LA VITA SPIRITUALE – di Aliberth

 

INCONTRO  del 12/12/2000 al Centro Nirvana di Roma-

 

    Che cosa significa “Vita spirituale”? Che cosa intendiamo realmente con questo termine? Tutti credono di sapere cosa significa ma, probabilmente, pochi ne hanno una vera esperienza diretta. Allora, perché molte persone la rifiutano? Forse perché ne hanno un’idea sbagliata, oppure non la capiscono nella vera accezione…. Probabilmente quello che non sanno, nel vero senso della parola è che, comunque stiano le cose, in qualsiasi modo stiano vivendo la propria vita, essi stanno vivendo anche una vita spirituale. È come se, parallelamente all’esperienza di vita materiale, le persone vivano la loro vita spirituale ma non abbiano la facoltà di percepire quel sottile potere di base che permette l’esistenza di tutti gli esseri e di tutte le cose. 

     Questa base sottile, origine e causa della vita, è conosciuta dalla Saggezza del Ch’an con il termine MENTE che è anche la causa di vita dello Spirito. Se non avesse vita lo Spirito, quando mai potrebbe aver vita il corpo? Oltretutto, il termine “Vita Spirituale” è una ripetizione pleonastica, in quanto “vita” e “spirito” sono la stessa identica cosa. Il corpo è vivo solo perché in esso vi alita lo spirito. Quando lo spirito abbandona il corpo, questo muore e resta senza vita diventando così un cadavere. Tuttavia, poiché le cellule corporee conservano ancora una loro pur minima qualità spirituale, esse disgregandosi si trasformano, producendo materiale che si disperde ma non si elimina. Anzi lo spirito, essendo eterno, rientra nel ciclo della vita in altre forme. Perciò, abbiamo visto che vita spirituale significa, in realtà, la continuità della vita, in tutte le sue svariate possibilità.

    Per quale motivo è stato detto che le persone comuni non sanno che cos’è la “vita spirituale”? Soltanto perché esse non sanno che cos’è la vita, né che cos’è che le fa vivere. Questa è la radice primaria della cosiddetta ignoranza <Avidyà>. Ecco dunque che quando un individuo approda alla conoscenza, questa è intesa come conoscenza dello Spirito, della vita spirituale. Non vi sono, per la mente umana, altre forme di conoscenza che possano permettere alla persona la possibilità di conoscere il suo essere reale.

    Allora perché le persone non capiscono e, quindi, sfuggono e rifiutano la vera vita spirituale? Il motivo è che esse non hanno alcuna intenzione di conoscere veramente il come ed il perché del loro stesso esistere. Egoisticamente, a loro basta esistere. Sono consapevoli di esistere oggettivamente ma sono completamente disinteressate a sapere perché e in qual modo esistono. Ed è a questa situazione che, nelle filosofie e dottrine orientali viene dato il nome di <Ignoranza Metafisica>. L’individuo è ignorante quando non sa o non vuole conoscere la verità di sé e del suo “essere”, la verità sulla propria esistenza.

    Naturalmente, nel caso che un individuo si senta fortemente motivato nel voler conoscere i segreti del proprio esistere in questo mondo, esso avrà l’ambizione di cercare le risposte alle sue domande interiori. Questa fortunata persona, a causa di meriti karmici precedenti, verrà immancabilmente diretta verso la Suprema Saggezza e, seppur coi tempi necessari, sarà messa in grado di eliminare quella ignoranza. Però come in tutte le cose, anche in questa circostanza vi è un prò ed un contro. Il prò è che coloro che si impegnano, contro tutte le avverse condizioni, a voler veramente conoscere la loro autentica natura, presentano un ardente desiderio e stati intuitivi di formidabile profondità. Questo li rende così motivati da riuscire a sforzarsi nell’impegno che mette in moto tali e tanti effetti positivi da arrivare, prima o dopo, senz’altro alla soluzione del problema. Altri effetti positivi risultanti sono la insormontabile volontà di prosecuzione e la potente capacità di sperimentare i sensi di certezza e sicurezza nella pratica di emancipazione.

     Il contro di tutto questo è che, inizialmente, la persona deve abbandonare i suoi consueti modi di relazione e di rapporto con le illusorie forme viventi e le apparenti sequenze degli eventi. Cioè in pratica deve tralasciare, gradatamente ma con fermezza, di crogiolarsi nelle piacevolezze della vita, di sfinirsi nell’inseguimento dei futili rapporti con l’altro sesso e di perdersi nell’ostinata ricerca di gratificazioni e successo personale. Questo è appunto il muro, la barriera che impedisce una facile ascesa, un agevole approdo alla immediata comprensione della materia che stiamo trattando.

