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CAPITOLO VI

SVILUPPO MENTALE
Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
In questo capitolo tratteremo i vari stadi dell’Ottuplice Nobile
Sentiero che fanno parte del gruppo dello sviluppo mentale.
Abbiamo visto come i vari gradini della Via siano
interdipendenti e in questo contesto è importante capire la
posizione che occupa lo sviluppo mentale. Posto tra buona
condotta e saggezza, lo sviluppo mentale è importante e
attinente ad entrambe. Vi chiederete come. Certe volte la gente
pensa che basta seguire i precetti morali per avere una buona
vita. A ciò si può rispondere in vari modi. Prima di tutto va
detto che nel buddhismo ci sono vari traguardi della vita
religiosa. Oltre a volere ottenere felicità e buona fortuna, si
tende anche alla liberazione. Se si vuole ottenere la
liberazione l’unico modo è attraverso la saggezza, e la saggezza
la si ottiene con la purificazione mentale per mezzo della
meditazione.
Ma lo sviluppo mentale è utile, o addirittura necessario, se si
vuole ottenere un buon livello di pratica morale.
Perché? Perché è relativamente facile seguire le norme di buona
condotta quando tutto va bene. Se avete un buon lavoro, una
posizione nella società e guadagnate abbastanza da mantenere voi
e la vostra famiglia, è relativamente facile osservare i
precetti morali. Ma quando vi trovate in situazioni di tensione,
instabilità e incertezza, quando per esempio perdete il lavoro o
vi trovate in situazioni in cui sembra che ci sia solo anarchia
e confusione, allora il mantenimento delle norme di buona
condotta è a rischio.
In tal caso solo lo sviluppo mentale può salvaguardare la
pratica di buona condotta. Rinforzando la capacità della mente e
tenendola sotto controllo, lo sviluppo mentale serve a garantire
l’osservazione dei precetti e allo stesso tempo aiutare a vedere
le cose così come sono. Lo sviluppo mentale prepara la mente
alla saggezza, la quale a sua volta apre la porta alla
liberazione e all’illuminazione.
E’ per tutto questo che lo sviluppo mentale gioca un ruolo
importante e speciale nella pratica dell’Ottuplice Nobile
Sentiero. Non ci deve sorprendere la rilevanza attribuita dal
buddhismo allo sviluppo mentale se si pensa all’importanza della
mente nella concezione buddhista dell’esperienza. La mente è il
fattore più importante della pratica dell’Ottuplice Sentiero. Il
Buddha lo sostenne chiaramente quando disse che la mente è
all’origine di tutto e che tutto è creato dalla mente. Allo
stesso modo è detto che la mente è la sorgente di tutte le virtù
e di tutte le qualità benefiche. Ma per ottenerle dobbiamo
disciplinare la mente. La mente è la chiave per cambiare la
natura dell’esperienza. Sarebbe senz’altro un’impresa molto
difficile coprire tutta la superficie della terra con una
sostanza morbida ma resistente per proteggere i piedi dai sassi
e legnetti. Ma coprendo semplicemente le piante dei piedi con le
scarpe è come se si fosse ricoperta tutta la terra. Allo stesso
modo, se volessimo purificare l’intero universo
dall’attaccamento, avversione e ignoranza sarebbe un’impresa
impossibile; ma purificando semplicemente la nostra mente da
queste tre afflizioni per noi è come se l’intero mondo ne fosse
purificato.
Per questo il buddhismo punta sulla mente come unica chiave per
cambiare il modo in cui sperimentiamo le cose e il modo di
rapportarci con gli altri. L’importanza della mente è stata
anche riconosciuta dalla scienza, dalla psicologia e perfino
dalla fisica. Ormai molti psicoterapeuti occidentali usano varie
tecniche di visualizzazione. Psichiatri e medici si avvalgono
con successo di metodi molto simili a ben note tecniche di
meditazione per aiutare i pazienti a superare disordini mentali,
dolori cronici e malattie. E’ un approccio questo, ormai
generalmente accettato dalla comunità medica.
Tutti noi sappiamo per esperienza quanto la mente influenzi il
nostro stato d’animo. Abbiamo tutti sperimentato momenti di
felicità e abbiamo visto come influenzino positivamente la
nostra attività. In un tale stato d’animo siamo efficienti,
rispondiamo in maniera appropriata e facciamo tutto nel modo
migliore. Altre volte, quando la mente è disturbata, depressa o
pervasa da emozioni negative ci accorgiamo di non riuscire a
fare neanche le cose più elementari. In questi casi vediamo
quanto la mente sia importante, qualunque sia la sfera della
nostra vita che osserviamo.
Tre stadi dell’Ottuplice Nobile Sentiero riguardano lo sviluppo
mentale: 1)Retto Sforzo, 2) Retta Consapevolezza e 3) Retta
Concentrazione. Presi insieme, questi tre elementi ci spronano,
ci rendono fiduciosi, attenti e calmi.
In senso generale Retto Sforzo significa coltivare un
atteggiamento fiducioso verso ciò che abbiamo intrapreso. Il
Retto Sforzo può anche essere chiamato entusiasmo. Vuol dire
iniziare e portare avanti il proprio impegno con energia e con
la determinazione di compierlo fino in fondo. Tradizionalmente
si dice che dobbiamo affrontare il nostro dovere con lo stesso
entusiasmo con cui un elefante entra in un fresco laghetto
quando è accaldato dal sole bruciante di mezzogiorno. Con questo
tipo di sforzo riusciremo in tutto ciò che intraprendiamo, sia
negli studi che nella carriera, che nella pratica del Dhamma.
In questo senso potremmo dire che il Retto Sforzo è
l’applicazione pratica della fiducia. Se non mettiamo sforzo nei
progetti che vogliamo portare avanti, non ci saranno molte
probabilità di riuscita.
Ma lo sforzo va controllato, va equilibrato e qui è bene
ricordare la natura basilare della Via di Mezzo e l’esempio
delle corde del liuto, di cui abbiamo già parlato. Lo sforzo non
deve mai diventare troppo teso, troppo spinto, ma neanche troppo
debole. E’ questo ciò che significa Retto Sforzo: una
determinazione controllata, continua ed entusiasta.
Tradizionalmente il Retto Sforzo viene diviso in quattro
sezioni: 1) lo sforzo per prevenire il sorgere di negatività; 2)
lo sforzo di respingere le negatività che sono sorte; 3) lo
sforzo di coltivare pensieri positivi e 4) lo sforzo di
mantenere i pensieri positivi che sono sorti. Quest’ultimo è
importante perché molto spesso non riusciamo a mantenere a lungo
i pensieri positivi che abbiamo coltivato. Questi quattro
aspetti del Retto Sforzo concentrano l’energia della mente sugli
stati mentali. Lo scopo è di ridurre, e infine eliminare, i
pensieri negativi che occupano la mente, e aumentare e
stabilizzare i pensieri positivi in modo che diventino parte
integrante e naturale dei nostri stati mentali.
La Retta Consapevolezza è il secondo gradino dell’Ottuplice
Nobile Sentiero e fa parte del gruppo dello sviluppo mentale. E’
una qualità essenziale anche nella vita quotidiana. Come per gli
altri insegnamenti del Buddha, anche questo lo si può illustrare
con esempi tratti dalla vita quotidiana. Infatti se guardate gli
insegnamenti del Buddha vedrete che spesso egli usa esempi
riguardanti cose famigliari ai suoi ascoltatori. Sarebbe quindi
bene considerare quale importanza abbia la consapevolezza anche
nelle nostre attività mondane.
Consapevolezza è presenza mentale o attenzione e come tale
significa evitare gli stati mentali distratti o nebulosi. Se la
gente fosse più consapevole ci sarebbero molto meno incidenti a
casa o sulla strada. Sia guidando la macchina o attraversando la
strada, sia cucinando che facendo i conti, tutto sarebbe più
sicuro ed efficiente se si fosse sempre attenti e consapevoli.
La consapevolezza accresce l’efficienza e capacità e allo stesso
tempo riduce il numero degli incidenti dovuti alla disattenzione
e alla mancanza di consapevolezza.
Nella pratica del Dhamma la consapevolezza agisce come delle
redini sulla mente. Se ci soffermiamo un attimo a considerare
come si comporta normalmente la nostra mente, vedremo che c’è
veramente bisogno di qualche freno o controllo. Supponete che
mentre state leggendo, un colpo di vento faccia sbattere una
finestra in qualche parte della casa. Quasi sicuramente
volgerete l’attenzione al rumore e, almeno per un istante, la
mente sarà completamente focalizzata su di esso. E almeno per
quell’istante la mente sarà distratta da quanto stavate
leggendo. Allo stesso modo, quasi in ogni attimo della nostra
vita cosciente la mente corre dietro a qualche oggetto dei
sensi. La nostra mente non è quasi mai concentrata o ferma. Gli
oggetti dei sensi che attirano la nostra attenzione possono
essere suoni, cose visibili o anche pensieri. Mentre state
guardando, gli occhi e la mente possono venir attirati da una
pubblicità interessante; mentre passeggiate il profumo di una
donna può attirare la vostra attenzione su di esso o sulla
donna. Sono tutti oggetti dei sensi e sono distrazioni.
Per parare gli effetti di queste distrazioni abbiamo bisogno di
una guardia che eviti alla mente di invischiarsi con gli oggetti
dei sensi e con gli stati mentali negativi che tali oggetti
possono suscitare. Questa guardia è la consapevolezza. Il
Buddha, a questo proposito, raccontò la storia di due acrobati:
il maestro e l’apprendista. Una volta il maestro disse
all’apprendista: “Tu proteggi me e io proteggerò te. In tal modo
faremo bene il nostro spettacolo, ne usciremo sani e salvi e
guadagneremo soldi”. Ma l’apprendista replicò: “No maestro, così
non va bene. Io proteggo me stesso e tu te stesso”. Allo stesso
modo tutti noi dobbiamo sorvegliare la nostra mente. Ad alcuni
potrebbe sembrare un comportamento egoista. E il lavoro di
gruppo dove va a finire? Ma credo che questa obiezione nasca da
un malinteso. La forza di un’intera catena è corrispondente a
quella del suo anello più debole. Un gruppo funziona quanto
funzionano i suoi membri. Un gruppo di gente distratta,
irresponsabile e inefficiente, è una squadra che non funziona.
Ugualmente, affinché i nostri rapporti con gli altri vadano bene
dobbiamo controllare le nostre menti.
Mettiamo che abbiate una bella macchina. Starete attenti a
parcheggiarla bene in modo che non venga urtata da un altro
conducente. Sia sul posto di lavoro che a casa le darete
un’occhiata dalla finestra di tanto in tanto per controllare che
sia a posto. La laverete spesso e la porterete regolarmente in
officina per i controlli periodici. Probabilmente la
assicurerete per una considerevole somma. Allo stesso modo,
ognuno di noi possiede un bene che vale più di qualsiasi altra
cosa: la mente.
Avendo riconosciuto il valore e l’importanza della mente,
dobbiamo sorvegliarla bene. E questa è la consapevolezza. E’ un
aspetto dello sviluppo mentale che può essere praticato sempre e
ovunque. Alcuni pensano che sia troppo difficile praticare la
meditazione e anzi sono spaventati persino all’idea di provarla.
