LA
MENTE DELL’IO
di Aliberth
(Incontro al Centro Nirvana del 13/12/1999)
Dopo aver stabilito che, nella vita, tutto è impermanente, questa verità assicura che nulla può restare imperterrito ed eterno. Nulla, e perciò il bene ed il male, il giusto e l’errato, il vero ed il falso, il buono ed il cattivo, tutto è destinato a mutare, una cosa in un’altra ed entrambe nei loro opposti. Quando saremo consapevoli e convinti di questa verità, quando noi stessi manderemo segnali di procedere in direzione di questa verità spontanea, allora questo sarà già il cammino Zen. Perciò, non è esatto venire qui e dire: - Ah, io faccio lo Zen!-. Lo Zen non si fa, lo Zen si è! Ed essere Zen vuol dire aver capito questa verità. Dopodiché, la Via è efficace, il processo inevitabile, e la soluzione infallibile. Il nostro stesso comportamento sarà la Via, il nostro stesso vivere sarà la soluzione. Perché vivremo consapevoli di ciò che abbiamo capito.
Al di là del fatto che qualcuno abbia precedentemente già avuto l’esperienza e possa indicarvi la strada, possa aiutarvi e stimolarvi, lo Zen siete Voi! Ognuno di voi, ognuno di noi, è lo Zen. Ecco perché, in questa disciplina non si può parlare di plagio o di manipolazione delle coscienze. La coscienza è un bene collettivo, che però possediamo singolarmente. Per questo motivo, non è che la mia coscienza può rubare qualcosa alla vostra! Allo stesso modo, se io respiro, non ruberò mai l’aria al vostro respiro. Perché stiamo tutti nella stessa aria. Di conseguenza siamo tutti la stessa coscienza. Fruiamo insieme dello stesso spazio in cui conviviamo.
Viene alla mente la famosa storiella del lupo e dell’agnello. Il lupo, che era a monte, accusava l’agnello di inquinargli l’acqua del torrente, che stava bevendo. L’agnello ribatté: - ma, in realtà, tu sei a monte, come posso io inquinare l’acqua a te? –. Questo fatto è indicativo di come la mente può venire distorta. La mente, quando è distorta, ha sempre delle giustificazioni per la perdita della sua identità. È l’Io che, timoroso di venir messo da parte, timoroso di perdere il suo potere, instaura dei veleni nella mente. L’Io, che recita il suo ruolo in questa vita mondana, rovina la mente che non è neanche consapevole di quel veleno assorbito. Perciò, ogni pensiero negativo, che produce disarmonia collettiva ed individuale, non è altro che l’ebollizione di questo veleno installato dall’Io.
Ora, se noi comprendiamo bene l’Io, se comprendiamo bene la mente, se comprendiamo bene tutti questi giochi, sarà impossibile che l’Io possa avvelenarci e, quindi, farci deviare dalla giusta valutazione delle cose. Potrà tentarlo, lo tenterà fino all’ultimo, ma se saremo capaci di vedere l’Io in funzione di sicuro non ci riconosceremo più in quell’Io pericoloso. Come già detto in altre occasioni, ogni cosa che può essere vista, non può appartenere al Sé. Ciò che può essere visto, appartiene a qualcosa che non è l’Io, non è noi! Per il principio del Centro-di- Coscienza che vede tutto quello che si muove intorno a sé, sarà obbligatorio consapevolizzare che anche l’Io, una volta che è visto, non può essere la verità di ciò che noi siamo.
Qualcuno dirà: - Come si fa a vedere l’Io, e poi, chi è che vede l’Io? -. Siccome l’Io è soltanto un’attribuzione psicologica imposta dal nostro vivere convenzionale, l’Io può essere visto, appunto, rimanendo nell’osservazione imperturbabile e impersonale prodotta dalla meditazione contemplativa del Ch’an. Quando stiamo meditando, in qualche modo, noi stiamo riflettendo su noi stessi. Quando, altre volte, ho detto che noi dobbiamo essere il centro dell’osservazione, cioè il famoso OSSERVATORE INGIUDICANTE, dobbiamo capire che c’è qualcosa dentro di noi, qualcosa di veramente speciale.
C’è un Super-Io sovrastante che è conscio delle memorie, dei ricordi, delle sensazioni e delle percezioni. Questa sorta di Super-Io, che sarebbe meglio chiamare “Consapevolezza”, non è da confondersi con l’Io ordinario, che usiamo convenzionalmente tutti i giorni. È il nostro reale “Sé”, la nostra reale natura. Riuscire a consapevolizzare i ricordi del proprio mentale vuol dire che CHI consapevolizza questi ricordi è la Realtà. Ma i ricordi o le impressioni e le sensazioni sono come cose appiccicaticcie, come le palline e le lucette che appiccichiamo sull’albero di Natale che invece, di per sé, è nudo e spoglio nella sua natura. Quando vediamo l’albero di Natale bello finito, per noi l’immagine è quella con tutte le decorazioni, ma non possiamo non capire che, sotto quelle decorazioni vi è l'albero nudo e crudo. Ciò che vediamo, ciò che si è sovrapposto a noi sono ricordi, memorie, pensieri, opinioni, giudizi, paure, propositi, programmi, ecc., sono soltanto cose appiccicaticcie. Non siamo noi.
Ogni volta che sorge la mente-Io, con i suoi pensieri e giudizi, c’è nuovamente una falsa attribuzione che, con tutta la potenza dell’illusione si insinua e prende possesso dell’intera mente. Come un demone, quest’Io falso, prende possesso della nostra mente e noi diventiamo quell’Io che stabilisce giudizi e punti di vista. Allora tutte le recriminazioni che conosciamo bene, quando il comando interno impone gli ordini del caso, diventano la nostra apparente volontà. Si può vedere, quindi, la spaccatura, la divisione tra il pensiero egoico che cerca di attribuirsi un’entità di realtà e l’osservatore-coscienza che è consapevole di questo trambusto nella nostra mente. Se l’Osservatore è forte e sviluppato, grazie ad una sostenuta pratica meditativa, il pensiero disarmonico può venire bloccato all’ingresso, non lo si fa entrare e non invade la mente. Così non ne prende il possesso, non ne diventa padrone e l’Osservatore può ristabilire l’equilibrio mentale e la capacità di discriminazione, tra il bene ed il male e tra il giusto e lo sbagliato.
Avrete capito, allora, che la mente è come uno spazio, uno spazio pieno di energia. Cos’è la mente, in definitiva? E noi, cosa siamo, rispetto a questo campo di energia che è la mente? Quando diciamo “Io”, è la mente? O cos’altro? A questa domanda, si risponde nel seguente modo. Quando noi diciamo “Io”, quando sentiamo questa cosa come identità, di sicuro, in quel momento la nostra mente è l’Io ed è la coscienza, allo stesso tempo. Il punto importante è che l’Io, di per sé, non è negativo in quanto tale. L’Io, di per sé, essendo una funzione del nostro essere composto e della mente multiforme è utile quanto le nostre gambe. Se non avessimo le gambe, noi non potremmo neanche muoverci. Però non possiamo certo affermare che noi siamo “le gambe”!
Allo stesso modo, l’Io è utile al nostro essere, né più e né meno, come lo è una nostra gamba. Ma non possiamo affermare di essere l’Io. È pur vero che, quando le nostre gambe si muovono e noi camminiamo, sta camminando tutto ciò che sentiamo di essere. Così per l’Io, nel momento che sentiamo la sensazione dell’Io, tutto il nostro essere è “Io”. Tuttavia, bisogna stare attenti all’Io falso, cioè quello che prende totale possesso della mente e invia i suoi comandi, come abbiamo detto prima. L’Io, poi, si attacca a tante altre sfumature come, per esempio, la distrazione, la noia o altri disturbi. Mentre cerchiamo di creare un buono stato meditativo, l’Io si distrae cogliendo svariati disturbi, tipo il dolore alle ginocchia oppure rumori provenienti dall’esterno, o anche movimenti di persone intorno a noi. Vice-versa, la consapevolezza impersonale cerca di inglobare e di portare amorevolmente nella medita-zione, persino il dolore alle ginocchia e tutto il resto.
