meditazione, solo con la meditazione. Prima si
medita per cambiare la situazione e poi nell’equanimità. Non si possono
soddisfare tutti, ci sarà sempre qualcuno scontento, ciò che possiamo e
dobbiamo fare è mantenere sempre un atteggiamento equanime.
Domanda: Nel caso in cui noi stessi siamo gli attori di
una controversia in una divergenza di opinioni e le due volontà sono in
contrasto, come dobbiamo comportarci? difendere la nostra opinione per il
nostro bene o lasciare prevalere l’opinione dell’altro per il suo bene? ; ;
; ; ; ; ; ;
Lama: E’ molto semplice: fare il bene degli altri è il
miglior modo per fare il bene a se stessi, e si ottiene un doppio beneficio,
quello di beneficare gli altri e se stessi. Quando si vuole imporre la
propria opinione si sbaglia comunque, se invece si rispetta l’opinione degli
altri si rispetta anche la propria e ciò porta il massimo beneficio. ; ; ; ;
; ; ; ;
Perché siamo nati nell’esistenza umana? Per portare
beneficio agli altri, è la naturale condizione dell’essere umano, e se si
vien meno alla naturale capacità di fare il bene degli altri allora si
arreca danno anche a se stessi perché si agisce in modo contrario alla
natura stessa dell’esistenza umana. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Forse questa è la causa della guerra tra
Israeliani e Palestinesi? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Forse, ma le cause sono misteriose, insondabili,
stanno al di là della realtà percepita, relativa, sono il risultato di cause
e condizioni che noi stessi abbiamo posto e che possono essere molto diverse
da come le vediamo. Nella vita di ognuno si presentano spesso situazioni
complesse e bisogna imparare ad osservare gli eventi chiedendosi sempre
“quella cosa era davvero così? È vera o no?” è necessario sforzarsi di
comprendere una realtà più profonda, al di là degli eventi stessi, perché le
apparenze esteriori sono le cause principali dell’illusione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ogni giorno al telegiornale vediamo scene terribili di
guerra, ne piangiamo, diventiamo tristi e depressi, e attrarre la nostra
attenzione emotiva è il ruolo dell’informazione, ma se osserviamo più
attentamente quelle immagini, ad esempio i disordini in Nepal, vediamo che
sono sempre riproposte le stesse scene per giorni e giorni, anche a distanza
di mesi. Se cerchiamo in internet notizie sul conflitto tra India e Pakistan
vediamo che la BBC ne parla esattamente come dieci anni fa riproponendo le
stesse fotografie. Dunque qualcosa non va, l’opinione che noi possiamo
ricavare da questo tipo di informazione è totalmente sbagliata, manipolata,
indotta, non reale, è totalmente illusoria. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quella vecchia immagine, sempre la stessa, crea
immediatamente un’errata percezione, perché noi pensiamo che essa sia
riferita al presente, ma in realtà non è così e il problema nasce
dall’attaccamento all’immagine che crea un’illusione. Per questo è
essenziale, fondamentale, analizzare sempre la realtà sulla base delle due
verità: senza negare la realtà convenzionale imparare a vedere la realtà
ultima. ; ; ; ; ; ; ; ;
Io ricordo sempre ai miei amici che con grandissimo
rispetto verso la fede cristiana è possibile praticare il Buddhismo, ma
senza tale rispetto in Italia ciò sarebbe impossibile perché implicherebbe
la negazione della verità degli italiani di essere nati in una cultura
integrata nella formazione cattolica. Se si nega la cultura delle proprie
radici, si entra in contraddizione con la propria natura. ; ; ; ; ; ; ; ;
Vi porto un esempio: il matrimonio Buddhista non esiste,
non è mai esistito, e allora perché chi è nato in Italia e secondo la sua
naturale cultura desidera un matrimonio religioso, anche se pratica il
Buddhismo, non si sposa tranquillamente nella chiesa cattolica nel rispetto
delle sue regole, invece di crearsi complicazioni e illusioni nella ricerca
di un Lama disposto a celebrare un matrimonio con un rito inesistente?
Situazioni come questa sono davvero sciocche e nascono dall’incapacità di
osservare le due verità, quella relativa e quella assoluta, verità che non
solo non sono contraddittorie tra loro ma, al contrario, complementari. ; ;
; ; ; ; ; ;
Ora meditiamo insieme per qualche minuto, vi ricordo che
in generale meditazione significa mantenere l’unione del corpo con la mente
tramite la respirazione. Un primo passo meditativo è quello di respirare
consapevolmente, mantenere la consapevolezza del respiro, sentirne il fluire
naturale, poi ci si siede in modo comodo, confortevole e rilassato, avendo
l’avvertenza di mantenere la colonna vertebrale eretta. La schiena dritta è
importante mentre gli altri aspetti della postura sono secondari.
Una Verità: “La Via di Mezzo” ; ; ; ; ; ; ; ;
La Via di Mezzo, “Madhyamaka”, può essere intesa anche
come definizione di Dharma; in termini buddhisti significa un modo di vita,
non è una realtà da relegare soltanto nella spiritualità, al contrario
permea ogni aspetto della vita, giorno dopo giorno. Con unavisione ampia si
può percepire tutto come “La Via di Mezzo” e questa percezione è il Dharma.
Anche il nirvana o stato di Buddhità è via di mezzo; la compassione, la
bodhicitta, la rinuncia, la saggezza, sono tutti aspetti della via di mezzo,
sono Dharma. ; ; ; ; ; ; ;
Il concetto di Dharma è più complesso, mentre è più
facile comprendere la Via di mezzo, dobbiamo imparare a focalizzarci nel
punto centrale rimanendo fermi nel mezzo, ci troveremo così in una posizione
infallibile, in ciò che ha insegnato il Buddha. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella filosofia Buddhista, non c’è coercizione, non
esiste il dovere di praticare il Buddhismo, il dovere di mettere in pratica
il Dharma, ma solo la possibilità, offerta a tutti, di scegliere e
praticare, o meno, questo percorso. Ognuno è assolutamente libero di
intraprendere la via a lui più consona, di valutare ciò che ritiene
maggiormente rispondente al suo modo di essere. Chi pensa che il Buddhismo
gli sia di beneficio lo pratica, in caso contrario no, nessuno può
obbligarlo. ;
Questa è una delle vie, uno dei modi per raggiungere la
felicità, la pace, ma non è l’unica strada. Persino all’interno del
Buddhismo ci sono tre percorsi, Hinayana, Mahayana, Vajrayana, che volendo
esemplificare potrebbero essere così rappresentati: ; ; ; ; ; ; ; ;
Hinayana è il piccolo mezzo, potrebbe essere paragonabile
alla bicicletta; ; ; ; ; ; ; ;
Mahayana è un mezzo più potente, come ad esempio il
treno; ; ; ; ; ; ; ;
Vajrayana è ancora più potente, diciamo l’aereo. ; ; ; ;
; ; ; ;
La scelta di quale mezzo utilizzare dipende da più
fattori: in primo luogo dalle necessità di ognuno, poi dalle capacità, dalle
possibilità economiche, dalla disponibilità a correre rischi. Tutti i tre
mezzi sono idonei. Certamente l’aereo è più veloce, ma non è alla portata di
tutti, possono esserci impedimenti di vario tipo, malattie, problemi
economici, e oltretutto se l’aereo precipita si muore non arrivando a
destinazione. Con il treno si viaggia abbastanza velocemente, ma sussistono
sempre, anche se in forma minore, i problemi dell’aereo e può verificarsi un
deragliamento con gravi conseguenze. Con la bicicletta invece, si impiega
più tempo, ma non c’è il costo del biglietto e se si cade, pur ammaccati, ci
si rialza e si è in grado di proseguire raggiungendo la meta. Ognuno deve
valutare attentamente i rischi e i benefici del viaggio e scegliere il mezzo
più consono alle sue possibilità ed esigenze. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella vita spirituale accade esattamente la stessa cosa,
c’è un prezzo da pagare, quale? Il prezzo è la dedizione, è necessario
conoscere quanta dedizione si è disposti ad impegnare, quali rischi si è
pronti a correre. Questo è l’insegnamento del Buddha.
Buddha non ha mai detto “quello è il sentiero migliore,
lo dovete seguire”, ha raccomandato invece: “Ci sono diversi sentieri,
ciascuno scelga quello che corrisponde alle sue esigenze. Il sentiero
migliore è il più adatto ad ognuno, è quello che ognuno sceglie per sé”. ; ;
; ; ; ; ; ;
Si commette un grossolano errore pensando: “Vajrayana è
la via migliore, è il massimo, Mahayana è una buona via, va bene, Hinayana è
una via inferiore”. Il Buddha ha insegnato che tutti i Dharma sono uguali,
non c’è un Dharma superiore e uno inferiore, sono tutti ugualmente buoni
perché hanno in sé la capacità di condurre allo stesso risultato. ; ; ; ; ;
; ; ;
Cristianesimo, Buddhismo, Islamismo e tutte le religioni
sono ugualmente valide, è assolutamente sorretto pensare. “questa è migliore
di quella, una è buona e l’altra no”, tutte indistintamente portano alla
realizzazione dello stesso obiettivo. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ importante mantenere una visione pluralista e aperta,
rispettare profondamente ogni percorso spirituale e seguire seriamente
quello a noi più consono. Qualsiasi sentiero decidiamo di intraprendere
incontreremo difficoltà e dovremo dedicarvi un profondo impegno personale. ;
; ; ; ; ; ; ;
Scegliere il proprio sentiero non implica affatto la
negazione e l’esclusione degli altri, ma significa scegliere quello più
adatto a sé nel rispetto di tutti gli altri. Questo è il modo corretto di
percorrere la propria via spirituale.
Le Quattro Nobili Verità ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel Buddhismo, qualsiasi sentiero si scelga, Hinayana,
Mahayana o Vajrayana, lo si può praticare solo nelle quattro nobili verità,
il primo insegnamento del Buddha Shakyamuni dopo la sua illuminazione, e da
esse nasce il nome del Dharma. Comprendere le quattro nobili verità
significa comprendere l’intero sentiero buddhista, mentre al di fuor di esse
è impossibile qualsiasi approccio ai tre sentieri Hinayana, Mahayana,
Vajrayana. ; ; ; ; ;
In nessuno dei tre “Yana” o mezzi spirituali, troviamo
insegnamenti che non siano inclusi nelle quattro nobili verità, solo al loro
interno possiamo praticare Hinayana, Mahayana e Vajrayana. Dunque, quali
sono le quattro nobili verità? ; ; ; ; ; ; ;
1. La verità della Sofferenza ; ; ; ; ; ; ; ;
2. La verità delle Cause della Sofferenza ; ; ; ; ; ; ; ;
3. La verità della Cessazione della Sofferenza ; ; ; ; ;
; ; ;
4. La verità del Sentiero che porta alla Cessazione delle
Cause della Sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Queste quattro caratteristiche del Dharma conducono alla
liberazione dal Samsara. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella tradizione Buddhista si ricorre spesso ad una
analogia: Il Buddha Shakyamuni è il medico, il Dharma è la medicina, il
praticante spirituale è il paziente. La conoscenza delle quattro nobili
verità è la medicina necessaria alla cura di noi stessi e degli altri. ; ; ;
; ; ; ; ;
La prima tappa consiste nel riconoscere la malattia, la
verità della sofferenza; è necessario individuare le cause della malattia,
le cause della sofferenza, così da poter affrontare la cura che le
eliminerà. ; ; ; ; ; ; ;
La malattia può essere prodotta da più fattori, ad
esempio, dalla droga, dal tabacco, dall’alcool… e, per guarire, per ottenere
lo stato della liberazione, si deve essere consapevoli della necessità della
loro eliminazione che può avvenire solo attraverso la comprensione dei mezzi
da utilizzare e di quale sentiero percorrere per raggiungerne lo scopo. ; ;
; ; ; ; ; ;
Tutti i quattro aspetti devono essere conosciuti e
praticati al fine di poter guarire se stessi e gli altri. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il termine “sofferenza” in sanscrito è Dukkha, ma la
traduzione che se ne dà nelle lingue occidentali non è proprio esatta. ;
Dukkha ha tre livelli: ; ; ; ; ; ; ; ;
• Il primo livello, più superficiale, è facilmente
individuabile, ad esempio un mal di testa, di stomaco, un raffreddore,
sofferenza che si può curare con medicine, senza dover ricorrere alla
meditazione; ; ; ; ; ; ; ;
• Il secondo livello è un po’ più profondo e sottile e
riguarda ciò che a prima vista appare appagante, ad esempio fumare, bere
alcool, assumere stupefacenti, tutti elementi che ci appaiono gratificanti,
apportatori di felicità, ma sono così dolci che poi procurano grandi carie
ai denti. Il senso temporaneo e immediato di godimento è infinitamente
inferiore alla sofferenza conseguente. Questa “gioia” è la natura di Dukkha,
più difficile da riconoscere. ; ; ; ; ; ; ; ;
Del terzo livello parleremo più avanti, per oggi
terminiamo qui e concludiamo la giornata meditando e recitando insieme la
preghiera di dedica dei meriti per il benessere di tutti gli esseri
senzienti.
Motivazione: La Compassione ; ; ; ; ; ; ; ;
La radice della pratica del Dharma è la motivazione. Il
Dharma dipende dall’intenzione che guida la nostra azione; la motivazione è
determinante nella possibilità di trasformazione di ogni azione della vita
in Dharma. ; ;
Alla domanda relativa a ciò che è motivazione del Dharma
e ciò che non lo è la risposta è davvero semplice: ogni azione altruistica è
una motivazione dharmica, mentre ogni attitudine egoistica non lo è. ; ; ; ;
; ; ; ;
La mente altruistica è articolata su tre livelli: ; ; ; ;
; ; ; ;
1. il primo è la Compassione e la Gentilezza Amorevole; ;
; ; ; ; ; ;
2. il secondo è la Compassione Illimitata e la Gentilezza
Amorevole Illimitata; ; ; ; ; ; ; ;
3. il terzo è la Grande Compassione e la Grande
Gentilezza Amorevole. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tre livelli di mente altruistica che ci portano ad azioni
positive. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo livello, <della compassione e della gentilezza
amorevole>, è innato in ogni essere senziente, è parte naturale e fonte di
speranza e incoraggiamento. Tutti, anche i più piccoli, possiedono in sé
questa qualità naturale, è dunque doveroso avere sempre grande rispetto,
senza distinzioni, per ogni essere. E’ importante essere consapevoli
dell’esistenza di questa qualità in noi perché solo avendone coscienza siamo
in grado di scegliere se utilizzarla o meno, essa esiste in noi comunque ed
è essenziale riconoscerla. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se ignoriamo la presenza in noi della naturale capacità
di compassione e di gentilezza amorevole e non la sviluppiamo, ci arrechiamo
un grave danno perché questa qualità è la fonte della nostra felicità, nel
presente e nel futuro. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando ci sentiamo felici soffermiamoci ad osservare se
abbiamo consapevolezza della presenza della compassione e, in caso
affermativo, siamo in pace con noi stessi, completamente rilassati, perché è
necessario alcuno sforzo per ottenerla essa è insita nella natura di ognuno,
è il nostro tesoro più vero, e possiamo rivolgerla a chiunque. ; ; ; ; ; ; ;
;
Il secondo livello, <della compassione illimitata e della
gentilezza amorevole illimitata>, richiede invece uno sforzo, un impegno da
parte nostra. In essa sono inclusi anche i nostri nemici, accoglie tutti gli
esseri che possiamo percepire e questo è anche il suo limite, perché coloro
di cui non abbiamo conoscenza ne sono esclusi. E’ realmente una compassione
illimitata, con un limite, perché non è ancora assoluta, non è ancora la
grande compassione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il terzo livello, <della grande compassione>, include
tutti gli esseri, senza eccezioni, ed è causa immediata di Bodhicitta,
risveglia automaticamente il Bodhicitta. ; ; ; ; ; ; ; ;
La consapevolezza dei tre livelli di compassione permette
che essi siano trasfusi nella quotidianità della vita. ; ;
La compassione si distingue ancora in tre categorie:
1. la compassione rivolta agli esseri senzienti; ; ; ; ;
; ; ;
2. la compassione rivolta alla natura impermanente degli
esseri senzienti; ; ; ; ; ; ; ;
3. la compassione rivolta alla natura vuota degli esseri
senzienti. ; ; ; ; ; ; ; ;
I tre livelli di compassione visti prima, “naturale,
illimitata e grande”, appartengono alla prima categoria, quella rivolta agli
esseri senzienti. ; ; ; ; ; ; ; ;
La seconda categoria, la compassione rivolta alla natura
impermanente degli esseri senzienti, ci mostra chiaramente la natura
impermanente degli esseri e scende più in profondità. ; ; ; ; ; ; ; ;
La terza categoria, la compassione che ci rende
consapevoli della natura vuota degli esseri senzienti, raggiunge la
profondità massima. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo potrebbe già di per sé essere un percorso completo
che conduce all’illuminazione, i passi del sentiero sono la meditazione, la
pratica e la visualizzare prima della compassione innata, poi della
compassione illimitata rivolta a una, due, cento, mille o più persone, e,
infine, quando tale capacità è completamente sviluppata , si può affrontare
l’ultimo passaggio nella contemplazione e pratica della grande compassione.
; ; ; ;
Il cammino nella compassione che ci rende consapevoli
della natura impermanente degli esseri senzienti è un punto davvero
fondamentale, perché se nutriamo compassione nei loro confronti ma li
vediamo come esseri permanenti, la nostra compassione non è pura né
completa, solo attraverso la consapevolezza della loro impermanenza essa
sarà autentica. ; ; ; ; ; ; ; ;
Infine, per raggiungere la completezza e la purezza della
compassione dobbiamo sviluppare la consapevolezza della natura vuota degli
esseri. La tradizione Buddhista distingue tra compassione contaminata e
compassione incontaminata, e solo la compassione consapevole della natura
vuota degli esseri è incontaminata. ; ; ; ; ; ; ; ;
La compassione incontaminata può essere il nodo che
unisce metodo e saggezza ed è necessario praticarla per raggiungere
l’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il concetto di Compassione nel Buddhismo non è affatto
semplice, è articolato in molti aspetti e rappresenta di per sé un sentiero
che può essere praticato senza bisogno di altro. Compassione non significa
solo essere gentili e amorevoli, ma in essa è compresa la saggezza, la
consapevolezza dell’impermanenza e della natura vuota degli esseri. ; ; ; ;
; ; ; ;
Nel Vajrayana tutti i rituali e le pratiche iniziano con
la consapevolezza della Vacuità. La compassione emerge all’interno della
Vacuità, la compassione emerge all’interno della realtà impermanente. ; ; ;
; ; ; ; ;
Se siamo persone sensibili, gentili e compassionevoli, ma
osserviamo noi stessi e gli altri come esseri permanenti, la nostra
compassione non è pura e può ingenerare grande confusione fondata su una
visione erronea della realtà, sarebbe come voler prendere un treno diretto a
Roma e salire su un convoglio che va nella direzione opposta, a Milano. ; ;
; ; ; ; ; ;
E’ molto importante, fondamentale, comprendere bene e con
grande chiarezza come la realizzazione della compassione pura e completa
passi attraverso la consapevolezza della natura impermanente e vacua della
realtà.
Parliamo spesso di compassione, ognuno ha la sua idea in
proposito, ma è indispensabile abbandonare ogni preconcetto e conoscere in
modo approfondito le sue categorie e i suoi livelli in modo da poterla
praticare realmente sviluppandola completamente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per conoscere la motivazione delle nostre azioni è
necessario percorrere, uno dopo l’altro, gli stadi della compassione così da
acquisire la consapevolezza e il criterio essenziali alla corretta scelta di
ogni atto nel Dharma. Diviene così possibile ad esempio verificare che,
rispetto ad una specifica situazione, ne abbiamo una visione distorta perché
la percepiamo come permanente e dunque sappiamo quali strumenti attivare per
correggere l’errore, evitando ulteriori complicazioni e confusione.
Prima Nobile Verità ; ; ; ; ; ; ; ;
Ieri abbiamo affrontato le quattro nobili verità
approfondendo i primi due aspetti della prima nobile verità (Dukkha)
suddivisa in tre livelli: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Il primo è la sofferenza della sofferenza; ; ; ; ; ; ;
;
2. il secondo è la sofferenza del cambiamento; ; ; ; ; ;
; ;
3. il terzo è la sofferenza del condizionamento. ; ; ; ;
; ; ; ;
Il primo livello, la sofferenza della sofferenza, è
facilmente riconoscibile (il mal di testa, il raffreddore, ecc). Dukkha si
traduce anche con i termini “dolore” o “non soddisfazione”. La non
soddisfazione è presente in tutti i tre i livelli. ; ; ; ; ; ; ;
Il secondo livello è più difficilmente riconoscibile
perché ad un primo impatto si presenta come temporanea felicità. ; ; ; ;
Lama: Tu che hai praticato per una settimana il “chülen”
(una forma di digiuno) come consideri questa esperienza? in che categoria di
Dukkha la collocheresti, sofferenza della sofferenza, sofferenza del
cambiamento o sofferenza del condizionamento? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Non saprei….in nessuna credo, perché non c’era
sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Non c’era Dukkha? Allora era Nirvana, no? ; ; ; ; ;
; ; ;
Risposta: Ma no, non certamente Nirvana, forse all’inizio
c’era un po’ di sofferenza, ma poi è subentrata una sensazione di benessere,
un assoluto distacco dal cibo. Forse si potrebbe dire che il primo giorno
era sofferenza di primo livello, il secondo giorno sofferenza di secondo
livello, e il terzo giorno sofferenza di terzo livello, ma sinceramente io
mi sentivo in uno stato di non sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: E’ difficile, molto difficile definire queste
situazioni, specificare a quale categoria possa appartenere questo tipo di
esperienza, forse potremmo catalogarla come sofferenza del condizionamento,
o sofferenza del cambiamento. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ecco perché affrontando la prima nobile verità, della
sofferenza, Dukkha, non dobbiamo pensare in termini limitativi, riferendoci
ad esempio solo al dolore del corpo, ma dobbiamo pensare ad ogni risultato
maturato attraverso il Karma e attraverso le emozioni conflittuali. Solo in
una condizione non causata né dal karma, né dalle emozioni conflittuali
possiamo dire di essere in una realtà al di fuori della sofferenza,
altrimenti qualsiasi circostanza frutto di karma e di emozioni conflittuali
appartiene alla prima nobile verità, anche se a volte è veramente difficile
distinguere il livello attinente alle diverse situazioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Dukkha è parte dell’esistenza e per questo il Buddha
disse che la prima Nobile Verità si realizza e ha scelto di mostrarci il
Dharma, il metodo per eliminare la sofferenza.
Sono moltissime le situazioni della nostra vita che non
riconosciamo come sofferenza e che invece lo sono; ci sono momenti in cui ci
sentiamo completamente felici, ma in realtà non è così, sono sofferenza,
anche se è difficile individuarla immediatamente. Il Dharma ci offre il
metodo per eliminare il livello più sottile di sofferenza, il terzo livello:
la sofferenza del condizionamento. ; ; ; ; ; ; ;
Ogni elemento che causa altra sofferenza è chiamato
sofferenza del condizionamento, per questo il nostro karma e le emozioni
conflittuali appartengono a questa categoria. Anche un apparente stato di
felicità è sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: E’ sofferenza in quanto ogni felicità è
impermanente, destinata a finire? E’ difficile comprendere questo concetto,
perché nel momento in cui io vivo la felicità sono davvero felice, o c’è
altro? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Si, in parte il motivo è l’impermanenza, ma non
solo, anche quando meditiamo e ci troviamo in uno stato mentale molto
gioioso, siamo nella sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Allora non c’è scampo alla sofferenza? ; ; ; ; ;
; ; ;
Lama: In questo mondo non c’è; al tempo di Buddha vi
erano maggiori possibilità, più porte aperte, oggi è tutto complicato e
arduo perché ci troviamo in un periodo di degenerazione. Una volta a Torino
era facile trovare lavoro alla FIAT, adesso è difficilissimo, eppure la FIAT
c’è ancora quindi, teoricamente, le possibilità sussistono. Questa è
impermanenza. L’impero romano, quello britannico, apparentemente
invincibili, hanno mostrato chiaramente la loro impermanenza, così come il
potere tedesco del terzo reich. Anche il potere più radicato o le fortezze
inespugnabili sono impermanenti, pensate al Pentagono, indistruttibile
dicevano, eppure i fatti hanno dimostrato il contrario. ; ; ; ; ; ; ;
Tutto è transitorio, impermanente. Il terzo livello del
Dukkha è molto sottile; il nome che gli viene dato “sofferenza del
condizionamento” deriva dai cinque aggregati che costituiscono il nostro
stato di esseri viventi, il nostro corpo e le sensazioni del nostro corpo. A
questo livello di sofferenza non c’è scampo. ; ; ; ; ; ; ;
Come soluzione potremmo sviluppare il “corpo di
arcobaleno”. Questa, che potrebbe apparire a prima vista come una
descrizione del tutto fantastica, è invece concretamente reale. Attraverso
la pratica e una meditazione molto profonda si può trasformare il proprio
corpo di sofferenza in un “corpo di arcobaleno” o “corpo di chiara luce”. ;
; ; ; ; ; ; ;
Un’altra soluzione è data dal non attaccamento al nostro
corpo; se non abbiamo alcun attaccamento al corpo, né ad alcun oggetto
esterno, nulla ci può causare sofferenza. ; ; ; ; ; ; ;
Queste sono alcune vie che il Buddhismo indica per uscire
dalla sofferenza.
Esiste un’ulteriore possibilità che consiste nell’usare
il proprio corpo per portare beneficio agli altri; dedicare completamente il
proprio corpo per il bene di tutti gli esseri. ; ; ; ; ; ; ;
I tre mezzi che ci permettono di uscire dal Dukkha: ; ; ;
; ; ; ; ;
1. Hinayana; ; ; ; ; ; ; ;
2. Mahayana; ; ; ; ; ; ; ;
3. Vajrayana. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’attitudine del sentiero Hinayana consiste nel non avere
attaccamento al proprio corpo concentrandosi sulla pratica meditativa, privi
di ogni preoccupazione per il proprio corpo e attaccamento ad esso. ; ; ; ;
; ; ; ;
Nel sentiero Mahayana si dedica completamente il proprio
corpo agli altri; prendendolo in considerazione, ma non in modo egoistico,
bensì con la motivazione profonda di essere di beneficio agli altri esseri.
Ad esempio in una preghiera della pratica del Bodhisattva ci si auspica di
essere come pesci in modo da poter sfamare gli altri, dedicandosi
completamente a ogni essere. Questa è la pratica del Bodhisattva. ; ; ; ; ;
; ;
Domanda: Ieri hai detto che siamo nati per essere di
beneficio agli altri, vorrei capire meglio cosa intendevi esattamente. Gli
esseri senzienti sono nati tutti con questo scopo, e poi nel cammino ne
perdono la consapevolezza? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Si, siamo nati con questo scopo che è
inscindibilmente legato all’obiettivo ultimo di raggiungere l’illuminazione.
L’essere nati in una condizione umana ci dà le maggiori possibilità per
ottenere l’illuminazione che, a sua volta, è realizzabile solo attraverso
una mente altruistica. Per questo l’essere nati nella condizione umana
significa dedicarsi agli altri, essere loro di beneficio, praticare il
Dharma, per questo ieri ho detto: noi siamo nati per servire gli altri. ; ;
; ; ; ; ; ;
Il Bodhisattva ha un cuore grande che offre completamente
agli esseri senzienti e questa è una via per uscire dalla sofferenza. Il
nostro corpo è sofferenza, ma percorrendo questo sentiero abbiamo la
possibilità di uscire dal terzo livello di sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Un’altra via d’uscita è offerta dal Vajrayana, che ci
porta alla trasformazione del corpo di sofferenza in un corpo di arcobaleno.
; ; ; ; ; ; ; ;
Sono tre sentieri distinti, affatto in contraddizione tra
loro, sono stadi di un unico percorso: per poter dedicare completamente il
proprio corpo agli altri è necessario non avere alcun attaccamento ad esso e
dunque, con il distacco e la sua offerta agli altri si realizza il
Bodhicitta. Il dedicare completamente il proprio corpo a tutti gli esseri
con una pura mente altruistica porta alla trasformazione del corpo di
sofferenza in un corpo di arcobaleno. ; ; ; ; ; ; ; ;
Perché il corpo di arcobaleno è buono? Perché con il
corpo fisico si possono servire gli esseri in modo limitato, secondo i
limiti della materia, ma per poter essere di beneficio illimitatamente a
tutti gli esseri senzienti, il corpo fisico deve trasformarsi in corpo di
arcobaleno, corpo di chiara luce. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel buddhismo sono presenti i quattro Kaya, i quattro
corpi del Buddha: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Sambhogakaya ; ; ; ; ; ; ; ;
2. Nirmanakaya ; ; ; ; ; ; ; ;
3. Dharmakaya ; ; ; ; ; ; ; ;
4. Svabhavikakaya ; ; ; ; ; ; ; ;
Con i quattro corpi del Buddha è possibile porsi al
servizio di tutti gli esseri senzienti. Attraverso la pratica della
consapevolezza e la realizzazione della Vacuità si può trasformare il
proprio corpo in un corpo di arcobaleno, raggiungendo l’illuminazione in
questa stessa vita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ma anche se non otteniamo l’illuminazione in questa vita
possiamo dedicare, come Bodhisattva, il nostro corpo agli altri. E se non
riusciamo a raggiungere questo livello di pura mente altruistica, possiamo
comunque sviluppare l’attitudine di non attaccamento al corpo concentrandoci
nella pratica spirituale. Queste sono le tre vie per uscire dalla
sofferenza, anche dal terzo livello di Dukkha, la sofferenza del
condizionamento, che pare così inscindibile dalla nostra realtà fisica. ; ;
; ; ; ;
Non si deve mai dimenticare che: ; ; ; ; ; ; ; ;
• quando meditiamo e stiamo particolarmente bene, non è
felicità; ; ; ; ; ; ; ;
• quando ci sentiamo in pace, rilassati e sereni, non è
felicità; ; ; ; ; ; ; ;
• quando abbiamo la sensazione di essere molto forti,
sani e potenti, non è felicità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Si tratta di semplici emozioni e quindi cause di
sofferenza, da cui possiamo essere liberati soltanto dal Dharma. Buddha ha
avuto bisogno di sei anni per realizzare le quattro nobili verità e ciò
dimostra come il cammino verso tale obiettivo non sia assolutamente facile.
; ; ; ; ; ; ; ;
Meditazione non è avvertire emozioni, essere gratificati,
sentirsi bene, meditazione è l’osservazione della realtà al fine di uscire
dallo stato di sofferenza. Riferendoci al terzo livello della sofferenza, la
sofferenza del condizionamento, potremmo semplicemente dire che: “questo
tipo di sofferenza è il nostro corpo”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ciò non significa che il nostro corpo sia negativo,
perché la prima nobile verità, la sofferenza, non è soltanto negativa e ha
in sé altre qualità positive. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se non ci fosse la prima nobile verità non potrebbero
nemmeno esserci la seconda, la terza e la quarta. ; ; ; ; ; ; ;
Se non ci fosse la prima nobile verità non potrebbero
esserci nemmeno il sentiero, la realizzazione, l’illuminazione. ; ; ;
La prima nobile verità è tanto importante quanto lo è
l’illuminazione.
La sofferenza deve essere osservata da diverse
prospettive, non da una sola; se ad esempio abbiamo dolore in una parte del
corpo e fissiamo questa sofferenza con un’unica ottica, ci sentiamo depressi
e impotenti, ma se analizziamo lo stesso dolore da più punti di vista il
nostro atteggiamento mentale non potrà essere completamente negativo. La
sofferenza ha aspetti positivi, il nostro corpo ha aspetti più positivi che
negativi: l’aspetto supremo è che il nostro corpo può essere trasformato in
un corpo di arcobaleno; il nostro corpo ha la qualità inestimabile di poter
essere di grande beneficio agli altri esseri. Il nostro prezioso corpo è la
condizione migliore per praticare il Dharma. Queste sono le grandissime
qualità del nostro corpo, ma dobbiamo essere sempre in ogni momento
consapevoli di trovarci nella condizione della sofferenza e, quando ne
avvertiamo tutto il peso, dobbiamo altrettanto essere consapevoli delle
qualità del nostro corpo. ; ; ; ; ; ;
Sono due realtà e devono essere tenute in evidenza
entrambe e, con questa riflessione, concludiamo l’analisi dei tre tipi di
sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Gli incontri sul buddhismo non devono essere intesi come
lezioni, sarebbe sbagliato pensare “bene, oggi ho ascoltato, domani metterò
in pratica”; è importante porsi in atteggiamento contemplativo e, già
nell’ascolto, dovrebbe avvenire qualche realizzazione; è fondamentale aprire
la mente a questa dimensione. Per questo motivo la spiegazione è stata così
dettagliata, con concetti ripetuti e accompagnati da esempi concreti. ; ; ;
; ; ;
Domanda: Non mi è chiaro il concetto di compassione,
perché non riesco a collegare la compassione con la Vacuità, in italiano
“compassione” significa “soffrire insieme” e quindi, come si può provare
sofferenza e nel contempo Vacuità che, credo, voglia dire assenza di
qualsiasi tipo di sentimento. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: In tibetano la parola “compassione” deriva dal
termine sanscrito “Karuna” ed ha un significato completamente diverso
rispetto le lingue occidentali. Nella filosofia buddhista la Vacuità indica
la realtà ultima di tutti i fenomeni ed è il livello ultimo della
compassione. La Vacuità indica la realtà ultima di noi stessi e degli altri
e se non la si percepisce non può esserci compassione, non c’è Karuna. ; ; ;
; ; ; ; ;
Domanda: Posso chiederti di spiegare cos’è Karuna? ; ; ;
; ; ; ; ;
Lama: Non è facile tradurre la parola Karuna, ma potremmo
definirla con “prendersi cura degli altri”, non inteso come “preoccuparsi”
ma come “accogliere la realtà degli altri occupandosi di loro con mente
altruistica”. E’ molto importante anche non essere invadenti, non
disturbare, non essere di ostacolo agli altri. Bisogna saper stare accanto
agli altri con consapevolezza e questo può essere realizzato solo attraverso
la Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: io avevo capito ancora in modo diverso, cioè che
la domanda iniziale non fosse tanto riferita alla Vacuità in se stessa,
quanto all’aver compassione della Vacuità dell’altro, cioè della natura
vuota degli esseri. Lama: La compassione è legata alla realizzazione della
Vacuità, di me, dell’altro e addirittura della Vacuità della compassione
stessa. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: A questo proposito vorrei raccontarvi che cosa è
successo durante un seminario sul tema “La morte e l’aiuto ai morenti”.
Abbiamo discusso l’argomento della compassione ed è emerso che non significa
condividere le esperienze negative assorbendole. Se una persona malata è
depressa non ci si deve deprimere con lei, perché in questo modo
aumenteremmo la sua sofferenza. L’atteggiamento corretto di fronte ad una
persona che soffre non è la fuga ma il saper rimanere nella presenza della
sofferenza dell’altro. Per mantenere questa presenza, però, bisogna davvero
avere il senso della Vacuità, altrimenti ci si lascia trascinare nel vortice
del dolore aggravandolo e si è più di danno che di beneficio. Per questo
credo di aver capito che la sofferenza ha sempre un po’ di Vacuità. ; ; ; ;
; ; ; ;
Lama: E’ molto importante mantenere la propria stabilità
per aiutare gli altri. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Quali sono le pratiche per mantenere la
stabilità? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Meditazione! Meditazione è “Ana-Pana” “Shiné” cioè
meditazione nella consapevolezza del respiro. Nella scuola Theravada questa
è la pratica fondamentale, molto bella, semplice ed estremamente efficace.
Respirare con consapevolezza. Verificate quanti respiri fate in
consapevolezza, non sono tanti. Tutta la pratica Theravada passa attraverso
la pratica del respiro consapevole, riconoscendovi una fondamentale
importanza. In Thailandia i monaci non lavorano, sono nutriti dalla gente,
il loro unico compito è quello di dedicare tutto il tempo alla meditazione
continuata, in piena consapevolezza del loro respiro, nell’immobilità come
nel movimento.
Seconda Nobile Verità ; ; ; ; ; ; ; ;
Questa mattina abbiamo esaminato dettagliatamente i tre
tipi di Dukkha, della prima nobile verità, e ora invece affronteremo le
seguenti tre nobili verità: ; ; ; ; ; ; ; ;
la Causa della sofferenza; ; ; ; ; ; ; ;
la Cessazione della Sofferenza; ; ; ; ; ; ; ;
il Sentiero che conduce alla Cessazione della
Sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tutto ciò che produce sofferenza è parte della seconda
nobile verità: “la causa della sofferenza”, del Dukkha, dunque tra la prima
e la seconda nobile verità non vi è una grande differenza e la si trova solo
nella modalità di osservazione della sofferenza: nel primo modo descriviamo
la sofferenza così com’è, nel secondo guardiamo alla sofferenza vedendone le
cause. ; ; ; ; ; ; ; ;
Esistono fenomeni che rientrano nella prima nobile
verità, ma non nella seconda, che possono essere considerati sofferenza, ma
non causa di sofferenza. Un esempio è dato dalle “terre pure” così spesso
rappresentate nel buddhismo; presupponiamo di credere nella loro esistenza e
vediamo che appartengono alla dimensione della prima nobile verità, la
sofferenza, ma non aderiscono alla seconda nobile verità, non sono causa di
sofferenza. Le terre pure sono nella dimensione del Samsara, quindi se anche
le raggiungiamo, ci troviamo ancora nella prima nobile verità della
sofferenza, siamo nel Samsara, non nel Nirvana. ; ; ; ; ; ; ;
La terra pura si trova nella prima nobile verità, ma non
è un luogo che produce sofferenza, mancando dunque le condizioni di essere
causa di sofferenza, non è nella seconda nobile verità. Si è nella
condizione di Dukkha, ma non nella condizione di causa di Dukkha. A volte la
spiegazione delle Terre Pure assomiglia a quella del Paradiso cristiano, nel
senso che quando si è raggiunto questo luogo non si regredisce. ; ; ; ; ; ;
; ;
Un altro esempio di fenomeno che rientra nel Dukkha, ma
non è causa di Dukkha, è lo stato di “ultima rinascita”, dell’ultimo corpo
che si ha prima di raggiungere il Nirvana, prima dell’ottenimento
dell’illuminazione. Questo corpo appartiene alla prima nobile verità, ma non
alla seconda, perché non produrrà più nessuna causa di Dukkha e non dovrà
più rinascere. ; ; ; ; ; ; ; ;
Sono pochi i fenomeni che appartengono alla prima nobile
verità ma non alla seconda, mentre possiamo affermare con sicurezza che
tutto ciò che è parte della seconda nobile verità è anche parte della prima.
; ; ; ; ; ; ;
Osservando queste due nobili verità vediamo che vi sono
tre possibili combinazioni: ; ; ; ; ; ; ; ;
1) Fenomeni che appartengono alla prima nobile verità,
Dukkha; ; ; ; ; ; ; ;
2) Fenomeni che appartengono ad entrambe le due nobili
verità, Dukkha e causa di Dukkha;
3)Fenomeni che non appartengono a nessuna delle due
nobili verità, non sono né Dukkha né causa di Dukkha. ;
Sintetizzando potremmo affermare che la prima e la
seconda nobile verità sono due diversi aspetti di uno stesso fenomeno, il
Dukkha, la sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Credo però opportuno aprire una parentesi e soffermarci
sulla questione delle “Terre pure” perché c’è molta confusione in proposito.
; ; ; ; ; ; ; ;
Nelle scritture Buddhiste si descrivono molte terre pure:
la Terra pura di Avalokiteshvara, la Terra pura di Amitabha, la Terra pura
di Tara, la Terra pura di Maitreya e così via. Anche noi praticanti, nel
futuro, avremo la nostra Terra pura, ma allora che cos’è questa Terra Pura?
Un tempo il Tibet era la Terra pura di Avalokiteshavara, infatti il termine
“Potala” significa “la Terra pura di Avalokiteshvara” e probabilmente in
origine il Potala era localizzato in territorio indiano. C’è poi la Terra
pura del Buddha Amitabha, che è Sukhavati, e la Terra pura del Buddha
Avalokiteshvara che è Tushita, e la Terra pura di Kalachacra, che è la
notissima Shambala. E la Terra pura di Tara come si chiama? Qualcuno conosce
il suo nome? E’ la stessa Terra pura di Avalokiteshvara, sono insieme nel
Potala. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ difficile spiegare questi concetti, generalmente le
persone pensano che la Terra pura sia “...un qualche cosa in un altro
posto....” che, appena raggiunto, rappresenta la salvezza. Alcuni ritengono
che morendo in combattimento nella guerra di Shambala, si sarà salvi. La
guerra di Shambala sarebbe l’ultima guerra, così come prima ci sono state le
guerre sante cristiane, islamiche ora tocca ai Buddhisti, no? Queste
descrizioni sembrano davvero fantascienza e non devono assolutamente essere
recepite letteralmente, sono leggende che appartengono ad una determinata
cultura e letteratura ma possono generare una grande confusione nelle
persone.
Abbiamo poi la Terra pura di Maitreya “Tushita” che in
alcune spiegazioni viene descritta come un edificio, un monastero,
circondato da una città che ha lo stesso nome, Tushita, rappresenta quindi
due luoghi distinti e solo entrando nel monastero si è salvi. ; ; ; ; ; ; ;
;
Questi esempi servono a far comprendere come sia
possibile creare le descrizioni più fantasiose, ma le Terre pure non sono
altro che la purezza della mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Avalokiteshvara rappresenta la compassione, Maitreya
l’amorevole gentilezza, Amitabha la benevolenza, Tara l’azione del Buddha.
Queste Divinità protettrici, le immagini illuminate, sono la raffigurazione
simbolica delle qualità intrinseche allo stato dell’illuminazione. La Terra
pura significa la Mente pura, la Terra è la Mente. ; ; ; ;
Tentare di spiegare la terra pura è davvero difficile, è
un argomento a cui è bene accostarsi con prudenza, da approfondire con
calma, riflessione attenta e cautela. Troppe persone iniziano a praticare
visualizzando la Terra pura, e poi si confondono e si perdono perché non è
affatto chiaro in quale direzione si diriga la loro pratica. ; ; ;
Riprendendo la spiegazione della seconda nobile verità,
la causa di Dukkha, dobbiamo osservare ciò che ha la potenzialità di
produrre sofferenza, riconoscere ciò che ne ha la capacità. La causa della
sofferenza è normalmente individuata nel karma e nelle emozioni
conflittuali. ; ; ; ; ; ; ; ;
Con “karma” si intende un’azione derivante da un atto
volontario che produce effetti; principalmente si tratta di un’azione
mentale che genera un’azione verbale che, a sua volta, determina un’azione
fisica. ; ; ; ; ; ; ;
L’azione mentale, l’attività mentale è distinta in tre
tipi: ; ; ; ; ; ; ; ;
• azione positiva (da cui scaturisce felicità); ; ; ; ; ;
; ;
• azione negativa (da cui deriva sofferenza); ; ; ; ; ; ;
;
• azione neutra (che determina uno stato neutro, né di
felicità, né di sofferenza). ; ; ; ; ; ; ; ;
Queste tre azioni appartengono contemporaneamente alla
prima e alla seconda nobile verità, sono Dukkha e causa di Dukkha e sono
provocate dalle emozioni conflittuali, individuabili principalmente in: ; ;
; ; ; ; ; ;
1. IGNORANZA ; ; ; ; ; ; ; ;
2. ATTACCAMENTO ; ; ; ; ; ; ; ;
3. ODIO ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ignoranza è fondamentale, indicata nel Buddhismo come
causa prima del Samsara, il suo creatore. Dall’ignoranza derivano
attaccamento e odio. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ignoranza di per sé non è né positiva né negativa,
appartiene ad uno stato neutro, ma se a causa dell’ignoranza noi percepiamo
una realtà come piacevole nasce l’attaccamento e se, viceversa, la
percepiamo come repulsiva nasce l’odio. L’ignoranza è paragonabile ad una
mente sonnolenta, assopita, non è in grado di emettere giudizi di per sé, ma
ciò che scaturisce da essa crea i condizionamenti del giudizio che distingue
ciò che piace e ciò che non piace. Gli oggetti che attraggono provocano
attaccamento e quelli che respingono generano l’odio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Così si crea la sofferenza, articolata nelle tre modalità
conosciute: ; ; ; ; ; ; ; ;
• La sofferenza della sofferenza; ; ; ; ; ; ; ;
• La sofferenza del cambiamento; ; ; ; ; ; ; ;
• La sofferenza del condizionamento ; ; ; ; ; ; ; ;
Questa è la seconda nobile verità, la causa della
sofferenza. Quando una realtà appare piacevole, buona, positiva,
immediatamente in noi sorge l’attaccamento che causa sofferenza, è esso
stesso sofferenza, e quando un’altra realtà presenta aspetti spiacevoli
brutti, cattivi, negativi in noi nasce avversione, che è causa di
sofferenza, è sofferenza. In entrambe le situazioni siamo immersi nella
dimensione della sofferenza ed è davvero difficile venirne fuori perché non
sappiamo riconoscerle come sofferenza e causa di sofferenza. Solo gli esseri
nobili, esseri che hanno raggiunto un’elevata realizzazione spirituale, gli
Arya, sono in grado di individuare e comprendere le due verità e per questo
esse vengono chiamate “nobili verità”, o nobili realtà.
E’ necessario, al fine di poter comprendere le cause
della sofferenza, conoscere e riflettere sulla concatenazione dei “Dodici
anelli dell’origine interdipendente”. Al primo posto troviamo il nostro dio,
l’ignoranza, il creatore del samsara; dall’ignoranza sorgono le azioni
volitive che determinano degli effetti, cioè karma. ; ; ; ; ; ; ;
Come si determina questo processo? ; ; ; ; ; ; ; ;
All’ignoranza le cose appaiono piacevoli o spiacevoli, se
piacevoli sorge l’attaccamento che produce l’azione del volere, se
spiacevoli nasce l’avversione, che determina l’azione del respingere. Questa
è l’azione volitiva, o karma, che scaturisce dall’ignoranza e che lascia
l’impronta nel nostro continuum mentale determinando il terzo anello, quello
della coscienza. ;
Le impronte lasciate nella coscienza mentale matureranno
solo quando incontreranno le circostanze e le condizioni favorevoli per il
loro sviluppo, condizioni favorevoli che si trovano nell’ottavo e nel nono
anello e sono rispettivamente l’avere desiderio - bramosia e attaccamento -
voler afferrare. Queste due condizioni danno molta energia al terzo anello,
quello della coscienza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dall’incontro dell’impronta depositata nella coscienza
con le condizioni favorevoli, al loro maturare cioè il desiderio e
l’attaccamento, nasce il decimo anello, quello del divenire. Anche il
divenire è un’azione volitiva, ma assai più potente di quella prodotta nel
secondo anello, il karma, e ingenera un risultato immediato, è la causa
diretta che da origine alla rinascita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Gli altri anelli della catena sono: il quarto - nome e
forma; il quinto - sorgente dei sensi; il sesto - contatto sensoriale; il
settimo - prodursi di sensazioni. ; ; ; ; ;
Il quarto, nome e forma, indica semplicemente che si è
entrati nella vita successiva; con la rinascita si entra automaticamente nel
quinto anello, quello della sorgente dei sensi che, maturando, diventa
contatto, (sesto anello) e il contatto causa sensazioni, (settimo anello). ;
; ; ; ; ; ;
Osservando la nostra intera vita vediamo che essa oscilla
costantemente tra queste due realtà: contatto sensoriale e sensazione che
deriva dal contatto. Perché una cosa ci piace e l’altra no? Produciamo ogni
sensazione di attaccamento o repulsione perché possiamo toccare, vedere,
gustare, sentire una determinata cosa. Contatto - sensazione rappresentano
il nostro muoverci nel Samsara. ; ; ; ; ; ; ; ;
Possiamo comprendere perché sia così importante saper
rimanere in uno stato mentale neutro perché solo in questo modo possiamo
evitare di diventare schiavi del meccanismo di contatto - sensazione. Anche
di fronte alle cose più insignificanti noi ci lasciamo intrappolare dai
giudizi: “questo vestito mi piace, quest’altro non mi piace” oppure “questo
tessuto mi da sensazioni gradevoli, quest’altro sgradevoli”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Contatto e Sensazioni sono causa costante di sofferenza,
un’altalena che produce ininterrottamente sofferenza fino a quando giungiamo
all’undicesimo anello, quello della vecchiaia e della morte. Vecchiaia e
morte sono intrinsecamente legate a nome e forma, il quarto anello, che
determina la nascita. Possono realizzarsi vecchiaia e morte solo se vi è
nascita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Perché vecchiaia e morte sono collocate in un unico
anello? L’undicesimo anello è nascita (ka), il dodicesimo è morte (schi), ma
non c’è un anello apposito per la vecchiaia, perché? ; ; ; ; ; ; ; ;
Le scritture indicano chiaramente la risposta che, se
riflettete un attimo, è evidente: chi nasce certamente muore, ma non sempre
invecchia, può morire giovane. La stessa cosa vale per il quarto anello
indicato con nome e forma, perché esistono esseri che hanno un nome, ma non
hanno forma. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ fondamentale conoscere la concatenazione degli eventi
dimostrata dai dodici anelli di origine interdipendente. Riassumendo,
rileviamo che ci sono due azioni, tre emozioni conflittuali e i restanti
sette anelli che sono Dukkha, sofferenza. Ovviamente tutti i dodici anelli
sono Dukkha, ma questi sette sono particolarmente espressione di sofferenza.
;
Soffermandoci a riflettere sulla concatenazione dei
dodici anelli si comprende come si crea il Samsara e come si rimane
prigionieri in esso. ; ; ; ; ; ; ; ;
I due anelli che costituiscono le azioni volitive sono il
secondo - il karma, e il decimo - il divenire. I tre anelli delle emozioni
conflittuali, causa delle azioni volitive, sono: il primo - l’ignoranza;
l’ottavo - il desiderio e la bramosia; il nono - l’attaccamento e
l’afferrare. ; ; ; ; ; ;
Questi cinque anelli si riferiscono alla seconda nobile
verità: la causa di Sofferenza, Dukkha. Gli altri sette sono relativi alla
prima nobile verità: sono Sofferenza, Dukkha. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Puoi ripetere per favore, mi sto confondendo. ;
; ; ; ; ; ; ;
Lama: Karma e Divenire (secondo e decimo anello)
determinano le azioni volitive; ; ; ; ; ; ; ;
Ignoranza, Desiderio e Attaccamento (primo, ottavo e nono
anello) determinano le emozioni conflittuali. ; ; ; ; ;
Tutti e cinque appartengono alla seconda nobile verità e
sono causa di sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ anello, nome e forma, si produce nel momento della
rinascita che con il crescere determina l’anello della sorgente dei sensi,
entrambi sono sofferenza. Dall’incontro delle facoltà sensoriali con
l’oggetto scaturisce il contatto che diviene Dukkha. La sensazione che sorge
dal contatto è Dukkha. Ad esempio: “ho meditato, mi sento particolarmente
bene, rilassato, appagato, sono pervaso da una sensazione piacevole”, che è
comunque Dukkha. La nascita è Dukkha esattamente come la morte e la
vecchiaia. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per queste ragioni il Buddha ha insistito sulla necessità
di conoscere la sofferenza, aggiungendo che bisogna abbandonare la causa
della sofferenza, ma solo conoscendo i sette anelli che sono Dukkha possiamo
abbandonare gli altri cinque che sono causa di Dukkha, cioè le azioni
volitive e le emozioni conflittuali. Soltanto così possiamo liberarci dal
Samsara, uscire dalla catena dei dodici anelli dell’origine interdipendente.
;
Come dobbiamo meditare sui dodici anelli? Osserviamo che:
; ; ; ; ; ; ; ;
1. Alla base del Samsara vi è l’ignoranza; ; ; ; ; ; ; ;
2. a causa dell’ignoranza sorgono le azioni volitive; ; ;
; ; ; ; ;
3. a causa delle azioni volitive sorge la coscienza; ; ;
; ; ; ; ;
4. a causa della coscienza sorgono nome e forma; ; ; ; ;
; ; ;
5. a causa di nome e forma sorgono le sorgenti
sensoriali; ; ; ; ; ; ; ;
6. a causa delle sorgenti sensoriali sorge il contatto; ;
; ; ; ; ; ;
7. a causa del contatto sorge la sensazione; ; ; ; ; ; ;
;
8. a causa della sensazione sorge il desiderio, la
bramosia; ; ; ; ; ; ; ;
9. a causa della bramosia sorge l’attaccamento,
l’afferrare; ; ; ; ; ; ; ;
10. a causa dell’afferrare sorge il divenire; ; ; ; ; ; ;
;
11. a causa del divenire sorge la nascita; ; ; ; ; ; ; ;
12. a causa della nascita sorgono la vecchiaia e la
morte. ; ; ; ; ; ; ; ;
E poi ripetiamo il percorso invertendo il punto di
osservazione: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Alla base del Samsara vi è l’ignoranza, quindi: ; ; ;
; ; ; ; ;
2. eliminando l’ignoranza cessano le azioni volitive; ; ;
; ; ; ; ;
3. eliminandole azioni volitive cessa la coscienza; ; ; ;
; ; ; ;
4. eliminando la coscienza cessano nome e forma; ; ; ; ;
; ; ;
5. eliminando nome e forma cessa la facoltà sensoriale; ;
; ; ; ; ; ;
6. eliminando la facoltà sensoriale cessa il contatto; ;
; ; ; ; ; ;
7. eliminando il contatto cessa la sensazione; ; ; ; ; ;
; ;
8. eliminando la sensazione cessa il desiderio, la
bramosia; ; ; ; ; ; ; ;
9. eliminando la bramosia cessa l’attaccamento,
l’afferrare; ; ; ; ; ; ; ;
10. eliminando l’afferrare cessa il divenire; ; ; ; ; ; ;
;
11. eliminando il divenire cessa la nascita; ; ; ; ; ; ;
;
12. eliminando la nascita cessano vecchiaia e morte. ; ;
; ; ; ; ; ;
Questo è il metodo con cui meditare sulle quattro nobili
verità. Analizzando in modo conseguente i frutti dell’ignoranza, medito
sulle prime due nobili verità, la Sofferenza e la Causa della Sofferenza e
osservando tutto ciò che consegue all’eliminazione dell’ignoranza, medito
sulla terza e quarta nobile verità, sulla Cessazione della Sofferenza e
sulla Via che conduce alla Cessazione della Sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Si ha così la visione di come si entra nel Samsara e di
come sia invece possibile liberarsi dalla schiavitù di questa ruota senza
fine. Una meditazione avulsa dalla conoscenza dei dodici anelli dell’origine
interdipendente ci fa permanere statici nel Samsara, senza indicarci come vi
siamo giunti e soprattutto, come potremmo uscirne.
Oggi ho cercato di darvi spiegazioni molto pratiche sulle
quattro nobili verità.
Domanda: Perché l’attaccamento, anche quello più naturale
come l’attaccamento e la dipendenza del neonato alla madre, che è motivo
stesso di vita, rientra nella sofferenza? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: L’attaccamento con cui viviamo tutta la nostra vita
crea il reame del desiderio ed è proprio questo vivere nel desiderio e
nell’attaccamento che ci fa essere nel samsara, mentre ciò a cui aneliamo è
essere liberati, uscire dal samsara e non rivivere continuamente in esso.
Dobbiamo distinguere tra attaccamento e compassione. I Bodhisattva ritornano
volontariamente nel samsara con la motivazione della compassione, noi invece
vi ritorniamo a causa dell’attaccamento; entrambi viviamo nel samsara, ma
con differenti motivazioni che portano ovviamente a risultati diversi, a
conseguenze diverse. I Bodhisattva sono nel samsara con lo scopo di
beneficare gli altri esseri senzienti, mentre il nostro fine è di beneficare
noi stessi o, al massimo, quei pochi che amiamo. Per questa ragione
soffriamo di timori, di paure, di ansietà e incontriamo continuamente
difficoltà e problemi, mentre i Bodhisattva sono liberi da tutto questo.
Quindi il fatto di vivere nel samsara non è di per sé negativo, ma è il modo
con cui lo si vive che ne determina la sostanziale differenza.
Terza Nobile Verità ; ; ; ; ; ; ; ;
La terza nobile verità: “la cessazione della sofferenza”
presenta quattro caratteristiche: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Gopa o fine della sofferenza; ; ; ; ; ; ; ;
2. Shiva che significa pace, stato di pacificazione; ; ;
; ; ; ; ;
3. stato di piena soddisfazione; ; ; ; ; ; ; ;
4. stato di completo abbandono della sofferenza,
abbandono del Dukkha. ; ; ; ; ; ; ; ;
Queste quattro caratteristiche della terza nobile verità
permettono la realizzazione del Nirvana, ciò a cui tutti aneliamo. ; ;
Una temporanea cessazione di sofferenza, un temporaneo
stato di pace, un temporaneo stato di soddisfazione e un temporaneo stato di
abbandono della sofferenza non possono essere considerati la verità della
cessazione della sofferenza, della terza nobile verità. Soltanto quando vi è
una completa e totale cessazione, una completa e totale pacificazione, una
completa e totale soddisfazione o beatitudine, e un completo e totale
abbandono della sofferenza, solo allora si potrà dire che questa è la verità
della cessazione della sofferenza, la realizzazione della terza nobile
verità che può avvenire solo con la liberazione dal Samsara, con l’esserne
usciti, al di fuori dei dodici anelli dell’origine interdipendente, il vero
stato a cui tutti aspiriamo.
Quarta Nobile Verità ; ; ; ; ; ; ; ;
Lo stato di cessazione della sofferenza deve essere
realizzato, non può esserci dato da altri, non lo possiamo avere come premio
di gare e competizioni, né comperarlo al supermercato, l’unico modo per
ottenerlo è realizzarlo in noi stessi, ma come? Seguendo il sentiero
indicato nella quarta nobile verità, la via che conduce alla liberazione dal
Samsara. ; ; ; ; ; ; ; ;
La via che porta alla cessazione della sofferenza può
essere seguita con modalità differenti: un primo modo è rappresentato
dall’ottuplice sentiero, un secondo è l’esercizio dei tre addestramenti
superiori, un altro consiste nei tre principi del sentiero, un altro ancora
è relativo alle sei Paramita, e, infine, quello dei cinque sentieri.
Esaminiamoli uno alla volta. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Nobile Ottuplice Sentiero, importantissimo e
fondamentale, comprende: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Retta Visione ; ; ; ; ; ; ; ;
2. Retta Percezione ; ; ; ; ; ; ; ;
3. Retta Parola ; ; ; ; ; ; ; ;
4. Retta Azione ; ; ; ; ; ; ; ;
5. Retto modo di Sussistenza ; ; ; ; ; ; ; ;
6. Retto Sforzo ; ; ; ; ; ; ; ;
7. Retta Consapevolezza ; ; ; ; ; ; ; ;
8. Retta Concentrazione ; ; ; ; ; ; ; ;
I primi due punti: “retta visione” e “retta percezione”
sono parte della Saggezza; le altre tre: “retta parola”, “retta azione” e
“retta sussistenza”, aderiscono all’ Etica o Moralità; le ultime tre, “retto
sforzo”, “retta consapevolezza” e “retta concentrazione” appartengono alla
Concentrazione. ; ; ; ; ; ;
Questi tre aspetti: SAGGEZZA, ETICA - MORALITA’ e
CONCENTRAZIONE sono i Tre Addestramenti Superiori. ; ; ;
I Tre Principi del Sentiero sono: RINUNCIA, COMPASSIONE o
BODHICITTA, e SAGGEZZA o REALIZZAZIONE DELLA VACUITA’. ; ; ; ; ; ; ; ;
Le Sei Paramita sono: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Generosità ; ; ; ; ; ; ; ;
2. Etica - Moralità ; ; ; ; ; ; ; ;
3. Pazienza ; ; ; ; ; ; ; ;
4. Perseveranza ; ; ; ; ; ; ; ;
5. Concentrazione ; ; ; ; ; ; ; ;
6. Saggezza ; ; ; ; ; ; ;
I Cinque Sentieri sono: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Il Sentiero dell’Accumulazione ; ; ; ; ; ; ; ;
2. Il Sentiero della Preparazione ; ; ; ; ; ; ; ;
3. Il Sentiero della Visione o Verità ; ; ; ; ; ; ; ;
4. Il Sentiero della Meditazione o Familiarità ; ; ; ; ;
; ; ;
5. Il Sentiero del Non più apprendimento. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dei cinque Sentieri si tratta nel Sutra del Cuore e il
mantra così recita: ; ; ; ; ; ; ; ;
«Om Gaté Gaté Paragaté Parasamgaté Bodhi Soha» ; ; ; ; ;
; ; ;
Il primo Gaté si riferisce al primo sentiero,
dell’accumulazione; il secondo Gaté al sentiero della preparazione; Paragaté
al sentiero della visione; Parasamgaté al sentiero della meditazione; Bodhi
Soha al sentiero del non più apprendimento. ; ; ; ;
Penso che questo mantra sia particolarmente importante,
il migliore, e ne consiglio sempre la pratica. E’ il mantra del cammino di
colui che è andato oltre e ha raggiunto l’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questi sono i possibili percorsi proposti dal Buddhismo e
ciascuno può scegliere quello che gli è più consono, da dove partire. Ogni
sentiero è valido e conduce all’obiettivo finale. Così, come in Italia si
dice che tutte le strade portano a Roma, tutte queste vie portano
all’illuminazione, alla Buddhità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Che differenza c’è tra un sentiero e l’altro?
Molti aspetti si intersecano, ad esempio la moralità è anche una parte delle
sei Paramita ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Queste sono le intersezioni principali, se si vuole
andare da Milano a Roma, obbligatoriamente bisogna attraversare determinati
crocevia, così se si vuole raggiungere l’illuminazione, necessariamente si
deve passare dagli incroci strategici essenziali. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Ma in sostanza ogni percorso è la stessa cosa? ;
; ; ; ; ; ; ;
Lama: Certamente, qualsiasi cibo serve per nutrire, i
sapori possono essere diversi, può essere cucinato in molti modi, ma la sua
capacità nutrizionale rimane la stessa. Non è necessario dividere,
incasellare in modo rigido le varie possibilità di percorso. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ invece importante ricordare almeno il nome e il numero
dei differenti sentieri che portano all’illuminazione, trasferendoli in ogni
momento della vita, è necessario praticarli sempre. L’ottuplice sentiero e
le sei paramita sono basilari, non sono una bella teoria da studiare, su cui
filosofeggiare, ma devono essere vissuti in ogni atto, parola e pensiero, in
ogni istante, a casa, in ufficio, al supermercato, ovunque e in qualsiasi
circostanza. Praticando in questo modo si raggiunge la terza nobile verità,
la cessazione della sofferenza.
Vacuità, Nirvana e Illuminazione ; ; ; ; ; ; ; ;
Cessazione della sofferenza, Nirvana, Illuminazione,
altro non sono che VACUITA’, quindi l’obiettivo ultimo è la realizzazione di
quella Vacuità. Ogni Vacuità ha la stessa natura: la mia Vacuità, la vostra,
la Vacuità della bottiglia, della casa, dell’elefante, sono tutte Vacuità,
ma qualcuna può essere più importante e qualcuna meno. La Vacuità
dell’illuminazione è più importante della Vacuità dell’elefante, ma entrambe
hanno la stessa natura.
Ai fini dell’Illuminazione non è sufficiente una
conoscenza puramente intellettuale, filosofica, una comprensione
esclusivamente teorica della Vacuità, ma è indispensabile realizzarla,
percepirla direttamente. La distinzione è fondamentale: conoscere la Vacuità
a livello intellettuale non porta alla realizzazione dell’illuminazione. ; ;
; ; ; ; ; ;
Realizzare la Vacuità significa sentirla, percepirla,
sperimentarla e applicarne l’esperienza alla vita quotidiana. Soltanto in
questo modo si ottiene la cessazione della sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Oggi gli scienziati sono in grado di avere una conoscenza
intellettuale dettagliata della Vacuità, e possono anche essere gratificati
dal livello acquisito, ma questo tipo di nozionismo, assolutamente teorico,
non porterà nessun beneficio alla loro vita né a quella degli altri, rimarrà
una cognizione sterile e soltanto se sapranno trasferirla nell’esperienza
della vita, se la realizzeranno in loro stessi, potrà portare
all’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Analizzare la Vacuità, sviscerare il ragionamento in modo
da fornirne una descrizione corretta aiuterà ad una buona comprensione
teorica, ma sarà assolutamente inutile alla sua realizzazione se la stessa
non si trasforma in esperienza diretta e personale. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ necessario realizzare direttamente la Vacuità dell’IO
e la Vacuità del MIO. ; ; ; ; ; ; ; ;
R ealizzare la Vacuità del libro,
non porta alcun cambiamento, ciò si determina soltanto quando si è in grado
di realizzare la Vacuità in se stessi. Realizzare la Vacuità del sé
significa uscire dall’ignoranza. La causa del Dukkha, del samsara è
l’ignoranza che concepisce il sé e lo afferra. Fino a quando si genera il sé
e lo si afferra sarà impossibile abbandonare la sofferenza. Realizzare la
Vacuità per ottenere la completa cessazione della sofferenza significa
realizzare la Vacuità del sé, eliminando completamente l’attitudine ad
afferrarlo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Realizzare la “Non-differenza” tra il sé e la Vacuità del
sé porta alla completa cessazione della sofferenza. La forma è vacua e la
Vacuità non è differente dalla forma. Così è scritto nel Sutra del Cuore. ;
; ; ; ; ; ; ;
L’io è vacuo e quella Vacuità non è differente dall’io.
L’ignoranza è l’attitudine che afferra un sé, che
concepisce un sé, ma ignora, non vede, la Vacuità del sé. ; ; ; ; ;
La cessazione della sofferenza realizza la non differenza
tra la Vacuità e il sé. Il sé è vacuo, la Vacuità non è differente dal sé. ;
; ; ; ; ; ; ;
La realizzazione della Vacuità del sé è il sentiero che
conduce alla cessazione della sofferenza. La purezza ultima del sé è quella
definita Vacuità non differente dal sé e che è realizzata dall’assenza del
sé, dalla realizzazione dell’assenza del sé. ;
E’ veramente arduo approfondire questo concetto perché è
quasi impossibile spiegare la Vacuità, non la si può esprimere a parole ed è
al di là della percezione, la si deve sperimentare. ; ; ; ; ; ; ; ;
La verità della cessazione della sofferenza va al di là
delle parole, al di là delle percezioni ordinarie, è per noi distante come
la luna. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tentando di spiegare la Vacuità mi sembra di essere un
bambino che gioca con i modellini della Ferrari, ma chi guida veramente le
Ferrari sono Schumacher e Barrichello, a me è proprio impossibile! ; ; ; ; ;
; ; ;
Posso tentare di dirvi che questo è il mio sentiero, il
mio tentativo, ma ognuno deve percorrere il proprio sentiero, porre in atto
il proprio tentativo per giungere alla realizzazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ un errore credere che ricevendo iniziazioni,
trasmissioni, benedizioni, tutto si realizzi facilmente e automaticamente, è
invece necessario lavorare incessantemente su se stessi. Ognuno è totalmente
responsabile di sé e delle realizzazioni che ottiene, nessun altro può
sostituirsi a lui. ; ; ; ; ; ; ; ;
Praticando in questo modo si può facilmente intravedere
un baleno, avere un’intuizione, una breve visione superficiale della Vacuità
della realtà esterna, ma questa non è ancora realizzazione della Vacuità, la
realizzazione della Vacuità avviene solo nella realizzazione della Vacuità
dell’io. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: In quali occasioni è consigliato praticare il
Sutra del Cuore? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Sempre, in qualsiasi momento, non esistono
occasioni particolari né tanto meno è necessario aver ricevuto iniziazioni,
trasmissioni e benedizioni, chiunque può praticarlo. Sarebbe un errore porre
limiti, bisogna evitare che iniziazioni, trasmissioni e benedizioni
diventino un mezzo di potere da esercitare sugli altri, il Buddha non le ha
mai ricevute, si è realizzato da se stesso. Il Dharma è già in noi, ciò che
a noi resta da fare è realizzarlo. Il Dharma è di tutti e nessuno ha
autorità sul Dharma. Il Dharma è la qualità interiore di ogni essere ed è la
sorgente della speranza della liberazione, dell’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ;
;
Bisogna anche essere vigili per non incorrere in facili
fraintendimenti, a volte ci sono persone che dicono: “se non seguo le parole
del Buddha finirò negli inferi”, ma questo è scorretto, è un grossolano
errore, il Buddha è mosso dalla compassione, non manda nessuno all’inferno e
nemmeno punisce nessuno. Dobbiamo praticare il Dharma per il bene nostro e
di tutti gli esseri, non per infondate e assurde paure. Il Dharma è in noi,
nella nostra mente e abbiamo ogni possibilità per praticarlo. ; ; ; ; ; ; ;
;
Vi ringrazio per la vostra attenzione e concludiamo
l’incontro dedicando i meriti che si sono creati in questi giorni di ascolto
e meditazione, affinché tutti gli Esseri possano realizzare il loro fine che
è la liberazione dal Samsara e il raggiungimento dell’Illuminazione.
Seconda Parte ;
I DODICI ANELLI dell’ORIGINE INTERDIPENDENTE
Importanza della Solitudine ; ; ; ; ; ; ; ;
Sono veramente lieto di essere con voi per condurre nel
weekend un corso di Dharma; è bello ritrovare ancora una volta gli amici con
cui lavorare sul Dharma cercando di focalizzarne l’essenza profonda. ; ; ; ;
; ; ;
Milarepa era un grandissimo meditatore, pienamente
concentrato sull’essenza della pratica non si perdeva in futilità, e così
deve essere la pratica del Dharma, particolarmente oggi in cui pare non
esserci mai tempo per nulla. E’ necessario non disperdersi in inutili
sovrastrutture ed avere un approccio diretto, centrato. Per realizzare
questo obiettivo Milarepa aveva scelto di isolarsi dal contesto sociale,
dalle distrazioni, da ogni attività non necessaria, dalla fama e dagli
onori, lasciando tutto alle spalle per perseguire la pura essenza; ecco il
punto focale della pratica del Dharma: isolarsi da ciò che non è necessario
dedicandosi all’essenziale, vivere la solitudine. In occidente il concetto
di solitudine è associato ad un senso di abbandono, fisico e morale, di
triste indifferenza, ma nel contesto del Dharma la solitudine è una
condizione indispensabile per raggiungere una reale crescita e realizzazione
umana. ; ; ; ; ; ; ;
Le due interpretazioni del concetto di solitudine sono
profondamente differenti; nel contesto sociale ordinario, la solitudine è
realmente uno stato di abbandono, di isolamento, mentre nel Dharma significa
che mente e corpo hanno la capacità di esistere in solitudine, la necessità
di essere soli per raggiungere la realizzazione. L’isolamento fisico diviene
sostegno all’isolamento mentale. Spesso nei testi buddhisti troviamo questa
raccomandazione: “Quando hai compreso i principi degli insegnamenti devi
cercare rifugio e sostegno nella solitudine e nell’isolamento fisico e
mentale in modo da poterli realizzare”. L’isolamento è la condizione che
intensifica la pratica spirituale, la pratica del Dharma . ; ; ; ; ; ; ;
Secondo la visione buddhista, lo stare in solitudine è
essere nella condizione ottimale che dà forza e potere alla pratica.
L’individuo che si trova in solitudine scopre i propri limiti, li vede con
chiarezza. Ognuno di noi può misurare la propria debolezza, o la propria
forza, confrontando il bisogno di essere con gli altri, di condividerne la
vita e la necessità di rimanere in solitudine. Stare soli è molto più
difficile e raro di quanto si pensi, se anche apparentemente lo siamo perché
non c’è nessun altro nella stanza, non riusciamo a spegnere il cellulare, a
staccare il computer, a non accendere il televisore, opponiamo a un vero
isolamento dal mondo una forte resistenza, ciò dimostra quanto dipendiamo
dagli altri. Quando il cellulare non funzione o non riusciamo a collegarci
con internet ed aprire l’e-mail siamo sopraffatti da un senso di
smarrimento, ci sentiamo completamente perduti; questa è la misura della
nostra debolezza. ; ; ; ; ; ; ;
Ai tempi di Milarepa, non esistevano né il cellulare né
internet e, abbandonato il villaggio, ci si ritrovava fisicamente
nell’assoluta solitudine delle montagne, un ottimo sostegno per la
solitudine mentale. Oggi, però non esiste luogo al mondo in cui ritrovare
l’isolamento fisico, Anche nel più sperduto angolo del pianeta ci seguiranno
telefono, radio, computer, quindi la nostra solitudine è solo un’illusione.
La solitudine è più difficilmente realizzabile per un praticante moderno che
deve perseguire lo spirito con cui i mistici del passato la vivevano, ma non
deve imitarne pedestremente le modalità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Oggi si deve trovare la solitudine ovunque, anche nella
propria stanza, è sufficiente non accendere il televisore, spegnere il
cellulare, non connettersi con internet. In un ambiente silenzioso e
confortevole è possibile rilassarsi e serenamente addentrarsi nella
meditazione in vera solitudine. ; ; ; ; ; ; ; ;
All’inizio questo tipo di isolamento può apparire
difficile e duro, ma poco alla volta si scopre la gradevolezza, il piacere e
la gioia della solitudine. Allo stesso modo quando si riprende il contatto
con il mondo esterno si gusta con letizia la compagnia degli altri, l’essere
insieme in cammino sullo stesso sentiero. L’essenza del Dharma è ovunque, si
tratta semplicemente di imparare a coglierla. ; ; ; ; ; ; ; ;
Con il termine “meditazione”, “mente solitaria” definiamo
la “mente che medita”, che si isola dai pensieri, dalle parole, dalle
attività inutili. L’ isolamento del corpo, l’abbandono delle attività
inutili, la ricerca della mente solitaria, non sono in contraddizione con la
vita, con la tecnologia moderna, ma al contrario ne favoriscono l’ottimale
utilizzazione, si impara a utilizzare il necessario e nulla più. Il corretto
uso di quanto offre il mondo valorizza la complementarietà naturalmente
esistente tra le qualità spirituali e materiali, non esiste conflitto tra i
due aspetti, è la “via di mezzo”, la linea sottile della non contraddizione.
; ; ; ; ; ; ; ;
Nirvana e Samsara, due fenomeni, apparentemente
contradditori, incontrano il loro punto di coesione, di non contraddizione
nella linea sottile della via di mezzo. Anche tra la tecnologia più recente
e l’antica saggezza esiste questa connessione, la non contraddizione, si
tratta di trovare il punto di equilibrio, di incontro. La via di mezzo
permette di vedere con chiarezza in ogni fenomeno la connessione,
l’interdipendenza, la realtà interdipendente. Tutto esiste in maniera
interdipendente. La realtà dell’interdipendenza indica la via di mezzo. ;
Per comprendere profondamente la realtà
dell’interdipendenza di tutti i fenomeni è necessario avere la visione
corretta della connessione esistente tra loro. La nostra stessa esistenza è
dipendente da un’infinita quantità di fattori che a loro volta dipendono da
altri. Tutti questi fattori possono essere buoni, cattivi o neutrali,
indifferenti, ma sono tutti ugualmente necessari all’esistenza della vita, e
se non sappiamo accoglierli con armonia, trovando il giusto equilibrio tra
loro, saremo oppressi da pesante disagio e sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
La chiave per rapportarsi ad essi in armonia è la via di
mezzo, la vera sorgente della pace e della felicità. La realizzazione della
realtà dell’interdipendenza di tutti i fenomeni è chiamata “Dharma”. Non
esistono fenomeni che non dipendano da altri, è impossibile trovare fenomeni
indipendenti, e questa realtà è detta “via di mezzo”, o “verità assoluta”,
“verità ultima”.
La verità delle due Verità ; ; ; ; ; ; ; ;
Comprendendo che tutte le cose sono interdipendenti, che
non vi è nulla di autonomo e indipendente osserviamo la verità relativa dei
fenomeni per giungere visione della non esistenza intrinseca di nessun
fenomeno, la verità ultima. Questo è ciò che nel Dharma è definito “la
verità delle due verità”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Buddha ha detto che coloro che vedono
l’interdipendenza di tutte le cose vedono il Dharma, e coloro che vedono il
Dharma vedono il Buddha. Coloro che vedono come tutto sia dipendente da
altro, osservano la verità relativa giungendo al Dharma ultimo che osserva
che nulla esiste in modo indipendente, che tutto manca di esistenza propria,
sostanziale intrinseca, osserva la verità ultima, la Vacuità. ; ; ; ; ; ; ;
;
La comprensione della verità convenzionale, o verità
relativa, è la via che conduce alla comprensione della verità ultima o
assoluta, la Vacuità, e colui che vede la verità ultima vede il Buddha. Al
tempo del Buddha i suoi discepoli potevano vederlo, ascoltarlo, era
fisicamente percepibile, eppure egli non intendeva questa visione
affermando: “vedrete il Buddha”, si riferiva invece alla possibilità di
“vedere le due verità”, perché in esse ognuno può ottenere lo stato di
Buddha. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il concetto di interdipendenza è fondamentale e deve
essere applicato a tutti gli aspetti ella vita, da quelli più grossolani ai
più sottili, fino alla realizzazione della buddhità. La ricerca della verità
ultima produce un’importante realizzazione, perché permette di scoprire che,
se tutto è interdipendente, anche gli aspetti della vita da noi percepiti
come positivi, negativi o neutri, in realtà appartengono alla stessa natura
quindi sono uguali, li possiamo accogliere con accettazione serena senza
discriminazioni, comprendiamo finalmente che non è possibile rifiutare uno e
accettare l’altro, perché sono interdipendenti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Risulta evidente come non si possano eliminare le
negatività dalla vita volendo contemporaneamente salvarne gli aspetti
positivi, è impossibile perché entrambi i fenomeni sono reciprocamente
interdipendenti, dobbiamo invece ricercare nella vita ordinaria e quotidiana
il loro punto di coesione, l’equilibrio che diviene la vera sconfitta di
tutte le negatività dell’esistenza. Questo è il potere mistico della verità
della Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Attraverso l’analisi della realtà interdipendente si
scoprono moltissime possibilità di soluzioni ai problemi quotidiani. Credo
che questa sia l’indicazione fondamentale, il vero consiglio che il Buddha
ha cercato di trasmettere al mondo, ecco perché è così importante imparare a
vivere la solitudine sapendo vivere nella società. Entrambi gli aspetti sono
necessari all’esistenza, devono essere vissuti con consapevolezza e ciascuno
di essi apporterà serenità e gioia. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ necessario trovare la connessione, la complementarietà
tra questi due aspetti, apparentemente contradditori, analizzarne
l’interdipendenza, trovare il punto d’incontro, l’equilibrio. Dobbiamo
sempre essere vigili nella consapevolezza che ogni fenomeno dipende da altri
fenomeni, dunque tutti i fenomeni sono interdipendenti e nessun fenomeno ha
un’esistenza intrinseca, nulla esiste da sé in modo indipendente da altri
fenomeni.
Se due automobilisti si scontrano, o due passanti battono
la testa uno contro l’altro, chi ha battuto chi? Entrambi si sono fatti male
allo stesso modo, chi ha scontrato è stato scontrato e viceversa; una realtà
dipende dall’altra. Questo principio deve essere applicato ad ogni fenomeno,
ad ogni esperienza, sia di dolore o di gioia, sino all’esperienza stessa
dell’io, del sé, della propria persona. Un esempio: dov’è la felicità? in
questo luogo? in quest’altro? Dove? ; ; ; ; ; ; ;
In questi giorni a Roma, sentivo molto caldo, e mi sono
posto la domanda: dov’è il caldo? Sulla pelle? Allora se tolgo la pelle
sentirò meno caldo? Dov’è? Il caldo c’è, ma se vado a cercarlo non lo trovo
da nessuna parte, posso sentirlo, ma non lo vedo, non lo tocco, non lo
identifico con nulla di concreto, constato semplicemente che è il risultato
dell’interdipendenza di infiniti fenomeni. Io sento caldo, ma un'altra
persona lo può percepire in modo assolutamente diverso, anche contrario,
perché i fattori si intersecano differenziandosi, quindi, il caldo è vacuo.
; ; ; ; ; ; ; ;
Ecco le due verità “relativa” e “assoluta”,
l’interdipendenza e la mancanza di indipendenza. Il caldo c’è in quanto
condizionato da altro, ma il caldo non condizionato da altro non esiste. Il
caldo non ha una realtà propria, perché se così fosse potrei individuarlo,
prenderlo e toglierlo di mezzo. La verità relativa è la dipendenza di tutti
i fenomeni e la verità assoluta è la non-esistenza di nessun fenomeno in
modo indipendente.
Domanda: Quando io soffro, soffro a causa della realtà
relativa, non di quella assoluta, quindi, anche se scopro che il caldo è una
realtà relativa, non me ne importa nulla, lo soffro ugualmente! ; ; ; ; ; ;
; ;
Lama: Certamente, io sono come te e soffro il caldo
ugualmente, ma quello che è importante comprendere è la natura del fenomeno,
questo è il primo fondamentale passo verso la liberazione dalla sofferenza.
Il fenomeno sofferenza non esiste intrinsecamente, è un’illusione. Possiamo
quindi scegliere se sperimentare la sofferenza, dukkha, o realizzare la
realtà della sofferenza, sono due cose diverse. In entrambi i casi
l’esperienza della sofferenza permane, quindi si soffre e in questo non vi è
nulla di negativo perché l’esperienza della sofferenza è la condizione della
nostra vita, è la condizione dell’esistenza samsarica. Ma osservare
consapevolmente la realtà della sofferenza è la realizzazione della
sofferenza. ; ; ; ;
A causa dell’ignoranza, dell’illusione, dell’attaccamento
sperimentiamo la sofferenza come sofferenza, ma se la osservassimo senza
ignoranza, illusione e attaccamento, l’esperienza della sofferenza non
sarebbe sofferenza. ; ;
Nella sua natura dukka, la sofferenza, è sofferenza, ma
realizzandola con consapevolezza non si trova sofferenza. L’errore è dire
“io soffro”, ma se il mio atteggiamento mentale è: “sperimento la
sofferenza” o “c’è esperienza della sofferenza”, realizzo la verità della
sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Non so se ho capito, ma a me sembra che spesso
ci facciamo condizionare da idee preconcette, culturali e per questo
soffriamo di più, è così? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: “io soffro” “sto soffrendo” è la creazione della
nostra illusione mentale. Il diverso modo di sperimentare la sofferenza
dipende dal livello di realizzazione di ciascuno. Questo è facilmente
osservabile nelle persone gravemente ammalate, la loro reazione alla
malattia può essere davvero molto diversa in coloro che subiscono
l’esperienza della sofferenza e coloro che osservano la realtà della
sofferenza. Ripeto, non c’è nulla di sbagliato nell’esistenza della
sofferenza, è naturale che essa esista, il punto sostanziale è come la si
accoglie. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per comprendere meglio quanto detto sinora leggiamo
alcuni versi tratti al XXIV capitolo della Madhyamakamulakarika di Nagarjuna
- “Le Quattro Nobili verità”:
versetto 8° ; ; ; ; ; ; ; ;
“L’ insegnamento, o Dharma, di Buddha giace su due
verità, ; ; ; ; ; ; ; ;
la verità convenzionale o relativa e la verità assoluta o
realtà ultima” ; ; ; ; ; ; ; ;
versetto 9° ; ; ; ; ; ; ; ;
“Coloro che non comprendono la distinzione tra queste due
verità ; ; ; ; ; ; ; ;
allora non comprendono l’essenza profonda del Dharma” ; ;
; ; ; ; ; ;
versetto 10° ; ; ; ; ; ; ; ;
“Non comprendendo la realtà relativa ; ; ; ; ; ; ; ;
non si può comprendere la realtà ultima ; ; ; ; ; ; ; ;
e non comprendendo la realtà ultima ; ; ; ; ; ; ; ;
non si può realizzare il Nirvana” ; ; ; ; ; ; ; ;
In altre parole, la comprensione della realtà o verità
ultima dipende dalla comprensione della realtà convenzionale o relativa,
quindi non c’è modo di comprendere la verità ultima se non passando
attraverso la verità convenzionale o relativa. La comprensione della realtà
ultima o Vacuità non è facile e per questo è necessaria una grande
attenzione e prudenza perché vi è il rischio di interpretarla in modo errato
con conseguenti gravi problemi, in tibetano si dice “è come cacciare il
serpente prendendolo per la coda”. ; ; ; ; ; ; ; ;
La realtà convenzionale e la realtà ultima sono
complementari, non contraddittorie, e la comprensione dell’una facilita la
comprensione dell’altra. Mantenendo questa visione mutuale si giunge alla
comprensione del loro reale significato.
Esistenza della sofferenza o non esistenza della
sofferenza: a livello relativo la sofferenza esiste, ma a livello ultimo la
sofferenza non esiste, perché quando si va a cercare un oggetto che abbia
tutte le caratteristiche della sofferenza non si trova nulla. ; ; ; ; ; ; ;
;
versetto 11° ; ; ; ; ; ; ; ;
“Il fraintendimento della Vacuità ; ; ; ; ; ; ; ;
distrugge le persone di poca intelligenza ; ; ; ; ; ; ; ;
è come afferrare un serpente per la coda ; ; ; ; ; ; ; ;
è come pronunciare una formula magica in modo errato” ; ;
; ; ; ; ; ;
versetto 12° ; ; ; ; ; ; ; ;
“conoscendo quanto sia difficile per il debole
comprendere il Dharma ; ; ; ; ; ; ; ;
il Buddha nel suo cuore esitò nell’insegnare il Dharma” ;
; ; ; ; ; ; ;
La Vacuità è l’essenza del Dharma e proprio per questo è
rischioso insegnarla, la sua comprensione può essere davvero difficile. La
Vacuità non può essere spiegata soltanto con l’insegnamento e
l’esemplificazione letterale, ma è necessario averne una percezione diretta,
sperimentarla. ; ; ; ; ; ; ; ;
versetto 13° ; ; ; ; ; ; ; ;
“Vacuità è la realtà ultima ; ; ; ; ; ; ; ;
o il modo ultimo di esistenza delle cose. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se un fenomeno non fosse vacuo non potrebbe esistere” ; ;
; ; ; ; ; ;
L’ esistenza del fenomeno dipende dalla Vacuità, dal modo
di essere che è Vacuità, ovvero dalla mancanza di sostanzialità, così quando
cacciamo un serpente dobbiamo stare molto attenti a non afferrarlo per la
coda. ; ; ; ; ;
versetto 14° ; ; ; ; ; ; ; ;
“Per coloro per i quali la Vacuità è possibile ; ; ; ; ;
; ; ;
tutto è possibile ; ; ; ; ; ; ; ;
per coloro per i quali la Vacuità non è possibile ; ; ; ;
; ; ; ;
nulla è possibile” ; ; ; ; ; ; ; ;
Chi sostiene che le cose esistono, ma non sono vacue, fa
un’affermazione errata. ; ; ; ; ; ; ; ;
versetto 15° ; ; ; ; ; ; ; ;
“Voi imputate i vostri errori a me ; ; ; ; ; ; ; ;
mentre siete voi in errore ; ; ; ; ; ; ; ;
siete come un cavaliere ; ; ; ; ; ; ; ;
che dimentica il cavallo che sta cavalcando” ; ; ; ; ; ;
; ;
Quindi se noi attestiamo che le cose esistono ma non sono
vacue siamo come quel cavaliere, o come un automobilista che mentre guida
afferma che l’auto non c’è perché ha scordato di essere sulla macchina che
sta guidando. ; ; ; ; ; ; ; ;
Poiché tutte le cose dipendono da cause e condizioni
questa stessa dipendenza è il significato della Vacuità. Le cose esistono
semplicemente a livello di nome. Prendiamo ad esempio tutti i pezzi che
compongono un tavolo, li mettiamo insieme in un certo ordine e avremo ciò
che noi definiamo tavolo, ma se li smontiamo non avremo più nulla che
possiamo identificare come tavolo. Quindi il tavolo esiste solo a livello di
nome, non ha un’esistenza sostanziale propria, dipende dall’assemblamento di
tanti pezzi che hanno a loro volta nomi diversi.
Tutte le cose esistono solo a livello di denominazione
che, con un termine particolare utilizzato nel Madhyamaka, la via di mezzo,
si dice “imputazione” ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo concetto è spiegato nel versetto 18° ; ; ; ; ; ; ;
;
“Qualunque cosa sorga nella dipendenza ; ; ; ; ; ; ; ;
è detta Vacuità ; ; ; ; ; ; ; ;
e questa viene chiamata imputazione del sorgere
interdipendente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questa è la via di mezzo, la Madhyamaka” ; ; ; ; ; ; ; ;
Poiché non esiste nulla che non dipenda da altro, non
esiste nulla che non sia vacuo. Le spiegazioni di questi versi sono
difficili, esistono varie interpretazioni e scuole, per cui è possibile che
si possa creare una certa confusione, ma ciò che è fondamentale comprendere
è che qualsiasi tradizione fa capo al testo radice di Nagarjuna, è dunque
consigliabile attingere sempre direttamente a questa fonte per poter
comprendere tutte le sfumature, gli insegnamenti, le interpretazioni
successive. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il testo di Nagarjuna è pura filosofia, privo di ogni
condizionamento culturale, religioso, di razza. E’ filosofia universale,
filosofia per l’essere umano. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nagarjuna risponde con i versi 14° e 15° a coloro che lo
contraddicono e che, non riconoscendo il proprio errore, lo attribuiscono
allo stesso Nagarjuna: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Per coloro per i quali la Vacuità è possibile, tutto è
possibile, per coloro per i quali la Vacuità non è possibile, nulla è
possibile” ; ; ; ; ; ; ; ;
“Voi imputate i vostri errori a me mentre siete voi in
errore, siete come un cavaliere che dimentica il cavallo che sta
cavalcando”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se percepite l’esistenza delle cose come se esse
possedessero un’essenza propria, questa percezione è errata perché non tiene
conto delle cause e delle condizioni. Secondo questa visione la causa e
l’effetto, l’agente e l’azione, le condizioni, il sorgere e il cessare, sono
impossibili. Qualunque cosa sorga interdipendentemente è detta essere vacua,
è Vacuità. L’essere nell’imputazione interdipendente è essere nella via di
mezzo. ; ; ; ; ; ; ; ;
La via di mezzo, la Vacuità, l’interdipendenza, la mera
imputazione sono sinonimi, indicano la stessa realtà.
L’Io e il Mio ; ; ; ; ; ; ; ;
La comprensione del concetto di interdipendenza è
essenziale all’assimilazione profonda del significato dei “Dodici anelli
dell’origine interdipendente” e ne abiamo spiegazione chiara ed esauriente
nel 26° capitolo della Madhyamaka. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo anello dell’origine interdipendente è
l’IGNORANZA, che si presenta in duplice aspetto, l’uno è la «non conoscenza»
e l’altro è la «conoscenza errata». Durante il sonno si sperimenta l «non
conoscenza», non si ha alcuna percezione della realtà quindi non si conosce.
; ; ; ; ; ; ; ;
Ma ignoranza più pesante è data dalla «conoscenza
errata», che, ad esempio, afferma l’esistenza di un sé sostanziale e la
sostanzialità dei fenomeni. Questo tipo di ignoranza si articola in tre
categorie: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. l’ignoranza che riguarda il Sé, l’Io ; ; ; ; ; ; ; ;
2. l’ignoranza che riguarda il Mio ; ; ; ; ; ; ; ;
3. l’ignoranza che riguarda i fenomeni. ; ; ; ; ; ; ; ;
La terza categoria in genere non ci colpisce, non ci
influenza particolarmente, ma le prime due, del sé e del mio, ci
condizionano moltissimo incatenandoci strettamente alla sofferenza.
L’ignoranza del sé è originata per prima, nel testo di Chandra Kirti
“Madhyamakavatara” che letteralmente significa “Impegnarsi nella Via di
Mezzo”,ne è descritta l’evoluzione: ; ; ; ; ; ; ; ;
da principio si afferra ciò che chiamiamo “io”; ; ; ;
; ; ; ;
poi sorge l’attrazione verso ciò che chiamiamo “mio”;
; ; ; ; ; ; ;
da entrambi scaturiscono “desiderio e attaccamento”
che cominciano a far girare la ruota senza fine dei tre tipi di sofferenza.
Con il termine “senza fine”, non si intende l’impossibilità di cessazione,
ma significa che come in un cerchio, non c’è punto né di inizio né di fine,
si tratta di un moto in continua rotazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Avendo perduto la libertà a causa dell’ignoranza,
forzatamente si ruota ininterrottamente nel movimento creato dall’io e dal
mio. Questa è l’ignoranza fondamentale ed è la radice del Samsara. “Oscurati
dall’ignoranza si è mossi dall’azione verso il proprio destino”, cioè verso
il circolo vizioso, senza fine, del Samsara. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il significato del primo anello è l’ignoranza, la
percezione errata, il fraintendimento dell’io e del mio; non si comprende
che l’io, il sé, è vacuo, è interdipendente, è mera imputazione in quanto
esiste solo in dipendenza da cause e condizioni. La natura dell’io è pura
Vacuità e comprendendo che questa è la sua vera natura si ha la visione
della via di mezzo, la visione della saggezza che si oppone all’ignoranza
fondamentale.
Domanda: A me sembra abbastanza facile dimostrare,
logicamente, che un tavolo è un nome, quando però si passa all’io la cosa mi
pare assai più difficile da accettare. Non ho capito in quale modo l’io
possa essere relativo, perché il mio io è l’origine stessa della mia
conoscenza. Ogni percezione che ho è il mio stesso io. ; ; ;
Lama: Quando hai una qualsiasi percezione tu dici “io
vado” “io ascolto”, ma in realtà, se osservi con attenzione, l’occhio vede,
l’orecchio ascolta e né occhio né orecchio sono te, sono una parte di te, ma
senza occhi e senza orecchie tu esisti ugualmente. L’io, la persona è
composta da sei elementi, di cui quattro comuni e due complessi: lo spazio o
vuoto e la coscienza. Tu quindi sei costituito da questi sei elementi; è
facile capire che i quattro elementi comuni non possono essere l’io, anche
lo spazio non è l’io, ma quando si arriva al sesto elemento, la coscienza,
nascono dubbi, ci si identifica totalmente con la coscienza, si dice io sono
la coscienza.
Ma cos’è la coscienza? Non è un fenomeno unico, è una
molteplicità di fenomeni: ci sono i sensi della mente, i sensi della
fisicità, eppure in mezzo a tanta pluralità non c’è nulla che possa essere
indicato come io. La coscienza è un flusso in continuo divenire, sono
continui e distinti momenti di coscienza. Non vi è nulla di permanente
identificabile come io. Tutto è interdipendente, quindi vacuo. La
realizzazione della Vacuità, o realizzazione dell’interdipendenza, ci libera
dalla concezione errata dell’io. ; ; ; ; ; ; ; ;
La prerogativa dell’essere umano è la coscienza, e lo
sconfinato significato della vita umana giace nella mente. Mi rendo conto di
quanto sia difficile trasmettere questi concetti: la Vacuità, la natura del
Buddha, la natura della mente, la rinascita; è più facile avvicinarsi ad
essi nella meditazione. ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Credo che fino a quando si ha un corpo sia
davvero difficile assimilare simili nozioni, o si realizza la Vacuità o sarà
sempre impossibile coglierla profondamente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: E’ giusto quel che diceva il Lama, se non ci si
immerge nella meditazione, ma si pretende di raggiungere una conoscenza solo
attraverso la logica è impossibile comprendere la Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Allora concludiamo questa giornata con la
meditazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per poter tagliare la radice del Samsara, occorre
conoscere prima di tutto come inizia e come ci si entra. Per questo è
necessario studiare i dodici anelli dell’origine interdipendente che ne
indicano con precisione l’inizio, lo sviluppo e il circolo vizioso in cui si
rimane intrappolati. Con questa consapevolezza possiamo essere colti da un
senso di tristezza e di sconforto, ma altrettanto dovrebbe nascere e
crescere in noi il desiderio di uscire da una simile situazione, la volontà
di rinuncia al permanere nel Samsara, il desiderio di liberazione. ; ; ; ; ;
; ; ;
Riflettere sul processo del Samsara, sulla realtà
dell’esservi immersi, ce ne mostra la radice, l’origine. Lo studio dei
dodici anelli dell’origine interdipendente indica chiaramente la genesi del
Samsara la sua evoluzione, la continua riproduzione di se stesso e le
infinite implicazioni e condizionamenti nella nostra vita, offre una visione
chiara del processo di causa-effetto prodotto in noi dalle diverse emozioni,
a volte di tristezza, a volte di gioia e altre volte neutre. ; ;
Studiare con attenzione i dodici anelli dell’origine
interdipendente favorisce lo sviluppo della saggezza, unico efficace
strumento per sconfiggere il primo e importante anello: l’ignoranza.
Riflettendo sulla catena dei dodici anelli, si analizzano tutte le
implicazioni che controllano la nostra vita, che ci imprigionano nel circolo
vizioso di sofferenza che crea altra sofferenza. Questa presa di coscienza è
positiva perché evidenzia la situazione in cui siamo immersi, la natura
della nostra sofferenza, indicandoci nel contempo la via della saggezza. ; ;
; ; ; ; ; ;
La consapevolezza della natura della sofferenza ha
inoltre l’effetto positivo di indurre il forte desiderio, la volontà, di
liberazione dal pesante giogo. Il riconoscimento della dinamica di nascita e
crescita della sofferenza conduce all’approfondimento del funzionamento dei
dodici anelli, offrendo così una visione estremamente chiara della natura e
delle conseguenze dell’ ignoranza in un processo cognitivo che condurrà alla
conoscenza della Vacuità. Per questo si dice che: “la saggezza della Vacuità
taglia le radici dell’ignoranza”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lo studio e la meditazione di questo testo è
fondamentale, è la strada che porta alla liberazione.
Natura dell’Origine Interdipendente ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel testo si parla di “coproduzione
condizionata”significato del processo di causa effetto, sintetizzato in tre
punti: ; ; ; ; ; ;
1. “se c’è questo, c’è quello”; ; ; ; ; ; ; ;
2. “dalla nascita di questo, nasce quello”; ; ; ; ; ; ; ;
3. “condizionati dalla nescienza (ignoranza) si
riproducono i coefficienti (karma)”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questi tre fattori compongono e completano le condizioni
determinanti il risultato e dimostrano esaurientemente la natura
dell’interdipendenza. Esaminiamoli uno alla volta: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Il primo, “Se c’è questo, c’è quello”, indica che se
non c’è una causa nemmeno ci sarà un risultato. Al contrario, con cause e
condizioni si avrà un risultato, senza cause e condizioni no, quindi nessun
risultato può prodursi in mancanza di cause e condizioni, nulla esiste in
assenza di cause e condizioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
2. Il secondo, “dalla nascita di questo, nasce quello”,
significa che ciò che è entrato in esistenza lo ha fatto in virtù di una
causa e che questa causa non può essere permanente. Non è possibile che
qualche cosa venga in esistenza senza causa e questa causa è impermanente
perché una causa permanente non può dare alcun risultato. Nessun risultato
può essere prodotto da una causa permanente. ; ; ; ; ; ; ; ;
3. Il terzo, “condizionati dalla nescienza (ignoranza) si
riproducono i coefficienti (karma)”, indica che ciascun risultato deriva da
una causa che gli corrisponde; tra risultato e causa deve esserci
corrispondenza che definisce la formazione karmica, è l’impulso karmico.