Generalmente queste persone si riferiscono alla meditazione
formale, cioè alla concentrazione della mente da seduti. Ma
anche se non ve la sentite ancora di praticare le tecniche di
concentrazione mentale, il Retto Sforzo e la Retta
Consapevolezza possono e dovrebbero essere praticate da tutti. I
primi due gradini dello sviluppo mentale sono semplicemente 1)
la coltivazione di un atteggiamento fiducioso della mente
attenta e consapevole e 2) l’osservazione del corpo e della
mente per sapere sempre cosa state facendo.
Mentre scrivo, proprio in questo momento, con una parte della
mente osservo la mente. Cosa sto pensando? Sono concentrato su
quello che cerco di trasmettere scrivendo o sto pensando a cosa
è successo questa mattina, la settimana passata o a cosa farò
questa sera? Ho sentito una volta un maestro dire che se state
preparando il té, buddhismo vuol dire prepararlo bene. L’essenza
dello sviluppo mentale è concentrare la mente esattamente su ciò
che uno sta facendo in quel momento: andare a scuola, pulire la
casa o conversare con un amico. Potete praticare la
consapevolezza di qualsiasi cosa stiate facendo. La
consapevolezza può essere praticata sempre e ovunque. E’ una
pratica che ha avuto un ruolo importante nel buddhismo. Il
Buddha la chiamò l’unica via per por fine alla sofferenza. E’
stata elaborata anche una pratica per applicare la
consapevolezza in quattro modalità: 1) consapevolezza del corpo,
2) consapevolezza delle sensazioni, 3) consapevolezza della
coscienza e 4) consapevolezza degli oggetti mentali. Queste
quattro applicazioni della consapevolezza (satipatthana)
continuano ad avere ancora oggi un ruolo molto importante nella
pratica della meditazione buddhista.
Ora passiamo a considerare il terzo elemento dello sviluppo
mentale: la concentrazione, chiamata talvolta “tranquillità” o
semplicemente meditazione. Forse ricorderete che in precedenza
siamo risaliti all’origine della meditazione attribuendola alla
civiltà della valle dell’Indo. La meditazione, o concentrazione,
non vuol dire entrare in uno stato di torpore e ancora meno in
uno stato comatoso o di semi-coscienza. La concentrazione è
semplicemente la pratica di focalizzare e unificare la mente su
un solo oggetto, che può essere sia fisico che mentale. Quando
si arriva a concentrare la mente esclusivamente su un solo
oggetto, essa ne viene completamente assorbita, per cui viene
esclusa ogni altra attività mentale, quale distrazione, torpore,
agitazione o confusione. Lo scopo della Retta Concentrazione è
questo: concentrare e unificare la mente su un solo oggetto.
Molti di noi hanno avuto momenti così nella vita quotidiana.
Certe volte ascoltando la musica o guardando il mare o il cielo,
la mente si è concentrata spontaneamente. In quei momenti
possiamo sperimentare un attimo in cui la mente rimane assorbita
esclusivamente in un oggetto, in un suono o in una forma.
Si può praticare la concentrazione in molti modi, e l’oggetto
può essere visivo (una fiamma, un’immagine, un fiore) o un’idea
(amore, compassione). Quando si pratica la concentrazione si
porta la mente ripetutamente sull’oggetto prescelto, in modo che
poco a poco la mente vi rimanga fissa senza distrarsi. Quando
questo stato può essere mantenuto per un certo tempo, diciamo
che si è ottenuta l’unificazione della mente. E’ importante
tenere presente che per questa pratica è bene avere la guida di
un maestro qualificato, perché il successo, o l’insuccesso,
dipendono da un certo numero di fattori tecnici, come ad esempio
l’atteggiamento, la postura, la durata, il tempo di pratica,
ecc. E’ difficile mettere insieme nel modo giusto tutti questi
fattori, solo leggendoli in un libro. Comunque non c’è bisogno
di diventare monaci per praticare questa meditazione. Non dovete
vivere in una foresta e abbandonare ogni normale attività.
Potete cominciare con periodi brevi di 10 o 15 minuti. Questo
tipo di meditazione porta a due benefici principali: 1) procura
benessere, agio, gioia, calma, tranquillità sia sul piano fisico
che mentale; 2) fa della mente uno strumento capace di vedere le
cose così come sono. In tal modo prepara la mente al sorgere
della saggezza.
Il graduale sviluppo della capacità di vedere le cose così come
sono per mezzo della meditazione è stato assimilato alla
scoperta di strumenti speciali, per mezzo dei quali possiamo
vedere la realtà subatomica. Quindi, se non sviluppiamo il
potenziale della mente attraverso il Retto Sforzo, la Retta
Consapevolezza e la Retta Concentrazione, la comprensione della
realtà così com’è rimarrà tutt’al più una conoscenza
intellettuale.
Affinché la comprensione delle Quattro Nobili Verità non sia
solo una nozione ma un’esperienza diretta dobbiamo riuscire a
unificare la mente.
E solo allora lo sviluppo mentale può diventare saggezza. Ora
possiamo vedere bene il ruolo speciale che ha la meditazione nel
buddhismo. Vi ho già accennato brevemente quando ho parlato
della decisione del Buddha di lasciare i suoi due maestri di
meditazione, Alara Kalama e Uddaka Ramaputta, e di come riuscì a
combinare insieme concentrazione e saggezza la notte della sua
illuminazione. La sola unificazione della mente, infatti, non
basta. E’ come far la punta alla matita prima di cominciare a
scrivere o affilare l’ascia che si userà per tagliare il tronco
dell’attaccamento, avversione e ignoranza. Dopo aver unificato
la mente siamo pronti a mettere insieme concentrazione e
saggezza per giungere all’illuminazione.
CAPITOLO VII
SAGGEZZA
Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
Con questo capitolo terminiamo il nostro studio sui vari gradini
dell’Ottuplice Nobile Sentiero. Nei capitoli quinto e sesto
abbiamo visto i primi due gruppi, o modi, di pratica, quelli di
buona condotta e di sviluppo mentale. Qui considereremo la terza
via di pratica, che è la saggezza. A questo punto ci troviamo di
fronte a un paradosso apparente: nella lista degli otto gradini
della Via, la Retta Visione e il Retto Pensiero vengono per
primi, ma nel contesto della pratica il gruppo della saggezza
viene per ultimo. Come mai? Prima abbiamo usato l’analogia di
scalare una montagna per spiegare la relazione tra i vari
gradini della Via. Quando cominciate la scalata dovete avere in
vista la vetta. E’ la vista della cima che dà la direzione da
seguire. Perciò, fin dall’inizio della scalata dovete tenere gli
occhi rivolti alla vetta. E’ per questo che la Retta Visione è
messa all’inizio della Via; ma in pratica dovete superare i
primi pendii e scalare i tratti a metà costa prima di
raggiungere la cima, rappresentata dalla saggezza. In realtà
quindi la saggezza è alla fine della Via. La saggezza è la
comprensione delle Quattro Nobili Verità, dell’Origine
Interdipendente e degli altri insegnamenti.
Ciò che voglio spiegare dicendo questo, è che ottenere la
saggezza significa trasformare questi insegnamenti da mera
conoscenza intellettuale a reale esperienza. In altre parole,
trasformiamo la conoscenza della dottrina da pura nozione
libresca in reale verità vivente. Questo scopo lo si ottiene
prima con la pratica di buona condotta e poi in particolare
coltivando lo sviluppo mentale.
Tutti possono leggere in un libro il significato delle Quattro
Nobili Verità, dell’Origine Interdipendente e il resto, ma ciò
non significa ottenere la saggezza. Il Buddha stesso ha detto
che proprio perché non abbiamo capito le Quattro Nobili Verità e
l’Origine Interdipendente siamo passati da un ciclo all’altro di
nascita e morte da tempo immemorabile. Naturalmente, dicendo
questo voleva intendere qualcosa di più profondo che
l’incapacità di comprendere o ‘vedere’ la dottrina a livello
intellettuale. Bisogna quindi dare alla parola comprensione il
significato di Retta Visione cioè di una comprensione o visione
diretta e immediata, un atto di pura percezione, come vedere una
macchia blu. Forse è per questo che la parola “vedere” è usata
così spesso per descrivere la realizzazione della saggezza.
Parliamo infatti di “vedere la verità” o di “vedere le cose così
come sono” perché la saggezza non è un esercizio intellettuale o
accademico, ma è comprensione, il “vedere” direttamente la
verità. Questa diretta comprensione della natura della realtà
può essere assimilata al raggiungimento dell’illuminazione. Apre
la porta alla liberazione dalla sofferenza e al Nirvana. Nel
buddhismo la saggezza è la chiave per realizzare lo scopo della
religione. In alcune religioni troviamo che prevale la fede; in
altre tradizioni la cosa più eccelsa è la meditazione; nel
buddhismo invece la fede è preliminare e la meditazione
strumentale. La vera essenza del buddhismo è la saggezza.
Due gradini dell’Ottuplice Nobile Sentiero fanno parte del
gruppo della saggezza: Retta Visione e Retto Pensiero. Retta
Visione significa vedere le cose come realmente sono,
comprenderne la verità inerente, piuttosto che vederle solo come
ci appaiono esteriormente. Quindi vederle intuitivamente, in
profondità, oltre alla superficie e alle apparenze.
In termini dottrinali, questo vuol dire avere la retta visione
delle Quattro Nobili Verità, dell’Origine Interdipendente, dell’impermanenza,
impersonalità e così via. Per il momento parliamo solo dei mezzi
per ottenere la Retta Visione, lasciando da parte
momentaneamente il suo contenuto. Ancora una volta è evidente
l’atteggiamento scientifico del Buddha perché, quando
analizziamo i mezzi per ottenere la Retta Visione, troviamo che
all’inizio si pratica l’osservazione obiettiva di noi stessi e
del mondo che ci circonda. Inoltre all’osservazione obiettiva
bisogna accompagnare l’indagine, l’analisi e la riflessione.
Trattando la Retta Visione vediamo che ce ne sono di due tipi:
quella acquisita personalmente e quella che ci viene da altri,
cioè le verità che altri ci presentano. Alla fine questi due
modi di comprensione si fondono perché, in ultima analisi, la
vera comprensione (o meglio la Retta Comprensione) deve venire
da noi stessi. All’inizio però possiamo distinguere tra la
comprensione che ci viene dalla pura osservazione dei dati
dell’esperienza quotidiana e la comprensione che ricaviamo dallo
studio degli insegnamenti.
Come in situazioni normali ci viene insegnato di osservare prima
i fatti che obiettivamente ci si presentano e poi valutarli,
così nell’insegnamento del Buddha ci vien detto prima di
studiarlo e poi valutarlo e analizzarlo. Ma, sia che osserviamo
e indaghiamo la realtà con la nostra esperienza personale, sia
che studiamo i testi, il passo finale in questo processo di
conoscenza, è la meditazione ed è a questo stadio che i due tipi
di comprensione a cui alludevo prima diventano indivisibili.