Dal punto di vista Zen, non esiste un qualcosa in cui possiamo riconoscerci e identificarci, dicendo: - Ah, ecco, io sono questo! –. E questa è la grossa verità. Dal punto di vista Zen, e dal punto di vista del Dharma buddista in generale, non c’è assolutamente nessuna cosa da poter fermare e stabilire come nostra identità. Perché, così come una lama non può tagliare se stessa, colui che dice “Io” non può essere identificato con l’Io che sta sperimentando. Allora, pensare di fermare qualcosa dentro di noi e definirci “quella cosa” è impossibile.
Se l’Io esistesse realmente, dalla sua parte, esso sarebbe qualcosa di statico, qualcosa di assoluto che riempirebbe tutto lo spazio, impedendo a qualsiasi altra cosa di esistere. Siccome l’Io non è statico, non ha il potere di esistere da solo, in se stesso e per se stesso, ed essendo mutevole come tutte le cose dell’esistenza, non può avere natura propria. Quindi, in definitiva, per la legge dell’imper-manenza, com’è stato affermato più volte, l’Io non può essere la realtà. Qualcuno potrà chiedere: - Allora, cos’è che ha natura propria? – questo è proprio ciò che si deve scoprire con l’illuminazione. Perché con la nostra mente umana, razionale e concettuale, non è proprio possibile scoprirlo.
Dopo anni ed anni di ricerca interiore, un grande Saggio dell’antichità, disse: -Finalmente ho scoperto che IO NON esisto! –. Però, per poterlo dire, doveva pur esservi qualcosa di esistente in lui. Egli aveva compreso la realtà e, nel tentativo di trasmettere la sua esperienza con quella sua dichiarazione, fece comprendere che la sua esistenza era identica alla non-esistenza, epperciò poteva dichiararlo. A quel punto, tutti i riferimenti mentali e concettuali di esistenza e non-esistenza, che aveva dentro la sua mente prima dell’illuminazione come opposti e contrari, erano venuti a cessare.
Ecco, dunque, qual è il fine della meditazione. Non quello di alimentare ulteriori concetti e forme di erudizione libresca. Non quello di ingigantire e rendere più importante e smisurato il proprio Io. Ma quello di prendere atto della propria vacuità e inconsistenza, dal punto di vista reale ed assoluto. Si deve smettere di credere in qualche cosa, di crederci un qualche cosa, ma anche smettere di non crederci. Si deve proprio smettere di congetturare, di pensare alle idee di realtà e non realtà, di essere e non essere. La cessazione di identificarci in qualcosa chiarisce tutto e, se ci è permesso di concettualizzare un attimo e qui facciamo una cosa non Zen, potremmo tranquillamente dichiarare che noi siamo tutto ciò che esiste. Poiché, tutto ciò che esiste, esiste in modo sparso in tante piccole entità individuali, le quali credono ognuna di essere il proprio Io.
Se ciascuno di noi smettesse di credersi un “io separato”, saremmo tutti quanti ciò che siamo in realtà. Cioè, un tutt’uno, un insieme di Unico Essere. Un Unico Essere senza limiti, in quanto non è che questo insieme comincia qui e finisce lì, altrimenti si ritornerebbe a quell’immenso Io che copre tutto lo spazio. Non è così. Questo è il punto focale. La realtà è incomprensibile, incommensurabile ed irraggiungibile dalla mente umana.