L’ignoranza (causa) e la formazione karmica (risultato) si connettono tra
loro, il loro legame rientra nel processo di Dukkha, di formazione della
sofferenza. ; ; ; ; ; ; ;
Così, come il seme di riso non può che far gerrmogliare
la piantina di riso e il seme di mais la piantina di mais, ogni risultato
corrisponde alla causa che lo ha determinato. Soffermandoci sull’esempio
della piantina di riso sappiamo che essa non può essere prodotta senza
causa, non può essere prodotta da una causa permanente, e non può essere
prodotta da una causa diversa, come un seme di mais. Se la piantina di riso
potesse svilupparsi senza causa, non sarebbe necessario piantare il seme di
riso, il riso sarebbe eternamente presente, senza bisogno di alcun
intervento. ; ; ; ; ; ; ; ;
I tre elementi della relazione di “causa - effetto”, o,
“causa - risultato”, sono essenziali alla comprensione di ogni tipo di
fenomeno. Le emozioni, felicità, infelicità e atteggiamento neutrale,
rientrano nella relazione di causa - effetto, in tutti e tre gli aspetti. La
percezione di una sensazione di felicità è il risultato di una causa che non
può che essere impermanente. Quindi la sensazione di felicità è un effetto
che corrisponde alla sua causa, ovviamente positiva, perché se fosse
negativa l’effetto generato sarebbe da noi percepito come infelicità.
Comprendendo questo meccanismo di causa - effetto siamo in grado di capire
il processo dell’origine dipendente, o del sorgere interdipendente detto
anche “originazione” interdipendente. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’origine dipendente indica ciò che si determina in
dipendenza da altro, è il risultato, l’effetto di una causa. Si inizia così
un processo a catena, per cui una causa produce un effetto che a sua volta
diviene causa per un altro effetto e così via. La sequenza senza fine ha
avuto inizio. Con il prodursi dell’effetto, la causa che lo ha determinato
cessa, non è più causa, quindi la causa è sempre e solo impermanente. ; ; ;
; ; ; ; ;
Il processo di causa effetto può essere generato in due
modi, il primo è detto “susseguente” e il secondo “di contemporaneità”. Il
processo appena descritto è susseguente, ma è possibile che un effetto
avvenga solo per l’insieme di cause che debbono sussistere
contemporaneamente, si ha così un fenomeno di “contemporaneità”. (Per
chiarire il concetto il Lama percuote con il batacchio la campana che
immediatamente emette un prolungato e profondo suono) Noi abbiamo udito
l’effetto suono, che però è stato determinato da un’insieme di cause
concomitanti: la campana, il batacchio, la mano che lo ha preso e l’incontro
di questo con il bordo della campana. Senza l’esistenza della
contemporaneità di tutte queste cause non si sarebbe potuto generare il
suono, nessuna causa singola sarebbe in grado di ottenere il risultato
voluto. ; ; ; ; ;
Se riflettiamo sull’origine interdipendente, riconosciamo
che tutto accade per una causa impermanente che ne ha determinato l’effetto
il quale, a sua volta, è causa impermanente di altro effetto, e così via.
C’è sempre corrispondenza tra causa - effetto, causa - risultato.
Comprendere questo meccanismo significa avere una chiara visione, una
realizzazione, dell’esperienza che si sta vivendo, momento per momento. ; ;
; ; ; ; ; ;
In questo modo portiamo l’esperienza nel palmo della
mano, ne abbiamo consapevole osservazione che diventa chiave del
cambiamento. Volendo cambiare l’esperienza sappiamo di avere gli strumenti
per farlo, come farlo, se invece non desideriamo cambiare possiamo
permanervi, senza modificare nulla. Se voglio essere felice so cosa devo
fare, se desidero rimanere nell’infelicità sono altrettanto libero. E’ un
aspetto interessante del Buddhismo, il Buddha non ha mai detto: “devi essere
felice, devi stare bene”, ma: “puoi essere felice, puoi stare bene, se tu lo
vuoi. Per stare bene la via è questa, per rimanere nell’infelicità è
quest’altra”. Ognuno sceglie il proprio sentiero. Quindi se anche le nostre
scelte sono sbagliate, possiamo osservare l’errore con pace, cambiare le
cause e quindi modificarne gli effetti, ciò evita il prodursi di sterili
quanto dannosi sensi di colpa che non farebbero che causare altri effetti
negativi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per godere di questa libertà è però necessario penetrare
profondamente nel reale significato dell’origine interdipendente.
Nel testo della Madhiamikamulakarika, “Lode a Manjusrhi
l’eternamente giovane” si cita: ; ; ; ; ; ; ; ;
“La coproduzione condizionata, ; ; ; ; ; ; ; ;
pacificazione di ogni spiegamento del pensiero
discorsivo, ; ; ; ; ; ; ; ;
benigna, senza arresto, senza nascita, senza
annientamento, senza eternità, senza unità, ; ; ; ; ; ; ; ;
senza molteplicità, senza venuta, senza andata. ; ; ; ; ;
; ; ;
Colui che svegliato, l’ha insegnata, ; ; ; ; ; ; ; ;
io lo saluto, ; ; ; ; ; ; ; ;
Lui, il migliore dei parlatori” ; ; ; ; ; ; ; ;
Le prime righe “La coproduzione condizionata,
pacificazione di ogni spiegamento del pensiero discorsivo” illustrano la
cultura tibetana in cui la conoscenza dell’origine interdipendente diviene
pacificazione di ogni realtà, perdono senso concetti dualistici e fuorvianti
quali: “buono - cattivo”, “bello - brutto”, “andare - venire”, “piacevole -
spiacevole” e nel testo sono descritte le otto qualità della pacificazione:
“benigna, senza arresto, senza nascita, senza annientamento, senza eternità,
senza unità, senza molteplicità, senza venuta, senza andata. ;
La comprensione dell’interdipendenza porta alla
pacificazione di tutte le sovrastrutture mentali che creano divisione e con
mente non dualistica si è in grado giungere alla vera libertà. ; ; ; ; ; ; ;
;
In questo verso è praticamente sintetizzato il senso
dell’intero testo ed è basilare. ; ; ; ; ; ; ; ;
Generalmente nell’editoria moderna il sommario è stampato
in coda al libro invece nel passato era d’obbligo presentare prima la
sintesi dell’argomento da trattare. ; ; ; ; ; ; ; ;
I filosofi greci Aristotele e Platone hanno
particolarmente affinità con concetto Buddhista di impermanenza. La
filosofia greca è interessante, non impone conclusioni ma induce a
riflettere sulle questioni, al ragionamento, e la conclusione ognuno la deve
trovare da sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il verso iniziale della Madhiamaka Mula karita è
essenziale perché indica con estrema chiarezza come la comprensione
dell’origine interdipendente conduca alla cessazione delle dualistiche
costruzioni mentali e quindi alla vera liberazione. Per questo motivo si
dice che l’insegnamento dell’origine interdipendente è il fulcro, il re, di
tutti gli insegnamenti. ; ; ; ; ;
I maestri tibetani hanno analizzato e interpretato questo
testo, sviscerandone ogni possibile sfumatura, da cui sono nati i numerosi
“sottotesti”; ma a coloro che non appartengono a questa cultura io consiglio
vivamente di riferirsi sempre direttamente al testo originale di Nagarjuna,
perché è l’unica garanzia per evitare grossolani fraintendimenti atti ad
aumentare la confusione. ; ; ; ; ; ; ;
E’ importante avere molta cura nella scelta dei testi di
Dharma, alcuni originali scritti da illustri maestri sono certamente più
difficili, altri invece più facili, quasi fossero libri per bambini, si
limitano spesso ad un’infarinatura superficiale ed è pericoloso abituarsi a
questo tipo di approccio perché diventa sempre più arduo addentrarsi con
mente recettiva nel cuore dei testi più complessi ma più esaurienti. Il
testo radice, originale, privo delle interpretazioni delle differenti scuole
formate in momenti successivi, in un solo verso può contenere il significato
più profondo e completo. ; ; ; ; ; ; ; ;
In Tibet lo studio del Buddhismo è cresciuto in un
processo di logica sempre più raffinata, ogni parola analizzata sottilmente
permette un’elaborazione analitica, dettagliata, specifica e profonda di
ogni argomento. Ma questa dialettica risulta di difficilissima comprensione
per coloro che non vivono nel contesto culturale delle università monastiche
tibetane. ; ; ; ; ; ; ; ;
In India nell’Università di Nalanda ai tempi di Nagarjuna
questa modalità di analisi non esisteva, si preferiva un sistema di logica
più diretto e accessibile a tutti. In considerazione di questo molti
studiosi buddhisti hanno abbandonato i testi tibetani riferendosi unicamente
a testi indiani che, oggi, sono sicuramente più adeguati al contesto
culturale e al tipo di logica degli studiosi occidentali. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Nessuna causa può essere permanente, quindi
anche l’effetto è impermanente, però la mente è eterna, quindi permanente, e
genera un effetto permanente che sono i fenomeni, allora è impermanente solo
il modo di percepire i fenomeni? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: La mente non è affatto permanente, è totalmente
impermanente, tu pensi che la mente non cambi? ; ; ; ; ;
Domanda: Ma la mente esiste eternamente nella sua
capacità di creare ed è ciò che crea che, divenendo ciclicamente causa
effetto, è impermanente... ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Vorrei aggiungere qualcosa a questa domanda; noi
occidentali siamo forse fuorviati dal concetto di un’anima individuale e
immortale, così come il fenomeno delle consapevoli rinascite dei
Bodhisattva, e allora è veramente difficile comprendere l’impermanenza della
mente ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Nel tantra chiamato “il Nome di Manjushri” si
legge: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Il Buddha non ha inizio e non ha fine. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo Buddha non ha causa” ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Buddha non ha inizio e non ha fine significa che la
mente non ha inizio e non ha fine. Il Buddha non ha causa significa che la
natura del Buddha non è causata, è nella natura della mente essere Buddha.
Però ciò non vuol dire che la mente sia permanente. Il flusso continuo della
mente viene da tempo senza inizio, ma la mente di adesso non c’era ieri e
non ci sarà domani. La mente di adesso finisce qui, è effetto della mente di
ieri e causa della mente di domani. E’ sempre la propria mente, ma non è la
stessa di prima e non può essere la stessa che verrà dopo. ; ; ; ; ; ; ; ;
La mente di adesso è venuta in esistenza a causa di
fattori impermanenti precedenti con i quali vi è corrispondenza. Un libro
non può diventare mente perché non vi è alcuna corrispondenza tra causa -
effetto, non c’è relazione corrispondente.
Così i Bodhisattva rinascono continuamente, ma non sono
mai la stessa persona. Bodhisattva è ciò che definisce la qualità della
mente, non identifica l’individuo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Osserviamo la vita umana: si va a scuola, si lavora e poi
si va in pensione. Ma il bambino non è il pensionato, l’impiegato non è il
pensionato. A livello convenzionale sono la stessa persona perché hanno lo
stesso nome, ma in realtà questo avviene solo a livello convenzionale e di
nome. Le persone che entrano in relazione con noi ci identificano in base a
quel nome, ma noi mutiamo, non siamo la persona di ieri e nemmeno quella di
domani, anche se causa - effetto determinano una continua correlazione tra
loro.
I Dodici Anelli dell’Origine Interdipendente ; ; ; ; ; ;
; ;
Il capitolo 26° del testo Mula karika della Madyamaka di
Nagarjuna, analizza i dodici anelli dell’origine interdipendente e inizia
affermando che nell’ignoranza si formano i tre tipi di karma responsabili
del passaggio degli esseri nelle vite future. Ricorderete che esiste
l’ignoranza che determina il karma, legge di causa effetto, e l’ignoranza
rivolta alla realtà ultima. L’ignoranza di causa effetto impedisce di vedere
che ogni azione - mentale, verbale, o fisica - produce il relativo effetto
e, dunque, l’accumulo di più azioni negative potrà determinare la rinascita
in esistenze inferiori. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ignoranza della realtà ultima si presenta in due
aspetti: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Nel primo la persona ignora la realtà ultima, ma
conosce la legge di causa effetto, e quindi attua azioni virtuose che
determinano una rinascita nel reame umano; ; ; ; ; ; ; ;
2. Nel secondo la persona ignora la realtà ultima,
conosce la legge di causa effetto, ma attua azioni neutre, dovute alla
dimensione della concentrazione mentale e questo determina la rinascita nei
reami dei Deva, teoricamente più alti ma che in realtà non sono affatto più
elevati rispetto all’esperienza umana. I tre reami: ; ; ;
1. reame basso ; ; ; ; ; ; ; ;
2. reame umano ; ; ; ; ; ; ; ;
3. reame dei Deva ; ; ; ; ; ; ; ;
secondo un tipo di rappresentazione sarebbero ubicati in
un luogo ideale, però, tra le moltissime interpretazioni, probabilmente la
più vera li colloca a livello dell’esperienza che ognuno vive. ; ; ; ; ; ; ;
;
I tre tipi di karma, positivo, negativo e neutro, sono
creati da corpo, parola e mente, quindi il termine “tre” ricorrente nel
testo, è riferito sia ai tre tipi di karma che ai tre modi di produzione di
karma. L’ignoranza determina karma negativo, positivo o neutro. Ogni azione
genera il karma attraverso il corpo, la parola, la mente e diviene impronta
mentale. Tra questi il modo più potente nella strutturazione del Karma
avviene attraverso la mente, ma cos’è l’azione mentale? il karma prodotto
dalla mente? E’ l’attitudine mentale, ogni pensiero che sorge ne è
accompagnato e, in dipendenza da essa, può essere positivo, negativo o
neutro. Se l’attitudine è positiva lo sarà anche il pensiero e produrrà
karma positivo. E’ l’attitudine che dirige il destino del pensiero, non è
tanto importante ciò che facciamo, diciamo o pensiamo, quanto l’attitudine
che accompagna tutte queste azioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
La pratica del Dharma comporta dunque la consapevolezza
dell’inevitabile necessità di cambiare attitudine, di assumere sempre
un’attitudine corretta, è ciò a cui ci si riferisce parlando di
addestramento mentale. La psicologia buddhista ribadisce che ogni pensiero è
accompagnato da cinque fattori onnipresenti: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. sensazione; ; ; ; ; ; ; ;
2. discriminazione, o, mente discriminante
3. attitudine; ; ; ; ; ; ; ;
4. contatto con l’oggetto; ; ; ; ; ; ; ;
5. riflessione, ragionamento, osservazione. ; ; ; ; ; ; ;
;
Tra essi il fattore determinante nella produzione del
karma mentale, positivo, negativo o neutro, è l’attitudine, elemento
decisivo allo sviluppo delle rinascite future. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’attitudine ha il potere di influenzare le azioni
mentali, fisiche e verbali. ; ; ; ; ; ; ; ;
Le azioni mentali, fisiche e verbali lasciano impronte
nella mente, la influenzano, determinando le predisposizioni karmiche.
Questo è il secondo anello dell’interdipendenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il terzo anello è quello della coscienza, già impregnata
dalle impronte karmiche, le predisposizioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dall’ignoranza scaturisce il karma; quindi si formano le
tre azioni - mentali, fisiche e verbali - che lasciano un’impronta nella
coscienza principale (terzo anello). L’impronta impressa nella coscienza
dalle azioni è come un seme che ha il potere di far germogliare la
rinascita. ; ; ; ; ; ; ;
Secondo verso: ; ; ; ; ; ; ; ;
“La coscienza, che è determinata dalle azioni karmiche, ;
; ; ; ; ; ; ;
la coscienza che è condizionata dalle impronte karmiche,
; ; ; ; ; ; ; ;
è lanciata verso diversi destini” ; ; ; ; ; ; ; ;
Questi tre anelli: ignoranza, formazioni karmiche e
coscienza, sono l’uno susseguente all’altro. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il quarto - Nome e Forma - è costituito dai cinque
aggregati e si sviluppa nel momento in cui la coscienza entra nella vita
successiva. La forma corrisponde all’aggregato della forma e il nome agli
altri quattro: delle sensazioni, della discriminazione, della coscienza e
delle azioni che contengono tutto il resto dei fenomeni. ; ; ;
E’ necessario studiare i cinque aggregati secondo tutti
gli aspetti approfonditi nei trattati dell’ Abhidharma (Dharma superiore),
del Pramana (mezzo valido di coscienza) e della Madhyamika (Dottrina della
Via di mezzo), per ottenerne una completa comprensione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nell’ Abhidharma la spiegazione dei cinque aggregati è
scientifica, approfondisce l’aspetto fisico e metafisico. ; ; ; ; ;
Nel Pramana si affronta l’aspetto metafisico e
psicologico. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella Madyamaka prevale la spiegazione della realtà
ultima dei cinque aggregati. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il quinto anello - “delle sorgenti sensoriali” - tratta
delle sei forme che, percepite dai sensi, diventano sensazioni: ; ; ; ; ; ;
1. colore e forma oggetto della vista
2. suono oggetto dell’ udito ; ; ; ; ; ; ; ;
3. odore oggetto dell’ olfatto ; ; ; ; ; ; ; ;
4. sapore oggetto del gusto ; ; ; ; ; ; ; ;
5. tatto oggetto del toccare ; ; ; ; ; ; ; ;
6. coscienza oggetto del dharma ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando nome e forma, i cinque aggregati, cominciano a
costruirsi si presentano come oggetto percepibile dai sensi. ; ; ; ; ;
Il sesto anello è il contatto. Lo sviluppo di nome e
forma crea le sorgenti sensoriali dalla cui dipendenza nascerà il contatto.
Il contato si costituisce in dipendenza dal senso, dall’oggetto e dalla
coscienza immediatamente precedente. Queste sono le tre condizioni che
determinano il contatto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Le tre condizioni che permettono la funzionalità del
senso della vista ad esempio sono date dall’organo sensoriale - l’occhio,
dall’oggetto della vista - colore e forma e dalla coscienza che è
immediatamente precedente al verificarsi del contatto. Le tre condizioni,
insieme, costituiscono il contatto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Riassumendo: Nome e Forma sono il primo stadio della
nascita, poi si sviluppa lo stadio della percezione dei sensi e, quando i
cinque aggregati sono percepibili si è a livello delle sensazioni sensoriali
(5° anello). Dall’incontro dell’oggetto dei sensi con i sensi che lo
percepiscono, congiuntamente alla coscienza immediatamente precedente, si ha
il contatto (6° anello). Dal contatto sorge la sensazione (7° anello), che
può produrre un effetto di diverso tipo: piacevole, spiacevole e neutro, le
differenti sensazioni danno origine ad attaccamento, avversione e stato
neutrale. Una sensazione piacevole sarà causa del sorgere di attaccamento e
una sensazione spiacevole del sorgere di avversione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Attaccamento, desiderio, bramosia sono fattori mentali
che possono determinarsi nei confronti di qualsiasi oggetto, è la risposta
mentale alla piacevolezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dall’attaccamento sorge la bramosia della sensazione
piacevole, che si presenta in quattro aspetti diversi: ; ; ; ; ;
1. la bramosia dell’ oggetto dei sensi; ; ; ; ; ; ; ;
2. la bramosia della visione filosofica; ; ; ; ; ; ; ;
3. la bramosia della moralità, attaccamento allo sforzo,
alla sofferenza; ; ; ; ; ; ; ;
4. la bramosia dell’idea del sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dalla bramosia nasce e si evolve il Samsara, si definisce
l’entrare in esistenza sulla base dei cinque aggregati. ;
Domanda: Questo concetto non è chiaro, è un passaggio
difficile. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: E’ vero, ritorniamo alla traduzione inglese del
testo: “Abbiamo l’ignoranza, le formazioni karmiche la coscienza, da questi
tre fattori sorge nome e forma il cui sviluppo determina il contatto.
Il contatto è quindi frutto del concorso della triade -
forma, coscienza e occhio -. Conseguentemente al contatto entra in azione la
sensazione affettiva (piacevole, spiacevole o neutra). Condizionata dalla
sensazione affettiva si crea la sete, infatti si ha sete perché si è avidi
di sensazioni affettive. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’assetato si appropria dei quattro aspetti della
bramosia ed essendoci appropriazione entra in funzione, per l’appropriatore,
l’esistenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Infatti, se non ci fosse appropriazione ci sarebbe
liberazione e non si determinerebbe il ciclo samsarico dell’ esistenza”. ; ;
Quindi: dal contatto sorge la sensazione e dalla
sensazione nasce la sete, o desiderio. Da questa sete nasce l’avidità ad
afferrare, cioè i quattro tipi di bramosia. E’ tutto interdipendente. ; ; ;
; ; ; ; ;
Domanda: Non riesco a capire i quattro tipi di bramosia o
appropriazione, non ne vedo il senso “bramosia della
moralità”,-“attaccamento alla sofferenza”, ma cosa vuol dire? ; ; ; ; ; ; ;
;
Lama: La trascrizione dal tibetano a volte è impossibile,
si traducono alcuni termini in modo approssimativo che può generare
confusione e fraintendimento, tentiamo dunque di schematizzare il processo
ripartendo dall’inizio: prima c’è l’ignoranza che determina l’azione karmica
e quindi la coscienza. L’ignoranza crea azioni karmiche che lasciano
impronte nella coscienza. Questi tre anelli insieme dirigono il destino
della persona, la sua futura rinascita. ; ; ; ; ; ; ; ;
La coscienza ha due momenti differenti: il primo quando
riceve l’impronta karmica e il secondo quando questa matura. La sua
maturazione avviene con l’entrare della mente nella vita successiva, cioè
con il sorgere di nome e forma, con la formazione dei cinque aggregati,
(quarto anello). ; ; ; ; ; ; ; ;
Ne consegue il nascere delle percezioni sensoriali,
quindi da un livello sottile si passa ad uno più grossolano, all’origine dei
sensi, (quinto anello). ; ; ; ; ; ; ; ;
I cinque aggregati si sviluppano ulteriormente nella
percezione del mondo esterno e i sensi, oltre a percepire l’oggetto
esteriore, entrano in connessione con la coscienza e si verifica il
contatto, (sesto anello). ; ; ; ; ; ; ; ;
Avvenuto il contatto, sorgono le differenti sensazioni -
piacevole, spiacevole e neutrale - che intensificano progressivamente la
loro potenzialità, sono come un bambino che all’inizio risponde blandamente
agli stimoli, crescendo intensifica enormemente le reazioni emotive
incrementando progressivamente il proprio coinvolgimento. Ciò determina
inevitabilmente la discriminazione tra le sensazioni ed è questo il terreno
in cui germoglia l’attaccamento. Quindi il settimo anello è la sensazione e
l’ottavo l’attaccamento all’oggetto attraente che dà la sensazione
piacevole. L’attaccamento intensificandosi diventa volontà ad afferrare,
appropriazione, bramosia, avidità, (nono anello).
Ogni azione è condizionata da questa sete: si impiega la
giornata in ufficio per poter possedere ciò che piace, si passeggia per lo
stesso motivo, anche le azioni apparentemente positive sono corrotte da
questo intento. Perché si è costantemente stanchi? Perché il continuo
processo di afferrare, di appropriarsi, è inesauribile, faticoso, richiede
sempre maggiore energia. ; ; ; ; ; ; ; ;
La bramosia è classificata in quattro tipi. Il primo è la
bramosia della visione: “afferro il mio modo di pensare di vedere perché
questo mi gratifica, è piacevole; afferro questa filosofia perché è buona e
mi procura felicità” Ma l’afferrare una visione della vita, per quanto buona
possa essere, è negativo. Anche l’attaccamento al Buddha, al Cristo, al
Dalai Lama, o allo stesso Dio, è un afferrare e come tale negativo, si
trasforma in mente fanatica e il fanatismo è l’opposto della liberazione,
non porta al Nirvana, è causa di Samsara. ; ; ; ; ; ; ;
L’attaccamento alla filosofia, all’etica, a un codice
morale, allo sforzo, alla sofferenza, all’io o sé, è un errore nella sua
stessa essenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Non è l’oggetto dell’attaccamento in discussione,
l’oggetto può essere il più puro e sacro, può essere buono o cattivo, questo
è assolutamente ininfluente, l’errore è nell’attaccamento in sé, nella
bramosia. ; ; ; ; ; ; ; ;
In questa sala siamo circondati da Tanka e statue molto
belle, sono oggetti sacri ma sarebbe sbagliato esserne attaccati. A meno che
non si sia già particolarmente avanzati nel cammino di liberazione
dall’attaccamento è meglio non possedere troppi oggetti preziosi. Quando ero
in monastero in India preferivo adornare la stanza solo con fotografie, era
un modo per evitare questa trappola. Anni fa, sempre in India, durante un
viaggio acquistai una statua del Buddha che, come tutte le statue tibetane,
necessitava di ricevere una lunga preparazione, doveva essere riempita,
consacrata, dipinta, però non me ne preoccupai e misi la statua sull’altare
così com’era. Tempo dopo, monaci di passaggio esperti nella preparazione
delle statue durante una cerimonia fecero tutto il lavoro. Ciò che doveva
avvenire è avvenuto nel momento giusto, naturalmente, senza forzature e
affanno. Bisogna lasciare che le cose accadano come e quando devono, senza
caricarsi di emozioni negative quali ansia e frustrazione perché le cose non
vanno come avremmo voluto. ; ; ; ; ; ; ; ;
La liberazione dall’attaccamento comporta una grande
gioia. Ora quella statua è rimasta in quel monastero, forse nella stessa
stanza e forse no, non ha nessuna importanza, d’altronde il Buddha non è mio
o tuo, è di tutti. L’attaccamento al Buddha, al Cristo o a Dio è l’afferrare
peggiore, il più pericoloso per tutti, anche per i principianti. Non vi sto
dando delle regole ma, insieme, stiamo analizzando il testo nel tentativo di
comprenderne ogni importante aspetto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tutta la nostra vita è un contatto da cui scaturiscono le
sensazioni che determinano l’attaccamento il quale, a sua volta, diviene
bramosia articolata nelle quattro tipologie che sono causa di Samsara in cui
si svolge tutta la nostra esistenza e che saranno determinanti nella
definizione della prossima rinascita, del prossimo ciclo samsarico.
Il decimo anello è il divenire, l’esistere dovuto
all’afferrare che causa i cinque aggregati. Il divenire è il livello del
karma che entra in maturazione a causa dell’attaccamento e della bramosia. ;
; ; ; ; ; ; ;
Il secondo anello è l’azione che pianta il seme karmico,
il decimo anello è quel seme che, fertilizzato da attaccamento e bramosia,
matura in quel karma. Quindi, l’aspetto che germoglia dal secondo anello è
il divenire (decimo anello) che porta alla rinascita, (undicesimo anello).
Il karma maturato dal quarto anello, Nome e Forma, determina il tipo di
rinascita. Poiché dalla nascita derivano necessariamente morte e vecchiaia
si ha il dodicesimo anello. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ho sintetizzato una possibile spiegazione, di base, della
dinamica dei dodici anelli, ma se ne possono dare altre osservate da più
angolature e approfondite. ; ; ; ; ; ; ; ;
Proseguiamo con la lettura del testo: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Essendoci l’appropriazione entra in funzione per
l’appropriatore l’esistenza, infatti se fosse esente da appropriazione si
libererebbe e non ci sarebbe esistenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’esistenza è costituita dai cinque aggregati. ; ; ; ; ;
; ; ;
Dall’esistenza procede la nascita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Vecchiezza, morte, dolore, tristezza, lamentazioni,
afflizioni, tormenti, tutto questo proviene dalla nascita. ; ; ; ;
In tal modo nasce quest’unica massa di dolore. ; ; ; ; ;
; ; ;
L’ignorante perciò, non altri, coeffettua i coefficienti,
radici di trasformazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ignorante dunque, è l’agente, ; ; ; ; ; ; ; ;
non il saggio che vede la realtà. ; ; ; ; ; ; ; ;
La nescienza arrestata, più non nascono i coefficienti. ;
; ; ; ; ; ; ;
L’arresto della nescienza si verifica grazie alla
creazione mentale della coproduzione condizionata. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’arresto di ogni fattore precedente impedisce che il
fattore conseguente entri in azione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quest’unica massa di dolore viene così correttamente
arrestata.” ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ di immenso beneficio studiare questo argomento
comparando il testo di Nagarjuna, al 26° capitolo della “Madhiamaka Karika”
con il Sutra originale del Buddha, il “Paticcasamuppada Sutra”. ; ; ; ; ; ;
; ;
Se la radice del samsara è nel secondo anello, delle
formazioni karmiche, il saggio non produce azioni karmiche perché ne osserva
l’interdipendenza. La distinzione tra saggio e ignorante indica proprio
questa capacità di vedere, o meno, il sorgere dipendente dei fenomeni,
l’interdipendenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il saggio che ha una chiara idea di come si costruisce il
samsara attraverso i dodici anelli, ha anche una chiara visione di come esso
possa cessare, sempre attraverso i dodici anelli, semplicemente invertendone
i fattori: ;
1. meditare sull’interdipendenza porta alla cessazione
dell’ignoranza; ; ; ; ; ; ; ;
2. col cessare dell’ignoranza cessano le formazioni
karmiche; ; ; ; ; ; ; ;
3. col cessare delle formazioni karmiche cessa la
coscienza determinata da esse; ; ; ; ; ; ; ;
4. cessando la coscienza determinata dalle formazioni
karmiche cessano nome e forma, gli aggregati; ; ; ; ; ; ; ;
5. cessando gli aggregati cessano le percezioni basate
sugli stessi; ; ; ; ; ; ; ;
6. cessando le percezioni cessa il contatto; ; ; ; ; ; ;
;
7. cessando il contatto cessa la sensazione; ; ; ; ; ; ;
;
8. cessando la sensazione cessa l’attaccamento; ; ; ; ; ;
; ;
9. cessando l’attaccamento cessa l’afferrare, la
bramosia; ; ; ; ; ; ; ;
10. cessando la bramosia cessa il divenire, il maturare
delle cause irrigate da bramosia e attaccamento; ; ; ; ; ; ; ;
11. cessando il divenire, l’entrare in esistenza sulla
base del karma, cessa la rinascita; ; ; ; ; ; ; ;
12. cessando la rinascita cessano vecchiaia e morte e
quindi tutte le sofferenze del samsara. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questi sono i due possibili movimenti dei dodici anelli
dell’interdipendenza, quello del sorgere del Samsara e quello del suo
cessare, ed è opportuno meditare su entrambi perché seguendo questo metodo
analitico si ottiene una visione chiara del significato di interdipendenza.
; ; ; ; ; ; ; ;
Il testo di Nagarjuna continua: ; ; ; ; ; ; ; ;
“La formazione karmica è l’origine del Samsara. ; ; ; ; ;
; ; ;
Vedendo questo, il Saggio, non produce karma, ; ; ; ; ; ;
; ;
poiché il saggio riconosce la realtà dell’origine
dipendente e la realtà della Vacuità”. ; ; ; ; ; ; ; ;
La causa della cessazione dell’ignoranza è la
comprensione dell’interdipendenza. Con il cessare dell’ignoranza cessa la
formazione karmica”. Meditare sull’origine interdipendente causa la
cessazione dell’ignoranza. Perciò arrestato l’uno si arresta l’atro. ; ; ; ;
; ; ; ;
Gli ultimi due versi: ; ; ; ; ; ; ; ;
“La nescienza arrestata, più non nascono i coefficienti:
; ; ; ; ; ; ; ;
L’arresto della nescienza si verifica grazie alla
creazione mentale della coproduzione condizionata.” ; ; ; ; ; ; ;
Di questi versi si hanno trascrizioni diverse tra loro,
proviamo a rileggerli dall’inizio comparando il testo tibetano con la
traduzione dal sanscrito e la trascrizione in italiano: ; ; ; ; ; ; ; ;
1) A causa dell’oscurità dell’ignoranza, si compiono i
tre tipi di azioni che depongono le impronte karmiche nella mente che
determinano le future rinascite.
1) A causa dell’oscurità dell’ignoranza si causano le
vite future. Attraverso il coltivare le tre differenti azioni karmiche si
procede verso il destino appropriato. ; ; ; ; ; ; ; ;
1) In vista della rinascita, l’essere offuscato di
nescienza effettua dei coefficienti di tre specie e per mezzo di questi atti
va verso il suo destino. ; ; ; ; ; ; ; ;
2) Le impronte karmiche determinano la trasmigrazione
della coscienza che, trovata la sua destinazione, sviluppa nome e forma. ; ;
; ; ; ; ; ;
2) La coscienza condizionata dall’azione karmica entrerà
in differenti reami. Entrata la coscienza, si sviluppano nome e forma. ; ; ;
; ; ; ; ;
2) la coscienza condizionata da questi coefficienti
penetra in questo destino e, penetrata la coscienza, si infonde nome e
forma. ; ; ; ; ; ; ; ;
3) Quando nome e forma si sono sviluppati emergono i sei
sensi. Sulla base dei sensi avviene il contatto. ; ; ; ; ;
3) Da nome e forma vengono in esistenza le sei sorgenti
dei sensi. Dalle sei sorgenti sorge il contatto. ; ; ; ; ; ; ; ;
3) Infusi nome e forma si producono i sei domini della
coscienza. Apparsi i sei domini entra in azione il contatto. ; ; ; ; ; ; ;
4) Come la vista sorge in dipendenza dell’occhio, della
forma e dell’attenzione, così la coscienza sorge in dipendenza di nome e
forma. ; ; ; ; ; ; ; ;
5) Il raggruppamento di occhio, forma e coscienza è il
contatto. Dal contatto sorge la sensazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
4) e 5) Il contatto sorge da nome e forma e
consapevolezza, pertanto in dipendenza da nome e forma c’è sorgere di
coscienza. Dal raggruppamento dei tre: nome, forma e coscienza, avviene il
contatto. Dal contatto viene in esistenza la sensazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
4) e 5) L’occhio entra in azione condizionato da nome e
forma, e, nome e forma sono condizionati dalla coscienza. Il contatto è
appunto il frutto del concorso della triade forma - coscienza e occhio. In
seguito al contatto entra in azione la sensazione affettiva. ; ; ; ; ; ; ; ;
6) Dalla sensazione nasce il desiderio. Dal desiderio
sorge l’afferrare nei suoi quattro aspetti: oggetti dei sensi, visione,
moralità, idea del sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
6) Condizionata dalla sensazione affettiva, la sete; e
infatti uno ha sete perché avido di sensazioni affettive. L’assetato si
appropria delle quattro appropriazioni.
7) Dall’afferrare sorge il divenire dell’afferrante.
Senza l’afferrare non c’è il divenire. Con la realizzazione del non
afferrare si ottiene la liberazione. Di conseguenza non c’è divenire,
entrare nell’esistenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
7) Essendoci l’appropriazione, entra in funzione, per
l’appropriatore, l’esistenza. Infatti, se fosse esente di appropriazione, si
libererebbe e non ci sarebbe esistenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
8) Entrare nell’esistenza è la formazione dei cinque
aggregati. Entrare nell’esistenza è nascere. ; ; ; ; ; ; ; ;
9) A causa della nascita ci sono vecchiaia, morte,
tormenti, lamenti e pene, infelicità ansietà. A causa della nascita si è
sempre in uno stato di continua sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
8) - 9) L’esistenza è costituita dai cinque aggregati.
Dall’esistenza procede la nascita. Vecchiezza, morte, dolore tristezza,
lamentazioni, afflizioni, tormenti, tutto questo proviene dalla nascita. In
tal modo nasce quest’unica massa dolore. ; ; ; ; ; ; 10) L’azione è la
radice dell’esistenza ciclica. Per questo il saggio non crea impronte
karmiche. Gli sciocchi, invece al contrario del saggio, che vede la realtà,
creano impronte karmiche. ; ; ; ; ; ; ; ;
10) L’ignorante perciò, non altri, coeffettua i
coefficienti, radici della trasmigrazione. L’ignorante, dunque è l’agente,
non il saggio, che vede la realtà. ; ; ; ; ; ; ; ;
11) Con il cessare dell’ignoranza anche a produzione
delle impronte karmiche cessa. La cessazione dell’ignoranza avviene per
mezzo della meditazione della saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
11) La nescienza arrestata, più non nascono i
coefficienti. L’arresto della nescienza si verifica grazie alla creazione
mentale della coproduzione condizionata. ; ; ; ; ; ; ; ;
12) Cessando il precedente, il successivo non accade.
Allo steso modo cessa tutta la sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
12) L’arresto di ogni fattore precedente impedisce che il
fattore conseguente entri in azione. Quest’unica massa di dolore viene così
correttamente arrestata. ; ; ; ; ; ; ; ;
Sarebbe un buon lavoro per tutto il gruppo confrontare le
diverse traduzioni e del testo di Mulakarika, cercandone il significato
profondo da esprimere in modo comprensibile nel linguaggio più conforme
all’era moderna. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Le impronte karmiche prodotte prima di diventare
saggi, entrano ugualmente in maturazione, oppure no?
Lama: Il saggio è colui che ha acquisito la conoscenza
dell’origine interdipendente, ma non necessariamente è già l’Essere nobile,
l’Arya, ha solo compreso la giusta direzione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda...Quindi le sue impronte karmiche continuano a
maturare? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Poiché il saggio non ha attaccamento e bramosia, il
karma precedente non può maturare, il processo si blocca naturalmente.
Non-Dualismo ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ importante ricordare che l’origine dipendente, o
originazione interdipendente, significa che le cose sorgono in virtù di
cause e condizioni. Niente sorge senza causa, niente sorge con cause
permanenti, niente sorge al di fuori della corrispondenza con la propria
causa. Qualsiasi accadimento, qualsiasi aspirazione sorge da una causa, una
causa impermanente, una causa che gli corrisponde. E’ importante studiare
analiticamente e comprendere bene l’origine interdipendente, ma non è
assolutamente sufficiente rimanere a questo livello, è necessario che essa
venga calata nel quotidiano, in ogni esperienza, in ogni emozione. ; ; ; ; ;
; ; ;
Come nascono le emozioni? da dove vengono? come dobbiamo
affrontarle? La risposta e la soluzione è una: conoscere l’origine
interdipendente. La conoscenza dell’interdipendenza è la liberazione, o
cessazione delle fabbricazioni mentali, il raggiungere la pace. ; ; ; ; ; ;
; ;
Realizzando la conoscenza dell’interdipendenza si ha una
chiara visione della esistenza non dualistica, si supera ogni concetto
discriminante, bello - brutto, buono - cattivo, piacevole - spiacevole.
L’atteggiamento ignorante che induce a discriminare ogni esperienza è causa
del sorgere di attaccamento, bramosia o avversione. ; ; ; ; ; ; ;
Nella chiara visione non dualistica si osservano i
fenomeni nella loro natura, senza discriminazione, a livello ultimo. Ma la
visione dei fenomeni a livello ultimo è resa possibile solo dalla piena
comprensione del loro livello relativo, l’interdipendenza. Attraverso la
comprensione dell’interdipendenza si giunge alla visione della realtà
ultima: la Vacuità. La visione della realtà ultima conferma, o afferma, la
realtà relativa. Quindi, non-dualismo significa avere la visione delle due
verità. Questa è la quintessenza dell’insegnamento del Buddha ed è la
quintessenza dell’insegnamento del Dharma. ; ;
Con la visione non-duale è automatico e naturale
sviluppare la compassione verso tutti gli esseri viventi. Non esistendo più
una reale differenza tra chi si tende ad amare e chi a non amare, c’è
equanimità. Dall’interdipendenza e dalla Vacuità scaturisce naturalmente
l’equanimità verso tutti gli esseri. L’equanimità è fondamentale allo
sviluppo della compassione. Non si può avere compassione verso gli esseri se
non c’è equanimità. Per questa ragione la comprensione dell’origine
interdipendente è ciò che principalmente i praticanti Buddhisti devono
realizzare. ; ; ; ; ; ; ; ;
Abbiamo visto in questi giorni come i dodici anelli
dell’origine interdipendente creino il Samara e come dipendano uno
dall’altro. Dall’ignoranza di causa effetto, a catena, si costruisce il
Samara e, in modo inverso, dall’estinzione dell’ignoranza se ne ha la
cessazione. Abbiamo constatato come dall’ignoranza, a catena, si creino le
formazioni karmiche, che a loro volta producono la coscienza, e così via,
quindi l’ignoranza è il punto cardine di tutto il processo.
Un’altra forma di ignoranza, descritta nell’ultimo verso,
è l’ignoranza che afferma il sé, cioè l’ignoranza riguardo l’io. L’analisi
di questi elementi è il bersaglio principale della teoria e della pratica
buddhista. Qualsiasi cosa stiamo facendo, meditando, pregando e presentando
offerte all’altare, dobbiamo sempre avere ben chiara la visione
dell’ignoranza e delle sue conseguenze; se bruciamo incenso poniamoci
l’obiettivo di bruciare l’ignoranza, se accendiamo lumini di illuminare la
saggezza eliminando l’oscurità dell’ignoranza, se recitiamo un mantra siamo
consapevoli, ad ogni sillaba, di voler eliminare l’ignoranza che afferra il
sé. ; ; ; ; ; ; ;
Tutte le altre forme di devozione, pregare una
particolare divinità per ottenere ricchezze, salute, fortuna, sono
secondarie, anzi possono trasformarsi in superstizioni ed essere negative.
Quando si volge la pratica per contrastare l’ignoranza che afferra il sé,
tutto il resto viene di conseguenza, la compassione, l’equanimità, la
Vacuità e ogni evento succede perché così deve essere senza dovercene
preoccupare. Anche i Bodhisattva che hanno un forte desiderio di rinascere
per il bene di tutti gli esseri, molto difficilmente potranno realizzarlo,
perché sono privi di attaccamento, non hanno bramosia, non maturano più le
cause della creazione del Samara. ; ; ; ; ; ; ; ;
Contrastare l’ignoranza non vuol dire sacrificarsi,
martirizzarsi nella mortificazione dell’io, sopportare a denti stretti le
pene degli altri, quasi dovessimo fare esercizi di altruismo, no, nulla di
tanto eclatante, è semplicemente lo sviluppo consapevole della saggezza del
non sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
Una persona non è uno dei cinque elementi, non è acqua e
nemmeno terra, fuoco, aria o spazio, ma non è nemmeno coscienza, non è
nessuno di questi ma l’insieme di tutti. Cos’è l’IO? Non è gli elementi, ma
non è nemmeno separato da essi, è l’incontro di tutti gli elementi che
formano l’io, così come batacchio, campana e mano, incontrandosi
contemporaneamente producono il suono. Ciò significa che l’io è qualcosa di
diverso da ciò che noi generalmente afferriamo e concretizziamo. ; ; ; ; ; ;
; ;
Questi sono i diversi modi di analizzare un fenomeno: da
un lato c’è quello che noi usualmente crediamo essere l’io, e dall’altro le
diverse componenti che troviamo nell’analisi. C’è differenza. ; ; ; ; ; ; ;
;
Ciò non significa che l’io non esista, significa
piuttosto che l’io è diverso da quello che usualmente crediamo sia, ecco un
buon oggetto di meditazione, lasciar andare, non afferrare, lasciar
andare…..riconoscere l’io vero è vedere il non-io. Quindi, non abbandonare
l’io, ma nemmeno afferrarlo. Senza abbandonare, senza afferrare, ecco la via
di mezzo. Il non-io è la verità ultima del vero io. ; ; ; ; ; ; ; ;
Con queste riflessioni concludiamo l’incontro, grazie.
Terza Parte ;
“Il CANTO DELLE QUATTRO CONSAPEVOLEZZE” ; ; ; ; ; ; ; ;
del SETTIMO DALAI LAMA ; ; ; ; ; ; ; ;
30 novembre - 1 dicembre 2002 ;
Sviluppare la Motivazione ; ; ; ; ; ; ; ;
Apriamo l’incontro con le preghiere di “Rifugio e
Generazione della Motivazione del Risveglio” e delle “Quattro Aspirazioni
Incommensurabili”, o “Quattro Pensieri Illimitati”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Come voi ben sapete ogni pratica inizia sempre con le
preghiere del Rifugio nei tre Gioielli e della Generazione della Mente
Altruistica che genera i pensieri illimitati, senza confini. Sono preghiere
brevi ma ricchissime di significato. ; ; ; ; ;
Prendere rifugio nei tre Gioielli significa affidarsi al
Buddha, al Dharma e al Sangha nella visione profonda. ; ; ;
Il Buddha rappresenta la persona illuminata, ma non si
riferisce all’aspetto fisico né ad uno specifico individuo, bensì a tutti
coloro che hanno realizzato l’illuminazione. In questo senso il Buddha può
trovarsi ovunque, tra i cristiani, tra i musulmani, tra gli induisti, tra
gli ebrei, può esistere in qualsiasi contesto culturale e in qualsiasi
Paese. E’ molto importante avere piena consapevolezza che il Buddha non è
una persona, ma è uno stato dell’essere e come tale può essere ovunque,
realizzato da tutti, non occorre essere Buddhisti per diventare un Buddha. ;
; ; ; ; ; ; ;
Anche il Dharma è lo stato di realizzazione presente
nella mente illuminata. Se, quando si dice Buddha, convenzionalmente ci si
riferisce a una persona, il Dharma invece è la realizzazione, la
comprensione illuminata, presente nella mente di quell’individuo. ; ; ; ; ;
; ; ;
Per Sangha si intende l’insieme dei seguaci
dell’insegnamento del Buddha, l’assemblea di coloro che ne praticano la
dottrina. ; ; ; ; ; ; ; ;
Però riferendosi al Buddha, individuo illuminato, il
Buddha stesso rappresenta il più alto livello del Sangha, per cui è
necessario riprendere il concetto di Buddha, Dharma e Sangha in una visione
più profonda: Se il Buddha come persona è la più alta espressione del
Sangha, e il Dharma è la realizzazione, la comprensione ultima nella mente
di un illuminato, allora, il Buddha chi è? ; ; ; ; ; ; ; ;
In base a questo metodo di osservazione il Buddha diviene
un concetto molto sottile che, tradotto in linguaggio occidentale, potrebbe
essere: “lo stato di illuminazione”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lo stato di illuminazione non è una realizzazione, non è
uno stato cosciente e non è nemmeno riferito ad una persona fisica, che cosa
intendiamo dunque dicendo Buddha? Potremmo suggerire: “la Purezza della
Natura della Mente”. La purezza che deriva dall’aver ripulito tutta la
negatività e che presenta due aspetti importanti: ;
1. la purezza della natura della mente; ; ; ; ; ; ; ;
2. la purezza risultante dall’aver purificato le
negatività.
Prendiamo come esempio l’acqua: se volessimo bere
dell’acqua, che però è inquinata, dovremmo prima procedere, fase dopo fase,
alla sua purificazione, in questo modo l’acqua così ottenuta presenta due
tipi di purezza: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. La natura della purezza dell’acqua stessa; ; ; ; ; ; ;
;
2. La purezza derivante dal processo di purificazione che
ha determinato l’eliminazione di tutte le contaminazioni presenti
nell’acqua. ; ; ; ; ; ; ; ;
Poiché noi siamo ad un livello ordinario la nostra mente
è come l’acqua inquinata, e ottiene lo stato di illuminazione tramite il
procedimento della sua purificazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Raggiungere lo stato individuale di illuminazione
significa che, presane coscienza, si attua la negazione della
contaminazione, dell’inquinamento della mente, rimanendo nello stato di
purezza naturale della mente stessa. ; ;
In una sola natura esistono due aspetti distinti: ; ; ; ;
; ; ; ;
1. uno è relativo alla cessazione delle negatività che
non possono più tornare in quanto definitivamente e totalmente eliminate; ;
; ; ; ; ; ;
2. il secondo concerne invece la “Vacuità” e si riferisce
alla natura ultima della mente. In questo contesto la Vacuità non è da
intendersi nel suo aspetto più generale, ma è specificamente la Vacuità
della mente illuminata.
L’illuminazione è costituita da questi due aspetti: della
Cessazione e della Vacuità. Lo stato dell’illuminazione è “ESSERE BUDDHA”. ;
; ; ; ; ; ; ;
Quindi, BUDDHA, DHARMA e SANGHA, sono un concetto
fondamentale da assimilare nell’essenza più profonda e completa. ; ; ; ; ; ;
; ;
Nel linguaggio ordinario per Buddha, convenzionalmente si
intende una persona realmente esistita, una persona fisica; per Dharma
l’insieme delle scritture tramandate; per Sangha l’assemblea di coloro che
studiano e praticano la dottrina contenuta questi stessi testi., un modo di
osservazione innegabile e oggettivamente corretto, che però rappresenta solo
l’aspetto più evidente e superficiale, è dunque indispensabile andare oltre
e comprenderne il vero significato, l’essenza profonda e reale. ; ; ; ; ; ;
Con la visione completa dell’essenza di Buddha, Dharma e
Sangha si prende rifugio consapevole nei tre Gioielli, non in qualcosa di
esterno, non in una persona fisica, ma nella stessa completa visione di
illuminazione, l’obiettivo finale. Prendere rifugio significa volgersi
all’obiettivo ultimo e attraverso la pratica purificare la propria mente,
significa avere un’assoluta determinazione e forza perché, in assenza di
tali attitudini, non si potrà raggiungere lo scopo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ma cosa può darci la necessaria forza, determinazione e
volontà? Soltanto la Bodhicitta, il pensiero altruistico citato nel secondo
verso. Senza Bodhicitta non si ha la giusta motivazione per proseguire verso
l’illuminazione. E’ quindi ovvio che alla preghiera di “Presa di Rifugio”
seguano le quattro aspirazioni incommensurabili, o pensieri illimitati, che,
avendo realizzato il proprio scopo, esprimono la naturale conseguente realtà
di essere beneficio a tutti gli esseri senzienti. ; ; ; ; ; ;
Essere nei quattro pensieri illimitati ci permette di
immaginare e sperimentare gli effetti dello stato ultimo lo stato
dell’illuminazione, ma come può verificarsi questa esperienza? ; ; ; ; ; ; ;
;
Avendo preso rifugio e generato la motivazione del
risveglio immaginiamo di aver già realizzato lo stato del risveglio e ne
visualizziamo i risultati, cioè che tutti gli esseri senzienti abbiano la
felicità e le cause della felicità. Questa visualizzazione produce una
immensa gioia, un’infinita felicità ed evidenzia i possibili risultati della
pratica, le conferisce il senso compiuto. Da tale pratica scaturisce
un’energia fortemente positiva che è un grande merito. Con simile
visualizzazione sperimentiamo un’intensa gioia, come se stessimo sognando
una realtà bellissima, ma poi ci svegliamo e ci accorgiamo che la situazione
che ci circonda è ben diversa, c’è tanta sofferenza, ed è appunto questo il
momento in cui iniziare la pratica vera, lo studio, l’approfondimento, la
meditazione, le azioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo è l’atteggiamento corretto per intraprendere ogni
pratica meditativa, prima è necessario focalizzare l’obiettivo e poi
attivare le condizioni per la sua realizzazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se il nostro scopo è ottenere lo stato di illuminazione,
prendendo rifugio nei tre Gioielli, Buddha, Dharma e Sangha, creiamo le
condizioni affinché possa realizzarsi e l’unica condizione possibile è lo
sviluppo della Bodhicitta, della mente altruistica, il livello superiore di
un cuore aperto. Il passaggio successivo è sperimentare sul piano
immaginativo gli effetti benefici di un cuore aperto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Queste tre fasi contengono tutta la pratica, ecco perché
una preghiera tanto breve ha un significato sconfinato. Anche Sua Santità il
Dalai Lama, in occasione del Kalachakra a Graz, ha scherzato su questo punto
ricordando come un Lama mongolo si rivolgesse ai tibetani dicendo: “Voi Lama
tibetani avete nomi lunghissimi ma poco significato, mentre in passato
grandi maestri indiani come Nagarjuna avevano nomi molto corti ma erano
ricchissimi di significato”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Recitiamo insieme consapevolmente la preghiera di Presa
di Rifugio e Generazione della Motivazione del Risveglio: ; ; ; ;
“Nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha ; ; ; ; ; ; ; ;
Prendo rifugio fino al risveglio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per i meriti ottenuti con la pratica della generosità e
delle altre virtù ; ; ; ; ; ; ; ;
Possa io realizzare lo stato di Buddha per il bene di
tutti gli esseri.” ; ; ; ; ; ; ; ;
E la preghiera delle Quattro Aspirazioni
Incommensurabili, o quattro pensieri illimitati:
“Possano tutti gli esseri possedere la felicità e la
causa della felicità! ; ; ; ; ; ; ; ;
Possano tutti gli esseri essere separati dalla sofferenza
e dalle cause della sofferenza! ; ; ; ; ; ; ; ;
Possano tutti gli esseri mai lasciare la Santa Felicità,
priva di ogni sofferenza! ; ; ; ; ; ; ; ;
Possano tutti gli esseri risiedere nella Grande
Equanimità, priva di ogni inclinazione e di ogni avversione parziale!” ; ; ;
; ;
Sono parole molto belle, e proviamo piacere nel
pronunciarle, ma soprattutto è necessario comprenderle profondamente,
penetrare nel loro livello ultimo in cui Buddha, Dharma e Sangha sono, tutti
e tre, Buddha. ; ; ;
La mente del Buddha è ciò che chiamiamo Dharma, ma è
anche Buddha; il Sangha è la persona illuminata e quindi anch’esso è Buddha.
; ; ; ; ; ; ;
Ciò che abbiamo definito Buddha, lo stato di
illuminazione, ha due aspetti che sono essi stessi Buddha. Il primo riguarda
la cessazione delle negatività, degli ostacoli, delle oscurazioni della
mente e il secondo è relativo alla purezza della mente illuminata, entrambi
appartengono all’unica natura della Vacuità che è l’espressione di Buddha
permanente. Le altre manifestazioni di Buddha, che si riferiscono
all’individuo illuminato, alla persona illuminata, sono invece impermanenti.
Riassumendo, sono due gli aspetti del Buddha, uno permanente e l’altro
impermanente, due qualità che si possono ottenere tramite la purificazione
della mente, esse danno chiarezza sul modo di essere della propria mente,
sulle reali motivazioni che inducono a ricercare lo stato di illuminazione.
; ; ; ; ; ; ; ;
Ecco perché il Buddha può essere ovunque e, da questa
visuale, possiamo comprendere in che modo la nostra mente ordinaria sia
collegata alla mente del Buddha, come la mente ordinaria possa essere
trasformata nella mente illuminata, come la Vacuità della mente ordinaria
possa diventare la Vacuità della mente illuminata, e la Vacuità della mente
illuminata possa diventare Buddha. L’individuo che possiede questa mente può
diventare Buddha. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il nostro livello ordinario di esistenza ha le
potenzialità del livello di Buddha e assomiglia al livello del Buddha e
proprio queste somiglianze rendono possibile l’ottenimento dello stato di
essere illuminato. Ecco perché si deve sempre avere la chiara visione e la
speranza sull’effettiva possibilità di realizzazione dell’illuminazione. ; ;
La nostra mente ordinaria è contaminata e, così come non
respiriamo e ci muoviamo faticosamente in un ambiente inquinato, abbiamo le
stesse difficoltà sul piano mentale e il movimento verso gli obiettivi è
gravoso, incontriamo continui ostacoli, troppi limiti che rendono quasi
impraticabile il percorso verso la meta desiderata. Ma se purifichiamo
l’ambiente, cioè la nostra mente, è come se ci trovassimo in un luogo
incontaminato dove ogni frutto può crescere rigoglioso e senza difficoltà.
Le nostre azioni sono limitate dalle contaminazioni
mentre le azioni di un Buddha sono completamente libere, pure, non hanno
ostacoli e producono frutti spontanei che si estendono in ogni direzione,
senza limiti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Non è facile comprendere la mente di un Buddha, ma come
con una buona educazione ed istruzione apprendiamo sempre cose nuove in
grado di migliorare la qualità della vita perché ogni attività fluisce con
minor sforzo, allo stesso modo alimentando la conoscenza e la consapevolezza
permettiamo una sempre maggiore purificazione della mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Purificare non è soltanto pulire, pulire e pulire, ma
significa anche coltivare, far crescere conoscenza e saggezza; la sola
pulizia, seppur indispensabile, non produce nulla. ; ; ; ; ; ; ;
Purificazione è il processo di pulizia che permette lo
sviluppo della conoscenza e della saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dobbiamo purificare l’acqua eliminando le contaminazioni
che la intorpidiscono così da ottenere limpida acqua che possiamo finalmente
bere.
La Consapevolezza del Maestro ; ; ; ; ; ; ; ;
Il canto del settimo Dalai Lama, “Canto delle quattro
Consapevolezze” mostra la via della consapevolezza, istruisce sul modo di
meditare la via di mezzo, la via della Vacuità, e tratta una per una: ; ; ;
; ; ; ; ;
1. La consapevolezza del Guru, del vero Maestro
spirituale; ; ; ; ; ; ; ;
2. La consapevolezza della Compassione; ; ; ; ; ; ; ;
3. La consapevolezza della Divinità; ; ; ; ; ; ; ;
4. La consapevolezza della Visione della Vacuità. ; ; ; ;
; ; ; ;
Il testo, scritto in connessione alla pratica della più
alta classe di Vajrayana, insegna come mantenerne la pratica del Vajra nella
quotidianità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella pratica del Vajra la figura del Maestro spirituale,
il Guru, è molto, molto importante e lo è in generale in ogni pratica
Buddhista, ma in quella dei Sutra e in particolare delle sei Paramita, le
qualità trascendenti, la figura del Guru è fondamentale, ne costituisce la
base, la sorgente di ogni qualità spirituale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nei Sutra il Guru è visto come colui che conferisce i
voti del Bodhisattva che prima devono essere spiegati e in un secondo tempo
dati. Dare i voti del Bodhisattva a parole sembra relativamente semplice, ma
in realtà implica una grande preparazione e responsabilità, sia da parte del
Maestro che da parte del discepolo. Il Maestro è la guida spirituale che
incoraggia e istruisce il discepolo affinché possa ricercare la Bodhicitta,
cioè seguire la pratica del Bodhisattva, lo accompagna nella pratica per la
realizzazione delle qualità trascendentali, le sei Paramita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nei Sutra si descrive anche come il Maestro spirituale
debba conferire i voti di Pratimoksa, di liberazione individuale, sia a
monaci che a laici, ma in questo caso con modalità inversa alla precedente:
i voti sono prima dati e poi spiegati. ; ; ; ; ; ;
Queste due modalità differenti nel conferimento dei voti
comportano modalità differenti di pratica. Nei Sutra si dice espressamente
che il maestro che dà i voti di Pratimoksa deve seguire il discepolo sino
alla realizzazione delle loro qualità intrinseche e sino a quando il
discepolo non raggiunga l’autonomia nella pratica. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo approccio si differenzia da quello cristiano in
cui il conferimento dei voti comporta assoluta e perpetua obbedienza nei
confronti dell’istituzione, non esiste alcuna possibilità di autonomia e di
indipendenza. ; ; ; ; ; ; ;
Nel Buddhismo invece il maestro istruisce, guida il
discepolo che, a seconda delle proprie capacità, intelligenza e volontà
diverrà in un tempo definito, non importa se breve o lungo, autonomo. Il
raggiungimento dell’autonomia è fondamentale nel Buddhismo e in questo senso
le due tradizioni, cristiana e buddhista, sono molto diverse.
Nei voti di Pratimoksa il Maestro conferisce al discepolo
il titolo, la posizione, e continua a seguirlo insegnandogli a sviluppare le
capacità corrispondenti. Esiste alla base un riconoscimento, un’accettazione
totale e reciproca circa via da seguire. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel voti di Bodhisattva invece l’autonomia del praticante
è immediatamente effettiva perché si presume che, avendo maturato la
consapevolezza di volersi impegnare in questo sentiero, sia già responsabile
e di conseguenza autonomo. Il Maestro, prendendo atto di tale situazione,
non ha altro da fare che conferire i voti. ;
Queste sono due modalità differenti di relazione Maestro
- Discepolo. ; ; ; ; ; ; ; ;
La pratica del Vajra, o Vajrayana è avviata
dall’iniziazione, cioè il momento in cui si attiva la relazione Maestro -
Discepolo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Alcune pratiche Vajrayana prima dell’iniziazione
richiedono semplicemente i voti di Bodhisattva, altre invece, a livello
superiore, esigono anche i voti Tantrici. ; ; ; ; ; ; ; ;
I voti Tantrici devono essere dati senza necessità di
spiegazioni, ciò presuppone che al momento del loro conferimento entrambe le
condizioni, da parte del Maestro e del discepolo, siano soddisfatte, non vi
è bisogno di altro, i voti sono stati dati e accolti così come sono, e
significa che sia maestro che discepolo sono pienamente qualificati per dare
e ricevere questi voti. ; ; ; ; ; ; ; ;
La qualificazione richiesta a un maestro e a un discepolo
Vajra è molto complessa ed esige caratteristiche ben definite. In entrambi i
voti, di Bodhisattva e di Pratimoksa, è necessario che il maestro e il
discepolo siano qualificati e posseggano le caratteristiche specifiche per
ognuna delle pratiche. Non è così semplice dare e ottenere i voti e la
spiegazione delle qualificazioni è complessa, difficile e di non facile
ascolto, dunque non approfondiremo ulteriormente l’argomento. ; ; ; ; ; E’
però importante comprendere come i tre livelli di pratica di cui abbiamo
parlato siano strettamente correlati tra di loro, interdipendenti, sono
l’uno il fondamento dell’altro: la pratica di Pratimoksa (liberazione
individuale) come fondamento, base o condizione per la pratica del sentieri
di Bodhisattva e la pratica di Bodhisattva come fondamento, base o
condizione per la pratica del Tantra. ; ; ; ; ; ; ; ;
Abbiamo visto qual’è nella pratica, la funzione del Guru,
o Lama, o Maestro spirituale esteriore che, comunque lo si chiami è sempre
il Maestro convenzionale, ma dov’è il Maestro ultimo? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: In noi stessi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Esatto, il Lama è il Maestro esteriore, ma il Maestro
ultimo è la propria Mente, la propria realizzazione. Il Buddha stesso ha
detto: “Voi siete il Maestro di voi stessi”, il Buddha non ha mai detto io
sono il Maestro, io sono il vostro Maestro, ma: “Voi siete il vostro vero
Maestro”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quindi riferendosi al Lama non bisogna mai scordare
questa riflessione, si deve mantenere sempre la consapevolezza del Maestro
interiore, non considerare il Lama come altro da sé, magari vissuto duemila
o duemilacinquecento anni fa e adesso assente. Il vero Maestro è qui e ora,
è la nostra Mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Anche Sua Santità il Dalai Lama, di fronte alle forme di
devozione un po’ sciocca che spesso i tibetani assumono nei suoi confronti,
ha un atteggiamento molto pratico, staccato e non si stanca di ripetere:
“pregate voi stessi, fate offerte a voi stessi, pregate affinché voi stessi
godiate di buona salute e otteniate una lunga vita, pregate voi stessi per
sviluppare le qualità necessarie alla realizzazione dell’illuminazione, non
pregate qualcun altro al di fuori di voi.” ; ; ; ; ; ; ; ;
I tibetani hanno l’abitudine di chiedere continuamente ai
Lama benedizioni, ma il Dalai Lama non incoraggia quest’attitudine e
ribadisce continuamente: “Non è il Lama che benedice, siete voi stessi che
potete benedirvi, la vera benedizione viene dalla propria interiorità, non
dall’esterno”. ; ; ; ; ; ; ; ;
I primi versi del canto del VII° Dalai Lama insistono
appunto sulla necessità di mantenere costantemente la consapevolezza del
Maestro spirituale: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Sull’immutabile cuscino ; ; ; ; ; ; ; ;
Dell’Unione di metodo e saggezza, ; ; ; ; ; ; ; ;
Siede il Maestro gentile, ; ; ; ; ; ; ; ;
L’incarnazione di tutti i rifugi, ; ; ; ; ; ; ; ;
un Buddha che ha completato l’abbandono e la
realizzazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Avendo abbandonato ogni concezione errata. ; ; ; ; ; ; ;
;
Pregalo con concezione pura. ; ; ; ; ; ; ; ;
Non lasciando divagare la tua mente , ; ; ; ; ; ; ; ;
Poni in esso fede e rispetto, ; ; ; ; ; ; ; ;
con consapevolezza.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Metodo e Saggezza sono un’immutabile e inscindibile
unione in cui il Metodo è la Compassione e la Saggezza è la Visione della
Vacuità. Coltivando la Compassione cresce la Saggezza e coltivando la
Saggezza cresce la compassione. Questi due aspetti inseparabili raggiungono
la perfetta unione quando si ottiene la compassione ultima e la visione
della saggezza ultima. L’unione di metodo e saggezza è la qualità essenziale
del maestro spirituale e, in questo contesto, del Maestro Vajrayana. ; ; ; ;
; ; ; ;
Il metodo si attua nella ricerca di un Beneficio.
Generalmente riferendoci ad un beneficio pensiamo a qualcosa di temporaneo,
di immediato, come ad esempio un piacere sensuale, ma il metodo si riferisce
invece al Beneficio durevole, definitivo, permanente per se stessi e per gli
altri, in grado di realizzare la liberazione dal terzo livello di Dukkha,
della sofferenza pervasiva di cui è permeato l’intero Samsara, il livello
più difficile da riconoscere, da comprendere e da eliminare. ; ; ; ; ; ; ; ;
La “sofferenza pervasiva” non proviene dall’esterno, non
è determinata da eventi particolari, dall’ambiente, dagli amici, da nulla;
tutto apparentemente può essere ottimale, perfetto, eppure essa esiste, è
ben radicata, è semplicemente una condizione della mente samsarica, è una
sofferenza presente in ogni istante della nostra via, che ne siamo consci o
meno e non sempre si manifesta in modo evidente. ; ; ; ; ; ; ; ;
I livelli si sofferenza palesi sono rappresentati dalla
“sofferenza della sofferenza” e dalla “sofferenza del cambiamento”. La
sofferenza della sofferenza è indubbiamente la più eclatante, ne sentiamo
concretamente tutto il peso, quando ci troviamo in condizioni sfavorevoli,
siamo malati, abbiamo fame e sete, subito lutti e perdite…. La sofferenza
del cambiamento è già più sottile, non immediatamente visibile, mascherata
da un’apparente ed effimera sensazione di piacere, (alcool , droghe…). ; ; ;
; ; ; ; ;
In genere la nostra vita oscilla tra la sofferenza della
sofferenza e la sofferenza del cambiamento, spesso usiamo la seconda nel
tentativo di sfuggire alla prima e impegniamo ogni energia in queste
battaglie, ma non riconosciamo mai la sofferenza pervasiva costantemente
presente nella nostra vita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Spendendo tutte le nostre forze divincolandoci in queste
oscillazioni non siamo nel Dharma, ma totalmente immersi nel Samsara e
alimentiamo senza sosta lo stato di sofferenza. Se ad esempio, ricercando il
piacere, ci tuffiamo nelle droghe, nel fumo, nell’assunzione smodata di cibo
o di alcool, in base al meccanismo di causa effetto non otteniamo altro che
ulteriore sofferenza: ad un effimero piacere momentaneo, segue un danno che
produce sofferenza ancora più grave. Queste illusioni accrescono la
confusione mentale che ci ottenebra. ; ; ; ; ;
Un oggetto della pratica del Dharma è il terzo livello di
sofferenza, quello non evidente, non apparente, nascosto, perché è la fonte,
l’origine, degli altri due. Poiché a causa del terzo livello di sofferenza
si sprofonda negli altri due, è necessario concentrarsi sulla sua
eliminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il modo corretto per praticare il Dharma consiste
nell’impegnarsi nell’eliminazione del terzo livello di sofferenza,
osservarlo, comprenderlo sradicarlo. Eliminando la sofferenza pervasiva
saranno eliminati anche gli altri tipi di sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella nostra società è difficile comprendere pienamente
il valore di questa pratica e spesso ci si accosta ad essa in modo
improprio, limitato, ad esempio si usa la meditazione per alleviare un mal
di testa e, anche se non vi è nulla di male, è sicuramente un utilizzo
riduttivo e parziale delle potenzialità del Dharma, non è pratica del
Dharma. Praticare il Dharma è andare alla radice della sofferenza ed
estirparla. ; ; ; ; ; ; ; ;
Analizziamo come si presenta nella vita quotidiana, nella
nostra mente, nel nostro cuore, il terzo livello di sofferenza, la
sofferenza pervasiva. E’ lo stato di insoddisfazione, di vuoto, che tutto
pervade. Qualsiasi cosa facciamo, questo sottile e desolante senso di
nullità rimane; sia che stiamo qui o andiamo nei paesi più belli del mondo,
anche se visitiamo il paradiso o l’inferno, nulla cambia, quel senso di
vuoto permane immutato, pervade tutto il nostro essere, è una presenza
costante, è l’esperienza della sofferenza pervasiva che penetra ogni
esperienza trasformandola inevitabilmente in sofferenza. E’ necessario
trovare un metodo per uscire da questo circolo vizioso e nel buddhismo
l’abile mezzo è il Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Con il corretto sviluppo del procedimento del Dharma
tutto diviene perfetto, persino un forte mal di testa non potrebbe mutarne
la perfezione, è scritto nei testi buddhisti che anche il momento della
morte è un momento perfetto. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ però fondamentale mantenere sempre viva l’attenzione
per conservare la purezza della pratica, senza lasciarsi mai travolgere da
ingannevoli trappole quali ad esempio la paura. Tutte le religioni, nella
brama di poter contare il maggior numero di proseliti, hanno sempre fatto
leva su questo sentimento, i cristiani spaventando con inferni terrificanti
di dannazione eterna e i buddhisti con spaventose visioni della morte. Il
meccanismo è esattamente lo stesso ed è altrettanto sbagliato, la paura non
può in nessun caso generare una pratica pura, vera. E’ necessario saper
cogliere l’essenza degli insegnamenti superando la limitatezza delle
terminologie e dei metodi di controllo utilizzati. E’ importante saper
distinguere la realtà e liberarsi da vecchie sovrastrutture oggi
assolutamente inadeguate. ; ; ; ; ; ; ; ;
Alcune visualizzazioni che avevano una precisa ragione
d’essere nell’antico Buddhismo tibetano, se trasposte nell’attuale contesto
occidentale potrebbero essere fuorvianti e controproducenti. Il Buddhismo è
approdato in occidente e in Italia e qui deve trasformarsi in potenzialità
fresca e nuova per la realizzazione dell’illuminazione nel rispetto della
cultura e delle tradizioni italiane. Voi dovete lasciare che il buddhismo
venga praticato in Asia secondo la cultura e le tradizioni di quelle
popolazioni, qui la cultura e le tradizioni sono altre ed è fondamentale
rispettarle. La società moderna deve tener conto delle scoperte
scientifiche, della tecnologia, delle radici culturali, religiose e
filosofiche di cui è permeata e soltanto in un profondo rispetto di tutto
questo il Buddhismo potrà davvero dare frutti in occidente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Pensate per assurdo cosa succederebbe se tutti
rimanessimo fermamente arroccati in vecchie posizioni statiche, motivati
essenzialmente dalla paura. In Italia il cattolicesimo è molto forte e se si
volesse imporre in questo paese il Buddhismo, giapponese o tibetano, o
qualsiasi altra religione e ognuna di queste, ritenendo il propria
tradizione unica, perfetta e immutabile, pretendesse di imporla a tutti
senza alcun rispetto per il contesto locale, ne nascerebbe un conflitto
fomentato da integralismi e intolleranze che nulla spartiscono con la
spiritualità e la filosofia di qualsiasi religione. La guerra ovviamente non
è lo scopo del Dharma, il Dharma è liberazione dalla sofferenza, quindi
attenti alle trappole, purificatevi da ogni condizionamento prima di
dedicarvi alla pratica. ; ; ;
Il Dharma agisce sul livello fondamentale della
sofferenza, non sui contrattempi o sulle disavventure quotidiane, vuole
eliminare la sofferenza pervasiva che è la sorgente continua
dell’insoddisfazione permanente e profonda che ci accompagna
ininterrottamente. Soltanto il Dharma può superare questo dolore costante e
far si che anche la morte non sia più un problema in quanto naturale
passaggio, ma senza il Dharma l’insoddisfazione profonda renderà il momento
della morte disperante e continuerà ad esistere anche dopo la morte stessa.
; ; ; ; ; ; ; ;
Il passaggio nella morte è un momento di grande
rivelazione. Per questo che prima si è scherzato sui mezzi usati dalle
istituzioni religiose per impaurire le persone e convincerle a convertirsi,
l’inferno e la morte sono due argomenti sempre vincenti nella manipolazione
delle coscienze. Ma, se osservati nell’ottica del Dharma, sono assolutamente
inutili perché nel Dharma tutto è perfetto, morire è naturale, visitare gli
inferi non è un problema, visitare il Paradiso non è speciale. Se si pratica
il Dharma profondo nulla è un problema e nulla è speciale, il Dharma supera
e sconfigge il livello pervasivo della sofferenza, la sorgente di tutte le
sofferenze. ; ;
Ogni qualvolta si cerchi di coltivare la compassione, si
rivolgano preghiere per il bene del mondo, si alimenti il pensiero amorevole
affinché possa non più esistere la sofferenza, ogni qualvolta si pratichi
nella comprensione del livello pervasivo della sofferenza, consapevoli che
il significato della preghiera ultima è la compassione ultima, allora si
pratica il vero Dharma e si ottiene il superamento della sofferenza
pervasiva che permette l’eliminazione della sofferenza del cambiamento e
della sofferenza della sofferenza. Se ne siamo consapevoli possiamo vedere
come tutti gli esseri viventi siano ugualmente impregnati di sofferenza
pervasiva, siano legati, imprigionati nella stessa condizione, senza
differenze e anche se appaiono alcune diversificazioni sono sempre
temporanee e non sono significative, la sostanza è la comune condizione di
schiavitù in questa sofferenza. ; ; ; ; A volte cadiamo in percezioni
illusorie veramente buffe, ad esempio in TV si sente spesso appellare il
presidente degli USA, “l’uomo più potente del mondo”, ma allora chi è il
meno potente? In politica come nella vita ordinaria si costruiscono continue
differenziazioni, ma sono solo illusioni; dal punto di vista della
sofferenza pervasiva non vi è alcuna distinzione, e così si pratica il
Dharma. ; ; ; ; ; ; ;
E’ difficile chiarire la nozione della sofferenza
pervasiva ma ognuno ne ha esperienza diretta, voi come la definireste? ; ; ;
Risposta: Per me è abbastanza evidente, quando mi rendo
conto che ho tutto, non mi manca niente, ho lavoro, casa, affetti, però
ugualmente sento in me insoddisfazione e mi chiedo che cos’è questa
insoddisfazione, credo si tratti proprio della sofferenza pervasiva. ; ; ; ;
; ; ; ;
Lama: e che nome date a questo? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Leopardi la chiama “tedio”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: forse sarebbe meglio dire tedio esistenziale. ;
; ; ; ; ; ; ;
Risposta: A me sembra che nel momento in cui non abbiamo
la pienezza della mente cadiamo automaticamente nell’insoddisfazione
profonda. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Cosa intendi per “pienezza della mente”, c’è nel
cristianesimo questo concetto? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Si, ma si dice “pienezza del cuore”.
Risposta: Pienezza della mente come pienezza dello
spirito, consapevolezza del risveglio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Illuminazione? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Si, perché se una persona non è consapevole di
essere illuminato è insoddisfatto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Altri? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Il senso di insoddisfazione lo avverti quando
perdi il senso della vita. Se la tua vita ha significato non percepisci
insoddisfazione, anche se vedi tutte le difficoltà di vivere. Il senso della
vita è dare il giusto valore alle cose e quindi soltanto essere Bodhisattva,
la ricerca continua per diventare Bodhisattva, ti da il senso della vita. ;
; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Il livello più profondo della sofferenza è
sapere che uno è legato a filo doppio a tutta una serie di dipendenze,
dipendenza dall’altro, dagli affetti, dal lavoro, dalla casa. Sono
dipendenze che ci separano dal Dharma e per quanto si sia contenti di tutto
ciò che si ha c’è anche la consapevolezza di esserne dipendenti proprio
dalle stesse cose, ed è sofferenza. Si è legati a un meccanismo che
impedisce di essere liberi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Stiamo discutendo a lungo su questo punto perché è
difficile da esprimere a parole e ognuno ha il suo linguaggio, ma parlandone
possiamo chiarie il concetto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Si è difficile, ma credo che sia stata colta
l’essenza del pensiero: quando hai smarrito il senso della vita sei immerso
nella sofferenza pervasiva, sei perso. ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Quando ti accorgi di non essere libero e vedi
che i legami ti imprigionano inesorabilmente, sperimenti questa sofferenza
più profonda. ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Secondo me è singolare l’argomento della
dipendenza, ti accorgi che la tua felicità dipende da qualcosa, quindi, se
manca quel qualcosa non sei felice. Ma il fatto più interessante è che lo
stesso vale per la sofferenza, anche la sofferenza dipende da qualcosa,
allora ti accorgi che la tua sofferenza e la tua felicità dipendono da
qualcosa di esterno e ti poni la domanda: perché devo dipendere da qualcosa
al di fuori? ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: E’ allora che puoi trovare il senso della vita.
; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Quando ti accorgi che comunque dipendi da
qualcosa che è fuori di te individui nella dipendenza il vero problema, che
non è evidentemente dato da oggetti esterni, ma chi crea questo
collegamento? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: In occidente ho ricevuto una gran quantità di
informazioni, avete una mente acuta, intelligente, istruita, e il mio
desiderio è che il buddhismo si connetta con le caratteristiche della mente
occidentale, che trovi collegamenti aperti e dinamici senza chiudersi in una
mente ottusa e retrograda. Il mio desiderio è che il Buddhismo possa
diventare in occidente mobile, spazioso e portare reale beneficio, alleviare
la sofferenza di tutti gli esseri, senza fermarsi alla pratica formale,
statica e inutile in questo contesto sociale. Pensate a quanta sofferenza si
potrebbe eliminare con l’uso corretto dell’ alta tecnologia. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se non si individua chiaramente il livello pervasivo
della sofferenza, si perde l’obiettivo, si manca completamente il bersaglio,
con poche e semplici parole possiamo dire che la sensazione che “qualcosa
non va”, “che manca qualcosa”, indipendentemente dagli eventi esterni, è la
sofferenza pervasiva. In genere non capiamo perché questo avvenga, ne
ricerchiamo le cause nei posti sbagliati, al di fuori di noi, ma imparare a
individuare e gestire questa insoddisfazione profonda rende tutto perfetto.
Identificare e riconoscere il livello pervasivo della sofferenza è
fondamentale in ogni pratica di Dharma, mentre il contrario rende
l’obiettivo irraggiungibile. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dopo aver riconosciuto il livello pervasivo della
sofferenza, resta da identificare qual è la sua causa, infatti non è
sufficiente averlo individuato chiaramente, ora è necessario risalire alla
sua origine. ; ; ; ; ; ; ; ;
La causa della sofferenza pervasiva è l’attitudine
mentale ad aggrapparsi ad un sé. Ma cos’è questo sé a cui siamo così legati?
Dove si trova? Perché non riusciamo a rintracciarlo da nessuna parte? Siamo
aggrappati a un qualcosa che non è, che nessuno può scovare, e da qui nasce
il livello pervasivo della sofferenza, da un punto che non ha base, che
fonda se stesso su un io che non esiste, fonda se stesso su un’illusione,
questo è il problema. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il riconoscimento di questa realtà è la chiave per
vincere la sofferenza. La sofferenza nasce dall’attitudine ad aggrapparsi ad
un sé che non esiste. Ciò non significa che noi non esistiamo, è evidente
che siamo qui, ma è l’attitudine ad aggrapparsi al sé profondamente
illusorio che crea sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Riconoscere il livello pervasivo della sofferenza è il
fondamento dello sviluppo della Compassione e il riconoscere il non-sé, cioè
l’assenza di quel sé così come generalmente viene erroneamente definito e
afferrato dall’attitudine ad aggrapparsi ad esso, è la Saggezza. L’insieme
di Compassione e Saggezza sono lo strumento più importante per superare il
livello pervasivo della sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
In occidente siamo ricchi di tecnologia, si può quindi
usare la mente tecnologica per analizzare la sofferenza, il livello
pervasivo della sofferenza e far sorgere compassione e saggezza. E’ come
essere in un laboratorio scientifico della spiritualità, se rinascesse
Leonardo da Vinci in questo laboratorio spirituale il progresso potrebbe
subire una notevole accelerazione, diventare pratico, immediato, di aiuto
all’attuale società. ; ; ; ; ; ; ; ;
Invece oggi tendiamo a dividere, limitare le possibilità,
quando si medita ci si estranea dalla vita attiva e quando si è attivi, si
perde lo stato meditativo. E’ necessario trovare un equilibrio tra le due
fasi, una via di mezzo, dove il meditatore è nel contempo una persona attiva
e nell’attività non perde lo stato meditativo. Questo è l’atteggiamento che
porta beneficio e che rende la pratica proficua perché ottiene la piena
integrazione tra l’aspetto spirituale e quello materiale della vita. ; ; ; ;
; ; ; ;
A volte si tende anche a confondere la pratica spirituale
con la psicoterapia, ma sono due situazioni diverse: nella psicoterapia c’è
una persona preparata, un medico che, in base alle proprie conoscenze, aiuta
gli altri a risolvere determinati problemi e il suo compito si esaurisce in
questo. Nella pratica spirituale invece il processo di guarigione è attuato
da se stessi su se stessi, ognuno è lo psicoterapeuta di se stesso; non è
sufficiente acquisire determinate conoscenze, è necessario ricondurle a sé,
assimilarle alla vita quotidiana continuamente, mantenendone la presenza
costante, momento per momento, che si rinnova incessantemente senza mai
esaurirsi diventando parte integrante di sé. Ciò può avvenire correttamente
solo quando il progredire nella spiritualità è in armonia con le attività
materiali, soprattutto nella società moderna e tecnologica dove si conta
molto su se stessi e poco sugli altri. ; ; ; ; ; ; ;
Proseguendo nell’analisi del testo esaminiamo il
“cuscino” dell’immutabile unione di saggezza con il metodo. Il metodo è la
compassione e la saggezza è la visione della Vacuità, o realizzazione del
non sé. Quindi, quando ci si riferisce al Maestro spirituale, al Lama e lo
si visualizza seduto sui cuscini rappresentati dal sole e dalla luna si
sottolinea che non è facile e automatico essere maestro spirituale, non
basta possedere un ricco bagaglio di conoscenze, ma è necessario aver
realizzato la grande compassione e la saggezza della mancanza del sé, o
saggezza della Vacuità. Questa è la qualificazione minima, essenziale, del
maestro spirituale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Un maestro deve essere sempre gentile, rappresenta tutti
i rifugi: Buddha, Dharma e Sangha e dà corpo a tutti gli esseri realizzati
come gli Arhat e i Bodhisattva. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Lama, o Guru, o Maestro spirituale rappresenta
l’incarnazione dei Buddha, dei Bodhisattva, degli Arhat, poiché essi sono
uniti da un solo desiderio: quello di liberare tutti gli esseri dalla
sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
I Buddha i Bodhisattva, gli Arhat non si manifestano
materialmente e per aiutare le persone a raggiungere la liberazione, per
offrire lo strumento indispensabile della conoscenza e pratica del Dharma, è
necessario che esse possano incontrare una persona vivente, concretamente
presente, il maestro spirituale, il Lama, il Guru radice. In questo senso si
dice che il maestro spirituale è l’incarnazione di tutti i rifugi, è gentile
perché guida nella strada che porta all’illuminazione e non c’è gentilezza
superiore a questa. Il Lama ha le qualità della compassione e della
saggezza, è l’incarnazione di tutti i Buddha e i Bodhisattva, è gentile
perché conduce all’illuminazione, quindi il Lama è Buddha. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ necessario abbandonare ogni preconcetto errato nei
confronti del Lama e pregarlo con una concezione pura. La ragione per cui
viene espressamente dato questo consiglio è che, sebbene il Lama possa
apparire al discepolo come persona rude e burbera, in realtà esprime un
atteggiamento gentile e amorevole e il difetto non è nel Lama ma nella
percezione errata del discepolo che a causa del suo karma ha una visione
distorta della realtà. La corretta relazione tra Lama e discepolo presuppone
ovviamente la presenza di un Lama qualificato e di un discepolo qualificato.
Se entrambi sono qualificati si instaura una corretta relazione, ecco perché
si deve meditare sul Lama e pregarlo con le modalità indicate nel testo,
liberi da concezioni errate, con una pura visione, senza lasciare che la
mente divaghi ma rimanga ferma nel rispetto e nella fiducia.
La Consapevolezza della Compassione ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel testo sono descritte le quattro consapevolezze: ; ; ;
; ; ; ; ;
1) la prima è la consapevolezza del Lama; ; ; ; ; ; ; ;
2) la seconda è la consapevolezza della compassione. ; ;
; ; ; ; ; ;
“Nella prigione della sofferenza dell’infinita esistenza
ciclica vagano gli esseri di sei tipi, privi di felicità. ; ; ; ;
Lì vi sono i genitori che ci hanno nutrito con grande
gentilezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Abbandonando l’attaccamento e l’avversione, ; ; ; ; ; ; ;
;
medita con amore e compassione, ; ; ; ; ; ; ; ;
senza lasciare che la tua mente divaghi ; ; ; ; ; ; ; ;
ponila nella compassione, ; ; ; ; ; ; ; ;
senza dimenticarti ; ; ; ; ; ; ; ;
mantienila nella compassione.” ; ; ; ; ; ; ; ;
“La prigione della sofferenza dell’esistenza ciclica” è
il Samsara senza fine, una ruota di ripetute esperienze di sofferenza, una
prigione in cui non siamo soli, ma che intrappola tutti gli esseri
indistintamente ed è questa la ragione per cui nella meditazione occorre
accogliere tutti gli esseri. ; ; ; ; ; ; ; ;
Non può nascere la compassione se ci si limita a
rimuginare soltanto sulla propria sofferenza, e ordinariamente è proprio ciò
che avviene, si prende in considerazione unicamente la sofferenza radicata
nell’io, una riflessione che non è causa di Dharma, ma di stress. Il Samsara
comprende tutti, è la condizione di ogni essere, ecco perché il pensare alla
condizione samsarica è meditare sulla sofferenza, sul disagio di tutti e in
particolar modo sul terzo livello di sofferenza, la sofferenza pervasiva. ;
; ; ; ; ; ; ;
La sofferenza Samsarica è rappresentata con la visione di
tutti gli esseri travolti da quattro fiumi in piena: ; ; ; ; ;
a. dal fiume della nascita; ; ; ; ; ; ; ;
b. dal fiume dell’ invecchiamento; ; ; ; ; ; ; ;
c. dal fiume della malattia; ; ; ; ; ; ; ;
d. dal fiume della morte. ; ; ; ; ; ; ; ;
Le quattro condizioni dell’esistenza nel Samsara non sono
una punizione, un evento inatteso, ma la naturale condizione dell’esistenza
samsarica, una serie susseguente di eventi che costituiscono l’esistenza. ;
; ; ; ; ; ; ;
Deve essere chiaro che la materia che stiamo analizzando
non può essere oggetto di conversazioni al bar con gli amici, gli argomenti
di cui si discute ordinariamente sono cosa ben diversa dalla sofferenza
trattata nelle scritture buddhiste. ; ; ; ; ; ;
L’esistenza degli esseri samsarici fluisce nella forza
trascinante e inevitabile delle quattro correnti ed è totalmente dipendente
dal karma. Oggi siamo insieme a Torino, ma io vivo a Roma e sono nato in
Nepal da genitori tibetani, perché mi trovo qui? cosa ha determinato questo
incontro? Il karma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Io non ho deciso di nascere in Nepal, di vivere molti
anni della mia vita in India e di essere ora in Italia, io sono tibetano,
geneticamente, culturalmente, linguisticamente, mentalmente, tibetano puro,
ma tibetano, come? se il Tibet non c’è più, tutto è determinato dal karma.
Ho mostrato la mia esperienza ma sono sicuro che ognuno di voi potrebbe
portare esempi altrettanto curiosi, ecco cosa si intende affermando che
tutti siamo condizionati dal karma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Gli esseri Samsarici sono prigionieri nella gabbia di
ferro dell’attitudine ad aggrapparsi al sé. Tutto quello che un essere
samsarico pensa, dice e fa è governato dall’attaccamento ad un sé illusorio
che sommerge completamente nel buio dell’ignoranza. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ignoranza ci avvolge interamente, nelle grandi cose
come nelle percezioni più insignificanti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando ho acquistato il biglietto per Torino mi hanno
informato che essendo sabato avrei potuto viaggiare in prima classe pagando
il biglietto di seconda, è mentre me ne stavo seduto nello scompartimento di
prima classe osservavo gli altri passeggeri chiedendomi: sono tutti come me?
qualcuno ha pagato il biglietto di prima e qualcun altro quello di seconda?
Ignoranza illusoria di cose futili, ma lo stesso succede per situazioni ben
più importanti. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ignoranza permea la sofferenza pervasiva che avvolge
gli esseri samsarici totalmente ed è il significato della descrizione della
prigione di sofferenza dell’infinita esistenza ciclica. Sulla base dei primi
due livelli di sofferenza sono poi indicati sei differenti reami di
esistenza. Tutti gli esseri sono uguali rispetto al terzo livello, quello
della sofferenza pervasiva, essa permea lo stato di ognuno senza
distinzioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo livello “la sofferenza della sofferenza” e il
secondo “la sofferenza del cambiamento” possono invece assumere aspetti
leggermente differenti. A esempio per quanto riguarda la sofferenza della
sofferenza vi sono persone che godono di buona salute ed altre che ne hanno
poca; rispetto alla sofferenza del cambiamento, ci può essere chi vive in
agiatezza e chi in povertà, chi possiede case belle, ricchezze, cibo
raffinato e chi è costretto a vivere in case brutte e miseramente, ma al di
là delle momentanee diversità, tutti, prima o poi, sono preda della
sofferenza della sofferenza e della sofferenza del cambiamento. Pensate alla
famiglia reale nepalese che godeva degli agi più raffinati, una lussuosa
vita da re, e in un momento è stata sterminata, tutta la ricchezza è finita
e ha sperimentato una tragica sofferenza del cambiamento. ; ; ; ; ; ; ;
I sei reami non indicano semplicisticamente gli esseri
che stanno al di sopra, al di sotto o nel mezzo, in cielo, sotto terra e
sulla terra, ma devono essere intendesi come sei diverse manifestazioni dei
primi due livelli di sofferenza, la sofferenza della sofferenza e la
sofferenza del cambiamento. Questo passaggio è facilmente verificabile nei
vari momenti della vita di ognuno: se siamo colpiti da un grave dolore è
come se fossimo negli inferi, se invece sperimentiamo una grande gioia, se
siamo con le persone che amiamo in un momento di festa, ci pare di essere in
paradiso. A volte i gatti sono più felici degli esseri umani, allora è come
se avvenisse uno scambio e noi ci trovassimo nel reame degli animali e loro
in quello degli esseri umani. Se siamo tormentati dalla fame e non c’è cibo
a disposizione è come se ci trovassimo nel reame degli spiriti affamati. ; ;
; ; ; ; ; ;
Non si tratta dunque di una diversificazione logistica ma
di esperienze. Nell’esperienza samsarica gli esseri sono orfani della
felicità, non esiste un solo momento in cui non sia presente la sofferenza
pervasiva e, poiché tutti gli esseri samsarici sono stati una volta nostri
genitori e ci hanno nutrito con amore e gentilezza, osservando la loro
sofferenza sentiamo compassione e possiamo generare equanimità, abbandonare
le attitudini contrapposte di attaccamento e avversione. Lo stato equanime
della mente è dunque lo stato di amore e compassione. L’attitudine equanime,
priva di attaccamento o avversione, si traduce nel desiderio amorevole
affinché tutti gli esseri possano ottenere la felicità. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’attitudine della compassione consiste nel volere che
tutti gli esseri siano liberati dalla sofferenza. Di fatto compassione,
equanimità e amore sono un’unica realtà che si manifesta in molteplici
aspetti, ciò che conta è mantenere la mente concentrata su questa realtà
ricordando la raccomandazione del canto: ; ; ; ; ; ; ; ;
“non permettete alla mente di divagare, ponetela nella
compassione e, senza dimenticare, mantenetela nella compassione”.
La Consapevolezza della Divinità ; ; ; ; ; ; ; ;
Le due restanti consapevolezze sono: ; ; ; ; ; ; ; ;
3) La consapevolezza della Divinità; ; ; ; ; ; ; ;
4) la consapevolezza della Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
La consapevolezza della Divinità nel canto è così
descritta: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Nel Divino Palazzo della grande beatitudine ; ; ; ; ; ;
; ;
piacevole a sentirsi, ; ; ; ; ; ; ; ;
abita il corpo della divinità: ; ; ; ; ; ; ; ;
il corpo di se stessi ; ; ; ; ; ; ; ;
con puri aggregati ed elementi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Una divinità meditativa inseparabile ; ; ; ; ; ; ; ;
dai tre corpi vi si trova. ; ; ; ; ; ; ; ;
Senza concepirlo come ordinario, ; ; ; ; ; ; ; ;
coltiva l’orgoglio divino e la vivida apparenza. ; ; ; ;
; ; ; ;
Senza lasciare che la tua mente divaghi, ; ; ; ; ; ; ; ;
ponila nel profondo e luminoso. ; ; ; ; ; ; ; ;
Senza scordarti, ; ; ; ; ; ; ; ;
mantienila nel profondo e luminoso.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo tipo di pratica è direttamente connesso alla
pratica Buddhista del Vajra e costituisce il sentiero conosciuto come
Vajrayana; in esso sono contenute tradizionalmente quattro classi di Tantra:
; ; ; ; ; ; ;
1) il primo. Kriyatantra, è relativo alle attività
esteriori; ; ; ; ; ; ; ;
2) il secondo, Chariatantra è connesso al comportamento;
; ; ; ; ; ; ;
3) il terzo, Yogatantra, mantiene l’equilibrio tra le
attività interiori e quelle esteriori; ; ; ; ; ; ; ;
4) il quarto, Anuttarayogatantra, rivolto esclusivamente
alle attività interiori, è la più alta classe del Tantra. ; ;
Questi quattro livelli di meditazione fanno riferimento
ad una divinità personale, indicata in tibetano come Yidam. ; ; ; ; ; ;
Nel Vajrayana la meditazione sulla divinità personale è
il metodo per sviluppare l’unione delle qualità interiori di compassione e
saggezza, è può essere applicato utilizzando due diversi mezzi: ; ; ; ; ; ;
; ;
1) Uno è il sistema dei Sutra, che approfondisce,
affrontandoli separatamente, i due aspetti di metodo (compassione) e
saggezza e soltanto alla fine li ricongiunge.
2) Nel sistema Tantrico, invece, si parte immediatamente
dall’unione di metodo (compassione) e saggezza in quanto si medita sull’
essenza della divinità che è appunto l’unificazione dei due aspetti. La
frase del canto “Nel divino palazzo della grande beatitudine” indica
l’esperienza meditativa dell’unione di metodo e saggezza che è appunto la
grande beatitudine. ; ; ; ; ; ; ; ;
La metodologia tantrica evidenzia due livelli, nel primo
è riconosciuto il legame inscindibile tra corpo, mente ed universo; nel
secondo la divinità che abita in un palazzo divino ed è l’essenza di unione
tra metodo e saggezza. La divinità è una forma, e abita in un palazzo
divino, cioè in una dimensione pura. Meditando su entrambi gli aspetti si
attua la purificazione: “Il corpo di se stessi, con puri aggregati ed
elementi, una divinità di meditazione, inseparabile è li, con i tre corpi”.
; ; ; ; ; ; ;
Con l’applicazione del metodo la mente ordinaria, il
corpo ordinario, l’universo ordinario, sono trasformati nella dimensione
pura della forma della divinità e nella mente pura della divinità, la
struttura tantrica propone una “scorciatoia”, un sentiero rapido per
giungere all’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Si legge ancora: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Senza concepirlo come ordinario ; ; ; ; ; ; ; ;
coltiva l’orgoglio divino e la vivida apparenza” ; ; ; ;
; ; ; ;
L’orgoglio divino è sempre presente nella meditazione
sulla divinità. ; ; ; ; ; ; ; ;
La chiave di trasformazione di mente, corpo e universo
ordinari, in mente, forma e universo divini è la Vacuità ed è il motivo per
cui ogni pratica tantrica inizia con alcune parole che in italiano potremmo
tradurre approssimativamente così: ;
“tutti i fenomeni non hanno un’esistenza propria o
inerente, e questa loro natura vuota è l’io”, oppure: “tutti i fenomeni sono
vuoti di esistenza inerente e questa natura vuota di esistenza inerente è la
mia stessa natura.” ; ; ;
Infatti, qualsiasi cosa analizziamo attentamente non
riusciamo a scovare nulla di inerentemente esistente, ciò che troviamo è
unicamente «Vacuità», la realtà ultima, la natura ultima, di tutti i
fenomeni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Scrutando l’intero universo non rintracciamo nulla di
inerente che si possa afferrare e questo è il punto di partenza di tutti gli
yoga tantrici. Quella natura sono io, quindi quello che identifico come io è
per sua natura vuoto, è la realtà ultima dell’io. ; ; ; ; ; ; ; ;
Finalmente, dalla natura vuota dell’io può avere inizio
la creazione della forma divina, perché soltanto partendo dalla Vacuità è
possibile trasformare se stessi nella Divinità, l’universo nel Mandala, il
corpo ordinario nel Corpo divino, la mente ordinaria nella Mente divina. ; ;
; ; ; ; ; ;
Così si medita purificando gli aspetti negativi della
mente, ci si accosta ai tre corpi alle tre forme inseparabili della
divinità:
1. Dharmakaya (Kaya significa corpo, dimensione, forma)
cioè la forma della Vacuità che si articola in due aspetti: quello della
Vacuità e quello della mente consapevole che realizza la Vacuità; ; ; ; ; ;
; ;
2. Sambhogakaya che è la trasformazione della forma in
natura vuota, in Buddha; ; ; ; ; ; ; ;
3. Dal Sambhogakaya sorgono innumerevoli forme o
manifestazioni che portano benefici agli esseri viventi e sono il
Nirmanakaya, conosciuto come corpo di incarnazione o di emanazione. ; ; ; ;
; ; ; ;
I tre corpi sono naturalmente spontanei, ma nella pratica
è importante concentrarsi ed esercitarsi costruendone artificialmente la
visualizzazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
La divinità dunque non è un individuo esterno a cui
rivolgersi come ad “altro da sé”, ma è l’emanazione dello stato di
realizzazione della mente, in particolar modo dell’unione di metodo e
saggezza e rappresenta la forma purificata, la forma pura, di corpo e mente.
; ; ; ; ; ; ; ;
Assimilando questo concetto siamo in grado di generare
l’orgoglio divino ottenendone enorme beneficio, ma per mantenere nella
pratica la visione di sé come inseparabile dalla divinità di meditazione è
necessario osservare i fondamentali precetti: ; ; ; ; ; ; ; ;
• mantenere il riconoscimento della mente come mente
della divinità; ; ; ; ; ; ; ;
• mantenere il riconoscimento della parola come parola
della divinità; ; ; ; ; ; ; ;
• mantenere il riconoscimento del corpo come forma della
divinità; ; ; ; ; ; ; ;
Avere la consapevolezza della mente divina, della parola
divina e della forma divina, in ogni circostanza, mantiene l’unione del sé
con la divinità che, ricondotta sistematicamente alla vita quotidiana, è di
grande beneficio. Non è una pratica semplice e in genere è attuata da
praticanti molto avanzati ed è anche la ragione per cui è molto complicato
spiegarla. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il punto fondamentale da comprendere è che non si tratta
di un essere divino al di fuori di sé identificabile come individuo, bensì
la divinità è la rappresentazione delle qualità interiori già presenti in
noi. Meditare sulla divinità significa purificare se stessi e trasformare se
stessi nella divinità, cioè in quelle qualità.
La Consapevolezza della Vacuità ; ; ; ; ; ; ; ;
La quarta consapevolezza, della Vacuità, è trattata in
due strofe, nella prima si descrive la Vacuità durante la seduta di
meditazione, nella seconda invece, della meditazione sulla Vacuità durante
l’intervallo tra le varie sessioni di meditazione, cioè nel periodo dedicato
alle attività quotidiane. ; ; ; ; ; ; ; ;
I versi della prima strofa che spiegano la Vacuità
durante la meditazione: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Ovunque nella sfera dei fenomeni apparenti ; ; ; ; ; ; ;
;
e dei fenomeni esistenti, ; ; ; ; ; ; ; ;
Pervade lo spazio della chiara luce ; ; ; ; ; ; ; ;
di ciò che è e dell’ultimo, ; ; ; ; ; ; ; ;
Un inesprimibile, reale modo di esistenza ; ; ; ; ; ; ; ;
è lì presente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Abbandona le elaborazioni concettuali, ; ; ; ; ; ; ; ;
Osserva la natura della Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Senza lasciare la tua mente divagare, ; ; ; ; ; ; ; ;
Ponila in ciò che è, ; ; ; ; ; ; ; ;
Senza scordarti, ; ; ; ; ; ; ; ;
Mantienila in ciò che è.” ; ; ; ; ; ; ; ;
In tibetano si usano spesso le parole “Nhyang-shing
Sid-pa” indicando ciò che possiamo vedere e le cose che esistono, è un modo
per definire tutto l’esistente, ogni fenomeno ed è abitualmente utilizzato
dagli Yogi, dai meditatori. Tutto l’esistente è pervaso dallo spazio della
chiara luce e qualunque apparenza si sperimenti, qualunque apparenza sorga
spontaneamente e simultaneamente deve essere riconosciuta nella sua chiara
luce o, in altre parole, riconosciuta nella sua natura vuota. Quindi
qualsiasi realtà appaia la si deve cogliere nel suo ultimo grado di
esistenza, nella sua natura vuota, nella chiara luce. Chiara luce significa
Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel Buddhismo tibetano si usano più termini per definire
la stessa verità, la Vacuità: «Mahamudra», «Chiara Luce», «Dzog-Chen»,
«Grande Perfezione», ecc.., sono tanti modi diversi di definire la stessa
realtà: la Vacuità.
La Vacuità è detta simile allo spazio; lo spazio non si
può afferrare, lo spazio non ostruisce, non blocca il passaggio, così la
Vacuità non si può afferrare e non ostruisce. ; ; ; ; ; ; ;
Questa visione dei fenomeni contraddice completamente la
nostra visione ordinaria. Noi osserviamo i fenomeni ordinariamente in modo
completamente diverso e contrario all’ottica della Vacuità; prima di tutto
dobbiamo correggere la percezione, l’errato punto di vista con cui
affrontiamo la realtà. Non vi è nulla di afferrabile in nessun fenomeno, il
modo ultimo di essere dei fenomeni non è traducibile in parole. Questa
visione è la Prajnaparamita, che letteralmente significa “la saggezza che è
giunta oltre”, cioè la saggezza che tutto trascende e ciò che trascende la
percezione ordinaria non può essere espresso. ; ; ; ; ; ; ; ;
Meditando sulla Vacuità si medita sul tutto simile allo
spazio o meglio sulla natura simile allo spazio di ogni fenomeno, si medita
sulla mancanza di natura inerente dei fenomeni, e si va molto oltre la
percezione di tipo ordinario. Ad esempio questo rosario, è molto bello, di
buona qualità, ma se noi lo smontiamo separando le varie componenti abbiamo
i semi, la corda, i conta mala, ma il rosario dov’è? Non esiste più. Gli
elementi ci sono tutti, esattamente gli stessi, ma il rosario non c’è. ; ; ;
; ; ; ; ;
L’ultimo modo di esistenza dei fenomeni è simile al
rosario, che esiste semplicemente come nome, non vi è una parte sostanziale,
intrinseca, che lo definisca. ; ; ; ; ; ; ; ;
Osserviamo la realtà ultima non a livello superficiale,
andiamo oltre e applichiamo la stessa modalità nella visione del sé, nella
visione dell’io. ; ; ; ; ; ; ; ;
Possiamo vedere il rosario come simile allo spazio, la
sua natura è simile allo spazio, perché il rosario è semplicemente un nome,
non esiste a livello sostanziale, non vi è nulla di inerentemente esistente.
Tutti i fenomeni sono simili allo spazio. Il livello ultimo di Torino non ha
palazzi, è uno spazio aperto, non ostruito da palazzi; il modo ultimo di
esistenza di Torino, o se preferite la Torino originale, è così, vuota. ; ;
; ; ; ; ;
E’ possibile immaginare Torino senza costruzioni? Si può
osservare Torino, con tutti i suoi palazzi e nel contempo vederla
completamente senza? E’ possibile avere simultaneamente la visione
ordinaria, convenzionale, del fenomeno e percepire il suo modo di esistenza
ultimo? ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella seduta di meditazione concentrativa, o focalizzata,
si osserva solamente il livello ultimo di esistenza dei fenomeni, la mente
si concentra sulla natura simile allo spazio della Vacuità. E’ chiaro questo
concetto? Voi come esprimereste questa visione? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: La scienza moderna ha confermato questa
visione, per esempio questo panchetto che sembra solido in effetti non lo è,
la materia è un’illusione, è solo energia che si aggrega in un certo modo,
perché andando a cercare le particelle infinitesimali si trova il vuoto.
Tutto ruota a livello energetico, vorticosamente, dando l’illusione di una
solidità che in effetti non esiste come fenomeno a sé stante. In qualche
modo la scienza continua a confermare quello che gli antichi pensatori
indiani già sapevano. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Apparentemente si, ma vi è una differenza
sostanziale. La scienza studia e riconosce il fenomeno, ma non va oltre; se
vi meditasse lo realizzerebbe e ne sarebbe trasformata. Anch’io in un primo
tempo pensavo che gli scienziati avessero realizzato la Vacuità, ma poi,
riflettendo, ho capito che si erano fermati alla sola indicazione della
Vacuità e, non meditando su di essa, non l’hanno realizzata. ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Io invece sono scettico sulla possibilità di
dimostrare logicamente la Vacuità. Relativamente all’esempio del rosario
che, scomposto, sparisce, io ti risponderei che non mi interessa affatto
perché non mi pongo il problema della realtà ultima, l’unica realtà che mi
interessa è quella che sperimento. La realtà è la mia esperienza, se prendo
un mattone in testa non mi interessa sapere che la solidità è illusione, a
me ha fatto male. Credo che da molti secoli ormai la filosofia occidentale
abbia escluso ogni domanda sulla realtà ultima; per noi occidentali la
realtà è l’esperienza e quindi mi è difficilissimo concepire la Vacuità,
perché io soffro e gioisco per esperienza, non per la realtà ultima. Io
posso anche essere vuoto, ma non m’importa, ciò che mi interessa veramente è
quanto sperimento concretamente. ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Osservare, comprendere la Vacuità è l’unica
possibilità di tagliare le radici della sofferenza. La causa di ogni
problema è la costruzione mentale che si basa sull’incapacità di vedere la
realtà ultima delle cose perché si limita ad un’occhiata superficiale e
disattenta, invece la capacità di vedere contemporaneamente entrambe le
verità, relativa e assoluta, è di enorme beneficio, induce allo stato di
calma, di serenità, di assenza di sofferenza.
La seconda strofa affronta il modo di meditare la Vacuità
nell’attività quotidiana: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Nel congiungimento delle molteplici apparenze ; ; ; ; ;
; ; ;
delle sei coscienze, ; ; ; ; ; ; ; ;
si vede la confusione dell’apparenza dualistica di
fenomeni insostanziali, senza base, ; ; ; ; ; ; ; ;
Là è inganno e magia. ; ; ; ; ; ; ; ;
Senza concepirla come vera, ; ; ; ; ; ; ; ;
Osserva la natura della Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Senza che la tua mente divaghi, ; ; ; ; ; ; ; ;
Ponila nell’apparenza e Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Senza scordarti, ; ; ; ; ; ; ; ;
Mantienila nell’apparenza e Vacuità.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Possiamo avere un’idea di cosa si intende per magia
prendendo spunto da un famoso esempio della cultura classica indiana: «Un
mercante vede uno splendido cavallo, lo compera e, soddisfatto se ne va ma
durante la sua strada vede che al posto del cavallo sta trascinando un pezzo
di legno. Come è potuto accadere? Solitamente questa magia è praticata di
fronte ad un pubblico numeroso: il mago prende un pezzo di legno e recitando
un mantra lo trasforma in cavallo. Evidentemente la benedizione del mantra
non trasforma il legno in cavallo, bensì trasforma la capacità di vedere
degli osservatori. Il legno resta legno, ma gli occhi degli astanti vedono
uno splendido cavallo. In questa storia agiscono tre diversi attori: ; ; ; ;
; ; ; ;
a) Il mago, o illusionista; ; ; ; ; ; ; ;
b) il pubblico presente dall’inizio che ha ricevuto la
benedizione della vista; ; ; ; ; ; ; ;
c) qualcuno che, arrivato soltanto alla fine, non ha
usufruito di nessuna magia. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tutti osservano il pezzo di legno, ma come lo vedranno?
a) il mago, osservando il pezzo di legno vedrà il
cavallo, perché anche i suoi occhi sono stati benedetti, ma lui è
consapevole che non esiste nessun cavallo e che si tratta di un pezzo di
legno; ; ; ; ; ; ; ;
b) gli spettatori della prima ora guardando il pezzo di
legno vedranno un cavallo e crederanno che quella sia l’unica verità; ; ; ;
; ; ; ;
c) I ritardatari vedranno invece soltanto un pezzo di
legno. ; ; ; ; ; ; ; ;
Durante l’attività quotidiana, nel periodo che intercorre
tra le sessioni di meditazione non si ha una concentrazione focalizzata, non
si è in grado di vedere la natura dei fenomeni come spazio e di riconoscerli
come vacui della natura dello spazio. Si è in uno stato mentale diverso
rispetto a quello della seduta di meditazione focalizzata. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando non si è in seduta di meditazione, durante le
attività quotidiane, la visione della Vacuità è come quella del mago,
dell’illusionista che pur vedendo un cavallo è pienamente consapevole della
sua non esistenza reale. ;
Invece durante la seduta di meditazione focalizzata il
meditante è come il ritardatario, non vede quello che non c’è, vede solo il
pezzo di legno, non c’è illusione alcuna. ; ; ; ; ; ; ; ;
E infine, chi non medita né in seduta focalizzata, né
durante l’attività quotidiana, è come lo spettatore ignorante che compera il
cavallo, acquisisce come vera una costruzione mentale del tutto illusoria
inesistente. ; ; ; ; ; ; ; ;
La strofa appena letta ci dice sostanzialmente che
percepiamo contemporaneamente la realtà secondo due visioni: l’una è
relativa al livello convenzionale, quello dell’apparenza, l’altra vede la
realtà ultima, la vera essenza di ciò che appare. ; ; ;
Abbiamo esaminato le quattro consapevolezze che
costituiscono una parte essenziale del sentiero Buddhista, in particolare
della pratica Vajrayana. ; ; ; ; ; ; ; ;
1) La consapevolezza del Lama; ; ; ; ; ; ; ;
2) La consapevolezza della Compassione; ; ; ; ; ; ; ;
3) La consapevolezza della Divinità; ; ; ; ; ; ; ;
4) La consapevolezza della Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Lama definitivo, il Lama ultimo, è la realizzazione
interiore di compassione e Vacuità. Per quanto riguarda invece il Lama
esteriore, il maestro spirituale, le sue qualità essenziali sono l’
effettiva grande compassione e visione della Vacuità.
La compassione, la consapevolezza della compassione, è la
radice di tutte le qualità di un Buddha, è la radice della Buddhità. Ogni
Dharma sorge necessariamente dallo sviluppo della compassione. Dalla
compassione scaturiscono tutte le altre buone qualità, realtà fondamentale e
imprescindibile di ogni pratica. ; ; ; ; ; ; ; ;
Cos’è la consapevolezza della divinità? se osserviamo
alcune divinità, ad esempio Manjusri - emanazione di saggezza,
Avalokiteshvara - emanazione della compassione, Maitreya - emanazione della
gentilezza amorevole, Tara - emanazione delle azioni illimitate del Buddha,
vediamo che tutte le divinità sono l’immagine delle realizzazioni interiori.
La mente del Buddha, la forma del Buddha, lo spazio del Buddha non sono
separabili, sono identici. ; ; ; ; ; ; ; ;
La consapevolezza della Vacuità è come l’occhio del
Dharma che vede il corretto cammino verso l’illuminazione, che indica con
saggezza il retto sentiero. La visione della Vacuità è una visione aperta.
Questa consapevolezza si pratica sempre, sia in seduta di meditazione
focalizzata che durante le attività quotidiane. ; ; ;
Nella visione della Vacuità, la visione ultima dei
fenomeni, si applica rispettivamente un diverso approccio nei Sutra e nei
Tantra. Nei Sutra, i discorsi del Buddha, la mente che medita sulla Vacuità
è quella che generalmente è considerata mente di un individuo, invece nei
Tantra, la mente, il corpo e l’universo sono inscindibili, quindi la mente
che medita sulla Vacuità non è di livello ordinario, grossolano, com’è
comunemente concepita, ma è la mente di livello più profondo e sottile. Nel
Tantra si utilizzano metodologie particolari lavorando con i canali
energetici, con i venti o energie in una pratica che corrisponde
all’orgoglio divino, ed è fondamentale mantenere vigile la consapevolezza
dei canali, delle energie o venti, la consapevolezza dell’esistenza del
corpo sottile. ; ; ; ; ; ; ; ;
La tecnica di visualizzare il corpo sottile, i canali
energetici e i venti, chiarisce la posizione della mente e risponde alla
domanda: “dov’è la mente?”, una domanda importante e, nel momento stesso in
cui la formuliamo, il corpo sottile, i canali, i venti energetici offrono
interessanti indizi per la sua localizzazione perché, se è vero che la mente
pervade ogni parte del corpo, vi sono punti in cui è più forte e altri in
cui è più debole, le differenziazioni sono innumerevoli. La conoscenza di
questo aspetto favorisce una meditazione efficace e conduce a saper dominare
la mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
La mente in tibetano è “Rigpa” “Sel-shing Rigpa” termine
traducibile in: “ciò che è luminoso e conoscente”. La luminosità della mente
è la grande capacità di riconoscere l’esistente. Una mente chiusa è tale
perché non usa le sue stesse potenzialità. Una mente illuminata, invece, ha
una capacità di conoscenza pienamente matura. Le attitudini della mente
maturano attraverso la conoscenza perché la mente stessa ha in sé quelle
capacità e qualità. Nel Tantra la natura ultima della mente è detta “Chiara
Luce” perché è la capacità di vedere la natura della mente dalla mente
stessa. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quindi, la Vacuità, la natura di Vacuità della mente, la
consapevolezza della natura di Vacuità della mente divengono un’unica realtà
e sono chiara luce. Di fatto Sutra e Tantra sono complementari l’uno
all’altro; la pratica dei Sutra è l’essenza della pratica dei Tantra. ; ; ;
; ; ; ;
L’esistenza umana è particolare perché in essa la
coscienza può penetrare i punti fondamentali, può unire la consapevolezza
dei punti vitali e di quelli sottili. L’essere umano può meditare su di essi
e sviluppare tutte le capacità, la rinuncia, la compassione, la saggezza.
L’unione dei due aspetti: lo sviluppo delle qualità di compassione, rinuncia
e vacuità con la capacità di penetrare consapevolmente i punti vitali
costituisce la complementarietà dei Sutra e dei Tantra e si esprime nella
loro pratica univoca.
“Il Canto del Leone” di Milarepa ; ; ; ; ; ; ; ;
L’insegnamento delle quattro consapevolezze, di grande
pregnanza, è ripreso da molti maestri e Milarepa nella sua composizione “Il
Canto del Leone” dice: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Questo è lo Yogi Repa libero dai pensieri”. ; ; ; ; ; ;
; ;
«Libero dai pensieri» significa avere una visione
intuitiva, essere libero dal pensiero concettuale e dotato dalla serena
fiducia senza paura che scaturisce dalla visione della Vacuità. Con la
realizzazione della visione della Vacuità ci si libera dalla paura, la si
supera, si va oltre. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Procedo con il passo del leone, ; ; ; ; ; ; ; ;
il passo degli eroi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per corpo prenderò il corpo dell’Ydam, ; ; ; ; ; ; ; ;
che è come castello fortificato. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per parola userò la parola del mantra ; ; ; ; ; ; ; ;
che è come castello fortificato. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per mente prenderò il castello fortificato della Chiara
Luce. ; ; ; ; ; ; ; ;
E quando si manifestano i sei tipi di coscienza ; ; ; ; ;
; ; ;
scompaiono nella loro natura di Vacuità.” ; ; ; ; ; ; ; ;
In queste strofe si affronta la connessione con la
consapevolezza. Il passo del Leone, l’incedere dell’eroe, intende che,
essendo nella serena visione della Vacuità, non c’è più nulla da temere, si
procede senza timore con il regale passo del Leone. Prendere per corpo il
corpo dell’Yidam, per parola la parola del Mantra, per mente la mente di
Chiara Luce suggerisce la consapevole acquisizione dell’orgoglio divino. ; ;
; ; ; ; ; ;
La consapevolezza del Corpo, della Parola e della Mente
di Chiara Luce, fa si che di fronte agli aspetti e alle attitudini
determinati dalla quotidianità, se ne riconosca la natura ultima lasciandoli
cadere nella Vacuità. ; ; ; ; ;
Milarepa enfatizza la connessione con le quattro
consapevolezze anche nel “Canto di Mahamudra”: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Quando medito su Mahamudra ; ; ; ; ; ; ; ;
Riposo senza conflitti nel mio vero essere. ; ; ; ; ; ; ;
;
Riposo nello spazio, senza distrazioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dimoro nella chiarezza dello spazio di Vacuità. ; ; ; ; ;
; ; ;
Dimoro nella consapevolezza dello spazio di beatitudine.
; ; ; ; ; ; ; ;
Riposo tranquillo nello spazio non concettuale. ; ; ; ; ;
; ; ;
Nello spazio diversificato riposo in concentrazione. ; ;
; ; ; ; ; ;
Dimorando così, questa è la mente originale. ; ; ; ; ; ;
; ;
La ricchezza di certezza si manifesta senza fine. ; ; ; ;
; ; ; ;
Senza nulla fare la luminosità della mente è attiva. ; ;
; ;
Non fermato dall’attendere risultati, sto bene. ; ; ; ; ;
; ; ;
Senza dualità, senza speranza, senza paura! ; ; ; ; ; ; ;
;
Le afflizioni trasformate in saggezza ; ; ; ; ; ; ; ;
sono essere gioioso e luminoso” ; ; ; ; ; ; ; ;
Milarepa, come Marpa, è un perfetto esempio della
devozione al maestro spirituale e i due canti sono colmi di significato;
potremmo concludere l’insegnamento meditando su ogni strofa. ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Nella meditazione del mattino sull’essenza degli
esseri viventi più preziosi delle gemme che esaudiscono i desideri, mi sono
chiesto se questo è solo un espediente per favorire il superamento dell’ego
o, realmente tutti gli esseri, anche quelli che agiscono malissimo, devono
essere considerati preziosi? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: L’essere umano ha un valore incalcolabile. Tutti
gli esseri viventi, indistintamente, sono causa di illuminazione. Senza
esseri senzienti non c’è possibilità di sviluppare la compassione e, senza
compassione, non si può realizzare l’illuminazione. La causa di
accumulazione dei meriti sono gli esseri senzienti. Per questo motivo
Santideva si domandava perché non si nutre verso tutti gli esseri senzienti
lo stesso rispetto che si ha per i Buddha, come invece dovrebbe essere,
entrambi sono uguali, entrambi sono causa di illuminazione. Il Buddha è
prezioso perché ha indicato il sentiero di illuminazione; gli esseri
senzienti sono preziosi perché rendono possibile il tuo cammino su questo
sentiero. Come potremmo praticare la compassione, la generosità, la
moralità, la pazienza, la perseveranza, la concentrazione, la saggezza,
senza gli esseri senzienti? Impossibile! Sono realmente più preziosi della
gemma che esaudisce i desideri. ; ; ; ;
Domanda: La pratica dei Tantra richiede necessariamente
molti ritiri per poterla approfondire? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: I ritiri sono importanti per acquisire l’esperienza
il cui calore deve essere mantenuto inalterato nella pratica quotidiana
durante il periodo che segue un ritiro ed è buona cosa, non appena
possibile, rinnovare l’esperienza in ulteriori ritiri. Tra i tibetani è
piuttosto comune trovare praticanti che vivono con grande naturalezza nella
quotidianità l’esperienza spirituale dedicando spazio e tempo alla pratica.
In occidente la diversa struttura sociale e familiare rende questo aspetto
più difficilmente attuabile, e sarà necessario trovare un modo per superare
il problema. La continuità della pratica del Dharma non dipende solo da se
stessi, è soggetta ai condizionamenti dell’organizzazione sociale, della
famiglia, delle relazioni umane, delle convenzioni. ; ; ; ; ;
Preghiera e Dedica ; ; ; ; ; ; ; ;
Concludiamo con la lettura comune della “Preghiera in
Otto Versi” composta da Geshe Langui Tanga Dorje Seghe (secolo XI°) e su cui
si fonda la pratica del “Lojong”, ovvero del Trasformare la Mente, ripetendo
tre volte la dedica dei benefici a tutti gli esseri: ; ; ; ; ; ; ; ;
Considerando tutti gli esseri senzienti ; ; ; ; ; ; ; ;
superiori persino alla gemma che esaudisce i desideri ; ;
; ; ; ; ; ;
per realizzare il fine supremo, ; ; ; ; ; ; ; ;
possa io costantemente prenderli a cuore. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando sarò con gli altri, ; ; ; ; ; ; ; ;
riterrò me stesso menu importante a tutti, ; ; ; ; ; ; ;
;
e fin dal profondo del cuore ; ; ; ; ; ; ; ;
li considererò cari preziosi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Vigile, ogni volta che sorge un’ emozione negativa, ; ; ;
; ; ; ; ;
che possa nuocere a me o agli altri, ; ; ; ; ; ; ; ;
l’ affronterò e l’ eliminerò ; ; ; ; ; ; ; ;
senza indugio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Vedendo esseri di imprenda alla malvagità ; ; ; ; ; ; ; ;
intenti a violente azioni negative e sopraffatti da
sofferenze ; ; ; ; ; ; ; ;
avrò sempre cura di tali creature così rare, ; ; ; ; ; ;
; ;
come se avessi trovato un tesoro prezioso. ; ; ; ; ; ; ;
;
Quando altri, per invidia, mi maltratteranno, ; ; ; ; ; ;
; ;
mi insulteranno o faranno cose simili, ; ; ; ; ; ; ; ;
accetterò la sconfitta ; ; ; ; ; ; ; ;
ed offrirò la vittoria ad loro. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando qualcuno a cui ho fatto del bene ; ; ; ; ; ; ; ;
e in cui ho riposto grandi speranze ; ; ; ; ; ; ; ;
mi infligge un terribile danno, ; ; ; ; ; ; ; ;
lo considererò il mio santo amico spirituale. ; ; ; ; ; ;
; ;
( x 3) In breve, direttamente e indirettamente, io offro
; ; ; ; ; ; ; ;
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti,
mie madri; ; ; ; ; ; ; ;
possa io segretamente prendere su di me ; ; ; ; ; ; ; ;
tutte le loro azioni negative e sofferenze. ; ; ; ; ; ; ;
;
Possano essi non essere mai contaminati dalle idee
causate ; ; ; ; ; ; ; ;
dalle otto preoccupazioni mondane, ; ; ; ; ; ; ; ;
e consapevoli che tutte le cose sono illusorie, ; ; ; ; ;
; ; ;
possano essi, privi di attaccamento, essere liberati
dalla samsara. ; ; ; ; ;
Quarta Parte ; ; ; ; ; ; ; ;
VINCERE LA RABBIA E L’ODIO
Una Vita Significativa in Pace e Armonia ; ; ; ; ; ; ; ;
Siamo riuniti oggi per parlare dell’approccio Buddhista
ad una vita significativa in pace e armonia che, generalmente, sottintende
la necessità di trasformare radicalmente il proprio modo di pensare. ; ; ; ;
; ; ; ;
Non è necessario diventare Buddhisti per seguire questo
percorso benefico per chiunque, pertanto questi due giorni non saranno di
pratica devozionale Buddhista ma di studio, di insegnamento, di pausa e di
riflessione meditativa. Non è nemmeno necessario esercitare uno sforzo
eccessivo per comprendere le spiegazioni, non sarebbe un metodo corretto, ma
semplicemente aprirci ad un atteggiamento mentale disteso, rilassato,
sereno. Un tempo che dovrebbe essere dedicato alla “ricarica” delle energie
fisiche e mentali perdute durante una faticosa settimana di lavoro e di
tensioni. La vita moderna è strutturata in modo tale che, senza esserne
consapevoli, per farvi fronte spendiamo una quantità enorme di energia che
necessariamente deve essere recuperata in un rinnovamento fisico e
spirituale atto a ristabilire il giusto equilibrio. Il riposo indubbiamente
favorisce un’immediata ripresa fisica, ma non è sufficiente, infatti l’
energia vitale deve essere riacquisita soprattutto sul piano mentale e
spirituale; la vera forza è l’energia interiore. Per questo è necessario
imparare ad abbandonarsi ad uno stato di rilassata consapevolezza sul piano
fisico e psichico, in modo da poter mantenere la chiarezza mentale e la
capacità di vedere e comprendere il cammino spirituale da percorrere. Questo
è lo scopo primario del nostro incontro. ; ; ; ; ; ; ;
Un secondo scopo è imparare ad economizzare e ottimizzare
nel quotidiano le proprie energie, di cui si deve avere particolare cura. E’
evidente a tutti come, soprattutto nelle società industrializzate, si viva
convulsamente, bombardati da doveri e stimoli di ogni genere, con un
conseguente abnorme spreco di energie, anche soltanto per garantire minimi
parametri di vita, dunque sarebbe opportuno fermarsi domandandosi se sia
davvero necessario lo sperpero di tutto il patrimonio energetico per
ottenere un risultato in fondo scarso. Non sarebbe più oculato risparmiarne
un po’? E’ possibile imparare a rilassarsi profondamente, interiormente,
dando il giusto valore alle cose e spendendo per le stesse il minimo di
energia necessario, altrimenti è un bel guaio rischieremmo di lavorare
molto, spendere tutta l’energia e, oltrettutto, guadagnando poco! (risata, è
evidente lo scherzo.) ; ; ; ; ; ; ; ;
Un terzo obiettivo è l’aspetto religioso, la propria
realizzazione spirituale, lo sviluppo delle qualità interiori di conoscenza,
comprensione, compassione e saggezza. Parallelamente all’approfondimento di
queste capacità matura in noi la “felicità”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il termine “felicità” si presta a svariate
interpretazioni, esiste una felicità di breve durata - temporanea, una
felicità più durevole nel tempo - di lunga durata e, infine, una felicità
definitiva - che non cessa mai ed è relativa alla spiritualità. Per un
Buddhista la felicità definitiva è il Nirvana, per un Cristiano è il
Paradiso, ma comunque la si voglia chiamare, è un aspetto della natura della
mente. ; ; ; ; ;
La felicità definitiva è una qualità essenziale della
mente umana e il giusto cammino è quello che, passo dopo passo, conduce alla
sua realizzazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Paradiso, come il Nirvana, non rappresenta un luogo
fisico ma una realtà che deve essere sperimentata; se fosse solo un aspetto
di Dio e noi non potessimo sperimentarlo, di fatto per noi non esisterebbe;
è una qualità della nostra mente perché la nostra mente può sperimentarlo. ;
; ; ; ; ;
La felicità definitiva è sperimentata, vissuta dalla
mente umana, è insita nella mente umana, è una qualità della mente. I
Buddhisti parlano di “mente”, di “coscienza”, i Cristiani di “anima” ma,
comunque la si voglia definire, è questa essenza o capacità della natura
umana che sperimenta la felicità definitiva. Non soltanto Dio, ma anche
l’uomo ne è pienamente partecipe. ; ; ; ; ; ; ; ;
La nostra coscienza non solo ha la capacità, ma
addirittura il talento, di ottenere la felicità, può demolire completamente
le barriere della confusione, delle difficoltà e dei problemi. In sintesi
gli obiettivi di questo incontro sono: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Imparare a rilassarsi, sia fisicamente che
mentalmente; ; ; ; ; ; ; ;
2. Acquisire una conoscenza che porti ad una maggior
saggezza nell’utilizzo oculato della propria energia; ; ; ; ;
3. Ottenere tutti gli elementi per raggiungere e
sperimentare, passo dopo passo, la felicità definitiva, completa, piena. ; ;
; ;
Tre passaggi strettamente correlati tra loro e dipendenti
uno dall’altro, infatti con l’apprendimento della pacificazione, del
rimanere tranquilli, sereni, rilassati, si acquisisce una conoscenza
profonda della vita, una maggior comprensione delle diverse situazioni, si
matura la necessaria saggezza per affrontare i vari aspetti dell’esistenza e
si utilizza in modo equilibrato la propria energia senza sprechi nocivi.
Questa saggezza consente lo sviluppo delle proprie capacità, necessarie
all’ottenimento della pace duratura. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ importante riconoscere con chiarezza il collegamento
sequenziale dei tre momenti che conducono alla realizzazione della felicità
completa; osservare come essi non siano tra loro contradditori ma
strettamente connessi. ; ; ; ; ; ; ;
Ogni realtà è correlata! ; ; ; ; ; ; ; ;
A volte si pensa di dover compiere determinate azioni che
avranno un beneficio nel futuro e ci si concentra esclusivamente su questa
proiezione perdendo di vista il momento presente oppure, al contrario, si è
totalmente immedesimati in una particolare azione del presente dimenticando
completamente la visione della realtà complessiva, dei risultati che questa
azione avrà nel futuro. In entrambe le situazioni tutto diventa pesante e
complesso; la stessa pratica del Dharma, se si è perduta la visione serena
dell’insieme, è gravosa e sterile mentre nella sequenzialità del cammino e
nella visione d’insieme, la pratica spirituale è leggera, è vera gioia. ; ;
Si deve procedere passo dopo passo, non si possono saltare le tappe
obbligate dell’esistenza. Non si può vivere completamente nel futuro
ignorando il presente come se non esistesse, e non si può vivere
esclusivamente il momento presente ignorandone le inevitabili ricadute nel
futuro. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se non abbiamo la capacità di realizzare pace, serenità,
rilassamento e distensione nel presente che stiamo vivendo come potremmo
presumere che tutto questo possa avvenire, quasi per magia, in un momento
successivo, nel futuro? E’ impossibile, questo non si verificherà. ; ; ; ; ;
; ; ;
Il raggiungimento del Nirvana inizia ora, parte dal
momento presente e, passo dopo passo, gradino per gradino, si realizza. ; ;
; ; ; ; ; ;
Qual’è il modo migliore per seguire il percorso graduale?
Nella letteratura Buddhista vi è una considerevole abbondanza e varietà di
metodi e ognuno può essere di immenso beneficio e aiuto, indipendentemente
dalla scelta individuale di aderire o meno ad un determinato percorso
religioso e spirituale. Sono strumenti validi per tutti e non è
assolutamente necessario professare una religione, qualsiasi essa sia. Ciò
ovviamente non significa che i percorsi religiosi, le varie confessioni
spirituali siano inutili, ci sono persone che attraverso l’adesione formale
a una religione si sentono maggiormente a proprio agio, facilitati nel
percorso e quindi positivamente vi aderiscono, ma deve essere chiaro che
questi metodi sono altrettanto validi anche per persone non religiose. ; ; ;
Suprema Sostanza degli Alchimisti ; ; ; ; ; ; ; ;
Negli incontri Buddhisti, prima di iniziare una qualsiasi
attività, sia studio, meditazione o preghiera, si pone una giusta enfasi
sulla “motivazione appropriata”, ci si sofferma a riflettere sullo scopo che
si vuole ottenere e si formula verbalmente l’intenzione; penso che questo
atto sia davvero importante, un’esperienza profonda e commovente. ; ; ; ; ;
; ;
Generare la giusta motivazione è come entrare nel proprio
cuore, scavare nelle profondità, smuovere le emozioni, i sentimenti più
intimi, in particolare i sentimenti più veri verso gli altri. ; ; ; ; ; ; ;
;
Generare la motivazione è sperimentare, verificare la
reazione emotiva, personale, intima verso ciò che concerne il rapporto con
gli altri, i loro sentimenti, i loro problemi, le loro sofferenze, le loro
difficoltà. Il far emergere le proprie reazioni con umiltà sviluppa
automaticamente l’impulso altruistico, il desiderio di eliminare la
sofferenza dall’esistenza altrui; si genera l’attitudine naturale al buon
cuore, che è la parte migliore di noi. La gioia che accompagna sempre il
buon cuore è veramente preziosa. Con una pratica così semplice e così breve
si sperimenta una gioia profonda da cui scaturiscono relazioni significative
e armoniose con gli altri. Una pratica così semplice ha il potere di
sconfiggere in se stessi ogni tristezza, sofferenza e preoccupazione. ; ; ;
; ; ; ;
Leggeremo alcuni versi dal testo di Santideva
“BODHICARYAVATARA” iniziando dal primo capitolo. Data la diversità nelle
traduzioni dal sanscrito, al fine di permettere una maggior comprensione,
per ogni verso confronteremo sempre due traduzioni, a) e b). Nel primo
capitolo si tratta dei benefici della mente altruistica, del buon cuore. ; ;
; ; ; ; ; ;
Capitolo I°, verso 10°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Essere simile alla suprema sostanza degli alchimisti,
poiché trasforma questo nostro corpo impuro nel gioiello inestimabile del
corpo di Buddha. Per tale motivo dobbiamo cogliere e sviluppare fermamente
la mente dell’illuminazione.” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “Prendendo questa vile immagine, la tramuta
nell’immagine inestimabile della gemma che è Buddha. Tieni stretto l’elisir
di argento vivo, che deve essere completamente raffinato, detto la mente del
risveglio.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Non vi è dubbio che la qualità più preziosa
dell’esistenza umana, del corpo umano, in grado di trasformare e condurre
all’illuminazione, sia l’attitudine mentale altruistica. ; ; ; ; ; ; ; ;
La nostra mente può essere positiva solo se le attitudini
mentali sono positive e le stesse hanno il potere di influenzare lo stato
fisico. Esistono fortissime connessioni, ormai confermate dalla scienza, tra
lo stato mentale e quello biologico. L’attitudine mentale al buon cuore si
trasforma, sul piano fisico, in benessere, armonia, equilibrio e dunque in
buona salute. E’ ormai dimostrato scientificamente che lo stato mentale
influenza e provoca mutazioni nello stato biochimico del corpo. ; ; ; ; ; ;
; ;
Nel testo di Santideva si parla di “Bodhicitta” usando
più definizioni: mente dell’illuminazione, o mente altruistica, o
semplicemente buon cuore, ed è descritta come elisir capace di trasformare
il corpo umano, la natura impura, nella natura di un Buddha, di un essere
illuminato. Malgrado sia un testo antichissimo e affronti l’argomento
essenzialmente da un punto di vista spirituale, indica una verità naturale,
biologica che oggi la scienza, attraverso numerose ricerche e verifiche,
conferma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lo sviluppo spirituale che determina un nuovo stato di
coscienza influenza lo stato biochimico del corpo producendone mutamenti
conseguenti; per questo per i Buddhisti è normale la manifestazione del
“corpo di arcobaleno”; è una trasformazione biochimica risultante da una
completa realizzazione spirituale. ; ; ; ; ; ;
Il coltivare il buon cuore, essere in un’attitudine
altruistica, positiva, influenza lo stato del corpo, eliminando ogni stress,
ogni affaticamento, permettendo di riposare rilassati, sereni, gioiosi,
equilibrati. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se invece ci troviamo in uno stato mentale opposto al
buon cuore, all’altruismo, siamo totalmente in balia delle emozioni
perturbatrici che nel Buddhismo sono riconosciute come i veleni che
contaminano la mente, obnubilano la coscienza, e che genericamente vengono
definiti “egoismo”, ma il termine filosofico appropriato è “attitudine
autogratificante” che sorge dalla visione errata del sé, come se esistesse
un sé indipendente, proprio, a sé stante, egocentrico. Da questa visione,
frutto dell’ignoranza, derivano due disposizioni mentali: ; ;
1) l’attaccamento, che sorge dalla tendenza ad
enfatizzare l’aspetto piacevole delle cose, ad esagerarne l’essenza,
consolidando il forte attaccamento ad esse; ; ; ; ; ; ; ;
2) l’avversione, che sorge dalla tendenza ad enfatizzare
gli aspetti spiacevoli delle cose, esagerandone le dimensioni, consolidando
così la forte repulsione ad esse. ; ; ; ; ; ; ; ;
Una mente dominata dalle emozioni perturbatrici mostra
prepotentemente, in primissimo piano, “l’IO”, e immediatamente dopo un
altrettanto pesantissimo “MIO”. Quando “l’io” incontra cose piacevoli nasce
l’attaccamento che determina il “mio” ma, se il “mio” è intaccato o “l’io”
contraddetto, nasce all'istante l’avversione. In questa altalena di
«attaccamento - avversione» si consuma una quantità enorme di energia pur
restando immobili, bloccati nell’ignoranza, in un processo distruttivo che
si autoalimenta costantemente. ; ; ; ; ;
Invece preservare l’energia in modo da usufruirne sempre
e senza fatica, significa predisporsi ad attitudini mentali non offuscate
dall’ignoranza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se limitiamo l’analisi di questo aspetto ad una
speculazione puramente filosofica potremmo avere difficoltà a comprenderne
le reali implicazioni, ma se lo affrontiamo dal punto di osservazione del
quotidiano ripetersi di azioni, parole, pensieri, di reazioni alle
esperienze, la prospettiva diventa chiara e possiamo verificare, momento per
momento, come l’attitudine mentale altruistica o egoistica trasformi la
vita, il nostro modo di essere e sia causa diretta di gioia o di sofferenza.
; ; ; ; ; ; ; ;
Il libro del Dharma è in noi stessi e ciò che
sperimentiamo nell’esistenza di ogni giorno diventa la vera pratica, un
cammino interiore che porta all’apertura del buon cuore, alla compassione. ;
; ; ; ; ; ; ;
Ognuno di noi ha sperimentato direttamente gli effetti
della rabbia e dell’egoismo, percepiti in un devastante malessere mentale e
fisico. Quando l’io e il mio si fanno dominanti si sprofonda in un pesante
obnubilamento mentale, nella depressione psichica e fisica. Senza la pratica
spirituale e lo sviluppo della mente altruistica, le emozioni perturbatrici
prendono il sopravvento sulla coscienza, ne sono i padroni e i dominatori
indiscussi. ; ; ;
Questo fa la differenza tra il praticante spirituale e la
persona che non pratica. ; ; ; ; ; ; ; ;
Un praticante riconosce le proprie emozioni, la presenza
ugualmente ingombrante dell’io e del mio, ma non se ne lascia sopraffare,
non permette che abbiano nessun tipo di controllo e di forza sulla sua vita.
; ; ; ; ; ; ; ;
Gli stati mentali si manifestano per le più svariate e
mutevoli ragioni, non si tratta di decisioni volontariamente assunte, ma
sono conseguenza di esperienze passate, di abitudini, di eventi, di reazioni
biochimiche dell’organismo, e di molti altri fattori ancora. Quando a causa
di uno qualsiasi di questi fattori ci ritroviamo in uno stato mentale
negativo, e ce ne lasciamo dominare, alimentiamo un ciclo negativo
estremamente doloroso che distrugge la pace e il benessere nostro e altrui.
L’unico portentoso antidoto in grado di fronteggiare le emozioni distruttive
è la pratica della pazienza che allarga il buon cuore. ; ; ; ; ; ; ; ;
Capitolo I°, verso 27°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Se il semplice pensiero di voler aiutare gli altri ha
più valore del venerare il Buddha, che dire allora dell’impegnarsi
effettivamente nelle azioni che recano beneficio a tutti gli esseri?” ; ; ;
; ; ; ; ;
b) “La venerazione del Buddha è unicamente superata dal
desiderio per il benessere degli altri; quanto più lo sarà dall’impegno
continuo per la completa felicità di ogni essere? ; ; ; ; ; ; ;
Santideva non lascia adito a dubbi, un solo istante di
buon cuore è superiore a innumerevoli momenti di venerazione del Buddha e
non intende un buon cuore generico verso un tutto astratto, ma si riferisce
al buon cuore rivolto a uno specifico essere, attitudine che si trasforma in
buon cuore verso tutti gli esseri nel momento stesso in cui si manifesta. ;
; ; ; ; ; ; ;
Il buon cuore dona pacificazione, serenità, gioia a se
stessi, equilibrio biochimico e benessere fisico, gioiose relazioni con gli
altri, amicizia, aiuto e armonia. La vita pare molto più facile e il
successo naturale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Non mi è chiaro come si possano controllare le
proprie emozioni, perché è così difficile acchiapparle, quando le avvertiamo
hanno già preso il sopravvento su di noi, le subiamo totalmente e poi, e
questa è una seconda domanda, vorrei capire come posso io, che sono a mia
volta succube delle emozioni, aiutare mia figlia quattordicenne che è
completamente soggetta a sbalzi d’umore, tristezza e rabbia. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Questo è un problema tipico della società odierna,
grazie alla tecnologia sofisticata tutto è talmente veloce da dover imporre
alle nostre reazioni altrettanta rapidità. Dovremmo avere una mente
totalmente aperta, in grado di comprendere quasi tutto e tanto vasta da
saper dare un’infinità di informazioni subito. Una volta si scriveva una
lettera, la si ponderava e chi la riceveva, prima di rispondere, aveva tempo
di riflettere cercando i concetti più adeguati; oggi con la posta
elettronica la comunicazione è immediata e tale deve essere la risposta. Il
testo di Santideva contiene consigli diretti e pratici che ci aiutano a
sopravvivere in questo sistema convulso. Oggi chi pratica il Buddhismo deve
applicarsi moltissimo attivando tutta l’intelligenza senza perdere mai di
vista il Dharma. E’ necessario comprendere, interiorizzare ogni lettura,
insegnamento, in modo da essere sempre pronti a metterlo in pratica nel
momento opportuno, senza dover aspettare. ; ; ; ; ; ; ;
Per quanto riguarda tua figlia non puoi fare altro che
consigliarla, starle accanto in uno stato mentale rilassato, calmo, sereno e
con molto amore. E’ difficile influenzare la mente di un’altra persona, ma
si può influenzare il suo cuore, perché l’energia spirituale si trasmette da
cuore a cuore e non da cervello a cervello. ; ; ; ; ; ; ; ;
Osservare e riconoscere il valore del buon cuore, della
mente altruistica, i benefici che ne derivano, favorisce lo sviluppo del
buon cuore stesso e permette di vedere con chiarezza tutti i difetti
dell’avversione, della rabbia e della mancanza di compassione. ; ; ; ; ; ; ;
;
Avversione e attaccamento sono entrambi difetti mentali
anche se si manifestano in modo diverso. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’attaccamento è rivolto all’oggetto che si ama e a prima
vista potrebbe sembrare un’attitudine protettiva, favorevole e vantaggiosa
per se stessi, ma in realtà si tratta di una visione distorta ed eccessiva
che non può che condurre sempre e inevitabilmente alla sofferenza.
L’attitudine all’attaccamento è fondata sull’ignoranza, è estremistica, non
coerente alla realtà, frammentaria e parziale e crea instabilità e debolezza
mentale, cioè sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’avversione è l’attitudine che scaturisce dalla visione
degli aspetti spiacevoli delle cose che di conseguenza si vogliono evitare
ed eliminare ad ogni costo. Dall’avversione può nascere la collera, come
risposta estrema ad un oggetto tanto spiacevole da dover essere cancellato.
La rabbia è aggressiva e produce odio.
Quando la rabbia insorge, per quanto potente sia, in
genere ha una durata limitata, spesso breve, l’odio invece si radica
profondamente nel cuore e vi permane dando origine al desiderio di vendetta.
Se la rabbia può condurre ad azioni sconsiderate dalle tristi conseguenze,
l’odio ha effetti ben più drammatici e provoca la più devastante
autodistruzione. ; ; ;
L’antidoto alla rabbia è la pazienza. Se qualcosa è
sgradito non è necessario distruggerlo, è invece assai produttivo imparare
ad accoglierlo con pazienza, un’impresa forse difficile ma non impossibile.
Con la pazienza si apprende il perdono, fondamentale pilastro nella crescita
spirituale, anche nel cristianesimo si ribadisce con forza lo stesso
principio. Ho provato una sincera commozione e rispetto verso il Papa che,
ferito, ha perdonato con cuore aperto l’attentatore, è andato a trovarlo in
carcere, ha intercesso per lui presso l’autorità giudiziaria chiedendo
clemenza, ha compiuto un gesto di grande valore spirituale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Perdonare allevia le proprie tensioni e quelle degli
altri, porta pace, serenità e autentica gioia perché libera il cuore dai
macigni che l’opprimono e, con gioiosa leggerezza, induce ad accorrere in
aiuto degli altri desiderando per loro lo stesso bene. Questa è la pratica
spirituale.
Il Corpo influenza la Mente e la Mente influenza il Corpo
; ; ; ; ; ; ; ;
L’avversione e l’attaccamento nelle relazioni con gli
altri possono sorgere, non solo per cause mentali, ma anche per cause
fisiche dipendenti da fattori biochimici, tempeste elettromagnetiche, ecc.
quindi, avvalendosi delle conoscenze filosofiche, spirituali e scientifiche,
è più facile affrontare con pazienza ogni situazione. ; ; ; ; ;
Il corpo influenza la mente e la mente influenza il
corpo, la visione equilibrata dei due aspetti può già di per sé ridurre
notevolmente ogni tensione e negatività e non si deve mai commettere
l’errore di sottovalutare questo duplice aspetto perché se, di fronte al
sorgere di avversione o attaccamento con sentimenti forti quali rabbia o
amore, si osserva il fenomeno solo dal punto vista filosofico, questo può
sembrare astratto, non rispondente all’effettiva esperienza, quindi lontano,
ma se si unisce a questa conoscenza l’informazione che la scienza offre,
osservando il processo fisiologico e biochimico, si comprende il fenomeno
nella sua globalità ed più facile attivare gli antidoti necessari. ; ; ; ; ;
; ; ;
Già nell’antico Tibet, la visione unilaterale della
realtà è stata causa di un fraintendimento, si pensava: “La pratica
spirituale porta all’illuminazione, quindi, poiché l’illuminazione è il
compimento di tutto, si è liberi da ogni altro condizionamento.”, verissimo,
affermazione perfetta in sé, però fino a quando non si raggiunge
l’illuminazione i condizionamenti esistono, eccome! e non si possono
ignorare. Noi siamo condizionati dal nostro corpo, quindi per contrastare le
attitudini mentali derivanti dall’ignoranza di avversione e attaccamento,
dobbiamo applicare i rimedi che la pratica spirituale indica, sapendo che
siamo in questo corpo e che lo stesso interagisce attivamente con i processi
mentali.
Dal secondo capitolo del Bodhicaryavatara si possono
trarre alcuni importanti consigli diretti e immediati. La tendenza
onnipresente è sempre quella di procrastinare, invece è più che mai
necessario oggi poter applicare con forza e subito il rimedio opportuno. ; ;
; ; ; ; ; ;
Capitolo II°, dal verso 33°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “L’inaffidabile sovrano della morte non attende che le
cose siano compiute o incompiute, che io sia ammalato o in salute, inoltre
non posso confidare nell’incerta durata della mia vita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Abbandonando tutto dovrò andarmene da solo, tuttavia,
privo di comprensione ho compiuto innumerevoli azioni negative a causa di
amici e nemici.” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “Come posso sfuggirgli? Salvatemi in fretta perché la
morte verrà presto, prima che il mio male sarà stato distrutto! ; ; ;
Questa morte non bada a ciò che è fatto o non fatto;
uccide la sicurezza; è inaffidabile per i malati e i sani; è un fulmine
inaspettato. Il male ho compiuto in molti modi spinto da amici e nemici. Non
capivo questo: Dovrò abbandonare tutto e andarmene.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Siamo di fronte alla morte, all’impermanenza di tutte le
cose, la vita è un momento e non sappiamo quanto durerà, non possiamo
sprecarne neppure un attimo, dobbiamo essere in grado di afferrare
immediatamente i rimedi alle emozioni distruttive. ; ; ; ; ; ; ; ;
Con la morte si abbandona tutto, i forti attaccamenti e
le implacabili avversioni che ci hanno interamente dominato, inducendoci a
commettere innumerevoli errori, a sprecare nell’inutilità la vita stessa, e
tutto finisce nel nulla, tutto scampare, amici e nemici. ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “I miei nemici alla fine cesseranno di esistere, i
miei amici e io stesso cesseremo di esistere, allo stesso modo tutto il
resto svanirà nel nulla. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tutto ciò che possiedo e utilizzo è come la fugace
visione di un sogno; qualsiasi cosa di cui ora godo diventerà un ricordo.” ;
; ; ; ; ; ;
b) “Quelli che detesto moriranno, quelli che amo
moriranno; anch’io morirò e tutti moriranno. ; ; ; ; ; ; ;
Ogni cosa percepita trascolora in ricordo. Ogni cosa è
come immagine in sogno. Se ne è andata e non si vedrà più.” ; ; ; ; ;
Sono versi potenti. Qual’è il motivo di una così forte
avversione o di tanto avido attaccamento se tutto finisce? Attaccamento e
avversione sono inutili e causano soltanto tensioni, fatica, problemi e uno
spropositato spreco di energia. ;
Capitolo III°, dal verso 1°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Con gioia mi rallegro della virtù che allevia la
miseria di tutti gli esseri, rinati in stati sfortunati, e conduce alla
beatitudine coloro che soffrono. ; ; ; ; ; ; ; ;
Gioisco di quella virtù che diventa la causa
dell’ottenimento dell’illuminazione e gioisco della liberazione definitiva
degli esseri viventi dalla sofferenza dell’esistenza condizionata. ; ; ; ; ;
; ; ;
Gioisco dell’illuminazione dei Buddha protettori e
dell’ottenimento dei vari livelli spirituali dei loro figli, i Bodhisattva.
;
Con grande felicità gioisco dell’oceano di bene che
proviene dalla mente dell’illuminazione che si propone di condurre tutti gli
esseri alla beatitudine, come pure gioisco di ogni azione compiuta per il
bene di tutti.” ; ; ; ; ;
b) “Mi rallegro con gioia del bene fatto da tutti gli
esseri, che indebolisce la sofferenza dell’inferno. Possano, coloro che
soffrono, dimorare nella felicità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Mi rallegro della liberazione degli esseri incarnati
dalla sofferenza dell’esistenza ciclica. Mi rallegro della natura di
Bodhisattva e di Buddha propria dei Salvatori. Mi rallegro anche delle
risoluzioni dei Maestri, che sono oceani recanti felicità a ogni essere, che
conferiscono benessere a tutte le creature.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Ecco una consolazione: tutto è impermanente, c’è molta
sofferenza, ma c’è anche gioia e allegria, si tratta soltanto di coltivare
l’attitudine a rallegrarsi delle positività e delle qualità degli altri, di
tutti, indiscriminatamente, perché anche le persone all’apparenza
antipatiche possiedono virtù e ricchezze interiori. ;
Rallegrarsi dei meriti altrui è un buon metodo per
espandere i propri; è il rimedio alla sofferenza causata da invidia e
gelosia, attitudini di una mente limitata e gretta che, invece di gioire con
gli altri per le loro virtù, preferisce macerarsi nella sofferenza,
chiudersi ad ogni relazione umana e costruire pesanti e brutti muri
difensivi. Questo è veramente insensato e ridicolo. Di questo passo la
piccola mente sarà gelosa e invidiosa anche del Buddha e persino di Dio!… ;
; ; ; ;
Domanda: Come posso riconoscere delle buone qualità in
una persona estrema come Hitler? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Non è la persona ad esser “estrema” ma lo è la sua
attitudine di avversione e odio. La persona è come tutti gli altri,
desidererebbe essere felice, vorrebbe evitare la sofferenza ma, dominata
dall’attitudine estrema di rabbia e odio, perde completamente questa
opportunità e i danni nei confronti di se stesso e degli altri sono
tremendi. Hitler se avesse voluto avrebbe potuto trasformare la sua
attitudine negativa ed essere una persona buona e anche felice. ; ; ; ; ; ;
; ;
Domanda: Non è sempre facile gioire delle positività
altrui, vorrei quindi capire se lo si deve applicare come antidoto alla
gelosia e all’invidia, oppure se c’è una motivazione più profonda, cioè se
si deve gioire perché questa virtù, che io non posseggo ma è posseduta da
altri, è comunque una qualità della mente? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: I motivi sono tanti. Gioire delle qualità degli
altri, e quindi abbattere la propria invidia e gelosia, fa si che nel
contempo si costruisca la propria gioia ed è già un’ottima ragione di per
sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se ci si può arrabbiare per i difetti degli altri, perché
allo stesso modo non rallegrarsi delle loro virtù? E’ semplice rispetto
degli altri, riconoscimento del loro valore, delle qualità della mente. I
benefici che ne derivano sono evidenti: volete paragonare il beneficio
immediato che si ottiene nell’apprezzare con gioia le virtù altrui rispetto
allo svantaggio dell’arrabbiarsi per i loro difetti? Non c’è paragone! La
risposta corretta ai difetti degli altri non è avversione e rabbia, bensì
compassione, e la risposta corretta alle loro virtù è allegria e sincera
gioia.
Avversione e rabbia causano in noi stessi e negli altri
solo conflittualità e sofferenza, mentre compassione per i difetti e gioia
per le virtù altrui portano pacificazione, annullamento di ogni possibile
tensione, relazioni armoniose, preziose amicizie, arricchimento interiore. ;
; ; ; ; ; ; ;
Capitolo III°, Verso 14°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Per cui lascerò che essi facciano di me ciò che
desiderano purché ciò non diventi causa anche di un loro più piccolo danno.
Ogni qualvolta qualcuno mi incontrerà possa ciò essere unicamente di
beneficio per tutti.” ;
b) “Che facciano di me qualsiasi cosa dia loro piacere.
Che non si nuoccia mai ad alcuno per causa mia.” ; ; ; ; ;
Domanda: Sono perplessa sul “..che essi facciano di me
tutto ciò che desiderano…”, ci sono limiti oggettivi, credo, che non possono
essere superati, anche per impedire agli altri di fare del male a me e a
loro stessi. Non è meglio mettere dei freni, delle barriere? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Dipende, nel versetto appena letto chi osserva la
realtà ha la visione elevata del Bodhisattva, tutto si radica
nell’attitudine altruistica e le barriere che si pongono dipendono dal grado
di realizzazione del praticante spirituale. Coloro che hanno un’alta
realizzazione non possono essere veramente danneggiati. Nella seconda parte
del versetto si aggiunge: “Ogni qualvolta qualcuno mi incontrerà possa ciò
essere unicamente di beneficio per tutti”, con quest’attitudine il
praticante diventa come pianta medicinale, in grado di portare beneficio
anche se l’atteggiamento mentale dell’altro è negativo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Capitolo III°, Verso 15°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Se in coloro che mi incontrano sorgerà un pensiero di
devozione o di collera possa esso diventare costantemente un mezzo per
realizzare ogni loro desiderio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Coloro che mi rivolgono insulti o che mi causano
qualsiasi altro danno, anche se mi incolpano o mi calunniano, possano tutti
avere la fortuna di ottenere l’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Possa io essere un protettore, per coloro che ne sono
privi, una guida, per coloro che sono in cammino sulla via possa essere un
ponte, un’imbarcazione e una nave per tutti coloro che desiderano
attraversare le acque, possa essere un’isola per coloro che sono alla
ricerca di terra e una luce per quelli che desiderano la luce, possa essere
un giaciglio per coloro che desiderano riposo, e un riposo e un servitore
per tutti coloro che ne desiderano uno. ; ; ; ; ; ; ; ;
Possa essere un gioiello dei desideri, un vaso della
fortuna, mantra potenti e medicine prodigiose, possa diventare un albero che
esaudisce i desideri e una mucca dell’abbondanza per il mondo. ; ; ; ; ; ; ;
;
Proprio come la terra e gli altri elementi, possa io
essere un sostegno per la vita delle innumerevoli creature rimanendo sino a
quando esisterà lo spazio, e sino a quando non trascenderanno il dolore
possa io essere fonte di vita e di sostentamento per tutti gli esseri
viventi che si estendono fino ai confini dello spazio.” ; ;
b) “Dovesse la loro mente divenire irata o scontenta per
causa mia, che anche questo sia causa per loro del conseguire sempre ogni
meta. ; ; ; ; ; ; ; ;
Coloro che mi accuseranno falsamente, e gli altri che mi
faranno del male, e gli altri ancora che mi degraderanno, tutti coloro
possano condividere il risveglio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Sono il protettore dei non protetti e il capocarovana dei
viaggiatori. Sono diventato la barca, la strada e il ponte di coloro che
desiderano raggiungere l’atra riva. ; ; ; ; ; ; ; ;
Possa io essere una luce per coloro che hanno bisogno di
luce. Possa io essere un letto per coloro che hanno bisogno di riposo. Possa
io essere un servo per coloro che hanno bisogno di servigi, per tutti gli
esseri incarnati.
Possa io essere il gioiello che soddisfa i desideri, il
vaso dell’abbondanza, la formula magica che sempre funziona, la potente erba
medicinale, l’albero magico che conferisce ogni desiderio e la vacca da
latte che soddisfa ogni bisogno, per tutti gli esseri incarnati. ; ; ; ; ; ;
; ;
Proprio come la terra e gli altri elementi sono utili in
molti modi agli esseri innumerevoli che dimorano in ogni parte dello spazio,
così possa io essere di sostentamento in molti modi per il regno degli
esseri in ogni parte dello spazio, finché tutti non abbiano ottenuto la
liberazione.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Questi versi contengono l’ideale e la pratica del
Bodhisattva. ; ; ; ; ; ; ; ;
In Tibet visse Milarepa, in India Santideva, due grandi
praticanti e asceti che esprimono pienamente l’ideale del Bodhisattva.
Santideva in un altro testo espone l’insieme delle regole morali, il
compendio delle pratiche del Bodhisattva, detto anche “Vinaya di
Bodhisattva”, offre una descrizione particolarmente dettagliata della
pratica del Bodhisattva, dello sviluppo della mente altruistica, insegna il
metodo per vincere l’attitudine all’attaccamento, alla rabbia, all’odio e a
tutte le possibili disposizioni disturbanti. La “preghiera semplice” di S.
Francesco ha molte analogie. Assisi è luogo particolarmente mistico e io
vissi un’esperienza intensa durante un incontro interreligioso tra
cristiani, induisti e Buddhisti. In quella circostanza condividemmo canti e
preghiere constatando ancora una volta che le forme e le espressioni possono
essere diverse, perché diverse sono le rispettive culture, ma il contenuto
profondo, l’obiettivo ultimo, è lo stesso. La commozione pervase tutti
fortemente nella condivisa armonia. E’ proprio una follia non rispettare
allo stesso modo tutte le tradizioni religiose.
Come sviluppare la Determinazione, la Capacità e la Forza
; ; ; ; ; ; ; ;
Nel testo di Santideva è evidente come gli altri, il loro
benessere, siano il vero obiettivo, il centro della pratica, quindi in
nessun caso potrebbero diventare motivo di avversione e di rabbia. ; ; ; ; ;
; ; ;
Capitolo IV°, dal verso 44°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Sarebbe meglio per me essere arso vivo, oppure essere
decapitato, piuttosto che in alcun caso sottomettermi a questi mortali
nemici, le emozioni negative! ; ; ; ; ; ; ; ;
I nemici ordinari quando vengono cacciati dallo stato si
ritirano e si stabiliscono in un altro paese, qui radunano le loro forze per
ritornare più combattivi. Ma i nostri difetti mentali non utilizzano simili
stratagemmi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nocivi difetti mentali, una volta dispersi dall’occhio
della saggezza e scacciati dalla mia mente, dove andate? Da dove potete
tornare per danneggiarmi? Ma, ahimé, la mia mente è debole e sono preda
dell’indolenza. ; ; ; ;
Tuttavia i difetti mentali non esistono negli oggetti, né
nelle facoltà sensoriali, né tra questi due, né in qualsiasi altro luogo, in
tal caso, dov’è la loro dimora? E da dove recano danno a tutti gli esseri
migratori? Essi sono vuoti come un’illusione, un miraggio, per cui fatevi
coraggio, eliminate ogni paura nel Vostro cuore e sforzatevi di percepire la
loro vera natura con l’occhio della saggezza. Perché? Soffrire così a lungo
negli inferni?” ; ; ; ; ; ; ; ;
b “Non importa se mi tireranno fuori le budella! Che la
mia testa cada pure! Ma mai mi inchinerò di fronte al nemico, le
contaminazioni! ; ; ; ; ; ; ; ;
Anche se esiliato, un nemico può trovare seguito e
appoggio in un altro paese, e di lì ritornare dopo aver ripreso forza. Ma
non ha una risorsa simile questo nemico, le contaminazioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Stabilito nella mia mente, dove potrebbe andare una volta
scacciato? Dove potrebbe stare per lavorare alla mia distruzione? Non mi
sforzo solo perché la mia mente è ottusa. Le contaminazioni sono deboli
creature da sottomettere con la luce abbagliante della sapienza. ; ; ; ; ; ;
; ;
Le contaminazioni non dimorano negli oggetti, né
nell’insieme dei sensi, né nello spazio intermedio. Non possono dimorare in
nessun altro luogo, e tuttavia sconvolgono l’intero universo. Questa non è
altro che illusione! Dunque , o cuore, liberati dalla paura, dedicati alla
ricerca della sapienza. Perché, senza bisogno alcuno, ti tormenti negli
inferni?” ; ;
Santideva insegna come sviluppare la determinazione, la
capacità e la forza di opporsi alle emozioni negative e sottolinea la
differenza esistente tra il nemico esterno e il nemico interno; il nemico
esterno può essere cacciato, mandato lontano, ma quello interno no, è sempre
inesorabilmente al suo posto. L’unica possibilità di combatterlo e
sconfiggerlo è lo sviluppo della mente di saggezza, sempre allerta, vigile.
; ; ; ; ; ; ;
Sono particolarmente interessanti le domande poste dal
47° verso: Dove sono i difetti mentali, le emozioni negative e disturbanti,
le contaminazioni? Sono forse negli oggetti? no, sono nei sensi? no, sono in
qualche luogo fisico? no, sono dunque intermedi a tutte queste situazioni?
no. Non è possibile trovarli da nessuna parte, nondimeno sono devastanti.
Forse le emozioni risiedono nel nostro corpo? oppure provengono dal corpo
degli altri? sorgono dalla vista? dall’udito? dove sono infine? DOVE?….
eppure i danni che producono sono gravissimi! ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando si è preda di un’emozione negativa la si vorrebbe
afferrare, gettare via, ma non vi è nulla da afferrare, nulla da buttare.
Volendo individuare le emozioni negative si prende finalmente coscienza
della grande differenza tra la loro essenza e la percezione che se ne ha e
questa osservazione è il metodo per combatterle e liberarsene. ; ; ; ; ; ; ;
;
In tutti i Paesi Buddhisti asiatici questo aspetto
fondamentale è oggetto di lunghi e profondi studi. In Italia, relativamente
allo studio del Buddhismo, potremmo essere alla scuola materna, anche se
qualcuno è convinto di sapere già tutto e di avere studiato
moltissimo!…Invece è importante comprendere che lo studio e la comprensione
profonda sono essenziali e ancor di più lo è la pratica che ci permette di
trasformarci e di costruire una buona personalità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Una persona semplice, buona, intelligente, anche se non
ha ricevuto grande istruzione, non trasmetterà mai nulla di sbagliato. ; ; ;
; ; ; ; ;
Se l’ignoranza è pericolosa, lo è ancor di più una
cattiva personalità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Una buona personalità è la qualità essenziale di un
insegnante di Dharma e di un praticante e, poiché non è possibile conoscere
il cuore degli altri e quindi giudicarli, la virtù che deve essere sempre
presente è la pazienza! ; ; ; ; ; ; ; ;
La base della pratica è la meditazione, ma non vi è un
solo modo di meditare; in genere la nostra meditazione è comoda e dunque i
risultati saranno altrettanto modesti, osserviamo invece alcuni tipi di
meditazione praticati nell’antico Tibet, diversi in apparenza, ma identici
nella sostanza e riassunti nel verso del tantra: “Le pratiche estremamente
elaborate, le pratiche poco elaborate e le pratiche senza alcuna
elaborazione sono identiche”. Eccone tre esempi: ; ; ; ; ; ; ;
1. Pratiche molto elaborate: la meditazione di Lama con
alta realizzazione durante rituali e danze complessi, con simbolismi ed
esteriorità marcate nell’espressione gestuale, nei suoni e nei colori. Il
meditante deve saper coniugare la mente interiore con i molteplici aspetti
esteriori e non è facile. ; ; ; ; ; ; ; ;
2. Pratiche poco elaborate: la meditazione di Milarepa,
molto semplice. Milarepa meditava lungamente, immobile, con una candela
sulla testa, nel silenzio di una grotta che poteva essere aperta solo
dall’esterno; ; ; ; ;
3. Pratiche senza elaborazione alcuna: la meditazione di
Santideva, grandissimo meditante, ma non riconosciuto come tale dai suoi
compagni che, anzi, lo accusavano di essere il monaco più pigro del
monastero.
Domanda: Non capisco, come meditava Santideva?
Lama: Dormendo!… In monastero era famoso per saper fare
solo tre cose: mangiare, dormire e adempiere alle necessità corporali. Ma
lui, dormendo, meditava in modo vigile e profondo, continuamente. ; ; ; ; ;
; ; ;
Esisteva allora una regola del monastero per cui, a
turno, ogni monaco doveva dare un insegnamento pubblico. Quando toccò a
Santideva i suoi compagni si predisposero a un grande divertimento e
prepararono, tanto per cominciare, un trono altissimo su cui era impossibile
arrampicarsi; Santideva non si scompose e giunto davanti al trono,
tranquillamente con un semplice gesto della mano lo abbassò, poi si sedette
e con umiltà iniziò il suo discorso, (il Bodhicaryavatara): ; ; ; ; ; ; ;
“Non c’è nulla di nuovo da dire che già non sia stato
detto nel passato. Io non ho alcuna abilità oratoria e nemmeno ho la
presunzione che il mio discorso possa aiutare gli altri, ma semplicemente
parlerò per rendere familiari questi concetti alla mia stessa mente. Tengo
questo discorso come promemoria per ricordare sempre ciò che porta virtù e
buone azioni alla pratica. Questo discorso può essere di beneficio a coloro
che hanno le stesse capacità o abilità mentali o predisposizioni; e questo
discorso possa essere loro di beneficio”. ; ; ; ; ; ; ;
Parliamo spesso di Pratica, ma che cos’è? ; ; ; ; ; ; ; ;
Se lo studio di questo testo produce un cambiamento in
noi significa che abbiamo la predisposizione di cui parlava Santideva a
comprendere il significato profondo delle sue parole e dunque anche noi
potremmo essere “praticanti dormienti”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ma, sia che ci si trovi in profonda meditazione, sia che
si stia consapevolmente riposando perfettamente rilassati, sia che si
partecipi a un complesso cerimoniale tantrico, ciò che resta perfettamente
identico e inalterato è la qualità meditativa della mente in ogni
situazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Le diverse forme di pratica non sono contraddittorie tra
loro e una persona può usarle tutte con uguale capacità.
IV° capitolo, verso 48° ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Questo è il modo in cui dovrei riflettere ed operare
mettendo in pratica i precetti qui illustrati. Quale malato bisognoso di
cure ha riacquistato la salute ignorando le prescrizioni del dottore?.” ; ;
; ; ; ; ; ;
b) “Prendendo una ferma risoluzione, dunque, mi sforzerò
di seguire l’addestramento come è stato insegnato. Come può ristabilirsi
qualcuno che potrebbe essere curato con un farmaco, se non segue il
consiglio del medico?.” Non è sufficiente avere la prescrizione medica
(leggere, studiare, imparare, riflettere), bisogna anche assumere la
medicina, cioè mettere in pratica quanto si è appreso. Noi parliamo spesso
di pratica, ma che cos’è? E’ l’attitudine all’osservazione vigilante e
attenta della mente come viene descritta nel testo a partire da: ; ; ; ; ; ;
V° capitolo, verso 1° ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Coloro che desiderano proteggere la loro pratica
dovrebbero, con grande zelo, salvaguardare le loro menti, poiché senza
vigilare sulla mente non sarà mai possibile mantenere una disciplina.” ; ; ;
; ; ; ; ;
b) “Chi desideri sorvegliare la sua pratica, deve
sorvegliare con scrupolo la sua mente. E’ impossibile sorvegliare la pratica
senza sorvegliare la mente distratta.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Se non si protegge la mente, se ci si distrae, essa
lasciata libera, abbandonata nell’incuria, può causare enormi problemi.
Vigilare sulla mente non è limitarsi ad osservarla, ma significa seguirla
costantemente, come si fa con i bambini per impedire che si facciano male,
pur non limitando la loro crescita, li si sorveglia discretamente, sempre. ;
; ; ; ; ; ; ;
C’era in monastero un monachello che non aveva nessuna
voglia di studiare, ma il maestro, ancora speranzoso di cavarne qualcosa di
buono, gli ripeteva continuamente: “guarda il testo, non distrarti, guarda
il testo…”. Lo studente, svogliato ma obbediente, fissava lungamente il
testo senza peraltro migliorare la sua conoscenza e rimanendo nell’assoluta
ignoranza, perché non aveva capito che il maestro, dicendo “guarda il
testo”, lo incitava ad osservare con attenzione il contenuto, conoscendolo e
imparandolo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se non si ha la stessa vigile attenzione nei confronti
della mente essa, abbandonata a se stessa, è in grado di produrre un vero
inferno e Santideva osserva appunto che l’inferno altro non è che nella
nostra mente. ; ; ; ; ; ; ;
capitolo V°, versi 7° e 8° ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Chi ha creato intenzionalmente tutte le armi che
tormentano coloro che si trovano negli inferi? Chi ha creato il terreno di
ferro rovente? Da dove provengono queste demoniache figure di fuoco? ; ; ; ;
; ; ; ;
Il grande Saggio ha affermato che tutte queste
manifestazioni sono unicamente prodotto di una mente negativa, per cui
all’interno dei tre reami dell’esistenza l’unica cosa che dobbiamo temere è
la mente.” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “Chi forgiò con tanta cura le armi dell’inferno? Chi
creò il pavimento di ferro rovente? E chi generò quelle sirene? ; ; ;
Tutte quante le cose sorgono dalla mente malvagia , cantò
il Saggio. Così nei tre mondi non c’è nulla di pericoloso se non la mente.”
L’inferno non è un luogo geografico individuabile fisicamente, è una
proiezione mentale disturbata. Santideva affronta in modo diretto e chiaro
il problema; alla nostra paura e ossessione dell’inferno risponde con una
domanda/risposta: “Chi lo ha creato con tutte le sue armi?” “La nostra
mente, l’inferno è all’interno di essa”. ; ; ; ; ; ; ;
La sola protezione che abbiamo per cambiare noi stessi è
la PAZIENZA ; ; ; ; ; ; ; ;
L’inferno è simile ai peggiori incubi che noi viviamo e
soffriamo come se fossero reali, eppure sono illusioni, creazioni della
nostra mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Che fare dunque per vigilare con cura sulla nostra mente?
Sviluppare la pratica della pazienza! Santideva affronta l’argomento al: ; ;
; ; ; ; ; ;
capitolo V° dal verso 12° ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Gli esseri ostili privi di autocontrollo sono
illimitati come lo spazio, per cui non è assolutamente possibile
sottometterli tutti, ma se solo elimino la rabbia che colma la mia mente ciò
equivarrà a sconfiggere tutti i nemici. ; ; ; ; Dove potrei trovare
abbastanza cuoio per ricoprire tutta la superficie della terrà? Tuttavia,
solo indossando del cuoio sotto le suole delle mie scarpe equivarrà a
ricoprire tutta la terra con esso. ; ; ; ; ; ; ; ;
Similmente, non sarà mai possibile influenzare totalmente
gli eventi esteriori, tuttavia, solo padroneggiando questa mia mente in modo
positivo, che altro rimarrà da controllare?.” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “Quante persone malvagie, senza fine come il cielo,
posso io uccidere? Ma quando l’atteggiamento mentale dell’ira è ucciso,
ucciso è ogni nemico. ; ; ; ; ; ; ; ;
Dov’è tanto cuoio da coprire il mondo intero? Il vasto
mondo può essere coperto con il cuoio che basta per un paio di scarpe
soltanto. ; ; ; ; ; ; ; ;
Allo stesso modo, poiché non posso controllare gli eventi
esterni, controllerò la mia mente. E’ forse affar mio se le altre cose sono
controllate? .” ; ; ; ; ; ; ; ;
La pratica della pazienza è distruggere, dominare,
superare la rabbia che c’è in noi. Con il dominio della collera nessun
oggetto potrà più esserci nocivo. Coloro che chiamiamo nemici, oggetti di
avversione, antipatia, altro non sono che il riflesso della rabbia che cova
libera in noi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se noi, in preda alla rabbia incontrollata, decidessimo,
con atto volontaristico, pur rimanendo in questo stato, di praticare la
pazienza iniziando dal “dover perdonare tutti”, pretenderemmo di affrontare
un’impresa assolutamente impossibile. Solo abbandonando la rabbia,
eliminando ogni avversione, avviene la trasformazione interiore profonda e
vera che permette l’autentica e naturale pratica della pazienza.
Come dice Santideva, se voglio percorrere tutta la terra
senza ferirmi i piedi non è necessario che la ricopra interamente di cuoio,
è sufficiente che ponga due piccole strisce di cuoio sotto la pianta dei
piedi e potrò andare ovunque desideri. Così, dominando la collera, sono
completamente protetto da ogni disturbo e il perdono avviene naturalmente,
senza sforzi artificiosi e inutili. ; ; ; ; ; ; ; ;
Spesso si pensa di poter superare le difficoltà cambiando
gli altri, ma questa è un illusione, un’impresa impossibile, possiamo solo
cambiare noi stessi proteggendo la nostra mente con la pazienza. ; ; ; ; ; ;
; ;
Domanda: In linea teorica concordo su quanto hai detto,
però a volte si verificano situazioni esterne pesantissime in cui si
subiscono continuamente vessazioni, un esempio potrebbe essere il mobbing
nei luoghi di lavoro, come si può contrastare tutto questo? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Con azioni non violente ma ugualmente incisive,
come faceva Gandhi che partiva da un retroterra di profonda meditazione e
quindi applicava la non violenza sulla base dell’attitudine mentale di
assenza di collera; sempre quieto, sereno, rivolgeva la mente esclusivamente
al bene degli altri, mai agiva per sé. Considerava con assoluta equanimità
Indù, Cristiani, Buddhisti, Islamici. E’ un modello di pratica non facile da
emulare, ma il più efficace. Nel caso del mobbing la pratica della pazienza
diventa fonte di calma e pace. ; ; ; ; ; ; ;
La pazienza è sorgente di forza interiore, di
intelligenza e di presenza mentale. Quando si perde il controllo non si è
più credibili, ma se ci si mantiene stabili, forti, dignitosi e calmi, gli
altri presteranno attenzione alle nostre ragioni. Solo con la tranquillità
interiore si possono trovare i giusti mezzi per ottenere un buon risultato,
soprattutto in una società dai cambiamenti repentini e dalle infinite
sollecitazioni. Ricordo un episodio significativo accaduto ad una persona
del gruppo di Roma che si era trasferita a Milano; poco dopo la società
americana per cui lavorava decideva di ridurre il personale e probabilmente
il primo ad essere licenziato sarebbe stato un padre di famiglia con due
figli ancora piccoli, era necessario dunque trovare velocemente la soluzione
meno dolorosa e questa persona, praticante Buddhista, si è offerta
spontaneamente in cambio del collega. ; ; ; ; ; ; ;
Oggi ci si trova continuamente a dover fronteggiare
situazioni inaspettate, problemi a cui è necessario offrire risposte
immediate, ma per farlo occorre avere equilibrio e pace interiore e i mezzi
che suggerisce Santideva sono preziosi. Abbiamo gli strumenti occorrenti,
dunque la responsabilità di praticare correttamente il Dharma oggi, secondo
le esigenze del nostro tempo, è tutta ed esclusivamente nostra. Buddha, Gesù
Cristo, Santideva ci hanno indicato la strada, ma adesso tocca a noi
percorrerla. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel VI° capitolo si descrive dettagliatamente la pratica
della pazienza, lo stato mentale che sconfigge la rabbia. Lo scopo della
rabbia è distruttivo e da essa nasce l’odio, che non è solo l’attitudine
temporanea a voler danneggiare, ma è permanente, radicata nel profondo e
produce volontà di vendetta. Se dunque la rabbia in un preciso momento può
provocare un disastro, l’odio è una malattia mortale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Rabbia e odio cancellano in noi ogni possibile spazio
positivo, non a caso si dice che esse sono le più potenti azioni negative.
Distruggono tutto, affetti, amicizie preziose, beni e la vita stessa. Quanto
di più terribile avviene nel mondo è provocato da rabbia e odio e porta con
sé un pesantissimo fardello di inutile ed evitabile dolore. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il capitolo VI° inizia così: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Ogni azione positiva portata a compimento nel corso
di mille ere cosmiche, ad esempio fare offerte ai Tathagata e praticare la
generosità, verrà distrutta da un singolo istante di collera. ; ; ; ; ; ; ;
;
Non c’è virtù uguale alla pazienza, né negatività uguale
alla collera, ragion per cui devo praticare in ogni modo la pazienza.” ; ; ;
; ; ; ; ;
b) “Questa adorazione dei Sugata, la generosità, la buona
condotta osservata nel corso di migliaia di eoni: l’odio distrugge tutto
ciò. ; ; ; ; ; ; ; ;
Non c’è male eguale all’odio, non c’è pratica spirituale
uguale alla pazienza. Perciò con vari mezzi, con grande sforzo, si sviluppi
la pazienza.” ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ evidente perché la pazienza sia considerata la pratica
fondamentale, la più importante e, viceversa, nel 3° versetto si spiega
perché l’odio sia la più nociva delle attitudini mentali. Non esiste
pensiero più doloroso dell’odio; la mente pervasa da rabbia e odio non può
trovare pace in alcun luogo e in nessun modo, non prova più gioia, non
riesce più a dormire, è definitivamente instabile, impazzita. E la follia è
che tanto dolore distruttivo non proviene dall’esterno, ma è costruito,
mattone dopo mattone, da noi stessi! ; ; ; ; ; ; ;
Domanda. Non è possibile che quest’attitudine alla rabbia
e all’odio sia causata anche dal condizionamento pesante del karma? ; ; ; ;
; ; ; ;
Lama: E’ piuttosto un’abitudine. Le impronte karmiche non
possono mai interrompere la pratica, che è l’unica soluzione per cambiare lo
stato del karma. La pratica è più forte della più negativa forza karmica.
Con la pratica si riducono naturalmente rabbia e odio sino alla loro totale
dissoluzione, è garantito!.. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Sono un po’ confusa da questa equazione in cui
pare che: odio, rabbia, impazienza, necessità di correggere azioni negative,
anche in funzione di un senso del dovere, siano accomunate in un’unica
emozione, mentre a me sembrano molto diverse, ad esempio se io vedo una
persone che infrange le regole stradali e causa un grave incidente provo un
moto di avversione per questo atto, mi indigno profondamente, ma questa
forte reazione è rabbia? Per me no.
Lama: Certamente, sono cose molto diverse. L’indignazione
per un’azione nociva non ha nulla a che vedere con la rabbia, è espressione
del dispiacere nel constatare il danno prodotto da un’azione negativa,
diventerebbe rabbia se sorgesse l’impulso a voler colpire la persona
responsabile del danno. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Pazienza e sopportazione sono la stessa cosa?
Perché la pazienza mi pare una virtù attiva e la sopportazione passiva. ; ;
; ; ; ; ; ;
Lama: In tibetano spesso questi termini si equivalgono
anche perché, pur definendo due situazioni distinte, non vi è mai una netta
separazione tra loro. Quando ci si trova in una situazione veramente pesante
da sopportare, con la pratica costante della pazienza si ottiene di pari
passo una diminuzione di questa insofferenza. La pazienza trasforma la
percezione delle circostanze, ne diminuisce la sofferenza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Capitolo VI°, dal verso 4°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Nobili condottieri se, colmi di odio, verranno
attaccati e uccisi persino dai servitori che da tali padroni hanno ottenuto
onori e beni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Isolati da amici e parenti ed evitati anche da coloro che
sono attratti dalla loro ricchezza, gli individui colmi di rabbia sono privi
di ogni gioia, felicità e pace mentale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per cui il nemico, la collera, è la causa di tutti questi
mali, tuttavia chiunque si impegna ad eliminare la propria rabbia troverà la
felicità, in questa vita e nelle future.” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “Persino coloro che si onora con doni e rispetto, e
anche i propri dipendenti, bramano di distruggere il padrone che è sfigurato
dall’odio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Anche gli amici rifuggono da lui. Egli dà, ma non è
onorato. In breve, non c’è verso per cui chi è incline alla rabbia sia
ricco. ; ; ; ; ; ; ; ;
Chi comprende che l’odio è un nemico poiché crea simili
sofferenze, e con ostinazione lo colpisce, è felice in questo mondo e nel
successivo.” ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ evidente che non vi può essere pace per coloro in cui
albergano rabbia e odio, ma come nasce la rabbia? Sorge verso chi si è
comportato in modo disonesto o dannoso? oppure emerge quando qualcuno agisce
in modo da ostacolare la realizzazione dei nostri desideri? Tali circostanze
provocano in noi avversione da cui nascono collera e odio che, a loro volta,
causano infelicità, nel presente e nel futuro. ; ; ; ; ; ; ; ;
Collera e odio, prodotte da una forte volontà egocentrica
di affermazione dell’IO e del MIO, per ironia della sorte, determinano una
totale e devastante distruzione del sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
La collera e l’odio che si sviluppano prontamente di
fronte a una qualsiasi minaccia all’affermazione dell’io e del mio
determinano uno stato di infelicità e questa stessa infelicità si trasforma
nel cibo che alimenta rabbia e odio. Si crea un circolo vizioso: io odio,
quindi soffro, ma questo dolore alimenta e aumenta il mio odio che produrrà
maggior sofferenza!….Come uscirne? Santideva propone una soluzione
semplicissima ma efficace: “Se non riesci a uccidere il nemico, toglili il
cibo”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Capitolo VI°, versi 7° e 8° ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Ottenendo ciò che non voglio e ciò che ostacola i
miei desideri, l’insoddisfazione della mente si accresce sempre più; da essa
sorge la rabbia che mi opprime e mi sconvolge. ; ; ; ; ; ; ;
Per cui distruggerò completamente ogni causa che fa
sorgere questo mio nemico, la rabbia, in quanto esso ha un’unica funzione:
quella di nuocermi.” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “Consumando il cibo della frustrazione preparato
facendo l’indesiderabile e ostacolando il desiderabile, un odio tagliente mi
abbatte. ; ; ; ; ; ; ; ;
Perciò distruggerò il cibo di questo ingannatore, perché
questo odio non ha altro fine che il mio assassinio.” ; ; ;
Privata di cibo, la rabbia, non più alimentata, non potrà
crescere e invece di svilupparsi deperirà naturalmente sino all’estinzione,
senza che nessuna battaglia debba essere combattuta. La domanda è: come
togliere cibo alla rabbia? Con la calma mentale e la pratica della pazienza.
Se di fronte ad un problema si perde la pace interiore non sarà certamente
favorita la sua soluzione, anzi lo si aggraverà. E’ famoso il proverbio
tibetano: “Se una situazione può essere cambiata, perché dispiacersi? Ma se
non può essere cambiata, perché dispiacersi?”. ; ; ;
Il sorgere della rabbia può essere così riassunto: ; ; ;
; ; ; ; ;
L’“io” e il “mio” sono causa fondamentale di rabbia e
odio che sono determinati dall’incontro con le condizioni, in questo caso
rappresentate dalle azioni degli altri che ostacolano l’affermazione del
nostro ego e la realizzazione dei nostri desideri. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando causa, (l’io e il mio che vogliono affermarsi o
possedere), e condizioni (azioni altrui contrarie ai nostri desideri di
affermazione e possesso) si incontrano sorge l’infelicità, alimento che
nutre l’attitudine mentale aggressiva alla rabbia e all’odio con conseguente
devastante distruzione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Anche Santideva, come la moderna psicologia, non dice di
combattere, reprimere la rabbia, la soluzione è più naturale: basta
toglierle il cibo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se di fronte alle azioni degli altri proviamo disagio,
perché preoccuparsene? possiamo forse cambiarne il corso? no, e se invece
possiamo, perché alterarci? distruggendo con la rabbia tutte le azioni
virtuose, che altro risultato otteniamo se non il nostro annientamento? e
allora perché alimentare un’attitudine così nociva e inutile? ; ; ; ; ;
Domanda: Se un’azione mi colpisce una volta sola, posso
conservare la pace mentale, praticare la pazienza ed evitare la rabbia, ma
se subisco vessazioni continue come nel caso del mobbing citato questa
mattina, come posso non soccombere a questa infelicità?
Lama: E’ soltanto questione di applicazione, la prima
volta sarà veramente arduo, ma continuando a praticare sarà sempre meno
difficile e avverrà una vera trasformazione interiore che permetterà di
superare anche la vessazione quotidiana più pesante. La situazione esterna
potrà rimanere inalterata ma tu sarai sempre più abile nell’affrontarla.
Questo metodo è valido in ogni situazione perché permette di mantenere la
calma mentale indipendentemente dalle circostanze esterne. ; ; ;
Santideva sottolinea che ci solo molteplici e differenti
cause alla rabbia: ; ; ; ; ; ; ; ;
11° verso del VI° capitolo: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Per me stesso e per tutti i miei cari non desidero
dolori né umiliazioni, insulti o rimproveri, ma, per i miei nemici, vale
proprio l’opposto.” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “Sofferenza, umiliazione, dure parole e disonore: non
desideriamo queste cose né per noi stessi né per i nostri cari; ma è
l’inverso per i nostri nemici.” ; ; ; ; ; ; ;
Purtroppo questa attitudine è comune, ci appare quasi
naturale e quando è contraddetta da eventi esterni proviamo dispiacere e
frustrazione che alimentano in noi la rabbia. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: In questo testo si parla sempre di odio verso
gli altri, ma non si accenna mai ad una condizione molto diffusa in
occidente: “l’odio per se stessi” o se preferisci, la poca stima di sé, la
percezione, in una società fortemente competitiva, di non essere all’altezza
delle situazioni con conseguente maturazione di atteggiamenti
autodistruttivi come l’anoressia ad esempio. Ho letto che tra i tibetani
questo odio di sé è completamente sconosciuto, tanto che lo stesso Dalai
Lama, in un incontro con scienziati occidentali in cui tra gli altri si
affrontava questo argomento, aveva qualche difficoltà a inquadrarlo
correttamente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: “Odiare se stessi”mi sembra un po’ forte, non
saprei cosa dire in questo momento, forse procedendo nella lettura del testo
potremo trovare la risposta.
La Meditazione nella Solitudine è molto potente ; ; ; ; ;
; ; ;
Riprendiamo la questione della rabbia che si manifesta
nei confronti di chi agisce in modo a noi sgradito, ci manca di rispetto,
colpisce il nostro “io”, oppure attenta al nostro “mio”, come affrontarla?
Esistono tre tipi di approccio: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. Accettare la sofferenza derivante dall’azione
sgradita; ; ; ; ; ; ; ;
2. Osservare consapevolmente il Dharma; ; ; ; ; ; ; ;
3. Sviluppare la sopportazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
In ogni caso è sempre necessario praticare la virtù della
Pazienza. ; ; ; ; ; ; ; ;
La pratica della pazienza si basa sull’accettazione della
sofferenza che è meditazione sulla sofferenza generale del Samsara di cui è
l’essenza stessa; l’esistenza condizionata è per sua natura sofferenza e
riflettervi è salutare perché mostra come la sofferenza non accettata
passivamente, ma vissuta come realtà intrinseca all’esistenza stessa, sia
trasformata in gioia profonda. ; ; ; ; ; ; ;
Ogni qualvolta si presenta una situazione contraria, la
meditazione nella pazienza ci permette di familiarizzare con la sofferenza
sino a farla scomparire naturalmente e a permetterci di acquisire la
consapevolezza che, sapendo superare le piccole avversità con pace, siamo in
grado di annullare anche le grandi sofferenze. ; ; ; ; ; ;
La condizione del samsara è sofferenza, senza sofferenza
non esiterebbero gli esseri samsarici, noi esistiamo grazie al Samsara! La
meditazione sulla sofferenza porta preziosi benefici, o se preferite, i
benefici prodotti dall’esperienza del dolore. ; ; ; ; ; ; ; ;
Capitolo VI°, dal verso dal 12°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Le cause della felicità si ottengono molto raramente,
mentre le cause della sofferenza sono molteplici, tuttavia senza
sperimentare il dolore non vi sarà desiderio di liberazione, per cui, mente,
sii forte e determinata. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se alcuni asceti e le genti di Karnata sopportano senza
alcun scopo il dolore di ferite e bruciature, perché mai sono privo del
coraggio di ottenere la liberazione? ; ; ; ; ; ; ; ;
Non vi è nulla che non diventi accessibile tramite una
costante familiarità, per cui abituandomi a tollerare lievi preoccupazioni
mi eserciterò per le grandi avversità” ; ; ; ; ; ; ; ;
b) “La felicità è rara. La sofferenza persiste senza
sforzo, ma solo attraverso la sofferenza si può trovare questo scampo.
Perciò, o mente, sii forte! ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel Karnata i devoti di Durga sopportano volentieri e
inutilmente il dolore di ustioni, ferite e altro ancora. Dal momento che la
mia meta è la liberazione, perché sono un codardo? ; ; ; ; ; ; ; ;
Con la pratica nulla rimane difficile. Così, facendo
pratica con i disagi minori, diventano sopportabili anche i disagi
maggiori.”
Il riferimento alla sofferenza inutile di ferite e
bruciature riguarda gli interventi dolorosi a cui ci si sottopone
volontariamente per raggiungere uno scopo mondano: (ad esempio il pugile che
combatte per denaro, gli interventi di chirurgia plastica per una maggior
prestanza…). ; ; ; ; ; ; ; ;
L’ultimo verso vuole infondere coraggio e indurre un
atteggiamento positivo nei praticanti in modo che, nell’abitudine ad
affrontare le piccole pene con serenità, imparino superare con gioia le
grandi sofferenza, perché non esiste nulla che non possa essere realizzato.
; ; ; ; ; ; ; ;
Nella traduzione inglese si usa unicamente il termine
“sofferenza”, in tibetano invece si utilizzano più parole per esprimere
quello stato di insoddisfazione, dispiacere, malessere, disagio, sofferenza
fondamentale del Samsara, che si avverte particolarmente nella solitudine. ;
; ; ; ; ; ; ;
La sensazione di “mancanza” che ci pervade nella
solitudine non è definibile né colmabile, possiamo pensare: “mi manca una
persona” e allora cerco quella persona, ma il malessere permane inalterato,
“mi mancano oggetti preziosi”e allora li procuro, ma il malessere non passa.
; ; ; ; ; ; ; ;
Si avverte una privazione sostanziale, ma nulla e nessuno
può colmare questa carenza, è la sofferenza pervasiva del Samsara, quello
che manca è il Nirvana, ma noi siamo nel samsara. ; ; ; ; ; ; ; ;
La meditazione nella solitudine è molto potente perché si
inoltra sino alla radice della natura della sofferenza e familiarizzando con
essa comprendiamo e tocchiamo la libertà. Il senso della libertà e il senso
della solitudine esistenziale coincidono, dove c’è solitudine c’è libertà e
dove c’è libertà c’è solitudine, dunque, la solitudine vissuta come
sofferenza può essere trasformata in solitudine vissuta nella gioia della
liberazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo è il grande beneficio che possono ottenere i
praticanti meditatori, vivere nella gioia, dormire e morire in pace. La
paura della morte sorge a causa della solitudine vissuta con dolore: si
muore soli, si deve lasciare tutto ciò verso cui si ha attaccamento, da cui
non si è liberi. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ieri abbiamo concluso la giornata con la preghiera di
dedica dei meriti, quattro brevissimi versi che racchiudono tutto
l’insegnamento del Bodhicaryavatara: ; ; ; ; ; ; ; ;
“CYANg CIUB SEM CIO RINPOCÉ ; ; ; ; ; ; ; ;
MA KYE PA NAM KYE GYUR CI ; ; ; ; ; ; ; ;
KYE PA GNAM PA ME PA TANg ; ; ; ; ; ; ; ;
KONg NE KONg TU PEL UAR SCIO” ; ; ; ; ; ; ; ;
Versi che, pur tradotti con parole diverse, mantengono
inalterato il profondo significato: ; ; ; ; ; ; ; ;
“ Possano gli aspetti della preziosa e sublime
Motivazione del Risveglio ; ; ; ; ; ; ; ;
che non sono nati nascere in noi; ; ; ; ; ; ; ;
Possano quelli che sono nati, senza deteriorarsi,
svilupparsi sempre più.” ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ la preghiera della preziosa Bodhicitta, il livello più
elevato di apertura del cuore, la grande compassione che abbraccia tutto. La
Bodhicitta nasce dalla pura intenzione di responsabilità universale che
scaturisce dalla compassione. La grande compassione sorge dall’amorevole
gentilezza, risultato del riconoscimento consapevole della grande gentilezza
di tutti gli esseri senzienti, nostre madri. Dalla consapevolezza nasce il
forte desiderio di ricambiare l’amorevole gentilezza. ; ; ; ; ; ;
Come insegna Santideva è dunque fondamentale e necessario
accogliere con cuore aperto gli esseri senzienti riconoscendo in loro la
causa di tutte le buone qualità interiori. ; ; ; ; ; ; ; ;
I quattro versi della preghiera di dedica sono spiegati
nei dieci capitoli del Bodhicaryavatara: ; ; ; ; ; ; ; ;
cap. 1. Elogio alla mente del Risveglio ; ; ; ; ; ; ; ;
cap. 2. Purificazione delle azioni (o Confessione delle
colpe) ; ; ; ; ; ; ; ;
cap. 3. Adozione della mente del Risveglio (o della
Bodhicitta) ; ; ; ; ; ; ; ;
Nei primi tre capitoli si spiegano i benefici dello
sviluppo della Bodhicitta auspicando che tale realizzazione possa essere
ottenuta da coloro che ne sono ancora privi, e corrisponde al contenuto dei
primi due versi della preghiera di dedica; il terzo e quarto verso sono
rivolti invece a coloro che hanno già sviluppato la Bodhicitta, e che la
devono mantenere e potenziare; dal quarto all’ottavo capitolo del testo si
indica come raggiungere l’obiettivo applicando le sei Paramita. ; ; ; ;
cap. 4. Vigilanza in merito alla mente del risveglio (o
Come preservare il Valore delle Qualità Spirituali) ; ; ;
cap. 5. La Sorveglianza della Consapevolezza (o Attenta
Vigilanza) ; ; ; ; ; ; ; ;
cap. 6. La Perfezione della Pazienza ; ; ; ; ; ; ; ;
cap. 7. La Perfezione del Vigore (o La Perseveranza
gioiosa) ; ; ; ; ; ; ; ;
cap. 8. La Perfezione dell’Assorbimento Meditativo (o
Concentrazione) ; ; ; ; ; ; ; ;
La terza e ultima parte del testo riguarda il sempre
maggior sviluppo della Bodhicitta per il bene di tutti gli esseri senzienti
e la dedica vera e propria. ; ; ; ; ; ; ; ;
cap. 9. La Perfezione della Conoscenza (o Saggezza) ; ; ;
; ; ; ; ;
Cap. 10. Dedica. ; ; ; ; ; ; ; ;
La Bodhicitta, meravigliosa mente di illuminazione, dona
uno stato autentico di pace, rilassamento, apertura, felicità e gioia. ; ; ;
; ; ; ; ;
Santideva dimostra come, grazie all’esistenza degli
esseri senzienti, si generi la compassione, che deve essere dunque motivo di
rispetto e devozione nei loro confronti poiché ci permettono di sviluppare
la Bodhicitta e realizzare e l’illuminazione, così come abbiamo rispetto e
devozione per il Buddha che ci indica la via dell’illuminazione nel Dharma.
Il rispetto verso il Buddha e gli esseri senzienti non è
discriminante, non si basa sulla valutazione delle realizzazioni di ognuno,
ma è determinato dall’essenza dello stesso risultato a cui entrambi
conducono: l’illuminazione. La pratica della generosità, della pazienza e di
ogni altra virtù è possibile grazie all’esistenza degli esseri senzienti,
l’unica vera fonte di ogni cosa buona. Invece, confusione, scontento,
disagio, malessere, problemi, sono, al cento per cento, esclusiva
responsabilità personale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Le persone con cui viviamo, l’ambiente che ci circonda
sono preziosi, sono loro che ci permettono di sviluppare ogni nostra buona
potenzialità. Quest’anno ho avuto la possibilità di verificare questo
aspetto visitando il piccolo villaggio di tibetani in Nepal dove vivono i
miei genitori. Ci sono relazioni di buon vicinato, altre problematiche, ma
ogni giorno insieme questo gruppo di persone costruisce la vita, condivide
gioie, passioni, dolori, e non potrebbe esistere per loro situazione più
autentica per poter praticare la Bodhicitta. Immaginate se portassi i miei
genitori a Roma!… Ne sarebbero sconvolti, Mi chiederebbero dov’è lo stupa
intorno al quale poter praticare la cora recitando il mantra, dove
andrebbero, al Colosseo? Sarebbero considerati matti, eppure questa pratica
per loro è essenziale. Potrebbero solo starsene rinchiusi in uno strano
appartamento che rappresenterebbe una prigione, senza i loro compagni di
vita che potrebbero fare? Nulla. La compagnia dei propri compagni di viaggio
è essenziale! ; ; ; ; ; ; ; ;
Riflettere profondamente su ciò apre la mente e il cuore,
fa stare bene, a proprio agio, favorendo l’approccio amichevole ricco di
calore e di condivisione. Poco per volta si crea il buon cuore e si gode
pienamente della pace e della felicità rappresentate dall’esistenza stessa
degli altri. Perché non accogliere con gioia questo dono? Perché non
ricambiarlo con amorevole gentilezza? ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ tanto ovvio e semplice, eppure in genere preferiamo
ignorarlo complicandoci la vita, creiamo continuamente situazioni che ci
fanno arrabbiare, allontanare con stizza da tutto e da tutti fino a quando,
non avendo più oggetti esterni da colpire, rivolgiamo questo astio contro
noi stessi. Ecco la risposta alla precedente domanda sull’odio di sé. Siamo
gli architetti e i costruttori della nostra infelicità, gli unici
responsabili! Non è una vera follia e sconsiderata ottusità mentale?