Per riassumere, i mezzi per ottenere la retta comprensione sono:
in un primo momento l’osservazione e lo studio; poi dovete
esaminare intellettualmente ciò che avete osservato e studiato e
infine dovete meditare su ciò che avete esaminato
intellettualmente prima. Per fare un esempio, supponiamo che
dovete recarvi in un certo posto. Per prepararvi al viaggio
comprate una mappa che segni la strada che vi deve portare a
destinazione. Prima di tutto guardate la mappa per avere
indicazioni sulla direzione da prendere; poi riesaminate ciò che
avete osservato nella mappa per essere sicuri di averne capito
bene le indicazioni. Solo allora cominciate il viaggio verso la
destinazione voluta. L’ultimo gradino di questo processo, cioè
cominciare praticamente il viaggio, può essere paragonato alla
meditazione.
Oppure supponete di aver comprato un nuovo apparecchio per la
casa o l’ufficio. Non basta, per metterlo in funzione leggere
una sola volta le istruzioni. Bisogna rileggerle varie volte per
essere sicuri del loro significato. Solo quando siete certi di
averle capite bene, cominciate a mettere in funzione e a usare
l’apparecchio. L’atto di usare in modo appropriato l’apparecchio
è analogo alla meditazione. Allo stesso modo, per ottenere la
saggezza, dovete meditare sulla conoscenza acquisita attraverso
l’osservazione o lo studio e verificata poi intellettualmente
con l’analisi. Al terzo stadio del processo di Retta
Comprensione, la conoscenza ottenuta in precedenza diventa parte
della nostra esperienza di vita.
Vorrei fare ora qualche considerazione sull’atteggiamento da
coltivare quando si entra in contatto con gli insegnamenti del
Buddha. Per farlo, dobbiamo evitare tre difetti che vengono
spiegati con l’esempio di un vaso. In questo contesto noi siamo
il vaso, mentre gli insegnamenti sono il contenuto che va
versato nel vaso. Supponiamo per prima cosa che il vaso sia
chiuso da un coperchio: ovviamente non potremo versarvi dentro
nulla. E’ la situazione analoga a colui che ascolta gli
insegnamenti con la mente chiusa, cioè con una mente
preconcetta. Il Dharma non può entrare e riempire la mente.
Di nuovo, supponiamo di avere un vaso con un buco in fondo: se
cerchiamo di riempirlo di latte, il liquido semplicemente esce
dal buco. Corrisponde a quello che non trattiene ciò che
ascolta, per cui gli insegnamenti sono per lui inutili. Infine
supponiamo di riempire un vaso di latte fresco senza prima aver
controllato che fosse pulito e infatti nel vaso c’era del latte
andato a male dal giorno precedente. Anche il latte fresco che
vi versiamo andrà perciò a male. Analogamente, se uno ascolta
gli insegnamenti con mente impura, gli insegnamenti non saranno
di alcun beneficio. Per esempio, uno che ascolta il Dharma con
l’idea di utilizzarlo egoisticamente per acquisire onori e
riconoscimenti, è come un vaso contaminato da impurità.
Dobbiamo cercare di evitare questi tre atteggiamenti quando ci
accostiamo agli insegnamenti del Buddha. Il modo corretto per
ascoltare il Dharma è quello di un malato che ascolta
attentamente il consiglio del medico. Il Buddha è come un
medico, gli insegnamenti sono come le medicine, noi siamo il
malato e la pratica è il mezzo con cui possiamo curare la
malattia delle afflizioni (attaccamento, avversione e ignoranza)
che sono la causa del nostro soffrire. Sicuramente otterremo un
certo grado di Retta Comprensione se ci accosteremo allo studio
del Dharma con questa forma mentale.
La Retta Comprensione è spesso divisa in due aspetti o livelli:
un livello normale e uno superiore. Ho già parlato degli scopi
del buddhismo che anche essi appartengono a due livelli: lo
scopo della felicità e prosperità appartiene a questa e
all’altra vita, mentre lo scopo della liberazione o nirvana è il
fine ultimo della pratica. La normale Retta Comprensione
riguarda lo scopo mondano, mentre il livello superiore
corrisponde al fine ultimo della pratica buddhista.
Il primo comune aspetto della Retta Comprensione riguarda la
corretta valutazione del rapporto di causa e effetto, e riguarda
la responsabilità morale del nostro comportamento. In altre
parole significa che, o prima o dopo, sperimenteremo gli effetti
delle nostre azioni. Se agiamo bene, rispettando cioè la vita,
la proprietà, la verità, ecc. sperimenteremo i felici effetti
delle nostre buone azioni; in altre parole vivremo felicemente
in questa vita e in quelle future. E viceversa, se agiamo male
sperimenteremo infelicità e situazioni penose in questa e nelle
vite future.
Il secondo aspetto, l’aspetto superiore della Retta
Comprensione, vuol dire vedere le cose così come sono e riguarda
il fine ultimo degli insegnamenti del Buddha. Che vuol dire
“vedere le cose così come sono”? Da un punto di vista dottrinale
significa vedere che le cose sono impermanenti, interdipendenti,
impersonali e così via. Sono tutte risposte corrette; tutte
parlano del vedere le cose così come sono. Ma per arrivare alla
vera comprensione di questo primo gradino (e in un certo senso
anche dell’ultimo) dell’Ottuplice Nobile Sentiero dobbiamo
guardare cosa hanno in comune tutte queste espressioni
dottrinali della Retta Comprensione. E troviamo che tutte le
descrizioni del significato della Retta Comprensione sono
l’opposto di ignoranza, schiavitù e prigionia nel ciclo di
nascita e morte.
L’illuminazione del Buddha fu essenzialmente l’esperienza della
distruzione dell’ignoranza. Il Buddha la descrive spesso come
l’esperienza della comprensione delle Quattro Nobili Verità e
dell’Origine interdipendente, entrambe riguardanti la
distruzione dell’ignoranza. In questo senso l’ignoranza è il
problema centrale del buddhismo. L’idea che sta alla base sia
delle Quattro Nobili Verità che dell’Origine interdipendente è
l’ignoranza, le sue conseguenze e la sua eliminazione. Rivediamo
un attimo la formula delle Quattro Nobili Verità. La chiave per
trasformare la nostra esperienza da un’esperienza di sofferenza
a quella di fine della sofferenza è comprendere la Seconda
Nobile Verità, la verità della causa della sofferenza. Come già
detto precedentemente, le Quattro Nobili Verità si possono
dividere in due gruppi: il primo che include la verità della
sofferenza e la verità della causa della sofferenza, deve essere
abbandonato. Il secondo, che include la verità della fine della
sofferenza e la verità della Via, deve essere realizzato.
Capire la causa della sofferenza ci permette di compiere ciò. Lo
si può vedere chiaramente nella descrizione della sua esperienza
che il Buddha stesso fece della notte della sua Illuminazione.
Quando vide le cause della sofferenza, cioè quando capì che
attaccamento, avversione e ignoranza ne sono le cause, questo
aprì la porta alla libertà e all’illuminazione. L’ignoranza,
l’avversione e l’attaccamento sono le cause della sofferenza, ma
se vogliamo restringere il nostro esame alla componente più
essenziale dobbiamo focalizzarci sull’ignoranza, perché
l’avversione e l’attaccamento nascono a causa dell’ignoranza.
Ignoranza è l’idea di una personalità indipendente e duratura,
cioè un Io. E’ questo concetto di un io separato e opposto a
tutto e a tutti che è la causa principale di sofferenza. Quando
abbiamo l’idea di un tale io, viene naturale volgersi a quelle
cose che sostengono e alimentano questo io, e allontanarsi
invece da ciò che può sembrare una minaccia per l’io. Il
concetto di un sé indipendente è la causa principale della
sofferenza, la radice delle emozioni più dannose: attaccamento,
avversione, bramosia, rabbia, invidia, gelosia. Vuol dire
ignorare che il cosiddetto “io” è solo il nome convenzionale per
un insieme di fattori mutevoli, interdipendenti e contingenti
che stanno alla base di questi coinvolgimenti emotivi.
Ma esiste forse la foresta se non ci sono gli alberi? Io o sé è
solo un nome comune per un insieme di processi. Quando lo si
crede reale e indipendente è causa di sofferenza e paura. In
questo contesto, credere a un sé indipendente assomiglia a
scambiare una corda per un serpente nella semi-oscurità. Se
vediamo una corda in una stanza buia potremmo crederla un
serpente e questo malinteso è causa di paura. Allo stesso modo,
a causa del buio dell’ignoranza, scambiamo i processi
impermanenti e impersonali delle sensazioni, delle percezioni,
ecc. per un vero io indipendente. Di conseguenza reagiamo alle
varie situazioni con speranza o paura, con desiderio verso
qualcosa e avversione verso altre, con simpatia per alcuni e
antipatia per altri.
Ricapitolando: ignoranza è credere erroneamente che esiste un
ego permanente, un sé reale. Questo insegnamento
sull’impersonalità non contraddice però la dottrina della
responsabilità morale, della legge del karma. Ricorderete che
abbiamo appena parlato di due aspetti della Retta Comprensione:
la comprensione della legge del karma e vedere le cose così come
sono. Una volta che l’erroneo concetto di un sé – che è
egocentrismo – è eliminato dalla Retta Comprensione, allora
l’attaccamento, l’avversione e tutte le altre afflizioni emotive
vengono anche eliminate. Quando esse cessano di manifestarsi si
raggiunge la fine della sofferenza. Non mi aspetto che tutto ciò
possa esservi subito chiaro. Per questo dedicherò vari capitoli
alla nozione di ignoranza e dei suoi correttivi nel buddhismo.
Per ora andiamo verso l’altro gradino della via che appartiene
al gruppo della saggezza, cioè il Retto Pensiero. A questo punto
possiamo vedere la reintegrazione e l’applicazione dell’aspetto
della saggezza della via alla moralità, perché il pensiero ha
una grandissima influenza sul nostro comportamento. Il Buddha ha
detto che se agiamo e parliamo con una mente pura la felicità ci
seguirà, come un’ombra; mentre se parliamo o agiamo con una
mente impura la sofferenza ci seguirà come le ruote di un carro
seguono gli zoccoli del bue che lo tira.
Retto Pensiero significa evitare attaccamento e avversione.
Ricordiamo che le cause della sofferenza sono ignoranza,
attaccamento e avversione. Mentre la Retta Comprensione elimina
l’ignoranza, il Retto Pensiero toglie l’attaccamento e
l’avversione. Quindi Retta Comprensione e Retto Pensiero
eliminano tutte le cause della sofferenza.
Per rimuovere l’attaccamento e la bramosia dobbiamo coltivare la
rinuncia, mentre per rimuovere l’avversione e la rabbia dobbiamo
coltivare amore e compassione. E come possiamo coltivare l’amore
e la compassione e il senso di rinuncia che agiscono da
correttivi all’avversione e all’attaccamento? La rinuncia si
sviluppa contemplando la natura insoddisfacente dell’esistenza,
e particolarmente la natura insoddisfacente del piacere dei
sensi. Il piacere dei sensi è paragonato all’acqua salata. Un
uomo assetato che beve acqua salata nella speranza di placare la
sete, in effetti scopre che l’aumenta soltanto. Il Buddha ha
paragonato il piacere dei sensi anche a un frutto bello,
profumato e gustoso, ma velenoso. Anche i piaceri sono attraenti
e ci danno gioia, ma ci portano poi al disastro. Quindi per
coltivare la rinuncia bisogna considerare le conseguenze
indesiderabili dei piaceri dei sensi.