Con la nostra mente umana, noi non possiamo arrivare a concepire la realtà. Questo è il nostro limite. Ma la mente Zen si sostituisce, pian piano, alla mente ordinaria, alla mente umana, alla mente concettuale, in altre parole, alla mente-Io, per mezzo del nostro lavoro interiore inglobandone in sé tutte le funzioni. Proprio perché la mente Zen non perderà le facoltà precedenti e non cesserà di essere anche ordinaria, concettuale ed umana. Soltanto non ne avrà più le limitazioni, non avrà più il problema dei limiti e delle definizioni.
Come ottenere la mente Zen? Con un tranquillo e rilassato modo di vivere. Dobbiamo vivere senza preoccuparci di vivere. Vivere, fare le stesse cose che facciamo normalmente, senza la preoccupazione di doverle fare. Abbiamo mai provato a farlo? Cerchiamo di far in modo che la nostra mente sia tranquilla e serena, così il pensiero di quello che dobbiamo fare viene da solo, senza arbitrii perso-nalistici. Le cose vengono da sole e vanno come devono andare. È come la famosa frase cristiana “Sia fatta la tua volontà”. Cioè, lasciamo che ci pensi CIO’ che sta sopra di noi. Non è che vi sia un Dio barbuto, da qualche parte, che si mette al nostro posto. Cerchiamo di cogliere anche queste nostre idee preconcette, queste immagini devianti di un Assoluto personificato. Non possiamo stabilire, con questa mente umana, cosa vi sia realmente a capo di tutta la faccenda. Cerchiamo soltanto di vivere serenamente la nostra vita di tutti i giorni, senza preoccuparci dell’oggi e del domani, e senza rimpiangere l’ieri e l’altro ieri. Restiamo nell’attimo presente. Tra un’ora, domani, fra dieci anni ci sarà sempre l’attimo presente. Se io non penso a ‘fra un’ora’, tra un’ora sarà come adesso. E se non penso ad un’ora fa, un’ora fa era come adesso. Viviamoci questo momento, noi siamo sempre “questo momento”.
Certo, non dico che bisogna tagliare con la falce tutto ciò che uno è abituato, da sempre, a considerare come la realtà della nostra vita, per carità. Non è questo il punto! Soltanto, dobbiamo provare a trasformare il nostro modo di pensare. Siamo così ancorati a questo nostro unico e inveterato modo di vedere la vita!. Siamo sicuri che non ve ne siano altri, e magari di migliori? Se la mente si libera di ogni suo problema di dover fare questa o quella cosa, non è una bella soluzione poter fare le stesse cose senza dovercele continuamente caricare in memoria?
Forse, in qualcuno, ora può sorgere un pensiero di scetticismo. Vi invito caldamente di vedervelo. Da dove sta sorgendo? Chi è che vi aderisce? Questo, e solo questo è il lavoro che dovete fare. Questo pensiero, “scetticismo”, sta oscurando la vostra mente immobile, serena, senza preoccupazioni, separandola dalla mente-Io che è l’illusione, la sovrapposizione, il dramma. Ma, se state cogliendo il pensiero “scetticismo”, voi state rientrando immediatamente nella realtà Zen. Momento per momento, stando sempre nel “qui e ora”, vedendo sempre il vostro pensiero, le vostre reazioni, impedirete al pensiero autonomo di tirarsi dietro l’inevitabile adesione e la dannosa reazione.
Se questa stanza andasse a fuoco, io non vi direi: -Rimaniamo qui, facciamo finta di niente, non preoccupatevi, tanto è tutta un’illusione! -. Ci alzeremmo di corsa e ce ne andremmo via tutti naturalmente, spontaneamente. Non dovremmo stare qui a pensare… “eh, ma forse dovrei prima vedere come va a finire…”, oppure, “…oddio, adesso moriremo tutti…”. Non sarebbe naturale. E non è naturale nemmeno ipotizzare che questa stanza possa prendere fuoco. Come pure, non è per niente naturale augurarsi che non prenda fuoco.
Tutte queste elucubrazioni, questi tentacoli della mente sono gli errori da evitare e rettificare. Bisogna agire in perfetta sintonia con ciò che è e con ciò che accade, momento per momento. E quel momento sarà sempre lo stesso momento. È proprio così, sfido chiunque a dimostrare il contrario e a dire che si può raggiungere la felicità con altri metodi, con altri sistemi, con altri comporta-menti. Solo comprendendo la nostra vera natura, la nostra mente reale, arriviamo alla pace del Nirvana, che è la vera felicità.
Senza questa realizzazione, non si potrà mai raggiungere la liberazione. Questo è ciò che chiamiamo “Saggezza”, ovverosia distinguere il vero dal falso, la cosa giusta dalla cosa sbagliata. Essa ci permetterà di riconoscere la funzione della sostanza, che significa conoscere la non-realtà degli opposti. La non realtà degli opposti vuol dire che gli opposti, da soli, non esisterebbero. Uno dei due non può esistere, se non c’è l’altro a bilanciarlo. Esisterebbe il “lungo” se non vi fosse il “corto”, a dargli ragione di esistenza? Per cui, non potendo esistere da soli, in realtà gli opposti ed i contrari non esistono, sono irreali. Tutto ciò che non ha una realtà a sé stante, in realtà non esiste. Se ogni cosa, per esistere, deve essere appoggiata a qualcosaltro, non ha una sua realtà autonoma.
Per questo fatto, anche noi, quando siamo identificati al nostro Io, non abbiamo una realtà autonoma! In questo momento, io esisto per voi solo perché mi vedete, così pure voi esistete per me solo in quanto vi sto parlando. Questa concatenazione reciproca permette la reciproca esistenza. Se soltanto una delle due parti cessasse di esistere, anche la reciprocità dell’altra verrebbe a mancare. Capite? Questo fatto dimostra una realtà comune, collettiva, relativa e non una realtà autonoma, assoluta, indipendente. Così, in definitiva, io non esisto da me solo; ognuno di voi, da solo, non esiste!
Il non-esistere non è inteso come contrario od opposto all’esistenza convenzionale. Perché anche l’idea di “esistenza”, così come coltivata da noi nella mente concettuale, è sbagliata in partenza. Nella concezione filosofica, esistenza e non-esistenza sono la stessa cosa. Ecco perché la “potenzialità” di esistenza e non-esistenza è la <Vera Esistenza>! In sintesi, essa è la Realtà, la Vera Natura di tutte le cose, l’Assoluto!
Quando si dice che Dio ha creato tutte le cose, questo deve significare che tutte le cose SONO Dio. Perché, per il ragionamento che abbiamo spiegato, non può esserci Dio senza le cose create, e viceversa. Dunque, Dio e le cose create, sono un’unica cosa. Perciò non possiamo mettere Dio da una parte e le cose create dall’altra. Allo stesso modo si potrebbe argomentare che le cose hanno creato Dio. Quindi è giusto affermare che Dio ha creato l’Uomo, oppure che l’Uomo ha creato Dio? Per quanto risulta al nostro attuale livello di conoscenza, sembra più comprensibile la prima intimazione. Non è vero? Ma siccome, umilmente, sappiamo che la nostra conoscenza umana è molto, molto limitata, di conseguenza, non possiamo stabilire quale Verità stia oltre le due ipotesi, o qualunque altra affermazione.
Certo è che, se appena appena argomentiamo un po’ il sistema logico con lo stato evidente dei fatti, dobbiamo riconoscere che è molto più semplice poter definire la seconda ipotesi: e cioè che, fino a prova contraria, si può soltanto stabilire che è stato l’uomo a creare Dio! Almeno come nome e come valore!
Non ci rimane che affidarci serenamente all’osservazione silenziosa del nostro campo di conoscenza, cioè la Mente-Coscienza, unica sola opportunità di cogliere la Madre di tutte le esperienze. Il Creatore e le creature, in un’unica realtà uniforme. Per questo motivo, lo studio della nostra mente diventa il campo d’azione del Ch’an, una delle poche discipline supersoniche adeguate per il viaggio nello spazio metafisico della nostra Vera Identità assoluta. --- JJJ
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