    Un insegnante spirituale valido dovrebbe rendere questo primo approccio meno difficile, almeno per coloro che non hanno immediatamente l’intenzione di fuggire di fronte alle evidenti difficoltà. D’altra parte nessuno può fare veramente il miracolo di rendere comprensibile il messaggio per coloro che hanno false idee, falsi scopi e false aspettative. L’abilità di un valido maestro è solo quella di farsi trovare disponibile, al momento giusto, da parte delle persone arrivate a maturazione. Tutte le altre, che non coincidono col momento giusto, vanno purtroppo lasciate andare, con grande dolore dell’animo.

     Quando accade che una persona prende seriamente, soprattutto con se stessa, l’impegno di voler arrivare alla verità, allora la guida spirituale predestinata deve farsi trovare pronta e dovrà dare tutto il proprio aiuto. Questo aiuto consiste nel rendersi fruibile ad ogni richiesta ed in ogni circostanza. Quest’aiuto non deve, e non può, essere imposto ma deve essere disponibile e ottenibile ad ogni richiesta dell’adepto seriamente intenzionato. E qual’è il compito dell’adepto seriamente intenzionato? Come abbiamo già detto, insistere nel cercare e poi cogliere la sua propria “vita spirituale”. Una volta che questa vita spirituale è colta, il seguace sincero non ha più bisogno della guida spirituale, l’adepto diventa maestro di se stesso.

    Egli, dunque, sarà profondamente consapevole di ogni movimento della propria mente e, perciò, non dovrà far altro che continuare a restare in questa posizione di osservatore. Tutti i suoi dubbi saranno diradati e dispersi. Emergerà una certezza, che sarà alimentata con una pratica continua e che riunirà, in perfetta armonia, la vita sensoriale con la vita spirituale. Le sue capacità di autocontrollo e autodominio cresceranno sempre più ed il suo potere di cogliere il segreto che sta dietro all’esistenza, ai fatti ed agli avvenimenti della vita, sarà sempre davanti a sé come un libro aperto.  Ed a questo punto, se il Karma glielo impone, l’adepto può passare a sua volta nella posizione di “ guida spirituale” per aiutare gli altri esseri.

    Non è assolutamente necessario avere un gran bagaglio culturale, né capacità dialettiche raffinate, né roboanti titoli di studio per poter essere una valida guida spirituale. Serve soltanto saper utilizzare il proprio potenziale interiore, spontaneamente maturato; saperlo donare e trasferire nella mente delle persone non ancora capaci di autogestirsi e di autogovernarsi. Per far scaturire e trasbordare questo potenziale da donare occorre che l’istruttore non venga spinto, con motivazioni personali, a proporsi verso l’esecuzione di un simile compito. Egli deve umilmente attendere che se ne presenti l’occasione, non necessariamente imposta da istituti e congreghe più o meno qualificati e riconosciuti nel mondo degli umani. A proporglielo dovrà essere la sua Coscienza Interiore, unico vero punto di riferimento e di conferma della propria maturazione.

     Allo stesso tempo l’aspirante discepolo dovrà affidarsi completamente alla Mente ed alla Coscienza incarnata dell’Istruttore. Un vero Istruttore spirituale quando parla ed insegna non lo fa con i prodotti del suo proprio pensiero. Non sta dichiarando i suoi punti di vista e le sue opinioni personali, più o meno aderenti al senso dell’etica e della morale comune. Un vero Istruttore spirituale è uno strumento, un megafono attraverso cui il Dharma autentico può riversarsi nella mente del discepolo. In tal modo, la persona ordinaria che ha maturato l’intenzione di diventare un discepolo del Dharma, non deve avere l’obbligo di sentirsi, quasi con una certa soddisfazione emotiva, un seguace di questo o quel Maestro. Molti aspiranti vanno in giro glorificandosi, quasi a voler stabilire una graduatoria di merito: - Ah, sai, io sono discepolo del Grande Lama Tizio, o dell’esimio Professor Caio…; Che tipo di autentico Dharma può essere stato imparato da siffatti aspiranti? In effetti, al di là di qualsiasi modo personale di insegnare il Dharma, il vero aiuto che una persona può ricevere da un istruttore adeguato è di saper imparare ad applicare una precisa impostazione meditativa. