INCONTRO del 29/3/2000 al Centro Nirvana di Roma
La volta scorsa abbiamo accennato alla riemersione della facoltà egoica, non appena si rientra nello stato di coscienza ordinaria, alla fine della meditazione profonda. Abbiamo visto come l’Io reinserisce i suoi programmi memorizzati dal Manas, invadendo nuovamente il campo della Coscienza e ripresentandosi a noi come la nostra Identità di base. Quasi contemporaneamente, anche se con vari gradi di successivo riadattamento, si ripresentano le diciotto AYATANA, cioè le porte della coscienza individuale. Esse sono i sei sensi mentali (vista, udito, tatto, gusto, odorato e la mente Manas), i sei organi fisici corrispondenti (occhio, orecchio, pelle, bocca, naso e centro nervoso principale) e infine i sei rispettivi oggetti percepiti dai sensi (forme, suoni, materia, cibo e odori e la perce-zione in se stessa di essi: cioè la totalità dei fenomeni).
Una volta riaperte le porte dei sensi, soprattutto la vista, l’udito e la mente Manas, vediamo come l’Io riconosca questi elementi come suoi precisi territori e come riprenda immediatamente vita ristabilendo le coordinate necessarie per restaurare il suo dominio. E’ evidente che, per cogliere lucidamente questi movimenti ricreativi dell’Io restandone impersonalmente distaccati, occorre aver già sperimentato e riconosciuto la nostra Consapevolezza di base, cioè la Mente Fondamentale. Questa, è l’Energia della Coscienza Assoluta, riportata alla sua primordiale natura e riunita in un Insieme Universale infinito e senza limiti. La Mente Fondamentale, imperturbabile di fronte alla frammentazione anabasica in singole unità di coscienza, regna sovrana oltre il tempo e lo spazio.
L’effetto dell’ingerenza dell’Io sulla Coscienza della Mente Fondamentale, al momento della sua riemersione, è testimoniato da un’attivazione sovreccitata dei nostri sensi che sembra vogliano recuperare il tempo perduto. Dopo qualche minuto di ritardata ripresa della sensibilità, a causa del residuo torpore meditativo, velocemente la nostra attenzione si riporta in superficie e inizia a reinteressarsi degli oggetti e delle persone che la circondano. Se non vi fosse questo aumento graduale dell’attività sensoriale, in cui la coscienza ordinaria manasica si distacca dalla Mente Fondamentale, potrebbe essere interessante considerare l’esperienza umana sotto questo diverso aspetto.
Forse questo aspetto differenziato e distaccato dalla normale facoltà di coscienza ordinaria, potrebbe rispecchiare lo stato della Mente Buddhica, così tanto reclamizzato dai Sutra del Ch’an quando si riferiscono allo stato di coscienza degli Illuminati. Resta comunque il fatto che, se fossimo in grado di operare una stretta e assidua indagine sulle due condizioni di coscienza, la Mente Fondamentale e la Mente Buddhica, non darebbero affatto l’impressione di essere differenziate. La prima è conoscibile nello stato Samadhico della Meditazione, la seconda sarebbe quella che resterebbe così all’atto del rientro alla normalità se fossimo illuminati. Pertanto vediamo che, sia nel caso della “nostra” Meditazione profonda e sia nello stato Illuminato del Buddha, la mente sarebbe di identica essenza e della stessa qualità.
Si potrebbe verificare, inoltre, che il potere di assorbimento della Coscienza non è variato, nelle due condizioni e nemmeno, tutto sommato, nella condizione ordinaria della mente comune. Infatti, sia durante lo stato meditativo sia al ripristino della condizione esteriorizzata noi non veniamo impediti dall’avere informazioni, sia pure inerenti alle rispettive situazioni. Non abbiamo alcun impedimento a “sentire” tutto ciò che la radice dei sensi naturalmente percepisce per sua natura: immagini (mentali o fisiche), memorie che si presentano all’improvviso, suoni (ovattati o distinti). Insomma, la funzione della Coscienza rimane la stessa, sia quando è immersa nella sua stessa sostanza, che quando è apparentemente aperta sul mondo esterno.
L’unica vera differenza resta l’identificazione soggettiva. Nello stato meditativo profondo, quando siamo totalmente immersi nell’energia della Mente Fondamentale, non c’è identificazione cosciente e “sentiamo” di essere soltanto Pura Consapevolezza consapevole di se stessa. Qui, l’acquietamento dell’Io non produce iperattività, perciò le porte sensoriali non manifestano né la loro presenza né la loro funzionalità. E’ una situazione un po’ simile a quando stiamo per cadere addormentati, tutto si sposta su un piano più distante dalla nostra volontà di partecipazione. Sembrerebbe che stia subentrando una forma di volontà diversa, più sottile, quasi spontanea e non individuale, che automaticamente esegue l’esecuzione di un programma prestabilito dalla natura primordiale.
Dunque, da queste considerazioni si deduce che l’impetuosa prepotenza del nostro Io può essere sottomessa, facendo diventare familiare la pratica meditativa nella nostra mente. Secondo il Ch’an, è soltanto questo il vero scopo della meditazione, l’ammorbidimento della reattività del nostro Io. Nella vita di tutti i giorni, quando sentiamo un rumore, un vocìo o una musica e la nostra mente è applicata su altri oggetti di riferimento, vediamo che la stessa, per reazione, immediatamente si biforca. La mente, distolta da ciò cui era prima interessata, viene cavalcata dalla nuova percezione, quindi dall’Io, e si dirige verso la fonte del nuovo richiamo, anche se tutto questo avviene senza una nostra diretta consapevolizzazione. Questi processi automatici che si ripetono continuamente durante la giornata, producono una dispersione di energia mentale ed una nevrotizzazione dell’Io che, appunto, non vuole e non può esimersi dal precedente interesse né dall’adesione alla subentrante intrusione sensoriale.
Questo andare di qua e di là della Coscienza, spinta dalla ignoranza di sé della mente e dal conseguente automatismo dell’Io, può venire contrastato e rettificato soltanto con una pratica meditativa accurata che permetterà l’instaurazione di una più vigorosa Volontà coscienziale. Onde evitare che, come abbiamo visto, si crei un gran dispendio di energia mentale ed una incapacità di raccoglimento e focalizzazione della Coscienza, lo svincolamento dai processi automatici dell’Io apporta una più completa libertà di funzioni e scelte, nei confronti dei disturbi e degli attaccamenti condizionati. Questa libertà di scelta, inoltre, è soltanto una dei primi vantaggiosi effetti psicologici.
Il grande scrollone dato alle nostre strutture psicofisiche, fossilizzate dall’abitudine e dalla ignoranza di esse da parte della nostra mente, nel tempo risulterà essere talmente dirompente da modificare tantissimi altri nostri comportamenti. Sarà altresì direttamente purificato e trasformato il nostro modo di pensare, venendo aboliti quei pensieri altamente negativi e responsabili del nostro disadattamento e della nostra infelicità. Insomma, questo fantomatico Io, semplice aggregato psicofisico che rende così complicata la nostra vita, pur non avendo alcun dominio su se stesso è dispoticamente padrone delle funzioni sensoriali. Esso può diventare chiaramente identificabile e riconoscibile, se instauriamo nella mente una consapevole e indagatrice attenzione, frutto della pratica meditativa.
La Meditazione serve per riportarci alla mente, così che essa possa recuperare il suo potere e ristabilire le gerarchie nel suo spazio fondamentale. Dirigendo il nostro interesse direttamente sulla mente, oltre che invertire il campo dell’energia della Coscienza, si scopriranno nuove e più efficaci capacità di conoscenza. Finalmente minimizzando l’importanza data alle cose mondane e all’erudizione superficiale, si valorizzerà principalmente il valore spirituale ed il mondo interiore della stessa Coscienza.
Ecco perché, il lavoro meditativo non va fatto solamente qui, per questo breve spazio di tempo, ma deve diventare una pratica continua da portare sempre con noi nella vita di tutti i giorni. Continuamente presenti a noi stessi, quando la mente subisce l’attacco delle emozioni e delle reazioni incontrollate che la spingono subdolamente a dimenticarsi di sé ed a proiettarsi nelle situazioni condizionanti e coinvolgenti. In questo modo, disabituandosi pian pianino dai suoi condizionamenti, la Mente Fondamentale che è la Realtà Assoluta diventerà ESSA il padrone del campo e si insedierà nella coscienza ordinaria, prendendo a spaziare imperturbabile sulla nostra intera attività psicofisica. Questa reintegrazione della Natura Originaria della mente disperderà ed eliminerà i meccanismi samsarici, grondanti di sofferenza, facendo emergere lo stato naturale del Nirvana. L’autentico Nirvana è caratterizzato da qualità spontanee di pace, serenità, benevolenza e da una visione “unitaria e non-dualistica” di tutti i fenomeni, esseri viventi compresi.
Dalla lettura del DHAMMAPADA (Il Sentiero del Dharma) si evince come, a seconda dei nostri comportamenti e del nostro modo di pensare, si sperimenti la condizione samsarica della sofferenza o quella nirvanica della beatitudine. Come si può capire leggendo questo Testo, esso sintetizza molto di ciò che abbiamo spiegato in varie fasi dei nostri discorsi. Questo Testo vecchio di più di duemila anni, già allora invitava coloro che desideravano eliminare le cause della sofferenza, ad applicare accuratamente e costantemente l’attenzione e la concentrazione sulla propria mente. Esso è la Voce ufficiale del Dharma, che esorta i ricercatori della verità a prestare attenzione alle componenti psicofisiche della persona ed a non cadere preda dei demoni mentali del desiderio, dell’attaccamento e dei piaceri sensoriali.
Ovviamente questi consigli sono drastici in quanto si riferiscono ad insegnamenti provenienti dal Buddhismo più antico. Il Ch’an, cinquecento anni più tardi, in qualche modo abbandonò i più severi “diktat” del Canone Pali, di cui il Dhammapada fa parte. Pur rispettando e, in qualche modo, ricalcando l’impronta istruzionale del Buddismo Antico, il Ch’an Cinese (ed il successivo Zen Giapponese) prospettò un diverso approccio alla pratica meditativa ed al processo di abbandono dei difetti mentali. Nel Theravada o Hinayana, scuole più aderenti all’insegnamento ortodosso del Buddha storico, le argomentazioni a seguire la disciplina del Dharma erano lanciate con imposizioni “pregiudiziali”. Tutto veniva presentato, (un po’ come nell’Antico Testamento della tradizione Giudaico-Cristiana) come una sorta di obbligata redenzione dal peccato e con una incentivazione dell’etica morale positiva, pena una sorta di dannazione eterna.
Queste ingiunzioni, per il Ch’an, anziché aprire all’uomo la porta dell’autoconoscenza e della auto-responsabilizzazione cosciente, venivano considerate un po’ come un’ulteriore spinta verso l’Ignoranza Metafisica e la persistenza dell’Illusione Samsarica. Essendo la situazione al giorno d’oggi nient’affatto mutata, ancor più debbono valere queste considerazioni del Ch’an, il quale afferma che l’Uomo deve liberarsi e, per essere libero, deve conoscere la sua condizione di partenza. Quindi, più che istigare ulteriori timori di sofferenza nella mente, con paure di terribili conseguenze, l’essere umano va aiutato amorevolmente a trovare il Centro della sua Coscienza. Cosicché, arricchito dalla Santa Conoscenza, egli stesso potrà effettuare il lavoro di purificazione della mente e, determinando le cause del bene e del male, sarà in grado di affrancarsi spontaneamente dagli effetti maligni e drammatici del KARMA.
Essendo il Karma giusto la conseguenza della propria ignoranza coscienziale e della non-conoscenza del vero modo di esistenza dei fenomeni, esso viene attivato dall’errato modo di pensare e di agire della mente umana. Nella bilancia del Karma, se il piatto del godimento e del piacere si è colmato ed è disceso, per poter riequilibrare il peso, bisogna spostarlo sul piatto delle paure e della sofferenza. Tutto ciò, secondo il Canone Antico, doveva avvenire con molte penitenze e privazioni successive.
L’invito del Ch’an, viceversa, è di dover principalmente raffinare la qualità conoscitiva, relativa alle nostre personali tendenze karmiche, onde poter stabilire VOLONTARIAMENTE quale tipo di comportamento abituale errato dovrà essere corretto e trasformato. Con l’Autoconoscenza stabilizzata nella perfetta meditazione continua, questo non solo è possibile ma addirittura INEVITABILE, in quanto il cambiamento della qualità mentale produce, già di per sé, un miglioramento ed un più positivo effetto del Karma. Per questo motivo il Ch’an non è propenso ad accettare lo spauracchio del castigo fine a se stesso, come pure non pontifica né tergiversa sulla teoria delle rinascite come conseguenza dell’ignoranza karmica.
Per il Ch’an, come già precisato, sia questa vita con tutte le sue perplessità, sia le ulteriori forme di esistenza come i piani astrali, le entità ultraterrene nonché la rinascita con relative sofferenze e morte, sono soltanto ILLUSIONI. Sono le Illusioni di una mente ignorante, che è ignorante di se-stessa e della Realtà, ignorante della natura delle apparizioni dei fenomeni impermanenti e condizionati. Di conseguenza, solo con una accurata opera di Conoscenza e di distacco cosciente da queste illusioni può essere raggiunta la Liberazione.
La Liberazione è, nel vero senso della parola, liberazione da queste problematiche che manifestano una loro REALTA’ fintanto che la mente non comprende la loro intrinseca IRREALTA’. Perciò abbiamo bisogno di risvegliare la nostra Mente Fondamentale. In essa non vi è alcuna idea prefissata su ciò che è reale e ciò che non lo è, sulla nostra o altrui esistenza materiale o immaginaria, sull’entità sostanziale o meno dei fenomeni che ci appaiono. Nella Mente Fondamentale tutto è PURO, come nella mente di un neonato. E, l’unico sistema per far si che la mente capisca questo e ritorni alla sua qualità originaria è la Meditazione, oppure quel LAMPO di intuizione profonda ed inaspettata che è l’Illuminazione Istantanea. Non a caso la Scuola Ch’an è stata anche chiamata Scuola della Illuminazione Improvvisa, perché il tipo di Meditazione proposto porta quasi sempre a quel LAMPO di Illuminazione.
In ogni caso, è necessario che la Mente prenda evidente coscienza di sé dopo che, per un infinito periodo di tempo, ha funzionato solamente come uno SPECCHIO proteso e rivolto verso l’esterno, verso le cose del mondo delle apparenze. Essendo finora fissata al fulcro della erronea percezione soggettiva basata sull’idea di un Io, essa deve finalmente superare l’ostacolo della presunta impossibilità a potersi rivolgere verso SE STESSA. La mente deve far questo affinché possa modificare diametralmente il suo raggio di azione e, soprattutto, il suo sistema egocentrato di sperimentazione della sua individualità, opposta a ciò che essa crede essere fuori di sé, cioè tutto il resto delle cose.
Per concludere, bisogna allargare e compendiare la sintesi di queste considerazioni. C’è una regola matematica che permette al praticante di misurare il suo livello di comprensione del metodo Ch’an. Il Ch’an impone una capacità di apprendimento della legge di Causa ed Effetto, con le naturali conseguenze del caso. Esso dichiara e impone al meditante un unico comandamento principale che suona pressappoco così: ” Sii costantemente consapevole e non avrai più problemi da e con il tuo Io. Se avrai ancora problemi col tuo Io significa che non sei ancora totalmente consapevole!”.
Dunque, possiamo stabilire l’efficacia della nostra pratica e la validità dei risultati conseguiti sulla base degli effetti manifestati nella nostra stessa vita quotidiana. Da come reagiamo a ciò che ci accade e dall’eventuale miglioramento dei risultati karmici, possiamo valutare se e come stiamo eseguendo la pratica o se, invece, questo lavoro non è accurato o non è affatto eseguito.
Cito una frase di un libro da me tradotto alcuni anni fa. Si tratta di un testo di insegnamenti Ch’an del Maestro SEUNG SAHN, Abate di diversi Centri Zen degli Stati Uniti, e che si intitola: “DROPPING ASHES ON THE BUDDHA” (Cade cenere sul Buddha). Egli dice: - L’Insegnamento Zen è come guardare attraverso una finestra all’imbrunire; dapprima noi vediamo soltanto la nostra immagine sul vetro, il riflesso del nostro volto ma, continuando ad osservare più in profondità, la visione diventa più chiara e possiamo cogliere ciò che stà oltre il vetro. Allo stesso modo con l’insegnamento, all’inizio noi cogliamo soltanto le parole ma, poi con l’approfondimento, tutto diventa più chiaro e trasparente e possiamo finalmente andar oltre la sterile successione delle parole, comprendendo il significato finale! -.
In qualche modo vi è un’analogia con la famosa rivelazione Zen del discepolo che, dopo la sua Illuminazione, disse al Maestro: “Prima esistevano montagne e fiumi, poi non ci furono più montagne né fiumi, ora invece ci sono nuovamente montagne e fiumi!”. Lascio alla vostra Intuizione silenziosa, la comprensione di quest’ultima dichiarazione, perché sicuramente a questo punto avrete la facoltà di comprendere lo Zen senza dover più utilizzare la mente Manas.
Nella persona ordinaria, la mente Manas è convinta che sia una sua specifica qualità quella di sapere e capire tutto. In realtà, il potere di conoscere e capire tutto è la peculiarità della MENTE FONDAMENTALE (Citta). Quando Socrate disse: “So di non sapere”, si dà per certo che possa essere stata la sua Mente Fondamentale (che sapeva), a sostenere che la mente Manas dell’individuo Socrate non sapesse; ecco perché Socrate fu un grande filosofo.
Di conseguenza, dobbiamo augurarci che la nostra mente manasica e l’Io che in fondo la rappresenta, possa riuscire a capire almeno questo: cioè che il suo compito è quello di farsi da parte. In questo modo, si può far sì che la vera Comprensione venga manifestata con, e dalla emersione di CITTA, la Mente Fondamentale e Universale che è la nostra vera e autentica Natura Originaria. Soltanto facendo spazio alla Coscienza Citta, Luce della Mente, l’uomo comune si trasforma istantaneamente in Buddha, o meglio egli scopre di essere SEMPRE stato un Buddha!
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