Inoltre dovremmo tener presente che la natura stessa del samsara,
il ciclo di nascita e morte, è sofferenza. Non importa a che
livello del ciclo siamo rinati, la nostra situazione è comunque
satura di sofferenza. La natura del samsara è sofferenza,
proprio come la natura del fuoco è calore. Solo comprendendo la
natura insoddisfacente dell’esistenza e riconoscendo le
conseguenze indesiderabili dei piaceri sensuali, possiamo
coltivare la rinuncia e il distacco.
Allo stesso modo possiamo sviluppare amore e compassione,
riconoscendo che tutti gli esseri viventi sono essenzialmente
uguali. Come noi, essi hanno paura della morte e tremano
all’idea di una punizione. Se lo capiamo, non uccideremo gli
altri esseri e ci asterremo dal causarne la morte. Come noi,
tutti gli esseri vogliono vivere ed essere felici. Comprendendo
ciò non ci crederemo superiori agli altri e valuteremo noi
stessi come valutiamo gli altri.
Il riconoscimento della fondamentale uguaglianza di tutti gli
esseri è essenziale per coltivare amore e compassione. Tutti gli
esseri viventi desiderano la felicità e temono il dolore
esattamente come noi. Riconoscendo ciò dovremmo trattare tutti
con amore e compassione. Inoltre dobbiamo coltivare attivamente
il desiderio che tutti siano felici e liberi dalla sofferenza.
E’ così che possiamo coltivare le benefiche qualità della
rinuncia e dell’amore e compassione, che correggono e infine
eliminano attaccamento e avversione. Infine, per mezzo della
pratica dell’aspetto della saggezza dell’Ottuplice Nobile
Sentiero, che comprende non solo Retto Pensiero ma anche Retta
Comprensione, possiamo eliminare ignoranza, attaccamento e
avversione, raggiungere la libertà e la suprema felicità del
Nirvana, che è il fine ultimo dell’Ottuplice Nobile Sentiero.
CAPITOLO VIII
KARMA
Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
Passiamo ora a considerare due comuni concetti del buddhismo:
karma e rinascita. Sono due concetti strettamente correlati tra
di loro, ma siccome l’argomento è molto vasto, dedicherò a loro
due interi capitoli, questo e il prossimo.
Sappiamo che i fattori che ci tengono prigionieri del samsara
sono le afflizioni; esse sono ignoranza, attaccamento e
avversione. Ne abbiamo parlato a proposito della Seconda Nobile
Verità, la verità della causa della sofferenza. Le afflizioni
sono qualcosa che abbiamo in comune con tutti gli esseri
viventi, senza eccezione, sia umani che animali, o che vivano in
dimensioni che non possiamo percepire.
Tutti gli esseri viventi sono simili per quanto riguarda le
afflizioni, ma per il resto siamo tutti abituati a vedere che ci
sono molte differenze tra gli esseri viventi. Per esempio,
alcuni sono ricchi e altri poveri, alcuni sono forti e altri
deboli e malati e così via. Vi sono grandi differenze tra i vari
esseri umani, ma ci sono differenze ancora maggiori tra esseri
umani e animali. Queste differenze sono il risultato del karma.
Ignoranza, attaccamento e avversione sono comuni a tutti gli
esseri, ma le particolari circostanze in cui ognuno vive sono
gli effetti del suo karma personale, che condiziona la sua
situazione individuale. Il karma spiega il perché alcuni sono
fortunati mentre altri lo sono meno, alcuni felici e altri
infelici. Il Buddha affermò chiaramente che le differenze tra
gli esseri viventi sono dovute al karma. Ricorderete forse che
una parte dell’esperienza del Buddha nella notte della sua
Illuminazione riguardava la comprensione di come il karma
determini la rinascita degli esseri, come questi migrino da
felici a infelici stati e viceversa, in conseguenza del loro
karma personale. Per cui è il karma che spiega le diverse
situazioni in cui gli individui si trovano.
Abbiamo parlato di come funziona il karma, ora passiamo a vedere
cosa esso è praticamente, cioè cerchiamo di definirlo. Forse è
meglio cominciare col dire cosa il karma non è. Spesso la gente
ha idee sbagliate sul karma, e soprattutto oggi in cui si usa
questo termine piuttosto superficialmente. Troviamo delle
persone che parlano in modo rassegnato di una particolare
situazione usando l’idea di karma per poterla accettare. Quando
si parla in questo modo del karma, esso diventa un mezzo di fuga
e assume una forte somiglianza con la credenza nella
predestinazione o fato. Ma questo non è affatto il significato
corretto di karma. Può darsi che sia un malinteso sorto
dall’idea di destino, comune a molte culture. Forse è a causa di
questa diffusa credenza, che il concetto di karma è spesso
confuso e offuscato da quello di predestinazione. Ma certamente
il karma non è né fato né predestinazione.
E allora cos’è, se non è fato né predestinazione? Esaminiamo il
significato della parola stessa: karma vuol dire “azione”, cioè
l’atto di fare qualcosa. Da ciò deduciamo subito che karma non
significa fato, ma piuttosto azione e, come tale il karma è
dinamico. Il karma però non è solo azione, perché non è
un’azione meccanica, né un’azione inconscia o involontaria.
Anzi, il karma è un’azione intenzionale, conscia, deliberata,
motivata da una volontà.
Come può questa azione intenzionale condizionare in bene o in
male la nostra situazione? E’ possibile perché ogni azione deve
avere una reazione o effetto. Nel campo dell’universo fisico
questa verità fu enunciata dal grande fisico Newton, che formulò
la legge scientifica che ogni azione deve avere una reazione
uguale e contraria. Nella sfera dell’azione volontaria e della
responsabilità morale, vi è una controparte a questa legge di
azione e reazione che governa l’universo fisico, ed è la legge
che ogni azione intenzionale deve avere il suo effetto. Per
questo i buddisti parlano spesso di azione intenzionale e della
maturazione delle sue conseguenze o di azione volontaria e dei
suoi effetti. Perciò, quando parliamo di azione intenzionale e
della maturazione delle sue conseguenze o effetti, usiamo la
frase “legge del karma”.
Essenzialmente la legge del karma ci insegna che un certo tipo
di azioni inevitabilmente portano risultati simili o
corrispondenti. Prendiamo un semplice esempio per illustrare
questo punto: se piantiamo un seme di mango, l’albero che ne
risulterà sarà un mango, che poi darà frutti di mango. Se invece
piantiamo un seme di melograno, l’albero che crescerà sarà un
melograno e i suoi frutti saranno dei melograni. “Ciò che
semini, raccogli”, cioè otterrai un risultato corrispondente
alla natura delle tue azioni.
Allo stesso modo, secondo la legge del karma, se facciamo
un’azione salutare, prima o poi otterremo risultati o frutti
salutari, e se compiamo un’azione non salutare otterremo
inevitabilmente un risultato non salutare o non voluto. E’
questo che si intende quando nel Buddhismo si dice che certe
cause hanno certi effetti di natura simile alle cause. Ciò è
molto chiaro in alcuni esempi di azioni salutari o non salutari
e dei loro effetti corrispondenti.
Si capisce perciò, da questa breve introduzione generale, che il
karma può essere di due tipi: buono o salutare e cattivo o non
salutare. Per evitare malintesi su questi termini è utile
considerare le parole pali originali per esprimere il cosiddetto
karma buono o cattivo, cioè kusala e akusala rispettivamente.
Per capire in che modo vengono usate queste parole, bisogna
saperne il significato: kusala vuol dire “intelligente”,
“idoneo”, “salutare”, mentre akusala significa “non
intelligente”, “non salutare”, “non idoneo”. Da ciò deduciamo
che nel buddhismo questi termini non sono usati nel senso di
buono o cattivo, ma nel senso di intelligente e non
intelligente, di idoneo e non idoneo, di salutare e non
salutare.
In che modo le azioni sono salutari o non salutari? Sono
salutari quando sono benefiche a se stessi e agli altri e quindi
non motivate da ignoranza, attaccamento e avversione, ma da
saggezza, rinuncia o distacco, o da amore e compassione.
Come sappiamo che un’azione salutare dà felicità e che una non
salutare dà infelicità? Il Buddha spiegò che finché un’azione
non salutare non produce sofferenza, lo sciocco la considera
buona, ma quando dà il suo frutto di sofferenza allora capisce
che la sua azione era non salutare. Allo stesso modo finché
un’azione salutare non dà felicità, lo sciocco può pensare che
sia non salutare; solo quando dà felicità capisce che l’azione
era buona.
Dobbiamo giudicare se un’azione è salutare o non salutare dai
suoi effetti a lungo termine. Per semplificare: o prima o poi le
azioni salutari daranno felicità a sé e agli altri, mentre
quelle non salutari risulteranno in sofferenza per sé e per gli
altri. In particolare, le azioni non salutari da evitare sono
quelle connesse con le cosiddette tre porte attraverso cui si
agisce: il corpo, la voce e la mente. Ci sono tre azioni non
salutari con il corpo, quattro con la parola e tre con la mente.
Le tre azioni non salutari del corpo sono: uccidere, rubare,
avere un comportamento sessuale scorretto. Le quattro azioni non
salutari con le parole sono: mentire, parlare duramente,
calunniare e fare maligni pettegolezzi; infine le tre azioni non
salutari della mente sono: bramosia, rabbia e ignoranza o
illusione. Evitando queste dieci azioni negative, ne eviteremo
anche le conseguenze.
In generale, il frutto di queste azioni non salutari è la
sofferenza che però può prendere varie forme. Il risultato
ultimo è la rinascita in regni inferiori o regni di dolore:
regno infernale, regno degli spiriti affamati e regno animale.
Se il peso delle azioni negative non è così pesante da risultare
in rinascite in regni inferiori, tuttavia il risultato sarà
sempre sofferenza anche rinascendo come uomini.
Qui vediamo bene il funzionamento del principio cui alludevamo
prima. Cioè di una causa che risulta in un effetto simile e
corrispondente. Per esempio se abitualmente ci comportiamo con
malevolenza e odio, uccidendo esseri viventi, ne risulterà una
rinascita nell’inferno dove saremo continuamente torturati e
uccisi. Se l’azione di uccidere non è abituale e continuata il
risultato sarà una vita più breve anche se rinasciamo come
esseri umani. Oppure questo genere di azioni può portare alla
separazione da chi si ama, alla paura e perfino alla paranoia.
Anche in questi casi vediamo che l’effetto è simile alla natura
della causa. Uccidere accorcia la vita di chi si uccide,
privandoli dei loro cari e cose simili e quindi se si uccide
saremo esposti a subire la stessa esperienza in noi.
Allo stesso modo, chi ruba spinto da bramosia e attaccamento può
rinascere come uno spirito affamato, privato di tutto ciò che
vuole e perfino del necessario come cibo e riparo. E anche se il
furto non risulta in una rinascita come spiriti affamati,
risulterà in povertà, dipendenza da altri per il proprio
sostentamento, e così via. Similmente, una condotta sessuale
scorretta sfocerà in problemi matrimoniali.
Quindi, azioni non salutari producono risultati negativi sotto
forma di vari tipi di sofferenza, mentre le azioni salutari
portano risultati positivi o felicità. Possiamo interpretare le
azioni salutari in due modi: positivamente o negativamente: si
possono vedere come azioni che semplicemente evitano le azioni
non salutari (uccidere, rubare, comportarsi male sessualmente, e
il resto) o possiamo pensarle in termini di generosità,
rinuncia, meditazione, rispetto, servizio, meriti, gioia per i
meriti altrui, ascolto e insegnamento del Dharma e correzione
dei nostri punti di vista sbagliati. Anche in questi casi, gli
effetti dell’azione saranno simili alle cause. Per esempio la
generosità avrà come risultato la ricchezza, ascoltare il Dharma
risulterà in saggezza e così via. Le azioni salutari hanno
risultati della stessa natura delle cause, e in questo caso
salutari e benefici, come d’altronde le azioni non salutari
hanno effetti non salutari, cioè della stessa natura delle
azioni.
Il karma, però, sia negativo che positivo viene modificato dalle
condizioni che portano al suo accumularsi. In altre parole,
un’azione positiva o negativa ha più o meno peso a seconda delle
condizioni in cui uno si trova. Le condizioni che determinano la
forza o il peso del karma si dividono tra quelle che si
riferiscono al soggetto, o esecutore dell’azione, e quelle che
si riferiscono all’oggetto, cioè l’essere a cui le azioni sono
dirette. Quindi le condizioni che determinano la forza del karma
riguardano sia il soggetto che l’oggetto delle azioni.
Se prendiamo l’esempio di uccidere, l’azione ha una forza
completa e senza attenuanti quando sono presenti cinque
condizioni: 1. Un essere vivente; 2. La coscienza dell’esistenza
di un essere vivente; 3. L’intenzione di uccidere un essere
vivente; 4. Lo sforzo o azione di uccidere un essere vivente 5.
La conseguente morte dell’essere. In questo esempio le
condizioni si applicano sia al soggetto che all’oggetto
dell’azione di uccidere: le condizioni soggettive sono la
coscienza dell’esistenza di un essere vivente, l’intenzione di
ucciderlo e l’atto di ucciderlo, mentre le condizioni obiettive
sono la presenza di un essere vivente e la conseguente sua
morte.
Ci sono anche cinque condizioni che modificano la forza del
karma: 1. Continuità o ripetizione; 2. Intenzione volontaria; 3.
Assenza di pentimento; 4. Qualità 5. Obbligo morale. Anche
queste cinque condizioni si possono dividere in soggettive e
obiettive. Le prime sono le azioni fatte ripetutamente, quelle
con intenzione volontaria e determinazione e le azioni fatte
senza pentimento e rimorso. Se compite una cattiva azione
ripetutamente, intenzionalmente e senza rimorso il peso di tale
azione aumenterà.
Le condizioni obiettive sono la qualità dell’oggetto, cioè
dell’essere vivente a cui l’azione è diretta e l’obbligo morale,
cioè la natura del rapporto tra soggetto e oggetto. In altre
parole, se facciamo un’azione positiva o negativa verso qualcuno
che ha qualità straordinarie, come un arahant o un Buddha, tale
azione avrà un peso molto maggiore. Infine la forza di azioni
positive o negative ha maggior peso quando sono rivolte verso
quelli con cui abbiamo un obbligo morale, come parenti, maestri
e amici che ci hanno fatto del bene.
Le condizioni soggettive e obiettive, prese insieme, formano il
peso del karma. E’ un punto, questo, da tener presente perché ci
aiuta a ricordare che il karma non è semplicemente una questione
di bianco e nero, o buono e cattivo. Il karma è un’azione
intenzionale e una responsabilità morale, ma la legge del karma
si esprime in modo molto sottile ed equilibrato, così da far
corrispondere, in modo giusto e naturale, l’effetto con la
causa. Tiene conto di tutte le condizioni soggettive e obiettive
che influenzano la natura di un’azione. Ciò assicura che gli
effetti di un’azione siano corrispondenti e simili alla causa.
Gli effetti del karma si possono avere a breve o a lungo
termine. Tradizionalmente si divide il karma in tre categoria a
seconda del tempo che ci vuole perché gli effetti si
manifestino: in questa vita, nella prossima vita o solo dopo
molte vite.
Quando gli effetti si manifestano in questa vita è possibile
vederli in un tempo breve. Tutti noi li abbiamo visti e
sperimentati. Per esempio, se una persona rifiuta di studiare,
si dà all’alcool, alle droghe o comincia a rubare per comprarsi
alcool o droghe, gli effetti si faranno sentire in breve tempo,
con la perdita del lavoro, degli amici, della salute, ecc.
Noi non possiamo vedere l’effetto del karma a medio e a lungo
termine, ma lo potevano il Buddha e i suoi discepoli principali
che avevano sviluppato la mente con la meditazione. Per esempio,
quando Moggallana fu aggredito dai banditi e andò dal Buddha
grondante sangue, il Buddha poté vedere che quello era l’effetto
del karma di Moggallana accumulato in una vita precedente.
Sembra che avesse portato i suoi anziani genitori in una foresta
e li avesse uccisi a bastonate e che poi avesse riferito che
erano stati uccisi dai banditi. L’effetto di quella azione
delittuosa, fatta molte vite prima, si era manifestata solo
nella sua esistenza come Moggallana.
Al momento della morte dobbiamo lasciare tutto, sia i nostri
cari che ogni bene; solo il karma ci seguirà come un’ombra. Il
Buddha ha detto che né in cielo né in terra possiamo sfuggire al
karma. Quando le condizioni, dipendenti da corpo e mente, sono
presenti, gli effetti del karma si manifesteranno, così come, al
momento opportuno, appariranno i frutti sull’albero di mango.
Possiamo notare che anche nel mondo naturale ci sono effetti che
si presentano più tardi di altri. Se piantiamo semi di melone
raccoglieremo i frutti in tempi più brevi che piantando i semi
di un albero di noce. Ugualmente gli effetti del karma si
manifestano a breve, medio o lungo termine a seconda della
natura dell’azione.
Oltre alle due varietà di karma, salutare e non salutare, va
ricordato anche il karma inefficace o neutro. E’ un karma che
non ha conseguenze morali, o perché la natura dell’azione è tale
da non avere peso morale o perché l’azione è stata fatta
involontariamente o senza intenzione. Esempi di questo tipo di
karma sono camminare, mangiare, dormire, respirare, ecc. Anche
le azioni involontarie hanno un karma inefficace, perché manca
l’elemento basilare della volizione. Per esempio, se pestate un
insetto della cui presenza siete completamente ignari, fate un
atto dal karma neutro o inefficace.
Si può ben capire quali siano i benefici di una buona
comprensione della legge del karma. Prima di tutto essa ci
dissuade dal compiere azioni non salutari che hanno come
risultato una sofferenza certa. Quando comprendiamo che durante
tutta la vita ogni atto intenzionale produce un’azione
corrispondente e simile, e una volta capito che prima o dopo
sperimenteremo gli effetti delle nostre azioni, ci asterremo da
un comportamento negativo perché non ne vogliamo sperimentare
gli effetti di tali azioni. Ugualmente sapendo che azioni
salutari hanno come risultato la felicità, faremo del nostro
meglio per coltivare tali azioni salutari.
Riflettere sulla legge del karma, dell’azione e della reazione
nella sfera dell’attività cosciente, ci spinge ad abbandonare le
azioni negative e a coltivare quelle positive. In un altro
discorso tratteremo specificamente degli effetti del karma sulle
vite future e su come esso condiziona e determina il tipo di
rinascita.
CAPITOLO IX
RINASCITA
Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
In questo capitolo vorrei illustrare gli effetti del karma sulla
prossima vita o, in altre parole, voglio sviluppare il concetto
di rinascita. Ma prima di cominciare a parlare dell’insegnamento
buddhista su questo argomento, è bene parlare del concetto di
rinascita in generale.
La rinascita è un concetto che molti trovano difficile da
capire. E questo è vero specialmente nell’ultimo secolo, quando
siamo diventati sempre più condizionati a pensare in quelli che
vengono considerati termini scientifici, in termini cioè che
molta gente crede, ingenuamente, scientifici. Questo
atteggiamento ha indotto molti a scartare l’idea di una
rinascita perché sa di superstizione e appartiene a un modo di
vedere il mondo antiquato e fuori moda. Sarebbe bene perciò
ristabilire l’equilibrio creando un certo grado di apertura
mentale verso il concetto di rinascita in generale, prima di
considerare l’insegnamento buddhista su di esso, in particolare.
La realtà della rinascita può essere sostenuta da molte
considerazioni. Uno degli argomenti più consistenti è quello che
in quasi tutte le maggiori culture della storia umana, ad un
certo punto c’è stata una credenza molto diffusa nella
rinascita. Questo è particolarmente vero per l’India, dove
questa idea può essere fatta risalire ai primi albori della
civiltà indiana. In India, tutte le maggiori religioni, siano
esse teiste o ateiste, induiste o dottrine non ortodosse come il
jainismo, accettano la verità della rinascita. Anche in altre
culture era una credenza molto diffusa, come, per fare un solo
esempio, nel mondo mediterraneo, sia prima che qualche secolo
dopo l’era cristiana. Ancora oggi persiste tra i drusi – una
setta medio-orientale dell’Islam. Si può dire che la fede nella
rinascita sia stata una parte importante del modo di pensare
dell’umanità riguardo al mondo e al nostro ruolo in esso.
Vi è poi la testimonianza di autorità riconosciute appartenenti
a varie tradizioni religiose. Nel buddhismo fu il Buddha stesso
ad insegnare la verità della rinascita. Si dice che la notte
della sua illuminazione, il Buddha acquisì tre tipi di
conoscenza, il primo dei quali era la conoscenza dettagliata
delle sue vite precedenti. Ricordò le condizioni che lo avevano
portato a quelle rinascite, il nome e l’occupazione che aveva
avuto in molte vite passate. Oltre a quella del Buddha abbiamo
la testimonianza dei suoi principali discepoli che furono in
grado di ricordare le loro vite passate. Per esempio Ananda
acquistò l’abilità a ricordare le proprie vite precedenti subito
dopo essere stato ordinato monaco. Durante tutta la storia del
buddhismo ci sono stati praticanti realizzati in grado di
ricordare le proprie vite passate.
Tuttavia nessuno di questi due argomenti può considerarsi
pienamente convincente nell’ambiente razionale e scientifico in
cui viviamo, per cui diamo un’occhiata a qualcosa di più vicino
a noi, a una fonte inaspettata. Probabilmente alcuni di voi sono
a conoscenza che negli ultimi trent’anni si sono fatte molte
ricerche scientifiche sulla questione della rinascita. Tali
ricerche sono state portate avanti da psicologi e parapsicologi,
e dai loro lavori ne è risultato un convincente sostegno a
favore della realtà della rinascita, studiata su basi
prettamente scientifiche. Sono stati pubblicati molti libri con
dettagliate descrizioni e discussioni di tali scoperte.
Uno studioso particolarmente attivo in questo campo negli ultimi
anni è il professor Jan Stevenson dell’Università della Virginia
negli Stati Uniti. Ha pubblicato le sue ricerche su circa 20
casi di rinascite. Uno di questi casi, che attirò una vasta
attenzione, è quello di una donna che fu in grado di ricordare
una vita di più di cento anni prima in un paese straniero, con
il nome di Bridey Murphy, un paese che non aveva mai visto nella
sua vita attuale. Non entro nei dettagli di questi casi, perché
chi è interessato alla testimonianza scientifica sulla rinascita
può leggere i libri pubblicati sull’argomento. Tuttavia possiamo
dire che siamo a un punto in cui anche una persona
particolarmente scettica, può ammettere che ci sono prove
circostanziate in favore della realtà della rinascita.
Nel portare le prove della realtà della rinascita, possiamo
guardare ancora più vicino a noi, alla nostra stessa esperienza.
Ma dobbiamo ricordare ed esaminare questa esperienza in un modo
prettamente buddhista per vedere che conclusioni possiamo
trarne. Tutti noi abbiamo abilità, inclinazioni e incapacità
personali e penso sia giusto chiedersi se veramente esse sono
solo il risultato del caso e del condizionamento sociale da
bambini. Per esempio alcuni di noi sono più portati all’attività
sportiva di altri. Alcuni hanno un vero talento per la
matematica, mentre altri ce l’hanno per la musica. A qualcuno
piace nuotare mentre altri hanno paura dell’acqua. Queste
differenze di capacità e comportamenti sono solo dovute al caso
e al condizionamento?
All’improvviso nella vita di una persona avvengono
capovolgimenti profondi e inaspettati. Prendiamo il mio caso:
sono nato in una famiglia cattolica negli Stati Uniti.
Nell’educazione che ricevetti non c’era nulla che facesse
prevedere che a vent’anni sarei andato in India, che sarei
rimasto in Asia quasi 25 anni e che avrei approfondito i miei
studi e il mio interesse per il buddhismo.
Ci sono poi dei casi in cui abbiamo un profondo presentimento di
essere già stati in un certo posto, anche se non lo avevamo mai
visto prima. Altre volte abbiamo la sensazione di aver già
conosciuto una persona: la incontriamo per la prima volta e
subito sentiamo di averla conosciuta da sempre. Viceversa
conosciamo qualcuno da anni, ma abbiamo sempre la sensazione di
non conoscerlo affatto. Queste sensazioni di essere già stati in
un posto che si vede per la prima volta, sono così comuni e
generali che perfino nella Francia di oggi, che non ne sa quasi
nulla della rinascita, c’è una ben nota espressione “déja vu”
che significa “già visto”.
Se cerchiamo di non essere dogmatici, quando assommiamo tutte
queste indicazioni e casi, quali la credenza nella rinascita in
molte culture ed epoche attraverso la storia della civiltà
umana, la testimonianza del Buddha e dei suoi discepoli
principali, i risultati della ricerca scientifica e quei nostri
momenti in cui “sappiamo” di essere già stati in un certo posto
prima, dovremmo ammettere che c’è per lo meno una forte
probabilità che la rinascita sia una cosa reale.
Nel buddhismo la rinascita fa parte integrante del continuo
processo di cambiamento. In effetti, non rinasciamo solo dopo la
morte fisica, ma in ogni momento. Come tutti i maggiori
insegnamenti buddisti, anche questo può essere verificato
attraverso la nostra esperienza personale e le scoperte
scientifiche. Per esempio, la maggioranza delle cellule che
compongono il corpo umano, muoiono e vengono sostituite molte
volte durante l’arco di una vita. Anche quelle cellule che
durano tutta la vita sono sottoposte a un continuo cambiamento
interno. Questo fa parte del processo di nascita, morte e
rinascita. Se guardiamo la mente ci accorgiamo che gli stati
mentali (come preoccupazioni, felicità, ecc.) appaiono e
scompaiono ogni momento. Finiscono e vengono rimpiazzati da
altri stati mentali. Quindi, sia che guardiamo il corpo o la
mente, ogni nostra esperienza è caratterizzata costantemente da
nascita, morte e rinascita.
Il buddhismo ci dice che ci sono vari regni, sfere o dimensioni
di esistenza. Alcuni testi ne riportano 31, ma in questo
contesto farò riferimento a solo sei di essi. Queste sei sfere
possono essere suddivise in due gruppi, uno relativamente
fortunato e l’altro sfortunato. Il primo gruppo include la sfera
degli dei, dei semidei e degli esseri umani. La rinascita in
queste sfere è il risultato di un karma salutare. Il secondo
gruppo comprende la sfera degli animali, degli spiriti affamati
e dell’inferno. La rinascita in queste sfere di dolore è il
risultato di un karma non salutare.
Analizziamole una per una cominciando dalla sfera più bassa. Nel
buddhismo ci sono molti regni infernali, tra cui 8 inferni caldi
e 8 inferni freddi. In questi inferni gli esseri viventi
soffrono dolori inimmaginabili e indescrivibili. Si dice che il
dolore provato da un essere umano trafitto in un giorno da 300
lance corrisponda ad una minima parte della sofferenza degli
abitanti dell’inferno. La causa della rinascita all’inferno è
una violenza continuata, quali ripetute uccisioni, crudeltà,
ecc. Sono azioni che nascono dall’avversione e gli esseri
viventi che le commettono soffrono le pene dell’inferno fino a
che il karma che hanno prodotto con tali azioni sia esaurito.
Quest’ultimo punto è molto importante perché ci fa capire che
nel buddhismo non vi è dannazione eterna per nessuno. Quando il
karma negativo è esaurito, i condannati all’inferno rinasceranno
in sfere di esistenza più fortunate.
L’altra sfera è quella degli spiriti affamati. Gli esseri in
questa sfera soffrono soprattutto la fame e la sete, il caldo e
il freddo. Sono completamente privi di ciò che desiderano. Si
dice che quando uno spirito affamato vede una montagna di riso o
un torrente d’acqua fresca e corre verso di essi, scopre che la
montagna di riso è un cumulo di sassi e il torrente una lastra
d’ardesia. Inoltre, anche in estate la luna sembra calda per
loro, mentre in inverno il sole è freddo.
La causa principale della rinascita come spirito affamato è la
cupidigia e l’avarizia che nascono dall’attaccamento e
dall’avidità. Come gli abitanti dell’inferno così anche quelli
in questa sfera non sono condannati in eterno ad essere spiriti
affamati, perché quando il loro karma negativo è esaurito,
rinasceranno in una sfera migliore.
Nell’altra sfera, quella degli animali, gli esseri soffrono per
varie circostanze sfortunate. Soffrono per la paura e il dolore,
che risultano dal continuare a uccidersi e mangiarsi a vicenda.
Soffrono anche a causa degli esseri umani che li uccidono per
cibarsene, per la loro pelliccia, perle o denti. Anche se non
vengono uccisi, molti animali domestici vengono costretti a
lavorare per gente che li trascina con uncini e li frusta. Tutto
ciò è una gran fonte di sofferenza.
La causa principale che fa rinascere nel mondo animale è
l’ignoranza, la cieca, noncurante ricerca dei propri desideri
animali. L’ossessione per il mangiare, dormire e gratificazione
sessuale accompagnata da sprezzo per lo sviluppo mentale e la
pratica della virtù, tutto ciò porta a rinascere nel mondo
animale.
Ora quando diciamo, ad esempio, che l’avversione è la causa
della rinascita all’inferno, che l’attaccamento è la causa della
rinascita tra gli spiriti affamati e che l’ignoranza porta a
rinascere nel mondo animale, non significa che un solo atto
basato sull’avversione, attaccamento o ignoranza porti alla
rinascita nelle rispettive sfere. Piuttosto significa che c’è un
preciso e comprovato rapporto tra avversione o odio e la
rinascita all’inferno, come c’è tra attaccamento o bramosia e la
rinascita come spirito affamato, e tra ignoranza e rinascita
come animale. Se queste azioni abituali motivate da
atteggiamenti non salutari non vengono impedite e ostacolate da
azioni virtuose che le bilancino, esse portano alla rinascita in
queste tre sfere di dolore.
Tralascio per il momento il mondo umano per andare in quello dei
semidei. I semidei sono fisicamente più forti e mentalmente più
acuti degli esseri umani, ma soffrono di gelosie e conflitti.
Secondo l’antica mitologia indiana, i semidei e gli dei
coabitano in un albero celeste. Mentre gli dei godono i frutti
dell’albero, i semidei sono solo i custodi delle radici e perciò
invidiosi degli dei. Continuano a cercare di sottrarre i frutti;
sfidano gli dei ma sono sempre sconfitti e il risultato è una
grande sofferenza. A causa di questa dilagante gelosia e
conflitto, la rinascita tra i semidei è infelice e sfortunata.
Come negli altri mondi, così anche in quello dei semidei, c’è
una causa per questa rinascita. Dal lato positivo la causa è la
generosità, da quello negativo è la gelosia e l’invidia.
Il mondo degli dei è il più felice delle sei sfere. Come
conseguenza di azioni salutari fatte in passato, dell’osservanza
dei precetti morali e della pratica della meditazione, ci sono
esseri che rinascono tra gli dei, dove godono piaceri sensuali,
felicità spirituale o tranquillità suprema, a seconda del
livello della sfera in cui rinascono. Tuttavia neanche questo
mondo è desiderabile, perché la felicità degli dei è
impermanente. Per quanto lunga sia la loro esistenza, quando la
forza del loro karma positivo è esaurita, quando gli effetti
della loro condotta morale e del tempo passato in meditazione
sono compiuti, gli dei cadono dal paradiso e rinascono in
un’altra sfera. In quel momento si dice che gli dei provino una
sofferenza mentale molto superiore al dolore fisico provato
dagli esseri di altri mondi.
Gli dei rinascono in paradiso in conseguenza della pratica della
virtù e della meditazione, ma c’è anche una controparte negativa
in questa rinascita, ed è l’orgoglio.
Come si vede, ognuno di questi cinque regni (infernale, degli
spiriti affamati, animale, dei semidei e degli dei) è
accompagnato da afflizioni o contaminazioni, che sono
rispettivamente avversione, attaccamento, ignoranza, gelosia e
orgoglio. La rinascita in uno qualsiasi di questi regni è
indesiderabile. I tre regni inferiori sono indesiderabili per
ovvie ragioni: sia per l’intensa sofferenza che c’è in essi, sia
per l’ignoranza degli esseri che li abitano. Anche la rinascita
tra i semidei e dei è indesiderabile perché, sebbene essi godano
di una certa felicità e potenza, la loro esistenza è
impermanente. Inoltre le distrazioni e i piaceri che vi godono
lì, li rendono poco interessati a cercare una via d’uscita dal
ciclo di nascita e morte. Per questo si dice che, dei sei regni
d’esistenza, il più fortunato, auspicabile e vantaggioso è il
regno umano. Ed è per questo che ho lasciato per ultimo l’esame
di questo mondo.
Il regno umano è il più vantaggioso dei sei mondi perché come
essere umano uno ha la motivazione e l’opportunità di praticare
il Dharma e di raggiungere quindi l’illuminazione. Si ha questa
motivazione e opportunità perché sono presenti le condizioni
giuste per praticare la Via. Nel regno umano si sperimenta sia
felicità che sofferenza. Anche se in questa sfera umana la
sofferenza è terribile, non è così totale come nelle tre sfere
di dolore. Il piacere e la felicità sperimentate nel mondo umano
non sono così grandi e intensi come il piacere e la felicità
sperimentate dagli esseri celesti e allo stesso tempo gli umani
non sono sopraffatti dall’insostenibile sofferenza che gli
esseri infernali provano. Inoltre, a differenza degli animali,
gli esseri umani hanno abbastanza intelligenza da riconoscere la
necessità di trovare un mezzo per por fine definitivamente alla
sofferenza.
Ma la nascita umana è difficile da molti punti di vista. Per
primo, è difficile dal punto di vista della causa. La buona
condotta è la causa principale della rinascita come essere
umano, ma una condotta veramente buona è estremamente rara. In
secondo luogo, la rinascita umana è difficile dal punto di vista
del numero, poiché gli esseri umani sono una frazione minima
degli esseri viventi che abitano i sei regni. Terzo, non basta
semplicemente essere nati come umani, perché ci sono moltissimi
esseri umani che non hanno l’opportunità di praticare il Dharma,
e sviluppare così le qualità morali, la concentrazione mentale e
la saggezza.
Il Buddha usò una similitudine per illustrare la rarità e la
preziosità dell’opportunità di una rinascita tra gli esseri
umani. Supponiamo che tutto il mondo sia solo un vasto oceano,
sulla cui superficie galleggia un collare, spinto in giro dal
vento. Supponiamo infine che in fondo all’oceano viva una
tartaruga cieca che viene a galla ogni cento anni. Il Buddha ha
detto che ottenere una rinascita come essere umano è altrettanto
raro quanto per la tartaruga mettere il collo esattamente nel
collare quando riemerge alla superficie. Altrove è detto che
nascere come esseri umani con l’opportunità di praticare il
Dharma è raro come è raro che, tirando una manciata di piselli
secchi contro un muro di pietra, un pisello rimanga incastrato
in una crepa del muro.
Perciò è da pazzi sprecare l’esistenza umana e le fortunate
condizioni in cui ci troviamo di vivere in società libere in cui
possiamo avere l’opportunità di praticare il Dharma. E’ molto
importante che facciamo uso di questa occasione che ci è data.
Se non pratichiamo il Dharma in questa vita, non c’è verso di
sapere in quale dei sei regni rinasceremo o quando avremo di
nuovo una tale opportunità. Dobbiamo sforzarci di liberarci dal
ciclo delle rinascite perché, se non lo facciamo ora
continueremo a girare in un circolo senza fine tra i sei regni
dell’esistenza. Quando il karma, positivo o negativo, che ci
costringe a rinascere in uno dei sei mondi è esaurito,
rinasciamo di nuovo e ci ritroviamo in un’altra sfera.
Si dice che ognuno di noi sia andato in giro per questi sei
regni da tempo immemorabile. Si dice anche che se ammucchiassimo
tutti gli scheletri che abbiamo avuto in tutte le varie vite
passate, la pila arriverebbe all’altezza del monte Sumeru, e che
se raccogliessimo tutto il latte materno che abbiamo bevuto
nelle nostre infinite esistenze, avrebbe un volume maggiore
dell’acqua di tutti gli oceani. Ora perciò che abbiamo
l’occasione di praticare il Dharma, dobbiamo farlo senza por
tempo in mezzo.
Negli ultimi anni c’è stata la tendenza ad interpretare i sei
regni in termini psicologici. Alcuni maestri avanzano l’ipotesi
che l’esperienza dei sei mondi è possibile già in questa vita.
In effetti potrebbe essere vero. Le persone in prigione,
torturate o uccise, sperimentano indubbiamente situazioni simili
a quelle degli esseri infernali; quelli che sono avari e avidi
sperimentano uno stato mentale simile a quello degli spiriti
affamati. Quelli che vivono a livello animale sperimentano uno
stato mentale simile a quello degli animali; i litigiosi,
assetati di potere e gelosi si possono paragonare ai semidei e
quelli che sono tranquilli, puri, sereni e nobili sperimentano
uno stato mentale simile a quello degli dei. Però, sebbene
possiamo sperimentare fino a un certo punto i sei regni, credo
che sia uno sbaglio ritenere che gli altri cinque regni non
abbiano una realtà loro, paragonabile, in termini di realtà,
alla nostra esperienza umana. Il mondo infernale, quello degli
spiriti affamati, degli animali, dei semidei e degli dei sono
reali quanto il mondo umano. Ricorderete che la mente crea ogni
cosa. Le azioni fatte con una mente pura (motivate cioè da
generosità, amore, ecc.) risultano in felicità, in stati di
esistenza come quello umano o divino. Ma le azioni fatte con
mente impura (motivate cioè da attaccamento, avversione, ecc.)
portano a stati infelici come quelli degli spiriti affamati e
degli esseri infernali.
Infine vorrei fare una distinzione tra rinascita e
trasmigrazione. Avrete notato che nel buddhismo si parla sempre
di rinascita, non di trasmigrazione. E questo perché il
buddhismo non crede a un’entità durevole o sostanza che
trasmigra. Non crede in un sé che rinasce. E’ per questo che
quando si spiega la rinascita, facciamo uso di esempi che non
richiedono la trasmigrazione di un’entità o sostanza.
Per esempio quando nasce un germoglio da un seme non vi è una
sostanza che trasmigra. Il seme e il germoglio non sono
identici. Ugualmente quando accendiamo una candela con un’altra
candela, nessuna sostanza passa da una all’altra, pur se la
prima è la causa della seconda. Quando una biglia ne colpisce
un’altra c’è continuità; l’energia e la direzione della prima
biglia si comunica alla seconda. La prima biglia causa il
movimento della seconda in una certa direzione e con una certa
velocità, ma non è la stessa biglia che si muove. Quando
entriamo due volte in un fiume, non è lo stesso fiume, eppure
c’è continuità; la continuità di causa ed effetto.
Perciò c’è rinascita ma non trasmigrazione. Esiste la
responsabilità morale ma non un sé permanente e indipendente.
Esiste la continuità di causa ed effetto ma non la permanenza.
Voglio finire qui con questo argomento perché riprenderemo
l’esempio del seme e del germoglio e quello della fiamma in una
lampada ad olio, quando discuteremo nel capitolo decimo
dell’Origine interdipendente. Capiremo allora meglio come
l’Origine interdipendente renda compatibile la responsabilità
morale con la mancanza di un sé.
CAPITOLO X
ORIGINE INTERDIPENDENTE
Tradotto in italiano da Silvana Ziviani
In questo capitolo tratterò di un argomento molto importante per
lo studio del buddhismo: l’insegnamento dell’Origine
interdipendente. Mi rendo conto che molti ritengono l’Origine
interdipendente un soggetto molto difficile da trattare e credo
che non abbiano affatto torto. Quando una volta Ananda notò che,
malgrado la sua apparente difficoltà, l’insegnamento
dell’Origine interdipendente gli sembrava piuttosto facile, il
Buddha lo riprese dicendo che era invece un insegnamento molto
profondo.
L’insegnamento dell’Origine interdipendente è certamente uno dei
più importanti e profondi insegnamenti del buddhismo. Eppure
certe volte penso che il nostro timore di affrontare l’Origine
interdipendente sia in un certo senso ingiustificata. Per
cominciare non vi è nulla di difficile nel termine stesso: in
fondo tutti sappiamo cosa significa “interdipendenza” e cosa
significa “nascita”, “origine”, “sorgente”. Solo quando
cominciamo ad esaminare la funzione e il contenuto dell’Origine
interdipendente capiamo che è veramente un insegnamento molto
profondo e significativo. Lo si può dedurre anche da alcune
affermazioni del Buddha stesso. Infatti sovente egli si
riferisce alla sua esperienza dell’Illuminazione in due modi: o
dicendo di aver capito le Quattro Nobili Verità o di aver capito
l’Origine interdipendente. E spesso dice anche che per ottenere
l’Illuminazione, uno deve capire il significato di queste
verità.
Sulla base delle affermazioni del Buddha stesso, possiamo vedere
lo stretto rapporto che corre tra le Quattro Nobili Verità e
l’Origine interdipendente. Cosa hanno in comune queste due
formulazioni?
Il principio che hanno in comune è il principio di causalità, la
legge di causa ed effetto, di azione e conseguenza. In
precedenza ho detto che le Quattro Nobili Verità si possono
dividere in due gruppi: il primo gruppo comprende le prime due
(sofferenza e causa della sofferenza) e il secondo le ultime due
(cessazione della sofferenza e via che porta alla fine della
sofferenza). In entrambi i gruppi è la legge di causa ed effetto
che governa il rapporto. In altre parole, la sofferenza è
l’effetto della causa della sofferenza e la fine della
sofferenza è l’effetto della via che conduce alla fine della
sofferenza.
Lo stesso con l’Origine interdipendente: il principio
fondamentale è quello di causa ed effetto. Nell’Origine
interdipendente la descrizione di ciò che avviene durante il
processo causale è più dettagliata. Prendiamo alcuni esempi
usati dal Buddha stesso, per illustrare la natura dell’origine
interdipendente. Il Buddha dice che la fiamma di una lampada ad
olio brucia a causa dell’olio e dello stoppino. Quando olio e
stoppino sono presenti la fiamma brucia, ma se sono assenti la
fiamma smette di bruciare. Prendiamo anche l’esempio del
germoglio: il germoglio nasce a causa del seme, della terra,
dell’acqua, dell’aria e della luce del sole.
Si possono fare moltissimi esempi di Origine interdipendente
perché non esistono fenomeni che non siano effetti di origine
interdipendente. Tutti i fenomeni nascono a seguito di vari
fattori causali. E ciò non è altro che l’Origine
interdipendente.
Naturalmente qui noi ci interessiamo all’Origine interdipendente
in quanto riguarda il problema della sofferenza e della
rinascita. Siamo interessati a capire come l’Origine
interdipendente spiega la situazione in cui ci troviamo qui e
ora. In questo senso è importante tenere presente che l’Origine
interdipendente è essenzialmente e principalmente un
insegnamento che riguarda il problema della sofferenza e il modo
di liberarci dalla sofferenza, e non una descrizione
dell’evoluzione dell’universo.
Le dodici componenti o anelli che formano l’Origine
interdipendente sono: ignoranza, volizione, coscienza, nome e
forma, le sei sfere dei sensi, contatto, sensazione, bramosia,
attaccamento, divenire, nascita, vecchiaia e morte.
Ci sono due modi principali in cui possiamo capire queste dodici
componenti. Un modo di capirle è in sequenza, attraverso il
corso di tre vite: passata, presente e futura. In questo caso
ignoranza e volizione appartengono alla vita passata.
Rappresentano le condizioni indispensabili per il verificarsi di
questa vita. Le otto componenti di: coscienza, nome e forma, sei
sfere dei sensi, contatto, sensazione, bramosia, attaccamento e
divenire appartengono a questa vita. Costituiscono il processo
di evoluzione di questa vita. Le ultime due componenti: nascita,
vecchiaia e morte appartengono alla vita futura.
Con l’aiuto di questo primo schema, vediamo che le dodici
componenti dell’Origine interdipendente sono distribuite lungo
tre vite; che le prime due, ignoranza e volizione, hanno come
risultato l’emergere dal passato di questa vita con la sua
personalità psico-fisica, e che, a sua volta, le azioni compiute
in questa vita avranno i loro risultati nella vita futura.
Questo è un modo assai diffuso e autorevole di interpretare le
dodici componenti dell’origine interdipendente.
L’altra interpretazione del rapporto dei dodici elementi
dell’origine interdipendente è anche molto autorevole ed è
sostenuta da vari maestri famosi e santi buddhisti. Può essere
considerata un’interpretazione ciclica perché non distribuisce
le dodici componenti lungo il corso di tre vite, ma le divide in
tre categorie: afflizioni, azioni e sofferenze.
In questo secondo schema, le tre componenti di ignoranza,
bramosia e attaccamento sono assegnate al gruppo delle
afflizioni; la volizione e il divenire al gruppo delle azioni e
le altre sette componenti (coscienza, nome e forma, sei sfere
dei sensi, contatto, sensazione, nascita, vecchiaia e morte) al
gruppo delle sofferenze. Grazie a questa suddivisione vediamo
come l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità e
particolarmente l’insegnamento della seconda verità – la causa
della sofferenza – è unito all’insegnamento del karma e della
rinascita e come questi due importanti insegnamenti insieme
spieghino in modo completo il processo della rinascita e
dell’origine della sofferenza.
Ricorderete che, parlando delle Quattro Nobili Verità, abbiamo
detto che ignoranza, attaccamento e odio sono le cause della
sofferenza. Ora, se guardiamo alle tre componenti dell’Origine
interdipendente incluse nel gruppo delle afflizioni, troviamo
ignoranza, bramosia, attaccamento. E anche qui l’ignoranza è
alla base. E’ a causa dell’ignoranza che desideriamo i piaceri
sensuali, l’esistenza e la non esistenza. Ugualmente, è a causa
dell’ignoranza che ci attacchiamo ai piaceri dei sensi, alle
esperienze piacevoli, alle idee e soprattutto all’idea di un sé
indipendente e permanente. L’ignoranza, la bramosia e
l’attaccamento sono perciò la causa delle azioni.
Le due componenti dell’Origine interdipendente incluse nel
gruppo delle azioni sono volizione e divenire. La volizione si
riferisce alle impressioni o abitudini che abbiamo formato nel
flusso dei momenti di coscienza, o nel continuum cosciente.
Queste impressioni sono formate da azioni ripetute. Possiamo
illustrarlo con un esempio preso dalla geologia. Sappiamo che un
fiume forma il suo letto attraverso un processo continuo di
erosione. Quando cadono le piogge sulle alture, l’acqua si
raccoglie in rivoli che gradualmente formano un alveo che poi
aumenta in un ruscello. Infine quando il letto del ruscello
diventa più profondo e largo attraverso l’apporto continuo di
altra acqua, il ruscello diventa un fiume con sponde ben
definite e un corso ben tracciato.
Allo stesso modo, le nostre azioni diventano abitudini. Queste
abitudini diventano parte della nostra personalità e le portiamo
da una vita all’altra sotto forma di ciò che chiamiamo
volizioni, formazioni mentali o energie dell’abitudine. Le
nostre azioni in questa vita sono condizionate dalle abitudini
che abbiamo formato nel corso di innumerevoli vite precedenti.
Per ritornare all’analogia dell’alveo del fiume e dell’acqua,
potremmo paragonare le formazioni mentali all’alveo, mentre le
azioni che compiamo in questa vita sono l’acqua che scorre
nell’alveo scavato e creato da azioni precedenti. Le azioni che
compiamo in questa vita sono rappresentate dalla componente
indicata come “divenire”. Quindi abbiamo le abitudini sviluppate
nel corso di innumerevoli vite combinate con le nuove azioni
compiute in questa vita e queste due insieme hanno come
risultato rinascita e sofferenza.
Per riassumere, abbiamo le afflizioni che possiamo definire come
impurità della mente, cioè ignoranza, bramosia e attaccamento.
Queste impurità mentali hanno come risultato delle azioni. Ci
sono le azioni fatte in vite precedenti che portano alla
formazione dell’energia dell’abitudine o volizione, e quelle
fatte nella vita attuale che corrispondono alla componente del
“divenire” e che tendono a conformarsi al modello prestabilito
nelle vite precedenti.
Queste impurità mentali, insieme alle azioni, portano alla
rinascita. In altre parole hanno come risultato: coscienza, nome
e forma, sei sfere dei sensi, contatto tra i sensi e i loro
oggetti, sensazioni (che nascono dal contatto), nascita,
vecchiaia e morte. In questa interpretazione le cinque
componenti dell’Origine interdipendente incluse nei gruppi delle
afflizioni e delle azioni (ignoranza, bramosia, attaccamento,
volizione e divenire) sono le cause della rinascita e della
sofferenza. Le altre sette componenti (coscienza, nome e forma,
sei sfere sensuali, contatto, sensazione, nascita, vecchiaia e
morte) sono gli effetti delle afflizioni e delle azioni.
Le afflizioni e le azioni prese insieme spiegano l’origine della
sofferenza e le circostanze particolari in cui si trova ogni
individuo, le circostanze cioè in cui nasciamo. Forse
ricorderete che ho detto che, mentre le afflizioni sono comuni a
tutti gli esseri viventi, il karma differisce da persona a
persona. In altre parole, mentre le afflizioni sono responsabili
della nostra esistenza nel samsara, le azioni spiegano il fatto
che alcuni nascono come esseri umani, altri come dei e altri
ancora come animali. Sotto questo profilo, le dodici componenti
dell’Origine interdipendente presentano un quadro completo del
samsara con le sue cause ed effetti.
Sarebbe però inutile fare un quadro del samsara, se non
intendiamo usarlo per cambiare la situazione in cui ci troviamo,
per uscire cioè dal ciclo di nascita e morte. Riconoscere la
circolarità del samsara, la circolarità dell’Origine
interdipendente è l’inizio della liberazione. E perché? Fino a
che sono presenti le afflizioni e le azioni, ci saranno nascita
e sofferenza. Quando vediamo che ignoranza, bramosia,
attaccamento e azioni portano continuamente a rinascita e
sofferenza, capiremo che dobbiamo cercare di uscire da questo
circolo vizioso.
Prendiamo un esempio pratico: supponiamo che state cercando la
casa di un conoscente che non avete mai visitato prima.
Supponiamo che avete girato per mezz’ora e non siete riusciti a
trovare la casa dell’amico e che all’improvviso riconoscete un
punto di riferimento che sapete di aver visto mezz’ora prima. A
questo punto vi viene il dubbio di aver girato in tondo; vi
fermate, guardate la mappa stradale o chiedete la strada a
qualcuno in modo da non girare più in circolo e raggiungere la
destinazione.
Per questo il Buddha ha detto che chi vede l’Origine
interdipendente vede il Dharma e chi vede il Dharma vede il
Buddha. E ha detto anche che la comprensione dell’Origine
interdipendente è la chiave per la liberazione. Quando capiamo
il funzionamento dell’Origine interdipendente possiamo
cominciare a uscire dal suo circolo vizioso. Possiamo farlo
eliminando le impurità mentali, cioè ignoranza, bramosia e
attaccamento. Una volta eliminate queste impurità, non si
compiranno più azioni e non si produrranno più energie di
abitudine. Una volta che cessano le azioni, anche la nascita e
la sofferenza cessano.
Vorrei ancora parlare un po’ di un significato importante
dell’Origine interdipendente, cioè l’Origine interdipendente
come espressione della Via di Mezzo. Nei capitoli terzo e quarto
abbiamo avuto occasione di parlare della Via di Mezzo, ma ci
siamo limitati al significato più basilare del termine. Abbiamo
detto che Via di Mezzo vuol dire evitare i due estremi, quello
dell’indulgenza ai piaceri dei sensi e quello di auto
mortificazione. In questo contesto Via di Mezzo è sinonimo di
moderazione.
Ma nel contesto dell’Origine interdipendente la Via di Mezzo ha
un altro significato, simile a quello letterale ma più profondo.
In questo contesto Via di Mezzo vuol dire evitare i due estremi
dell’ eternalismo e del nichilismo. In che senso? La fiamma di
una lampada dipende dall’esistenza dell’olio e dello stoppino.
Quando essi mancano la fiamma si estingue. Perciò la fiamma non
è permanente e neanche indipendente. Allo stesso modo la nostra
personalità dipende da una combinazione di condizioni: le
afflizioni e il karma. Non è permanente né indipendente. Quando
riconosciamo la natura condizionata della nostra personalità,
eviteremo l’estremo dell’eternalismo, che ci fa credere
nell’esistenza di un sé indipendente e permanente. Similmente,
riconoscendo che questa persona, questa vita non sorge
fortuitamente o per puro caso ma è condizionata da cause
corrispondenti, ci asterremo dall’estremo del nichilismo che
nega il rapporto tra un’azione e le sue conseguenze.
Sebbene il nichilismo sia la causa principale per la rinascita
in stati di dolore e vada quindi respinto, anche l’eternalismo
non conduce alla liberazione. Chi si attacca all’idea estrema
dell’eternalismo, compirà buone azioni e rinascerà in stati di
felicità, come essere umano o anche come divinità, ma non
otterrà mai la liberazione. Evitando questi due estremi, cioè
mantenendosi nella Via di Mezzo, possiamo avere felicità in
questa vita e in quelle future compiendo azioni buone ed
evitando azioni cattive; infine raggiungeremo la liberazione.
Il Buddha mise un’infinita cura nei suoi insegnamenti e viene
paragonato al comportamento di una tigre verso i suoi piccoli.
Quando una tigre porta in bocca un piccolo, sta attenta che la
presa non sia né troppo forte né troppo debole. Se è troppo
forte può ferire e anche uccidere il cucciolo; se è troppo lenta
il piccolo può cadere e farsi male. Così il Buddha ha fatto
attenzione che noi potessimo evitare i due estremi dell’eternalismo
e del nichilismo. Poiché vide che afferrarsi all’eternalismo ci
avrebbe legato al samsara, il Buddha ci mise in guardia dal
credere in un sé indipendente e durevole; vedendo che la
possibilità di liberazione poteva essere minacciata dai denti
aguzzi della credenza in un sé, egli ci disse di evitare
l’estremo dell’eternalismo.
Comprendendo che l’attaccamento al nichilismo ci avrebbe portato
alla rovina e alla rinascita in regni di dolore, il Buddha fu
attento ad insegnarci la realtà della legge di causa e effetto o
responsabilità morale. Avendo visto che saremmo potuti cadere
nell’infelicità dei regni di dolore se avessimo negato questa
legge, egli ci insegnò ad evitare l’estremo del nichilismo.
Questo duplice scopo lo ottenne mirabilmente grazie
all’insegnamento dell’Origine interdipendente, che non solo ci
permette di capire la natura condizionata e impermanente
dell’individuo, ma anche la realtà della legge di causa e
effetto.
Nel contesto dell’Origine interdipendente, abbiamo spiegato la
natura condizionata e impermanente della personalità o sé,
esponendo la sua natura dipendente. In seguito tratteremo dell’impermanenza
e impersonalità del sé attraverso l’esame della sua natura
composta e l’analisi delle singole parti che la compongono. In
questo modo illustreremo la verità del non sé che apre le porte
all’illuminazione.
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