La rabbia non è mai intenzionale, è una perdita di
controllo ; ; ; ; ; ; ; ;
Un’assurdità è anche la difficoltà che abbiamo nel gioire
sinceramente, con pace, delle buone qualità degli altri, eppure se solo
sapessimo godere di questo prezioso dono, oltre ad essere immediatamente
felici nelle condivisione, potremmo usare quelle stesse qualità a nostro
vantaggio. Al contrario, a causa dei difetti mentali, delle afflizioni
distruttive, soffriamo inutilmente, è necessario sviluppare attentamente la
virtù della pazienza. ; ;
Capitolo VI°, dal verso 18°: ; ; ; ; ; ; ; ;
a) “Questo è il risultato della mente, che può essere
forte o colmo di paura, per cui devo vincere ogni dolore senza essere
influenzato dalla difficoltà. ; ; ; ; ; ; ; ;
La mente dei saggi, anche quando sperimentano dolore,
rimane serena e chiara in quanto nella lotta contro i difetti mentali
molteplici sono le difficoltà, come in battaglia. ; ; ; ; ; ; ; ;
I guerrieri coraggiosi sono coloro che, non curandosi di
qualsiasi dolore, distruggono i veri nemici come l’odio e così via; i
guerrieri ordinari uccidono semplicemente cadaveri. ; ; ; ; ; ; ;
Inoltre la sofferenza ha un suo valore, a causa del
dolore di eliminano l’orgoglio e l’arroganza, si prova compassione per
coloro che vagano nell’esistenza ciclica, si evita il male e si gioisce
nella pratica della virtù.”
b) “Questo deriva dall’audacia o dalla codardia della
mente. Perciò bisogna divenire invincibili di fronte alla sofferenza e
superare il disagio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Neppure nella sofferenza il saggio dovrebbe permettere
che la sua serena fiducia mentale sia turbata, poiché la battaglia è con le
contaminazioni, e in guerra il dolore si vince facilmente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Coloro che vincono il nemico prendendo sul petto i colpi
dell’avversario sono gli eroi trionfanti, mentre gli altri uccidono chi è
già morto. ; ; ; ; ; ; ; ;
La virtù della sofferenza non ha rivali, poiché, per il
trauma che provoca, l’ebbrezza svanisce e sorgono compassione per gli esseri
nell’esistenza ciclica, timore del male e desiderio del Vittorioso.” ; ; ; ;
; ; ; ;
La sofferenza ha la preziosa qualità di produrre
l’umiltà, di generare la compassione verso coloro che soffrono e di far
riflettere sull’essenza della sofferenza stessa, una meditazione che induce
a sviluppare le azioni virtuose e ad abbandonare quelle nocive. ; ; ; ; ; ;
; ;
La reazione della rabbia perde consistenza, che cos’è la
rabbia? con chi ci arrabbiamo? perché? non è così automatica la risposta. Ad
esempio, un automobilista ci viene addosso perché i freni dell’auto si sono
improvvisamente rotti, ci arrabbiamo con lui? ma non aveva intenzione di
farci del male e allora perché arrabbiarsi con lui? ci arrabbiamo con l’auto
che si è rotta? La nostra rabbia non ha un vero oggetto e non è mai
intenzionale, sarebbe più corretto dire che è una perdita di controllo. ; ;
; ; ; ; ; ;
Domanda: Non sempre, qualche volta mi arrabbio
intenzionalmente: ho davanti a me una persona che ha un comportamento che
reputo scorretto e quindi mi pongo lucidamente il quesito se arrabbiarmi o
no e poi decido che voglio arrabbiarmi e dico cose anche molto dure.
Lucidamente si possono decidere le nefandezze peggiori, posso anche decidere
di uccidere qualcuno e programmo nei dettagli come commettere l’omicidio. ;
; ; ; ; ; ; ;
Lama: Ma la rabbia è altra cosa, avviene a causa di
fattori circostanziali e incontrollabili. Se tu decidi a mente fredda di
fare del male a qualcuno è già subentrato l’odio, non è più rabbia, oppure
il tuo può essere un atteggiamento di benevolenza nei confronti dell’altro
per correggere un comportamento dannoso; un genitore può decidere, per
amore, di essere particolarmente duro e di punire severamente il figlio che
sbaglia, ma non è rabbia. ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Prima hai tessuto l’elogio della solitudine, poi
quello della compagnia, poi hai detto che tutto quel che c’è di male è colpa
nostra, e tutto quel che c’è di bene è merito degli altri. A questo punto
sono davvero confuso. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Il male non è “colpa nostra” ma “responsabilità
nostra”, è una cosa ben diversa. Ognuno ha piena capacità di risolvere i
problemi e di non crearsi sofferenza, il risultato è esclusiva
responsabilità propria. Il fatto poi che tutta la felicità derivi dagli
altri, dalla loro semplice esistenza non significa che non possa venire
anche da noi stessi, l’una cosa non esclude l’altra, rientra sempre nella
responsabilità, io ho tutti gli strumenti per essere felice, ma posso
decidere di non esserlo. Ma senza la collaborazione e l’aiuto degli altri,
senza la condivisione compassionevole e la compagnia degli altri non vi è il
più piccolo spazio per la felicità. E abbiamo bisogno della solitudine, che
non è rifuggire gli altri, ma è meditare ed evitare i pensieri disturbanti,
le afflizioni mentali. “pensare, pensare e ancora pensare, riflettere,
guardare, ancora e ancora, sentire, ancora e ancora, questa è la
meditazione”
Quinta Parte
SUPREMA CONOSCENZA E REALTA’
Primo giorno ; La pratica del Dharma ;;
E’ sempre piacevole trascorrere tempo felice con gli
amici spirituali. Il tempo passa, la vita passa e nessuno può arrestarne il
movimento, si guarda indietro e ci si interroga: “un anno, due anni, tanti
anni sono andati e in tutto questo tempo io che cosa ho costruito di
significativo, di bello, di giusto che possa ricordare con gioia?....”
Qualche fuggevole atto significativo lo si può anche ricordare, ma la
maggior parte del tempo è scomparso, ci si accorge di averlo perduto insieme
alla preziosa vita. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella società moderna il motto è: “il tempo è denaro” e
dunque i minuti trascorsi senza produrre sono considerati inutili, persi,
invece nella visione spirituale il tempo realmente perduto è ogni attimo
vissuto al di fuori del significato dell’esistenza stessa. ; ; ; ; ; ; ; ;
I mio motto è: “Il tempo è Dharma”, ogni occasione è
buona per costruire il Dharma e dare significato alla propria vita. Ma cos’è
il Dharma? ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Dharma non è in contraddizione con la quotidianità,
non è opposto al samsara, al contrario, vi trova integrazione ed
espressione. Spesso i praticanti che si fermano ad un livello superficiale
della dottrina ne fraintendono il significato profondono e guardano al
Samsara e al Nirvana come a due opposti assolutamente contradditori,
incapaci di coesistere, poiché il primo deve essere abbandonato e il secondo
realizzato. Una visione parziale e fuorviante perché è vero che pratichiamo
per raggiungere il Nirvana, ma non lo abbiamo ancora realizzato, siamo
totalmente immersi nel samsara, nell’esistenza quotidiana ed esattamente in
questa quotidianità dobbiamo cercare il significato profondo che consenta la
realizzazione del Dharma. Sarebbe assurdo e sbagliato vivere nel samsara
provandone soltanto disgusto e repulsione, è invece necessario ricercarne
l’armonia e il senso, pur nella consapevolezza che è davvero fonte di
sofferenza, dolore e problemi, ma è anche una grande opportunità per mutare
le condizioni e aprire il varco verso la liberazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’aspirazione ad uscire dal samsara, a rinunciarvi e
opporsi è legittima ma è necessario mantenere sempre viva la consapevolezza
che noi viviamo nel samsara ogni attimo di vita, che qui e ora è la nostra
casa. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’aspirazione al Nirvana è giusta, ma ne siamo ancora
lontani, non ne abbiamo esperienza, l’unica esperienza che conosciamo è il
samsara e solo in esso possiamo ricercare il significato dell’esistenza
trasformarne l’aspetto negativo in positivo, realizzando l’integrazione
armonica nella pratica del Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
La pratica del Dharma non è una procedura formale, ma
piuttosto un fenomeno naturale, nulla può disturbarne l’esistenza, esso è
presente, semplicemente deve essere trovato. Il Buddha Sakyamuni,
nell’istante in cui ebbe l’illuminazione incontrò il Dharma e disse “Ecco,
ho trovato il Dharma, il nettare in grado di trasformare il Samsara”. ; ; ;
; ; ; ; ;
Immaginiamo di essere in un estate torrida, siamo
assonnati, intorpiditi, stanchi quando scorgiamo una fonte di limpida acqua
fresca, vi ci immergiamo con gioia e immediatamente ne siamo rinvigoriti,
pieni di energia vitale, allo stesso modo l’ambrosia del Dharma trasforma
completamente la situazione. A volte il samsara è pesante, confuso, oscuro
ed è proprio in quel momento che il Dharma ha la capacità di trasformare
repentinamente la situazione la quale, pur rimanendo a tutti gli effetti nel
samsara, è vissuta in modo completamente diverso, è avvenuta la
trasformazione in “buon samsara” che permetterà di raggiungere il Nirvana, è
il Dharma, base necessaria alla realizzazione del Nirvana. Il Nirvana è una
realtà troppo complessa per noi che non ne abbiamo esperienza, mentre
conosciamo bene l’esperienza del samsara, la nostra casa, la nostra
quotidianità, è il tutto che può essere trasformato positivamente dal
nettare del Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per questo Buddha, nell’istante dell’illuminazione disse:
“Ho trovato il Dharma che è come nettare che tutto purifica”, non ha detto:
“qualcuno mi ha dato il Dharma” ha cioè voluto sottolineare che ha
incontrato una realtà già esistente, un fenomeno naturale sempre presente,
in ogni momento e in ogni luogo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Dharma ha particolari e specifiche qualità: ; ; ; ; ;
; ; ;
di essere profondo, di conseguenza di difficile
comprensione; ; ; ; ; ; ; ;
di essere pace, assolutamente positivo, esente da
qualsiasi fattore che provochi danno; ; ; ; ; ; ; ;
di essere luminosa chiarezza, non composto da forma,
la sua natura è simile allo spazio; ; ; ; ; ; ; ;
di esistere naturalmente, non creato, non costruito,
non prodotto da alcuno o da qualcosa, assolutamente privo di fabbricazioni,
di elaborazioni mentali, di concettualità. Nessun pensiero concettuale potrà
mai comprenderlo pienamente.
Per queste sue qualità il Dharma è come nettare che
rinfresca gli esseri samsarici e purifica il samsara. Nella vita del Buddha
è scritto che ogni giorno esseri individuali scoprono il Dharma. ; ; ; ; ; ;
; ;
Per trovare il Dharma è necessario percorrere il sentiero
che conduce ad esso e che, secondo la classificazione canonica, si articola
su tre passaggi : ; ; ; ; ; ; ; ;
Addestramento nella moralità o etica superiore; ; ; ;
; ; ; ;
Addestramento nella concentrazione o contemplazione
superiore; ; ; ; ; ; ; ;
Addestramento nella saggezza superiore. ; ; ; ; ; ; ;
;
Il primo gradino è l’addestramento nell’etica superiore,
il mezzo che permette di purificare le contaminazioni grossolane della mente
rendendoci capaci di non provocare danno fisicamente, verbalmente o
mentalmente, cioè tramite corpo, parola e mente. La pratica della moralità è
in se stessa Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel trattato filosofico dell’Abhidharmakosa il Dharma è
osservato in due particolari aspetti: ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo riguarda la realizzazione del modo ultimo di
esistenza dei fenomeni ed è il Dharma in senso proprio, primario. ; ; ; ; ;
; ; ;
Il secondo si riferisce invece al metodo della
conoscenza ed è il supporto necessario per giungerne alla realizzazione, è
secondario ma fondamentale, consiste nella realizzazione della conoscenza
contenuta nei testi e trasmessa dagli amici spirituali che la posseggono. ;
; ; ; ; ; ; ;
La pratica dell’addestramento nella moralità superiore è
essa stessa Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ugualmente l’addestramento nella pratica della
concentrazione, o contemplazione superiore è Dharma, anche se non ancora il
Dharma ultimo della Saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nelle tre categorie di Dharma, moralità, concentrazione e
saggezza, la Saggezza è il Dharma primario, la moralità e la concentrazione
sono il Dharma di supporto che conduce alla saggezza primaria. ; ; ; ; ; ; ;
;
Nelle trascrizioni in pali il Dharma è suddiviso in tre
addestramenti superiori: ; ; ; ; ; ; ; ;
Vinayapitaka, addestramento nella moralità superiore;
; ; ; ; ; ; ;
Sutrapitaka, addestramento nella concentrazione
superiore; ; ; ; ; ; ; ;
Abhidharmapitaka, addestramento e realizzazione della
saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
In tutte le tradizioni buddhiste, nel Mahayana come nel
Vajrayana, compaiono descrizioni molto simili relativamente a questa
suddivisione e non potrebbe essere altrimenti perché concentrazione e
saggezza sono espressione stessa del Dharma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Vinayapitaka, addestramento nella moralità superiore,
significa addestramento a non produrre danno e sofferenza né con il corpo,
né con la parola, né con la mente e le pratiche necessarie alla sua
realizzazione sono la rinuncia, la compassione e l’amorevole gentilezza.
Tutte le difficoltà e i problemi che si presentano sono il risultato
naturale di danno e sofferenza procurato ad altri. E’ un gioco infinito:
provochiamo danno all’altro il quale reagisce prontamente con pari moneta e
dunque sorge la nostra immediata risposta e così di continuo, sofferenza su
sofferenza, nella ruota senza fine del samsara. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ un po’ come il gioco del calcio, si fatica tanto per
combattersi, per segnare goal nella porta avversaria, che poi dovrà
ricambiare, mentre sarebbe meno faticoso, collaborare e quindi fare i goal
prima in una porta e poi nell’altra, così tutti sarebbero contenti!
Naturalmente stiamo scherzando, però ugualmente l’esempio mostra come il
Dharma possa essere applicato in ogni situazione in modo creativo e
benefico. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’addestramento alla moralità superiore è il primo passo
nella pratica del Dharma e consiste nel contrastare l’abitudine a reiterare
il reciproco scambio di negatività e di danno nell’infinita produzione di
sofferenza. Il solo modo per contrastare gli atteggiamenti distruttivi è
accogliere l'unica condizione essenziale: la generosità. La generosità è la
condizione fondamentale che permette l’accesso alla pratica della moralità,
si attua prima di tutto sviluppando l’aspetto del non-afferrare che, anche
se non è totale, sottintende già una forte diminuzione dell’attaccamento a
oggetti, situazioni e persone. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’attitudine a danneggiare gli altri si sviluppa a causa
dell’attaccamento, che non è solo quello rivolto al denaro o agli oggetti
materiali, grossolani, ma quello più profondo, sottile e pericoloso che è
l’attaccamento alle proprie idee, alla propria visione della realtà, a
concetti astratti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Sono infiniti gli esempi che documentano le reazioni più
curiose. Ricordo un amico che aveva l’abitudine di fare colazione ogni
mattina nello stesso bar, ma ne era scontento perchè i gestori erano, a suo
dire, così scostanti da indurlo a pensare che gli mancassero di rispetto.
L’offesa era tale da giustificare la vendetta, espressa infine nella
decisione di abbandonare il locale privando in questo modo i colpevoli di un
guadagno. Ma cos’è la mancanza di rispetto? Rispetto a chi? a cosa? e
perché? ; ; ; ; ; ; ; ;
Si è così fortemente attaccati all’io che tutto è vissuto
secondo modalità di un “presunto rispetto” dovuto a questo sé, ci si offende
e si soffre, si applica un’immediata ritorsione creando ulteriore
sofferenza!… Questa è mancanza di generosità e costruzione della propria
infelicità. ; ; ; ; ; ; ; ;
La generosità non conosce attaccamento al proprio io, al
rispetto che si pensa gli sia dovuto e senza generosità non c’è modo di
praticare l’addestramento superiore nella moralità. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’attaccamento al rispetto al sé è fortissimo e
devastante, se non lo si ottiene ci si arrabbia sino a perdere ogni
controllo, si può picchiare, insultare, offendere, tutte azioni che creano
grande sofferenza a chi le attua e a chi le subisce, sono la sofferenza
samsarica, una sofferenza che non ha un retroterra di verità ma che si fonda
su falsità e irrealtà. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’alto addestramento all’etica è amore e compassione.
Nella rinuncia si attua la compassione amorevole. L’amore e la compassione
liberano dalla sofferenza dell’irrealtà e sono strettamente connessi con
l’attitudine alla generosità. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’addestramento superiore all’etica è Dharma, ma come
procedere? La pratica nella moralità non è recitare un testo, non è
abbigliarsi secondo canoni stabiliti, né di indossare un particolare
cappello, non è nemmeno star seduti sul trono, è piuttosto l’attitudine di
amore e compassione, di generosità in grado di spezzare nettamente il gioco
vizioso della reciproca creazione di danno, attuato con le cattive parole e
le azioni malevoli. Con l’interruzione del gioco se ne annulla la potenziale
conseguenza, la sofferenza che ne deriva. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella cultura occidentale si dà un forte valore al
perdono, certamente grazie al cristianesimo, il perdono è un’attitudine
fondamentale, una pratica meravigliosa, è generosità. Gesù Cristo insegna
che perdonando gli errori altrui si trova la pace, ogni perdono implica una
vera profondissima, gioiosa pace! Per me è particolarmente toccante nella
liturgia cristiana, durante la Messa, quando le persone si scambiano un
gesto di pace. Il perdono è fondamentale, è la pratica dell’alto
addestramento nella moralità, è il modo per essere pace, per creare pace. ;
; ; ; ; ; ; ;
In sanscrito l’addestramento all’alta moralità è detto
“scila”, in tibetano “sil-tob” e significa “realizzare la freschezza”. Il
perdono è il modo per realizzare la pacifica freschezza e la condizione
esenziale per poter perdonare è la generosità. Nella filosofia buddhista il
concetto di pazienza coincide con il perdono. Viceversa in occidente si
pensa che essendo troppo pazienti si finirà prima o poi per esplodere
disastrosamente ma, se così fosse, sarebbe un’ottima ragione per perdonare
immediatamente, senza applicare a lungo la pazienza. Nella psicologia
occidentale si ha uno strano concetto del “portare pazienza” che equivale a
caricarsi negativamente di rabbia repressa. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il profondo e vero significato della pazienza è il
perdono, reprimere la rabbia accresce il rancore e il peso della “pazienza”
sulle spalle è insopportabile, incrementa la negatività allontanando sempre
di più dalla pace. La pazienza non è la soppressione forzata della collera
ma è perdono spontaneo che nasce dalla generosità. ; ; ; ; ; ;
Comprendere davvero il significato dell’addestramento
superiore nella moralità ha un riscontro immediato in ogni attività, nella
vita di tutti i giorni, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, è la
pratica del Dharma che produce la conseguenza dell’essere in pace, felici,
gioiosi, in salute, di godere di un’attività proficua, dell’assaporare la
bontà del cibo, dell’accorgersi che la propria camera è più bella,
accogliente, che ogni aspetto della vita è migliore. ; ; ; ; ; ; ; ;
Può aiutare la lettura degli “Otto Versi della
Trasformazione della Mente” di Kadampa Geshe Langri Tangpa: ;
“Considerando tutti gli esseri senzienti ; ; ; ; ; ; ; ;
superiori alla gemma che esaudisce i desideri ; ; ; ; ; ;
; ;
per realizzare il fine supremo1; ; ; ; ; ; ; ;
possa io costantemente prenderli a cuore. ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando sarò con gli altri, ; ; ; ; ; ; ; ;
riterrò me stesso come il meno importante, ; ; ; ; ; ; ;
;
e mi prenderò cura di loro fin nel profondo del cuore ; ;
; ; ; ; ; ;
come se ognuno fosse il più elevato degli esseri. ; ; ; ;
; ; ; ;
Vigile, ogni volta che sorge un’emozione negativa2; ; ; ;
; ; ; ;
che possa nuocere a me o agli altri, ; ; ; ; ; ; ; ;
l’affronterò e l’ eliminerò ; ; ; ; ; ; ; ;
senza indugio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Vedendo gli esseri in preda alla malvagità ; ; ; ; ; ; ;
;
intenti a violente azioni negative3, sopraffatti da
sofferenze4, ; ; ; ; ; ; ; ;
avrò sempre cura di tali creature così rare, ; ; ; ; ; ;
; ;
come se avessi trovato un tesoro prezioso. ; ; ; ; ; ; ;
;
Quando altri, per invidia, mi maltratteranno, ; ; ; ; ; ;
; ;
mi insulteranno o faranno cose simili, ; ; ; ; ; ; ; ;
accetterò la sconfitta ; ; ; ; ; ; ; ;
e offrirò loro la vittoria ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando qualcuno a cui ho fatto del bene ; ; ; ; ; ; ; ;
e in cui ho riposto grandi speranze ; ; ; ; ; ; ; ;
mi infligge un danno terribile, ; ; ; ; ; ; ; ;
lo considererò il mio santo amico spirituale5 ; ; ; ; ; ;
; ;
(x 3 volte): In breve, direttamente e indirettamente,
offro ; ; ; ; ; ; ; ;
ogni beneficio e felicità a tutti gli esseri senzienti,
mie madri6; ; ; ; ; ; ; ;
possa io segretamente prendere su di me ; ; ; ; ; ; ; ;
tutte le loro azioni negative e sofferenze. ; ; ; ; ; ; ;
;
Possa la pratica non essere mai contaminata dalle idee
causate ; ; ; ; ; ; ; ;
dalle otto preoccupazioni mondane7; ; ; ; ; ; ; ;
e, consapevole che tutte le cose sono illusorie, ; ; ; ;
; ; ; ;
possa io, privo di attaccamento, essere libero dal
samsara8. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il testo “Gli otto versi della Trasformazione della
Mente” è un importantissimo scritto di Kadampa Geshe Langri Tangpa. Fa parte
degli insegnamenti di Lo Jong9 e fu composto nel periodo in cui in Tibet
prosperava la scuola Ka dam.
Il Sutra del Cuore della Perfezione di Saggezza ;
La traduzione italiana con le relative note, è stata
redatta dall’Istituto Lamrim di Roma su testo originale tibetano e con
l’ausilio delle traduzioni inglesi. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Il Cuore della Perfezione di Saggezza” ; ; ; ; ; ; ; ;
Il titolo sanscrito è : Bhagavati10 Prajna Paramita
Hridaya11 ; ; ; ; ; ; ; ;
“Così una volta udii: Il Bhagavan12 dimorava a
Rajagrha13, presso il Picco dell’Avvoltoio14, con un gran numero di Arhat15
e un gran numero di Bodhisattva16 e a quel tempo il Bhagavan era entrato
nell’assorbimento meditativo17 sulla varietà dei fenomeni18 chiamato
“percezione profonda”19. In quello stesso tempo, l’arya20 Avalokitesvara21,
il Bodhisattva mahasattva22, era assorto nella stessa pratica della profonda
perfezione della saggezza23 e vide che anche i cinque aggregati24 sono vuoti
di natura intrinseca25.
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile
bikshu26 Shariputra27 si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva
mahasattva28 e gli disse: “come deve addestrarsi un figlio o figlia del
lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della
profonda perfezione della saggezza?” ; ; ; ; ; ; ; ;
Quando fu detto questo, l’arya Avalokitesvara, il
Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Shariputra e disse:
“Shariputra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva29, che
desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza,
dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo: dovrebbe vedere distintamente
che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca”. ; ; ; ; ; ; ;
;
“La forma è vuota, la Vacuità è forma; la Vacuità non è
altro che forma, la forma non è altro che Vacuità. Allo stesso modo sono
vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza.
Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono Vacuità; essi sono privi di
caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non sono contaminati,
non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono completi.” ; ; ;
“Quindi, Shariputra, nella Vacuità non c’è forma, né
sensazioni, né percezioni, né formazioni mentali, né coscienza. Non c’è
occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non c’è forma,
né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né oggetti mentali. Non
c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento mentale fino a
includere nessun elemento della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, non
c’è estinzione dell’ignoranza, e così fino a nessun invecchiamento e morte,
e nessuna estinzione dell’invecchiamento e della morte. Allo stesso modo,
non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né
ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.” ; ; ; ; ; ; ;
“Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno
ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non
avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati
totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana30.
Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio
dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda
perfezione della saggezza”. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Quindi, si dovrebbe sapere che il mantra31 della
perfezione della saggezza – il mantra della grande conoscenza, il mantra
supremo, il mantra uguale a ciò che non ha uguale, il mantra che fa tacere
tutte le sofferenze – è vero perché non è ingannevole. Si proclama il mantra
della perfezione della saggezza:
TADYATHA GATE’ GATE’ PARAGATE’ PARASAMGATE’ BODHI SVAHA ;
; ; ; ; ; ; ;
Shariputra, così i Bodhisattva mahasattva dovrebbero
addestrarsi alla profonda perfezione della saggezza”. ; ; ; ;
Quindi, il Bhagavan si svegliò dal suo assorbimento
meditativo e lodò l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, dicendo
che era eccellente. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Eccellente! Eccellente! Figlio del lignaggio dei
Bodhisattva, è proprio così; dovrebbe essere così. Bisogna praticare la
profonda perfezione della saggezza proprio così come hai rivelato. Perciò
anche i Tathagata32 se ne rallegreranno”. ; ; ; ; ;
“Come il Bhagavan pronunciò queste parole, il venerabile
bikshu Shariputra, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, insieme
all’intera assemblea, inclusi i mondi degli dei, degli umani, degli asura33
e dei gandharva34, tutti gioirono e lodarono ciò che il Bhagavan aveva
detto.” ; ; ; ; ; ; ; ;
In sintesi, durante la prima sessione dell’insegnamento
abbiamo affrontato il Dharma, la sua applicazione nell’addestramento alla
moralità superiore, ricordato che la pratica del Dharma non è una lotta
contro il samsara ma un metodo di integrazione capace di trasformazione gli
aspetti negativi in positivi, pienamente parte del quotidiano, in grado di
diminuire la sofferenza nell’armonia di una vita generosa e ricca di pace
gioiosa. ; ; ; ;
La pratica nell’addestramento alla moralità superiore
attraverso la generosità e la pazienza consiste nell’affrontare con il
perdono i problemi derivanti dai comportamenti altrui, insegna ad essere
tolleranti e comprensivi in modo che qualsiasi azione negativa non sia mai
motivo di collera ma piuttosto di amore e di compassione, ci fa vivere
pacificamente e armoniosamente con tutto e tutti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Inoltre, Generosità, Pazienza, Etica sono mezzi che
permettono di accumulare meriti, fattore importante per giungere alla
maturazione e realizzazione dei propri bisogni e desideri. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’addestramento all’etica superiore comprende più
aspetti: rinuncia, pazienza, amore e compassione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il secondo gradino, Sutrapitaka, l’addestramento
superiore alla concentrazione, è essenziale per entrare nel terzo livello,
Abhidharmapitaka, l’addestramento alla realizzazione della saggezza. ; ; ; ;
; ; ; ;
Al fine di ottenere un buon livello di concentrazione è
necessario prima aver raggiunto un buon livello nella pratica dell’etica. Il
percorso deve essere compiuto senza saltare nessun gradino, con calma e
determinazione, passo dopo passo. L’addestramento all’etica è il fondamento
dell’addestramento alla concentrazione. Nell’etica si eliminano tutti gli
ostacoli allo sviluppo della concentrazione, la quale scaturirà
naturalmente, ecco perché il percorso è anche detto di “entusiastica
perseveranza” o “sforzo gioioso”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Avendo realizzato un buon grado di concentrazione grazie
alla pratica della moralità ci si avvicina naturalmente alla pratica
dell’addestramento alla saggezza superiore. Gli “Otto versi della
Trasformazione della Mente” richiamano la pratica dell’addestramento
all’etica superiore con particolare riguardo all’amore e alla compassione. ;
; ; ; ; ; ; ;
La seconda lettura “Il Cuore della Perfezione della
Saggezza” comunemente detto “Sutra del Cuore” o “Sutra dell’essenza della
Saggezza”, riguarda direttamente il terzo addestramento, alla saggezza
superiore, l’Abhidharmapitaka, la cui pratica implica l’aver già realizzato
i primi due, dell’Etica e della Concentrazione. ;
Le tre raccolte, Vinayapitaka, Sutrapitaka e
Abhidharmapitaka sono suddivise a seconda dell’argomento trattato. ; ; ;
Il “Sutra del Cuore”, che analizza quasi esclusivamente
la Vacuità o il modo ultimo di esistenza dei fenomeni, appartiene alla
raccolta degli insegnamenti dell’Abhidharmapitaka, è attribuito alla
tradizione Mahayana perché focalizzato sulla pratica dei Bodhisattva e non
incluso nel canone pali della tradizione Theravada. ; ; ; ; ; ; ; ;
Comunque è bene non perdersi in distinzioni troppo nette
perché, non avendo una conoscenza approfondita della materia, si corre il
rischio di cadere in fraintendimenti. Nel Buddhismo vi è una raccolta di
insegnamenti che proviene dal canone pali, cioè trascritti nel linguaggio
originale del Buddha e che costituisce la base dell’insegnamento della
scuola Theravada che si è estesa in Sri Lanka, Thailandia Birmania, Laos, e,
una seconda raccolta di insegnamenti scritta in canone sanscrito che si è
esteso in Tibet, Cina e Giappone. Entrambe le tradizioni, Theravada e
Mahayana, trattano gli stessi soggetti dell’insegnamento del Buddha. ; ; ; ;
; ; ; ;
Per quanto riguarda la tradizione Vajrayana, tibetana è
contenuta nel canone sanscrito, non ricordo se sia presente anche del canone
pali. ; ; ; ; ; ; ; ;
Un’ulteriore complicazione è data dalla trasposizione del
testo sanscrito nelle differenti lingue e culture di Tibet e Cina. Le
numerose traduzioni hanno fatto perdere quasi completamente la conoscenza
del testo originale sanscrito. Si può affermare che i riferimenti al
Vajrayana sono completi nella traduzione tibetana, ma solo in parte compresi
in quella cinese, la quale a sua volta è servita come base per quella
giapponese. ; ; ; ; ; ; ; ;
IL “Sutra del Cuore” è presente in entrambe le versioni,
tibetana e cinese, ma non lo si ritrova nel canone pali, il che non ha un
particolare significato, perché il canone pali contiene completamente
l’insegnamento del Buddha e, oggi più che mai, assume grande importanza
poiché è l’unico scritto nella lingua originale ancora viva, letta e parlata
da studiosi indiani e dei paesi del sudest asiatico, mentre così non è più
per il sanscrito. Auspicherei che nei monasteri tibetani si studiasse sia il
sanscrito che il pali; noi tibetani siamo orgogliosi di poter approfondire
tutti i testi della filosofia buddhista nella nostra lingua, ma è un
orgoglio ingiustificato perché il tibetano non è la lingua originale, ha i
limiti delle traduzioni con il conseguente incremento delle probabilità di
errore. Solo attraverso la conoscenza diretta delle scritture originali si
può diventare ed essere considerati a livello internazionale veri studiosi,
eruditi nella filosofia buddhista. Noi tibetani, troppo sicuri di noi stessi
e delle nostre conoscenze, ci siamo arroccati in un ingiustificato orgoglio
e abbiamo perso la nostra terra! ; ; ; ; ; ; ;
Il soffermarsi così a lungo sul valore del linguaggio e
sulla necessità di riferirsi sempre alle fonti originali è dovuto alla
serietà del problema. A volte, esaminando i testi originali del canone pali,
si constata che la traduzione letterale non coincide affatto, anche se il
senso è lo stesso, ciò significa che se non si procedesse ad un ulteriore
lavoro interpretativo e fedele si potrebbero prendere cantonate gigantesche
e incorrere in gravi errori dottrinali. ; ; ; ; ; ; ; ;
La salvezza dei tibetani è la loro buona pratica del
Dharma, forse non sono eruditi nella dottrina, ma ottimi nella pratica. Ho
sempre nella mia mente l’esempio di mia madre che forse non saprà esprimere
a parole il Dharma ma lo pratica con assoluta sincerità e naturalezza, sin
dall’infanzia, ogni giorno della sua vita. ; ; ; ; ; ; ;
La pratica del Dharma dipende più dalla continuità e
maturazione, di vita in vita, che non dalla conoscenza intellettuale o dalla
capacità oratoria. Probabilmente per questo motivo si trovano ottimi
praticanti tra le persone nate e vissute in Tibet, perché hanno potuto
rinascere più volte in un luogo adatto alla spiritualità e
all’approfondimento della pratica, con questo non intendo dire che i
tibetani siano un gruppo ristretto di individui in grado di rinascere sempre
nello stesso posto, ma che chiunque nato in Tibet è favorito e può aver
vissuto molte altre volte in luoghi altrettanto idonei allo sviluppo della
pratica con conseguente maturazione delle buone qualità spirituali. ; ; ; ;
; ; ; ;
Il testo del “Il Sutra della Perfezione della Saggezza”
che stiamo affrontando appartiene alla versione della tradizione mahayana,
il Buddha ne ha dato l’insegnamento in India su un monte chiamato, per la
sua particolare forma, “Picco dell’Avvoltoio”, nei dintorni di Rajagrha, non
lontano da Bodhgaya. Oggi esistono due luoghi denominati “Picco
dell’Avvoltoio”, uno riconosciuto dai giapponesi che vi hanno anche
costruito il tempio della Pace, e un altro dai tibetani che hanno solo posto
le bandiere di preghiera, entrambi sono validi perché tutti i luoghi di
pellegrinaggio hanno un effetto potente sulla mente di coloro che vi si
recano con vera devozione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Io ho molta devozione nel Buddha e nei suoi insegnamenti
e nel 1985 andai in pellegrinaggio nei luoghi sacri in cui il Buddha visse e
insegnò e ne ebbi un impatto fortissimo, una vera purificazione. In quel
periodo ero studente e ho constatato come la capacità di comprensione e
approfondimento di ogni materia fosse notevolmente potenziata e migliorata.
Ho anche potuto verificare come la purificazione scaturita dal
compimento del pellegrinaggio abbia evitato ostacoli nei
quali altrimenti mi sarei imbattuto, in particolare per quanto riguarda la
salute fisica. ; ; ; ; ; ; ; ;
Perché il pellegrinaggio è purificazione? ; ; ; ; ; ; ; ;
Le interpretazioni che se ne danno sono molteplici, un
approccio scientifico offre una determinata spiegazione, mentre quello di un
credente tibetano, che ha fede nel Buddha e nella sua dottrina, presenta una
visione completamente differente. Personalmente ho potuto più volte
accertare che le consapevoli difficoltà purificano profondamente. Nessuno mi
ha obbligato a scegliere la vita monastica, è stata una mia decisione,
quando sono andato in monastero ho dovuto affrontare un’esistenza dura con
molto lavoro e studio, ma queste stesse difficoltà sono state un aiuto alla
mia crescita, quasi si dovesse passare attraverso l’oscurità per raggiungere
la luce. Questa oscurità, sempre pervasa dallo spirito del Dharma, è il
momento della difficoltà da superare per raggiungere l’obiettivo, come in un
allenamento sportivo in cui si pone il massimo sforzo per raggiungere la
meta. A casa dei miei genitori non mi mancava nulla, la vita era spensierata
e facile, altri risolvevano ogni problema anche per me e a lungo andare
questo benessere avrebbe potuto impoverirmi. In monastero mi sono trovato
improvvisamente a dover fare tutto in una situazione di povertà reale, è
stato un cambiamento inaspettato e radicale scaturito, non da imposizione
esterna, ma da mia libera scelta. Una purificazione veramente necessaria.
Così è il pellegrinaggio, che comporta fatica e disagi ma che, vissuto con
amore e devozione nella luce Dharma, è purificazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
In mattinata, prima dell’incontro, abbiamo visitato la
“Sacra di San Michele”35 e ne ho ricevuto un forte impatto spirituale, mi
pareva di essere in pellegrinaggio negli angoli inaccessibili del Tibet, una
sensazione non determinata dal luogo, ma dallo stato mentale, da quanto il
Dharma è radicato nel cuore. Il luogo, indubbiamente molto bello,
particolare, mistico, favorisce simile predisposizione della mente e allora,
mi sono chiesto: perché perdersi nello scetticismo, perché non assaporare
ogni istante con devozione, accendere una candela, godere con gioia dello
splendore che esso offre? Mi pare anche che San Michele arcangelo assomigli
particolarmente ai protettori tibetani e mi è tornato alla mente un fatto
curioso: appena arrivato in Italia fui ospitato da un amico sacerdote e
nella mia stanza c’era una statua di San Michele, allora non sapevo
assolutamente che fosse e averlo “incontrato” oggi, in una cornice così
spirituale è stato davvero bello, lo sento quasi un mio protettore!…. ; ; ;
; ; ; ; ;
E’ meraviglioso che in Italia perdurino con profondo
rispetto queste forme di devozione verso raffigurazioni spirituali poste su
piani diversi, in Tibet succede più o meno lo stesso con le rappresentazioni
che chiamiamo “divinità”. ; ; ; ; ; ; ; ;
La conclusione, il punto fondamentale, è il
riconoscimento della necessità di mettere lo spirito del Dharma in ogni
situazione della vita. Analizziamo, passo dopo passo, il testo del Sutra del
Cuore: ; ; ; ; ; ; ; ;
“Il Bhagavan dimorava a Rajagrha presso il Picco
dell’Avvoltoio, con un gran numero di Arhat…” il termine Arhat è stato
sostituito in alcune traduzioni con la parola “Bikshu” che letteralmente
significa monaco, cioè persona che ha ricevuto la completa ordinazione
nell’ordine monastico. I livelli di ordinazione sono tre: 1) laico - 2)
novizio - 3) monaco completamente ordinato. Il termine bikshu però potrebbe
essere fuorviante in questo contesto perché non è riferito al monaco che ha
ricevuto la completa ordinazione, bensì ad un essere più elevato, all’Arhat.
; ; ; ; ; ; ; ;
“…e un gran numero di Bodhisattva….” C’è dunque un gran
numero di Arhat e un gran numero di Bodhisattva, se fosse stato detto un
gran numero di Bikshu si sarebbe creato un ulteriore fraintendimento perché
avremmo interpretato che Bikshu e Bodhisattva appartenessero a due gruppi
separati e distinti, mentre in realtà un Bikshu può essere un Bodhisattva e
viceversa, senza alcuna contraddizione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per evitare possibili equivoci non è stato scritto Bikshu
ma Arhat, colui che ha realizzato il Nirvana, lo stato di Buddha anche se
non completo ma piuttosto di Pratyeka e di Sravaka, praticanti che aspirano
alla realizzazione individuale. Il Bodhisattva invece persegue il veicolo
dell’illuminazione universale. ; ; ; ; ; ; ; ;
I discepoli del Buddha si suddividono in tre tipi di
praticanti: ; ; ; ; ; ; ; ;
Sravaka, comunemente conosciuti come gli Uditori; ; ;
; ; ; ; ;
Pratyeka, comunemente conosciuti come i Solitari; ; ;
; ; ; ; ;
Samyaksambuddha comunemente conosciuti come i Buddha
completi. ; ; ; ; ; ; ; ;
I primi due percorrono la via della ricerca
dell’illuminazione individuale e fondano la loro pratica sulla rinuncia. Gli
Sravaka, solitamente definiti “gli uditori”, preferiscono praticare in
gruppo, non si sentono in grado di affrontare la pratica dei Bodhisattva,
però desiderano ardentemente trasmettere la dottrina del Buddha affinché
essa possa avere una continuità completa e ininterrotta, si impegnano ad
udire con attenzione e tramandare fedelmente ogni insegnamento.
Personalmente perseguono l’illuminazione individuale. ; ; ; ; ; ; ; ;
I Pratyeka, termine che significa “solitario”, invece
prediligono praticare in solitudine, in luoghi remoti, purificando se stessi
e perseguendo l’illuminazione individuale. ; ; ; ; ; ; ; ;
Entrambi condividono il comune obiettivo di raggiungere
la liberazione individuale o “mokya” e attuano una pratica simile, i primi
con un’intelligenza meno brillante, per praticare e comprendere hanno
bisogno del supporto del Sangha, mentre i secondi, più autonomi e sicuri di
sé, preferiscono purificarsi nella solitudine. ; ; ;
Le tre categorie di praticanti hanno diversità sia nella
pratica che negli obiettivi, ma tutti devono seguire cinque livelli, o
sentieri che, sommati, diventano quindici. Il nome di ogni livello è lo
stesso per ognuna delle tre tipologie di praticanti:
1. Accumulazione; ; ; ; ; ; ; ;
2. Preparazione; ; ; ; ; ; ; ;
3. Visione; ; ; ; ; ; ; ;
4. Meditazione o familiarità; ; ; ; ; ; ; ;
5. Non più apprendimento o Non più ritorno. ; ; ; ; ; ; ;
;
Il quinto è il risultato, l’obiettivo raggiunto, mentre i
primi quattro sono le cause che lo determineranno. Il Sutra del Cuore
descrive come realizzare la comprensione del modo ultimo di esistenza dei
fenomeni, detto anche Vacuità, secondo la visone superiore dei cinque
sentieri. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’Arhat può essere uno Sravaka o un Pratyeka che ha
raggiunto lo scopo, realizzato il quinto sentiero e, a questo punto, se lo
desidera può scegliere di entrare nel sentiero dei Bodhisattva e, nel
momento in cui diverrà Bodhisattva, non sarà più Arhat. L’Arhat appartiene
al “piccolo veicolo” o della liberazione individuale. ; ; ; ; ; ;
Il Bodhisattva che ha realizzato il suo scopo, il quinto
sentiero, diviene un Buddha, un Bhagavan, in tibetano: “Chom dhen de”, colui
che ha eliminato ogni ostacolo e ha acquisito tutte le qualità. ; ; ; ; ; ;
; ;
E’ necessario conoscere esattamente il significato di
Bhagavan, di Bodhisattva e di Arhat per avere una corretta visione del
contesto in cui è stato dato il “Sutra del Cuore”. ; ; ; ; ; ; ; ;
“…..e a quel tempo il Bhagavan era entrato
nell’assorbimento meditativo sulla varietà dei fenomeni chiamato «percezione
profonda».” Immedesimiamoci nella situazione: il luogo è il picco
dell’Avvoltoio in India, vi è un gran numero di Arhat e di Bodhisattva e al
centro il Bhagavan, il Buddha, assorto in profonda meditazione, nella
percezione profonda della Vacuità, la visione ultima di tutti i fenomeni
esistenti, una meditazione sistematica su ogni varietà di fenomeni, con una
modalità in seguito spiegata nel testo. ; ; ; ; ; ; ; ;
“….In quello stesso tempo, l’arya Avalokitesvara, il
Bodhisattva mahasattva, era assorto nella stessa pratica della profonda
perfezione della saggezza…” Chi è l’arya Avalokitesvara? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Avalokitesvara è il Buddha della Compassione,
Chenrezig. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: Però dice “l’Arya Avalokitesvara, il Bodhisattva
mahasattva”, quindi non può essere Chenrezig il Buddha della compassione,
non è più un Arhat ma non è ancora un Buddha, è un Bodhisattva che ha
realizzato i quattro sentieri ma non ha ancora raggiunto il quinto, e
soltanto in tal caso potrebbe già essere un Buddha. Con la realizzazione del
terzo e quarto sentiero diventa un Arya, ha la visione dei fenomeni, è un
Bodhisattva superiore detto anche Mahasattva, termine che ha lo stesso
significato di Mahatma, “grande anima” o “grande cuore”. In questo contesto
Avalokitesvara è altro da Chenrezig, è un monaco, un essere umano con grandi
qualità ed è discepolo del Buddha.
“……e vide che anche i cinque aggregati sono vuoti di
natura intrinseca.” L’Arya Avalokitesvara sta meditando in totale
concentrazione univoca sulla natura ultima dei fenomeni, comprende,
utilizzando il modo più semplice per meditare sulla Vacuità, che anche i
cinque aggregati mancano di realtà intrinseca. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tutti i fenomeni esistenti sono raccolti in cinque
categorie e concentrati su cinque oggetti detti aggregati: ; ; ; ; ;
1. aggregato delle forme (gzugs phung-po); ; ; ; ; ; ; ;
2. aggregato delle sensazioni (tshorba phung-po); ; ; ; ;
; ; ;
3. aggregato delle percezioni (du-shes phung-po); ; ; ; ;
; ; ;
4. aggregato delle mente discriminante o della facoltà
mentale; ; ; ; ; ; ; ;
5. aggregato del gruppo di tutti i fenomeni e i fattori
mentali non specificati nei primi quattro, inclusa la coscienza. ; ; ; ; ;
Questa meditazione non si rivolge ad oggetti esterni, ma
all’interno, in particolare all’io, un oggetto che dovrebbe appartenere a
uno dei cinque aggregati, a quale ? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: al quinto ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: perché? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: forse perché l’io può stare solo nella
categoria dei non classificati….. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: C’è logica in questa affermazione, l’io non è
identificabile nei primi quattro, allora si presume debba per forza essere
nel quinto, però è necessaria un’ulteriore analisi perché l’io ha comunque a
che fare con i primi quattro, infatti si osservano i cinque aggregati nella
loro relazione con il sé, con l’io. Non si medita genericamente sulla forma,
sulla sensazione o sulla percezione, ma specificamente, sulla propria forma,
sulla propria sensazione, sulla propria percezione, ed è esattamente questa
la correlazione tra i cinque aggregati e l’io. Così, dall’analisi di ognuno
dei cinque aggregati si vede che hanno una realtà intrinseca e se ne deduce
che, allo stesso modo, il sé o io è intrinsecamente inesistente, manca di
realtà intrinseca. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questa spiegazione, pur estremamente sintetica, permette
di avere un’idea abbastanza chiara sull’argomento, ma non illudiamoci di
stare osservando la realtà ultima, la Vacuità, ne siamo LONTANISSIMI!….Al
momento abbiamo la visione di quale addestramento intraprendere per
avvicinarci piano piano all’obiettivo finale. ; ; ; ; ;
Il “Sutra del Cuore della perfezione della Saggezza”
insegna come osservare la Vacuità nell’ottica dei cinque sentieri. Finora ci
siamo limitati a considerare genericamente il primo sentiero,
dell’accumulazione, che si percorre avendo realizzato la rinuncia ma, se ci
addentriamo negli aspetti particolari della via dell’accumulazione del
Bodhisattva, vediamo che è possibile entrare in esso soltanto all’atto della
realizzazione della Bodhicitta.
Domanda: (fa riferimento alla conferenza della sera
precedente in cui si è parlato del martirio vissuto con assoluta serenità da
un monaco Buddhista) Ieri sera ho avuto l’intuizione di come può essere un
Bodhisattva, noi viviamo sempre nel terrore di poter subire una qualsiasi
perdita e, parlando del massacro vissuto da quel monaco per amore degli
altri, tu hai detto “è samsara” rimarcando l’accettazione naturale di questo
fatto. Praticamente la rinuncia implica davvero una perdita totale di sé per
gli altri, come ad esempio il martirio di Cristo. Ma noi possiamo, nella
migliore delle ipotesi, averne soltanto un’intuizione, perché per la sola
idea ci è totalmente inaccettabile. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: E’ vero, parlando della successione delle vite che
producono la maturazione di un individuo ci riferivamo proprio a questo
aspetto. Nel momento in cui un insegnamento è dato, tra i molti che
ascoltano c’è chi, avendo maturato in tante vite un karma favorevole, può
ricevere impressioni così forti che ne permettono l’immediata comprensione;
altri invece stanno accumulando impressioni che saranno di beneficio in
futuro; altri ancora possono trovarsi in una via di mezzo, essere quasi
pronti e molto vicini ad una prossima realizzazione. Ognuno è nel suo
percorso ed è impossibile giudicare, conoscere lo stadio di maturazione di
un altro essere senziente. Così, ritornando all’esempio del monaco
trucidato, egli poteva essere in un punto del percorso in cui gli era
naturale l’accettazione completa di quanto gli stava succedendo. Non
possiamo conoscere quale fosse la sua situazione spirituale. Come insegna il
Buddha, nessuno può sapere se chi gli sta di fronte è un Bodhisattva oppure
no, solo un altro Bodhisattva è in grado di riconoscerlo. Anche Gesù Cristo
ha espresso esattamente lo stesso pensiero nella raccomandazione più volte
ribadita di non giudicare i propri simili. Il Buddha ha detto che non c’è
modo di sapere sotto quale aspetto un illuminato appaia, può assumere
qualsiasi sembianza e ciò che noi siamo in grado di percepire è la pura
apparenza mentre la sostanza ci sfugge completamente. ; ; ; ; ; ;
Ci sono altre domande? Quanti Arhat, Bodhisattva e Buddha
ci sono in quest’assemblea?…(risata generale.) ;
Bellissimo il tempo trascorso insieme, molte grazie,
cerchiamo di mantenere viva nella nostra mente la sensazione così ricca di
questi momenti stupendi, è samsara, null’altro che samsara, ma è positivo, è
una ricchezza, e non deve essere dimenticata, è samsara permeato dallo
spirito del Dharma.
Secondo Giorno ; ; ; ; ; ; ; ;
La Perfezione della Saggezza ; ; ; ; ; ; ; ;
(Si inizia le preghiere al Lama radice e di rifugio) ; ;
; ; ; ; ; ;
Rileggiamo insieme il “Sutra del Cuore”, titolo che
cambia abbastanza nelle diverse lingue: ; ; ; ; ; ; ; ;
in sanscrito: “Arya Bhagavati Prajna Paramita
Hridaya”; ; ; ; ; ; ; ;
in tibetano: “Phag pa ciom den dema sherab gyi pharol
tu chin pay nying po”; ; ; ; ; ; ; ;
in inglese: “The perfection of widsom of Sutra” ; ; ;
; ; ; ; ;
in italiano: “il cuore della perfezione della
saggezza” oppure “Il cuore della Bhagavati, la perfezione della saggezza”.
In sanscrito Arya Bhagavati è di genere femminile, è detta anche “la Nobile
Signora”, “la Madre”, “la Perfezione della Saggezza”, “la Saggezza ultima”.
E’ madre di tutti i Buddha perché gli illuminati nascono dalla perfezione
della saggezza. E’ la perfezione della saggezza, la saggezza perfetta che
realizza la Vacuità che da origine ai Buddha, il suo nome è Bhagavati.
Esistono tanti tipi di saggezza, ma solo la saggezza perfetta, l’essenza
stessa della saggezza che comprende la Vacuità, genera i Buddha. ; ; ; ; ; ;
; ;
Il testo non a caso dice “l’essenza della perfezione
della saggezza”, perché non si riferisce alla comprensione della Vacuità in
generale, ma alla comprensione della Vacuità della mente. Il soggetto che
realizza l’illuminazione è la mente e la Vacuità della mente stessa,
l’essenza della perfezione della saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Al discepolo Cheumpa che chiedeva chiarimenti, risposero
con una metafora: “La madre è la saggezza, il padre la compassione - il
metodo, le altre virtù della mente sono i servitori, e i trentasette fattori
dell’illuminazione sono i parenti. Tutti insieme questi soggetti sono
indispensabili alla generazione e buona crescita di un bambino, il bimbo
della natura di Buddha, dell’illuminazione. Il piccolo Buddha che è in
ognuno di noi.” ; ; ; ; ;
E’ interessante ricordare che Bernardo Bertolucci,
girando in Nepal il film il “Il piccolo Buddha”, ebbe problemi con la
popolazione, scandalizzata dall’attributo di “piccolo” al Buddha. Al
contrario il Dalai Lama ne fu entusiasta, valutando questa definizione
perfettamente consona. Un altro problema sorse nella necessaria scelta di un
unico reincarnato, Bertolucci era spiaciuto nel doverne eliminare due, così
trovò una soluzione geniale, forse un po’ profetica perché pare si siano
verificati casi analoghi in Tibet, con la reincarnazione del Lama in tutti i
tre bambini. In ognuno di noi vi è un piccolo Buddha, lo si può riconoscere
come natura di Buddha, seme dell’illuminazione, natura della mente, ogni
definizione è equivalente, un sinonimo.
La natura di Buddha, la natura della mente portate a
maturazione saranno lo stato dell’illuminazione, ma per ottenere questo
obiettivo occorre essere prima generati da genitori amorevoli, ricevere
l’educazione e le cure sollecite di parenti e amici. E’ indispensabile
essere accuditi dalla madre, la saggezza, la perfezione della saggezza che
comprende la Vacuità; è altrettanto necessario un padre, il metodo, la
bodhicitta; non possono nemmeno mancare buoni servitori, le virtù minori, ad
esempio le dieci azioni virtuose; si ha poi bisogno del sostegno dei
parenti, i trentasette fattori di illuminazione che sono le trentasette
pratiche. Tutti insieme questi soggetti concorrono a far nascere, crescere,
maturare il bambino accompagnandolo verso l’illuminazione. ; ; ; ; ;
La natura di Buddha ha essenzialmente due aspetti, uno è
la Vacuità della mente e il secondo sono le qualità della mente che possono
essere sviluppate e portate a maturazione dalla mente stessa. ; ; ; ; ; ; ;
;
L’aspetto della Vacuità della mente non richiede sforzo
per esistere, è innato, è spontaneamente presente. La natura della mente è
luminosa grazie alla sua essenza di Vacuità. Le oscurazioni della mente sono
temporanee come le nuvole che solo apparentemente e momentaneamente oscurano
il cielo mentre, al di là di esse, la natura della mente è luminosità
innata. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il secondo aspetto, le qualità della mente, sono il mezzo
attraverso il quale purificare la mente ed è interessante notare come questo
fenomeno presenti un paradosso apparente, da un lato c’è la luminosità
innata della mente e dall’altro ci sono le qualità che devono essere
sviluppate, che devono ancora crescere per essere portate a compimento. I
due elementi coesistono contemporaneamente e procedono parallelamente, con
il potenziamento delle qualità della mente la luminosità aumenta, con il
loro decrescere la luminosità diminuisce. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’elemento della luminosità della mente è come un
cristallo pulito, brillante nei suoi splendidi riflessi che però, se
ricoperto di polvere, appare opaco, pesante, privato della luce, eppure il
cristallo è sempre lo stesso, la sua natura non cambia. L’esempio ci aiuta a
comprendere come sia importante riconoscere la natura della mente per
riconoscere chi siamo, comprendere i nostri atteggiamenti mentali, osservare
lo strato spesso di polvere che oscura pesantemente la luminosità comunque
in noi presente perché innata. ; ; ; ; ; ; ; ;
La natura di Buddha è classificata in cinque differenti
tipologie: ; ; ; ; ; ; ; ;
1. del “lignaggio interrotto” o letteralmente “natura di
Buddha rotta”; ; ; ; ; ; ; ;
2. del “lignaggio incerto”; ; ; ; ; ; ; ;
3. del “lignaggio degli uditori, gli Sravaka”; ; ; ; ; ;
; ;
4. del “lignaggio dei Buddha solitari, i Pratyekabuddha”;
; ; ; ; ; ; ;
5. del “lignaggio dei Bodhisattva”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ognuno di essi è uguale agli altri essendo natura,
lignaggio di Buddha, tuttavia esistono alcune particolarità.
Il primo, il “lignaggio interrotto”, è a tutti gli
effetti natura di Buddha ma al momento rimane bloccato, è impossibile
progredire, svilupparlo, attivare alcuna pratica per migliorare la
condizione presente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il “lignaggio incerto” è natura di Buddha, ma sono
tuttora aperte due vie possibili: l’interruzione oppure la progressione nei
successivi livelli. ; ; ; ; ; ; ; ;
I lignaggi degli Uditori, dei Praticanti solitari e dei
Bodhisattva, sono lignaggio attivo, natura di Buddha che si sta sviluppando
ma che ancora deve completare il suo cammino per poter realizzare lo stato
finale, l’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
I diversi modi di essere “Sravaka” il praticante uditore
e “Pratyekabuddha” il praticante solitario, rispecchiano differenti
attitudini della mente quindi, in base alla propria inclinazione o
somiglianza con l’uno o l’altro tipo, possiamo capire quale lignaggio è a
noi più affine. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il lignaggio dei Bodhisattva appartiene al praticante che
detiene ed esprime una immensa compassione. ; ; ; ; ; ;
Ogni essere vivente ha la natura di Buddha e prima o poi
realizzerà lo stato dell’illuminazione quindi, indipendentemente dal
lignaggio attuale, per tutti verrà il tempo del risveglio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Se un individuo ha la natura del Bodhisattva, ma non
ancora risvegliata, essa rimane inattiva. Purificare la mente, risvegliare
la mente e maturare il seme dell’illuminazione, sono espressioni che hanno
l’identico significato del risvegliare quella stessa natura. ; ; ; ; ; ; ; ;
Insisto su questo aspetto perché è fondamentale
assimilare il concetto del seme dell’illuminazione presente nel cuore di
ogni essere vivente, esso è come il cristallo, chiaro, limpido, puro, esiste
immutato nella sua essenza anche se nascosto dalle oscurazioni che, come la
polvere, lo opacizzano cancellandone la naturale brillantezza. Basta pulirlo
per ritrovare immutato il suo splendore. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il piccolo Buddha è la mente cristallina che cresce bene
grazie alla madre, la saggezza, al padre, la compassione, ai parenti, i
trentasette fattori dell’illuminazione e agli amici o servitori, tutte le
altre virtù minori.
E’ una similitudine è stupenda, prendersi cura della
natura di Buddha è come prendersi cura con infinito amore di un bambino per
farlo crescere nel modo migliore, è il modo ultimo di provvedere ad un
bambino. Questo bambino è, in ogni essere, la natura di Buddha. Conosciamo
l’origine del Sutra del Cuore e in quale occasione il Buddha ne ha offerto
il prezioso insegnamento. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Così una volta udii: Il Bhagavan dimorava a Rajagrha,
presso il Picco dell’Avvoltoio, con un gran numero di Arhat e un gran numero
di Bodhisattva e a quel tempo il Bhagavan era entrato nell’assorbimento
meditativo sulla varietà dei fenomeni chiamato percezione profonda. In
quello stesso tempo, l’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva mahasattva, era
assorto nella stessa pratica della profonda perfezione della saggezza e vide
che anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca. ; ; ; ; ; ; ;
;
Quindi, tramite l’ispirazione del Buddha, il venerabile
bikshu Shariputra si rivolse all’arya Avalokitesvara, il Bodhisattva
mahasattva e gli disse: - come deve addestrarsi un figlio o figlia del
lignaggio dei Bodhisattva, che desideri impegnarsi nella pratica della
profonda perfezione della saggezza? - ” ; ; ; ; ; ; ; ;
Prima di tutto bisogna comprendere chiaramente cosa si
intende in questo contesto indicando l’assemblea dei presenti, perché ancora
una volta le traduzioni possono essere fuorvianti, con un gran numero di
Arhat e un gran numero di Bodhisattva, nel testo originale “gedun chengpo”,
“il grande sangha”, non ci si riferisce alla quantità, ma all’elevata
qualità dei presenti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Altro passaggio importante è la comprensione dei cinque
lignaggi della natura di Buddha perché, con la frase “figlio o figlia del
lignaggio”, ci si rivolge specificatamente al lignaggio dei Bodhisattva, di
donne e uomini che in quel momento abbiano risvegliato il lignaggio dei
Bodhisattva, e non in generale il lignaggio di Buddha.
Comunemente si definisce il Sutra del Cuore come discorso
del Buddha, ma egli non ha pronunciato alcuna parola, un altro, il
Bodhisattva Avalokitesvara, in conversazione con il suo interlocutore, il
bikshu Shariputra, ha ricevuto dal Buddha l’ispirazione ad esprimere
l’insegnamento profondo. Il dialogo tra Avalokitesvara e Shariputra è anche
conosciuto come “il Sutra benedetto dal Buddha”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Alla domanda spesso posta a questo punto: “colui che è
nel lignaggio dei Bodhisattva e desideri applicarsi alla comprensione della
perfezione della saggezza cosa deve fare?” si è già risposto prima: la
saggezza simile alla madre - la saggezza della Vacuità, il metodo simile al
padre - la compassione, la Bodhicitta, il supporto dei parenti - i
trentasette fattori dell’illuminazione, e degli amici - le virtù minori,
tutto concorre, ma la causa principale, determinante, è la saggezza della
Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Quando fu detto questo, l’arya Avalokitesvara, il
Bodhisattva mahasattva, rispose al venerabile bikshu Shariputra e disse:
“Shariputra, ogni figlio o figlia del lignaggio dei Bodhisattva, che
desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza,
dovrebbe vedere chiaramente nel seguente modo” ; ; ; ; ; ; ; ;
La frase “vedere chiaramente nel seguente modo” riconduce
ai cinque sentieri, perché coloro che desiderano comprendere e raggiungere
la perfezione della saggezza, devono percorrerli interamente: ; ; ; ; ; ; ;
;
1. sentiero dell’accumulazione; ; ; ; ; ; ; ;
2. sentiero della preparazione; ; ; ; ; ; ; ;
3. sentiero della visione; ; ; ; ; ; ; ;
4. sentiero della familiarizzazione o meditazione; ; ; ;
; ; ;
5. sentiero del non più apprendimento, cioè il
raggiungimento del risultato, l’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il testo prosegue: “dovrebbe vedere distintamente che
anche i cinque aggregati sono vuoti di natura intrinseca”.
Mostra così l’ingresso nel primo sentiero,
dell’accumulazione, nel quale si apprende a praticare la Vacuità dei cinque
aggregati, la Vacuità della mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Perché dice “anche”? ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: “anche” perché specificando che tutti i fenomeni
sono vacui se ne dà una formulazione generica ma, entrando in dettaglio, si
osserva la loro classificazione in cinque gruppi, ricordiamo che i sentieri
sono quindici:
• cinque degli Sravaka, gli uditori, ; ; ; ; ; ; ; ;
• cinque dei Pratyekabuddha, i Buddha solitari, ; ; ; ; ;
; ; ;
• cinque dei Bodhisattva. ; ; ; ; ; ; ; ;
La frase si riferisce precisamente al primo sentiero
della pratica dei Bodhisattva, la pratica mahayana, al sentiero
dell’accumulazione, incluso nei tre addestramenti superiori: moralità,
concentrazione e saggezza. L’ingresso nel sentiero mahayana è la bodhicitta,
la grande compassione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il praticante mahayana che intraprende il sentiero
dell’accumulazione ha attivato la bodhicitta, la grande compassione che ha
fondamento nella rinuncia e, su questa base, è interessato allo sviluppo
della perfezione della saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il Sutra del Cuore è un dialogo di altissimo livello tra
due esseri elevati, Shariputra e Avalokitesvara, ma è ben difficile pensare
che realmente sia stato pronunciato mentre il Buddha era assorto in
meditazione; è probabile invece che, trattandosi di un assemblea così
qualificata di Arhat e di Arya in grado di comprendere in profondità, tutti
fossero immersi nella meditazione e il dialogo sia avvenuto esclusivamente
sul piano spirituale, ispirato dalla situazione. E’ l’aspetto misterioso e
segreto con cui venivano dati gli insegnamenti più elevati secondo la
modalità mahayana e per questa ragione i resoconti storici di tali incontri
sono così rari. ; ; ; ; ; ; ;
La leggenda narra che, nello stesso momento in cui
avveniva questo dialogo interiore sul picco dell’Avvoltoio nel nord
dell’India, alla presenza del Buddha nella sua forma umana,
contemporaneamente egli stava dando gli insegnamenti di Kalachakra nel sud
dell’India, nel luogo natale di Nagarjuna. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il praticante che realizza il primo livello
dell’accumulazione realizza la concentrazione, conosciuta come “la corrente
continua dell’insegnamento del Dharma”, ed è in grado di ricevere, senza
bisogno di intermediari, gli insegnamenti dagli Esseri spirituali più
elevati. Si narra di praticanti che hanno ricevuto insegnamenti direttamente
da Manjusri, il Buddha della Saggezza. Nel sentiero dell’accumulazione si è
molto affaccendati, non si ha tempo per rilassarsi, quando la meta era
ancora lontana ci si poteva crogiolare nella beata ignoranza, ma cominciando
seriamente a crescere nella saggezza, il tempo libero scompare del tutto.
Il Sentiero dell’Accumulazione
Il sentiero dell’accumulazione è suddiviso in tre
livelli, uno iniziale, uno intermedio e uno finale. Nel livello iniziale il
praticante che conosce molto bene la pratica delle quattro consapevolezze
perché vi si è esercitato lungamente, ne è un vero esperto e, unendo la
saggezza e la bodhicitta alle quattro consapevolezze, acquisisce una grande
perizia, assolutamente determinante per poter accedere al livello
intermedio. ; ; ; ; ; ; ; ;
Così, il praticante che è entrato nel sentiero del Dharma
poiché ha maturato la rinuncia, è entrato nel sentiero mahayana in quanto ha
sviluppato la bodhicitta e ora perfeziona le quattro consapevolezze unendole
alla saggezza della Vacuità, è dunque molto affaccendato! ; ; ; ; ; ; ; ;
Il “Satipatthana sutra”. mostra dettagliatamente come
addestrarsi nelle quattro consapevolezze, descrive la consapevolezza del
corpo, la consapevolezza delle sensazioni, la consapevolezza della mente, la
consapevolezza del Dharma inteso come tutto il resto dei fenomeni, insegna
ad essere sempre presenti, pienamente consapevoli in ogni istante di ciò che
accade nel corpo, nelle sensazioni, nella mente e nei cinque aggregati.
La consapevolezza è caratterizzata da due aspetti, quello
generale del fenomeno e quello peculiare del fenomeno osservato. L’aspetto
generale è l’impermanenza, l’impermanenza del corpo, delle sensazioni, della
mente, del dharma come raccolta di tutti gli altri fenomeni, è
l’impermanenza sottile, momentanea, del cambiamento istantaneo, momento per
momento, caratteristica generale che riguarda tutti i fenomeni. ; ; ; ; ; ;
; ;
L’aspetto individuale di ogni fenomeno è ciò che
caratterizza il corpo, le sensazioni, la mente e i fenomeni. Il praticante
addestrato ne ha perfetta chiarezza, momento per momento. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il livello intermedio consiste nell’ottenere perizia nei
quattro abbandoni, o quattro cessazioni, è lo stadio in cui si acquisisce la
capacità di sviluppare le virtù che ancora non sono state svolte e di
incrementare all’infinito le qualità già maturate. Le non-virtù ancora non
sorte e le non-virtù già presenti possono ugualmente essere eliminate. Si ha
la cessazione completa delle non-virtù e la cessazione completa degli
ostacoli alla realizzazione delle virtù. ; ; ; ; ; ; ; ;
Si realizza il sogno a lungo coltivato di poter ottenere
l’obiettivo desiderato, sulla base della pratica della bodhicitta e
dell’incremento della perfezione della saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
Così procedendo si giunge al livello finale
dell’accumulazione diventando esperti nelle “quattro gambe miracolose”, cioè
nella concentrazione o meditazione di samatha in cui si realizza il massimo
livello della concentrazione, perizia che si ottiene con l’aiuto della
Bodhicitta e della comprensione della Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questi tre stadi, suddivisi a loro volta in quattro
pratiche ciascuno, costituiscono complessivamente dodici dei trentasette
fattori dell’illuminazione. Sono i metodi o le condizioni attraverso cui si
crea o si favorisce la maturazione della mente dell’illuminazione e
rappresentano gli elementi da cui siamo partiti, la saggezza, la bodhicitta,
le trentasette facoltà dell’illuminazione e tutte le altre virtù. ; ; ; ; ;
; ; ;
La riga del testo su cui ci siamo soffermati a lungo:
“dovrebbe vedere distintamente che anche i cinque aggregati sono vuoti di
natura intrinseca” indica chiaramente come praticare la saggezza nel
sentiero dell’accumulazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Corpo, sensazioni, percezioni, fattori composti,
coscienza, in breve tutti i cinque aggregati, esistono per cause e
condizioni, non vi è alcuna possibilità di esistenza intrinseca, propria,
perciò i cinque aggregati sono vuoti di esistenza propria. E’ importante
studiare e meditare profondamente questo aspetto unendo la meditazione
analitica con quella concentrativa, fino a realizzare la Vacuità. ; ; ; ; ;
; ; ;
Durante il percorso del sentiero dell’accumulazione
esiste effettivamente una reale possibilità di apprendere e riflettere sulla
Vacuità dei cinque aggregati. ; ; ; ; ; ; ; ;
E’ possibile entrare nel sentiero mahayana possedendo la
comprensione della bodhicitta che è la base fondamentale per un’ulteriore
progressione, anche se non si è ancora compresa pienamente la Vacuità dei
cinque aggregati. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lo studio sul significato della Vacuità dei cinque
aggregati e la riflessione sul proprio livello di comprensione della Vacuità
costituiscono una meditazione in cui, alternando la concentrazione univoca
con la meditazione analitica, si comprendono e integrano i cinque livelli di
meditazione sulla Vacuità. ; ; ; ; ; ; ; ;
Si inizia con la riflessione sul corpo, sulle sensazioni,
sui fattori compositi, sulla mente, sulla coscienza, sulla loro realtà, su
come si manifestano e vengono in esistenza, comprendendo semplicemente che
esistono sulla base di cause e di condizioni e che, mancando cause e
condizioni, non possono esistere. ; ; ; ; ; ; ; ;
Con lo stesso schema si procede ad esaminare il sé, l’io,
osservando come esso sia solo sulla base dei cinque aggregati e, se i cinque
aggregati non esistono in modo intrinseco, anche il sé basato su di essi,
non può esistere in modo intrinseco. ; ;
Perché dobbiamo sforzarci di osservare la non-esistenza
intrinseca dei cinque aggregati? Perché solo grazie alla comprensione di
questa realtà riusciamo a vedere distintamente come il sé sia assolutamente
privo di esistenza intrinseca. Non c’è alcun io indipendente. ; ; ; ; ; ; ;
;
Affermando che le cose non hanno esistenza indipendente
si sottintende che hanno esistenza dipendente. Ogni cosa esiste in
dipendenza da altro e quindi non può esistere indipendentemente. La natura
della realtà è l’interdipendenza. Poiché tutto esiste interdipendentemente
tutto è vuoto di esistenza propria, è vacuo; tutti i fenomeni sono vacui e
possono essere solo in modo interdipendente. ; ; ; ; ; ; ;
Il vero fenomeno è la Vacuità, il vero Dharma è la
Vacuità, grazie ad essa tutto può esistere e trasformarsi. Se non vi fosse
Vacuità non vi sarebbe spazio per nessuna esistenza, per nessuna
trasformazione. La Vacuità è il Dharma ultimo, il Dharma fondamentale da
realizzare. Realizzando la Vacuità si realizza l’illuminazione. ; ; ; ;
Esistenza e Vacuità sono due facce della stessa medaglia,
il significato della Vacuità è l’esistenza interdipendente, il significato
dell’esistenza è mera imputazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
I cinque aggregati sono vuoti, esistenti
interdipendentemente, sono mera imputazione, per cui il sé è vuoto, esiste
interdipendentemente ed è mera imputazione, cosa significa? ; ; ; ; ; ; ; ;
Risposta: Che esiste in modo convenzionale, è una
convenzione. ; ; ; ; ; ; ; ;
(Si conclude la sessione con la preghiera di dedica dei
meriti)
Il Sentiero della Preparazione ;
La sessione pomeridiana inizia con la lettura degli otto
versi di trasformazione della mente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nella mattinata si è accennato agli argomenti base della
pratica mahayana, il sentiero di accumulazione, il primo sentiero della
pratica mahayana e dei primi dodici fattori d’illuminazione che sono le
quattro consapevolezze, i quattro abbandoni e le quattro concentrazioni; la
saggezza, la bodhicitta e di come i cinque aggregati siano vuoti di
esistenza indipendente. ;
Nel sentiero dei Bodhisattva la perfezione della saggezza
si costruisce nell’analisi della non esistenza inerente dei cinque aggregati
che, in progressione sistematica, porta alla comprensione della non
esistenza inerente dell’io, del sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nel sentiero mahayana dell’accumulazione la meditazione
sulla Vacuità o meditazione sul non-io è sviluppata tramite lo strumento
della non-esistenza inerente dei cinque aggregati. Questo è in sintesi il
metodo di osservazione del non-io o mancanza dell’io, una meditazione che
deve essere sempre supportata dallo studio e dalla riflessione
intellettuale. ; ; ; ; ; ;
Sono stati elencati brevemente, tra i trentasette fattori
dell’illuminazione, i primi dodici suddivisi in gruppi di quattro; sono
importanti e poiché meritano un ulteriore approfondimento vi consiglio di
studiare i vari commentari al Sutra del Cuore. ; ; ; ; ; ; ;
Si è focalizzata l’attenzione sulla saggezza in quanto
obiettivo ultimo, ma è importante non trascurare il significato della
rinuncia e della Bodhicitta che rappresentano il metodo e sono assolutamente
fondamentali in ogni pratica. ; ; ; ; ; ; ; ;
Oggi affronteremo il secondo sentiero mahayana, della
preparazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
“La forma è vuota, la Vacuità è forma; la Vacuità non è
altro che forma, la forma non è altro che Vacuità. Allo stesso modo sono
vuote le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza” ;
; ; ; ; ; ;
Nel sutra del cuore si insegna come meditare la Vacuità
nel sentiero della preparazione sulla base delle quattro caratteristiche.
Nel sentiero dell’accumulazione i cinque aggregati erano compresi come vuoti
di natura intrinseca e nel sentiero della preparazione si analizza
dettagliatamente la Vacuità, la mancanza di esistenza intrinseca di ognuno
di questi. Ad esempio dice: “la forma, quindi l’aggregato della forma, è
vuota”, poi rovescia “la Vacuità è forma” e poi ancora “la Vacuità non è
altro che forma” e “la forma non è altro che Vacuità”. L’aggregato della
forma altro non è che imputazione, un nome per definire una base, un
concetto imputato su una base di imputazione, perché non vi è nessuna forma
che possa esistere in modo indipendente. Pertanto la forma è intrinsecamente
vuota, ma poiché è imputata da un concetto, cioè ha un nome imputato su una
base imputabile, ha una funzione. L’imputare un concetto definisce la sua
funzione, è intrinsecamente vuota, ma è forma. ; ; ; ; ; ; ; ;
Tutti i fenomeni hanno due realtà, la realtà
convenzionale che gli è imputata e la realtà ultima. Sebbene entrambe non
siano la stessa cosa posseggono la stessa natura, per cui la Vacuità della
forma altro non è che forma, non ha una diversa natura. La Vacuità non è
differente dalla forma e la forma non è differente dalla Vacuità. Se i
fenomeni esistessero intrinsecamente non dipenderebbero da cause e
condizioni ma, se così fosse, dovrebbero anche esistere frutti e risultati
non dipendenti da cause e condizioni. Affermare che un fenomeno è di natura
intrinsecamente vuota e dire che non esiste realmente ha lo stesso
significato. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo è il modo di meditare la Vacuità nel sentiero
della preparazione, osservando i cinque aggregati, uno per uno,
analizzandoli in ogni particolare secondo le quattro caratteristiche. ; ; ;
; ; ; ; ;
La forma è vacua poiché non esiste intrinsecamente, ma
dipende da nome e imputazione. La forma stessa non è differente dalla
Vacuità della forma in quanto entrambe sono due aspetti della stessa
medaglia, sono due cose diverse ma, pur essendo differenti, hanno la stessa
natura. ; ; ; ; ; ; ; ;
Anche il sentiero della preparazione è suddiviso in
quattro stadi o gradini: ; ; ; ; ; ; ; ;
• il primo è “il sentiero del calore, o, simile al
calore”; ; ; ; ; ; ; ;
• il secondo è “il picco, o la vetta”; ; ; ; ; ; ; ;
• il terzo è “la pazienza”; ; ; ; ; ; ; ;
• il quarto è “il Dharma supremo”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Durante il sentiero della preparazione si acquisisce
perizia in due gruppi di fattori dell’illuminazione. Nei primi due stati del
sentiero della preparazione, “il sentiero del calore” e “il picco”, ci si
allena acquisendo grande competenza e divenendo veri esperti nelle cinque
facoltà: ; ; ; ; ; ; ; ;
• la facoltà della fede; ; ; ; ; ; ; ;
• la facoltà della perseveranza entusiastica; ; ; ; ; ; ;
;
• la facoltà della consapevolezza; ; ; ; ; ; ; ;
• la facoltà dell’assorbimento meditativo; ; ; ; ; ; ; ;
• la facoltà della saggezza o della visione profonda. ; ;
; ; ; ; ; ;
Nei successivi due stadi “la pazienza” e “ il Dharma
supremo”, si approfondisce la conoscenza delle cinque facoltà trasformandole
nei cinque poteri, che mantengono lo stesso nome: ; ; ; ; ; ; ; ;
• il potere della fede; ; ; ; ; ; ; ;
• il potere della perseveranza entusiastica; ; ; ; ; ; ;
;
• il potere della consapevolezza; ; ; ; ; ; ; ;
• il potere dell’assorbimento meditativo; ; ; ; ; ; ; ;
• il potere della saggezza o della visione profonda.
La differenza tra “facoltà” e “potere” è definita dal
grado di approfondimento raggiunto, allenandosi nella facoltà si raggiunge
la piena capacità, abilità, potenzialità della stessa che, ulteriormente
sviluppata, si trasforma in potere, il che significa che in quel campo non
si può più essere sconfitti. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’approfondimento delle facoltà che si trasformano in
poteri è dovuto alla forza dell’incremento della bodhicitta che crescere e
si sviluppa tramite la forza della saggezza. Grazie alla saggezza della
compassione si entra direttamente nell’essenza della saggezza che è forza
trainante. ; ; ; ; ; ; ; ;
Riferendoci nuovamente all’analogia del bambino che nasce
e cresce grazie all’azione congiunta di padre, madre, parenti e amici,
osserviamo che si otterrà il risultato procedendo analogamente
nell’interazione tra saggezza, metodo, trentasette fattori, virtù minori. ;
; ; ; ; ; ; ;
La bodhicitta che è sostegno del sentiero mahayana e che
vi ha introdotto il praticante è sempre la stessa bodhicitta, non è
cambiata, ma nel contempo la bodhicitta che ha avviato il praticante nel
sentiero mahayana e, sostenendo la sua pratica, lo ha trasformato in
Bodhisattva, è illuminata e incrementata dalla saggezza. Si determina
un’inscindibile interazione e aiuto reciproco nel potenziamento della
bodhicitta quale supporto della saggezza e della saggezza in quanto stessa
bodhicitta che si illumina sempre più divenendo luce limpida. ; ; ; ; ;
L’incremento simultaneo di metodo e saggezza porta al
compimento dei trentasette fattori dell’illuminazione che, seppur praticati
anche prima, ora possono essere portati a compimento. E’ interessante
osservare come l’interazione costante e inscindibile conduca inevitabilmente
alla realizzazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Vediamo come avviene il passaggio dal sentiero
dell’accumulazione a quello della preparazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo stadio del sentiero della preparazione è
chiamato “del calore”, ma quale calore? - Il calore dell’illuminazione. ; ;
;
Il meditatore medita in modo continuativo, studia e
riflette sull’assenza di esistenza intrinseca dei cinque aggregati
giungendo, per deduzione logica, alla consapevolezza dell’assenza di
esistenza intrinseca del sé, della Vacuità dell’io. Meditando costantemente
in questo modo ottiene la visione veritiera della Vacuità, ne assapora il
gusto, sperimenta direttamente il calore dell’illuminazione e, nel momento
in cui ciò avviene, passa dal sentiero dell’accumulazione al sentiero della
preparazione. ; ; ; ; ; ; ; ;
Questo assaggio della Vacuità del sé non significa ancora
l’aver avuto la visione diretta della Vacuità, ma è simile all’osservazione
dell’immagine riflessa in uno specchio, è un’intuizione detta “immagine
mentale della Vacuità”. Il meditatore adesso ha una visione chiara e
veritiera dell’immagine della Vacuità del sé, ne sente il sapore, la
riconosce e, se anche non la vede direttamente, sa cos’è con chiarezza,
senza errore ed è dunque in grado di entrare nel sentiero della
preparazione. Il meditatore è così sempre più affaccendato, prima osservava
la Vacuità dal punto di vista indiretto dell’assenza di esistenza intrinseca
dei cinque aggregati, ora deve analizzarli uno per uno secondo le quattro
caratteristiche ed è un impegno notevole che occupa tutto il suo tempo, ma
illumina, irradia, distilla e purifica la bodhicitta la quale diviene sempre
più radiosa e chiara. Così, la bodhicitta che cresce grazie alla meditazione
sulla Vacuità e che contemporaneamente la supporta, fa si che il meditatore
potenzi e consolidi le proprie facoltà sino ad averne piena padronanza tanto
da svilupparle ulteriormente trasformandole in poteri. ; ; ; ; ; ; ; ;
Domanda: Mi sembra di capire che nei vari passaggi sia
indispensabile comprendere logicamente il percorso, ma non è così semplice,
anche perché nel caso della Vacuità si passa dal concetto generale a quello
particolare, mentre in genere avviene il contrario. ; ; ; ; ; ; ; ;
Lama: E’ necessario accostarsi alla Vacuità con un primo
approccio breve, sintetico e soltanto in un secondo tempo sarà possibile
procedere all’esame analitico dei dettagli. E’ indispensabile avere prima di
tutto un’idea chiara, generale, del concetto che si vuole comprendere e,
partendo da questo punto, scendere nel particolare e approfondirlo.
Il Sentiero della Corretta Visione ; ; ; ; ; ; ; ;
Ora la vita si complica, ci avviciniamo al sentiero della
visione corretta e la spiegazione su come meditarla è contenuta nella frase:
; ; ; ; ; ; ; ;
“Quindi, Shariputra, tutti i fenomeni sono Vacuità; essi
sono privi di caratteristiche peculiari; non sono nati, non cessano; non
sono contaminati, non sono incontaminati; non sono incompleti e non sono
completi.” ; ; ; ;
I fattori da esaminare sono otto, non più quattro. Tutti
i fenomeni sono intrinsecamente vuoti, non esistono cause intrinsecamente
esistenti e, di conseguenza, non si possono avere risultati intrinsecamente
esistenti. Anche le contaminazioni, le oscurazioni mentali sono
intrinsecamente vuote. I tipi di mente non contaminati sono intrinsecamente
vuoti. La diminuzione delle afflizioni mentali è essa stessa non
intrinsecamente esistente. Le qualità mentali che incrementano lo sviluppo
non sono intrinsecamente esistenti. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’avvicinamento alla Vacuità è sempre più complesso.
Durante il sentiero dell’accumulazione non si ha alcuna conoscenza della
Vacuità, si è in una fase di studio, di realizzazione e di tentativi di
avvicinamento in un approccio generale. Entrando nel secondo sentiero, della
preparazione, si ha un’idea chiara della Vacuità e si è in grado di avviare
l’analisi di qualche dettaglio, perché ancora non si è di fronte alla
Vacuità, ma se ne intravede il vero riflesso nell’immagine mentale. ; ; ; ;
; ; ; ;
Ora invece, potendo incontrare viso a viso, direttamente
la Vacuità, non la sua l’immagine mentale, in un’osservazione non filtrata
dallo sguardo fisico, ma quale risultato della vera comprensione, è il
momento in cui si debbono affrontare i particolari. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il meditatore passa dalla chiara immagine alla chiara
visione della Vacuità e, avendo eliminato l’intermediario che è l’immagine
mentale, in quel preciso istante diventa un Arya Bodhisattva, una Mahasattva.
Colui che era un meditatore Bodhisattva ora acquisisce lo stato di Arya
Bodhisattva. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ecco il significato delle parole del testo: “Arya
Avalokitesvara Bodhisattva Mahasattva” cioè un Bodhisattva che, approdando
dal sentiero della preparazione a quello della visione, ha la limpida
visione diretta propria di un Bodhisattva Mahasattva, un Arya. Questa è la
caratteristica del Bodhisattva che entra nel terzo sentiero, della visione e
nel quarto, della meditazione o familiarizzazione. A questo punto la Vacuità
è una vera sfida e il meditatore, il Bodhisattva Mahasattva, vede ogni
fenomeno come vuoto e come vuota ogni causa del passato e ogni risultato del
futuro, una peculiarità espressa nella visione del Bodhisattva in grado di
osservare che “tutti i fenomeni sono Vacuità” “essi sono privi di
caratteristiche peculiari” con preciso riferimento al fatto che tutte le
cause sono vuote, il passato è vuoto, non c’è nulla che possa essere
identificato come intrinsecamente esistente. “non sono nati” e quindi i loro
risultati, il futuro, sono vuoti poiché da essi non nascerà nulla di
intrinsecamente esistente. Anche tutto ciò che solitamente è considerato
afflizione mentale, difetto mentale, oscurazione mentale o sofferenza non è
intrinsecamente esistente dunque “non sono contaminati”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Altrettanto, le virtù, le menti positive, le qualità
mentali, non sono intrinsecamente esistenti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Alla domanda: «Si può purificare la mente intrinsecamente
da tutti i difetti?» la risposta è No! ; ; ; ; ; ; ; ;
Inoltre, se “non sono incompleti” e “non sono completi”
alla domanda: «possono rendere intrinsecamente perfette le qualità della
mente?» la risposta è sempre No. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’analisi diventa ancora più sottile nella visione
profonda del Sutra del Cuore che osserva “la varietà dei fenomeni chiamata
percezione profonda”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Ad esempio, praticando il Dharma ci si pone l’obiettivo
di realizzare lo stato di illuminazione, eppure spesso si parte dall’idea,
completamente errata, che un io indipendente realizzi un indipendente stato
di illuminazione, che un io intrinsecamente esistente possa accumulare cause
indipendenti, intrinsecamente esistenti e ottenga futuri risultati
intrinsecamente esistenti. ; ; ; ; ; ; ; ;
Per eliminare i difetti mentali si agisce nell’illusione
di poter annullare difetti intrinsecamente esistenti con un metodo
intrinsecamente esistente. Anche le qualità che si vorranno realizzare
saranno quindi intrinsecamente esistenti e la loro maturazione completa
produrrà uno stato ovviamente intrinsecamente esistente. ; ; ; ; ; ; ; ;
Così, alla fine, ci si ritrova ad essere praticanti
intrinsecamente esistenti di un dharma intrinsecamente esistente e l’unico
risultato ottenuto sarà la definitiva fuga dell’illuminazione. Ecco una
pratica intensa e sbagliata in cui sono state investite ingenti energie con
il solo risultato della perdita di ogni possibilità di illuminazione. ; ; ;
; ; ;
Nel terzo sentiero, della visione, gli stadi di pratica
che corrispondono ai trentasette fattori di illuminazione sono contenuti nel
“Nobile Ottuplice Sentiero”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo stadio è “La visione corretta”, fondamentale
perché soltanto in esso si è in grado di superare realmente la visione
errata, prima di questo passaggio non è possibile avere una visione completa
e corretta della realtà. La visione errata è quella, appena descritta, del
meditatore che parte dal concetto di essere intrinsecamente esistente e che
di conseguenza osserva tutti i fenomeni come intrinsecamente esistenti
cadendo in un errore molto grave che distrugge e corrompe tutto. La visione
errata più devastante è data dall’idea del Guru, o del Buddha, o di Dio, o
di una religione, intrinsecamente esistenti, basta osservare la storia
dell’umanità per comprendere quante tragedie siano scaturite da essa. Tutti
gli errori nascono dall’ignoranza e, in questo caso, si tratta di ignoranza
che produce la visione sbagliata, che ignora la Vacuità. Nel sentiero della
visione la pratica della meditazione sulla saggezza consiste nell’eliminare
le informazioni sbagliate che determinano l’afferrarsi a un sé costruito
artificialmente, temporaneo, fondato su condizione temporanee, cioè
l’aggrapparsi ad un sé non innato, ad un sé falso. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo passo del nobile ottuplice sentiero è il
sentiero della corretta visione, da cui scaturiscono naturalmente, uno
conseguente all’altro, un corretto modo di pensare, un corretto modo di
parlare, un corretto modo di agire, un corretto modo di vivere, un corretto
sforzo, una corretta consapevolezza, una corretta concentrazione. ; ; ; ; ;
Gli otto rami dell’ottuplice sentiero diventeranno
perfetti nel sentiero della visione che elimina il concetto errato,
artificiale, temporaneo dell’aggrapparsi al sé.
Il Sentiero della Familiarizzazione ; ; ; ; ; ; ; ;
Soltanto nel momento n cui il meditatore annulla la
visione sbagliata eliminando il concetto dell’aggrapparsi al sé non innato
entra nel sentiero della familiarizzazione o della meditazione e il suo
compito diviene più arduo. ;
Nel corso del quarto sentiero, della familiarizzazione o
meditazione si combatte il concetto dell’ignoranza innata, dell’aggrapparsi
ad un sé innato ed entrano in gioco i dieci “bhumi” 36, conosciuti anche
come i dieci livelli dei Bodhisattva. Il commentario dice che durante il
sentiero della familiarizzazione non vi è presenza alcuna di fenomeni
convenzionali quindi, se osserviamo Michele seduto in questa sala, non
vediamo Michele ma la Vacuità di Michele. ; ; ; ;
Il testo del Sutra del Cuore prosegue riferendosi al
sentiero della familiarizzazione: “Quindi, Shariputra, nella Vacuità non c’è
forma”, dunque qui non c’è Michele, ma la Vacuità di Michele. ; ; ; ; ; ; ;
;
”non c’è forma, né sensazioni, né percezioni, né
formazioni mentali, né coscienza.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Cioè non c’è nessuno dei cinque aggregati. ; ; ; ; ; ; ;
;
“Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né
corpo, né mente. Non c’è forma” In questo caso “forma” indica il colore, la
forma geometrica. ; ; ; ; ; ; ; ;
“né suono, né odore, né gusto, né oggetti concreti, né
oggetti mentali. Non c’è nessun elemento visivo, così fino a nessun elemento
mentale fino a includere nessun elemento della coscienza mentale.” ; ; ; ; ;
; ; ;
Gli oggetti concreti si possono toccare e riguardano i
diciotto elementi di tutti i fenomeni: sei organi dei sensi, sei oggetti dei
sensi, sei facoltà dei sensi. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Non c’è ignoranza, non c’è estinzione dell’ignoranza, e
così fino a nessun invecchiamento e morte, e nessuna estinzione
dell’invecchiamento e della morte.” ; ; ; ; ; ; ; ;
Ecco un ulteriore approfondimento e, se ricordate
l’insegnamento del testo di Nagarjuna sui dodici anelli dell’origine
interdipendente, potete riconoscere il primo e l’ultimo anello: “ignoranza”
e “invecchiamento e morte”, che, osservati nel movimento della creazione e
in quello della cessazione, dimostrano di non poter esistere intrinsecamente
in nessuna delle due direzioni. Nessun anello della catena può avere
un’esistenza intrinseca, questa è l’essenza del “Paticcasamuppada”,
l’importante sutra dell’origine interdipendente. ; ; ; ; “Allo stesso modo,
non c’è sofferenza, origine, cessazione o sentiero; non c’è saggezza, né
ottenimento e neppure mancanza di ottenimento.” Anche le quattro nobili
verità, contenute nel “Dharmachakra Pravartanasutra” il sutra dell’avvio
della prima ruota del Dharma, non esistono intrinsecamente. Questi sutra
sono fondamentali e sarebbe bene studiarli direttamente non limitandosi ai
commentari soggetti alle diverse interpretazioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
Non c’è una saggezza intrinseca. Diciamo: “voglio
ottenere l’illuminazione!…” ma non c’è nessun ottenimento e, ancora meglio,
non c’è nemmeno il non-ottenimento. La comprensione scaturisce dalla realtà
dell’origine interdipendente, dalla realtà della Vacuità dei fenomeni.
Il Sentiero della Meditazione simile al Diamante ; ; ; ;
; ; ; ;
La concentrazione simile al vajra, il diamante
indistruttibile è un altro concetto essenziale. Dopo aver meditato
lungamente nel sentiero della familiarizzazione si giunge all’ultimo momento
del samsara, all’ultimo istante dello stato non illuminato della mente detto
“il sentiero della meditazione simile al Vajra”. ; ; ; ; ; ; ; ;
“Quindi, Shariputra, poiché i Bodhisattva non hanno
ottenimenti, si basano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non
avendo oscuramenti nelle loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati
totalmente oltre l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana.
Tutti i Buddha che dimorano nei tre tempi hanno ottenuto il pieno risveglio
dell’insuperabile, perfetta illuminazione, basandosi su questa profonda
perfezione della saggezza”. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il sentiero della meditazione simile al diamante è
l’ultimo momento di una mente non illuminata, in questa fase un Bodhisattva
è in completo assorbimento meditativo sulla Vacuità, sulla mancanza di
esistenza intrinseca, la sua mente è libera da ogni tipo di oscurazioni e di
paure, ogni timore è scomparso ed è totalmente al di là dell’errore, si
trova in una situazione simile allo stato dell’illuminazione. ; ; ; ; ; ; ;
;
Nel sentiero della familiarizzazione si elimina
l’ignoranza innata, sottile, attraverso il duro percorso dei dieci bhumi, i
dieci livelli di eliminazione. E’ il momento in cui il Bodhisattva attua la
pratica più lunga, la prova più intensa. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il primo bhumi è “il terreno della gioia”, perché si ha
la gioia della visione del volto dell’illuminazione, la Vacuità che, anche
se non ancora totalmente chiara, è comunque presente. In questo momento la
meditazione si articola in due fasi: la fase meditativa o dell’assorbimento
meditativo e la fase post-meditativa relativa all’intervallo tra un
assorbimento meditativo e l’altro. La fase dell’assorbimento meditativo si
suddivide a sua volta in due momenti: Il primo è il momento in cui il
meditatore, profondamente assorto nell’osservazione dei dettagli della
Vacuità, avverte la presenza vigile del suo opponente, dell’ostacolo non
ancora eliminato. ; ; ; ; ; ;
Il secondo momento si presenta quando il meditatore,
entrando nella seconda fase dell’assorbimento meditativo, riesce a
sconfiggere l’ostacolo eliminandolo e solo allora avviene il passaggio da un
bhumi a quello successivo. ; ; ; ; ; ; ; ;
Nell’alternanza di questi momenti si ha la fase
post-meditativa in cui si applica la pratica della generosità, dell’etica,
dell’accumulazione dei meriti. ; ; ; ; ; ; ; ;
L’attraversare i dieci terreni di pratica costituisce il
mezzo necessario per purificare l’ignoranza sottile dell’innato aggrapparsi
al sé. ; ; ; ; ; ; ; ;
Il sentiero della purificazione nelle due fasi
dell’assorbimento meditativo, quella del confrontarsi con l’ostacolo,
l’opponente, e quella della sua eliminazione, realizza i sette rami o
fattori dell’illuminazione: ;
• il fattore della corretta consapevolezza; ; ; ; ; ; ; ;
• il fattore della corretta aspirazione; ; ; ; ; ; ; ;
• il fattore del corretto sforzo gioioso; ; ; ; ; ; ; ;
• il fattore della corretta gioia; ; ; ; ; ; ; ;
• il fattore della corretta tranquillità; ; ; ; ; ; ; ;
• il fattore della corretta concentrazione; ; ; ; ; ; ; ;
• il fattore della corretta equanimità, che è l’ultimo e
per questo particolarmente importante. ; ; ; ;
A volte si pensa, sbagliando, che l’equanimità sia
semplice e poco rilevante, invece è fondamentale, in essa si elimina ogni
visione settaria, non bianco o nero, non giusto o sbagliato, ma solo
equanimità che è Vacuità. La natura della Vacuità rende ogni cosa uguale.
Tale visione non dipende dall’oggetto ma dal livello personale di
comprensione. ; ; ; ; ; ; ; ;
La fase post-meditativa è un periodo di riposo e di
rigenerazione che permetterà di affrontare nuovi ostacoli con rinnovata
energia, arricchiti dall’accumulazione dei meriti dovuti all’applicazione
del metodo, della rinuncia e della bodhicitta. Così rafforzati, si rientra
nella meditazione che, a questo punto, è un vero campo di battaglia in cui
ci si confronta con l’opponente sino a che non lo si vince con la completa
eliminazione dell’ostacolo. ; ; ; ; ;
Il ciclo riprende, sconfitto l’ostacolo di quel bhumi si
passa al bhumi successivo, alternando le fasi meditative e post- meditative,
di bhumi in bhumi, dal primo al secondo, al terzo, al quarto, al sesto, al
settimo, sino all’ottavo nel quale si eliminano le impronte più sottili
lasciate dai difetti mentali, le predisposizioni delle afflizioni mentali, e
si è così nel livello dell’Arhat, che non ha ancora raggiunto la bodhicitta
ma ha eliminato con uguale metodo l’ignoranza e possiede la stessa chiara
saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
I dieci bhumi corrispondono alla pratica delle dieci
perfezioni. ; ; ; ; ; ; ; ;
I primi sei bhumi si riferiscono alle sei perfezioni: il
primo alla generosità, il secondo all’etica, il terzo alla pazienza, il
quarto alla perseveranza entusiastica, il quinto alla concentrazione, il
sesto alla saggezza. ; ; ; ; ; ; ; ;
I restanti quattro bhumi sono perfezionamenti del sesto
e, precisamente: il settimo corrisponde al potere, l’ottavo al potere della
preghiera o dell’aspirazione, il nono alla perfezione del metodo o dei mezzi
abili, il decimo alla perfezione della chiara visione. Con il decimo bhumi
si giunge alla meditazione simile al vajra, il diamante. “Quindi, Shariputra,
poiché i Bodhisattva non hanno ottenimenti, si basano e dimorano nella
perfezione della saggezza”.
Il Quinto Sentiero, dell’Illuminazione ; ; ; ; ; ; ; ;
La meditazione simile al diamante prosegue fino alla
realizzazione dell’illuminazione, ecco dunque il quinto sentiero, quello
dell’illuminazione, descritto nelle frasi: “Non avendo oscuramenti nelle
loro menti, essi non hanno paura, ed essendo andati totalmente oltre
l’errore, essi raggiungono la meta finale: il nirvana. Tutti i Buddha che
dimorano nei tre temp
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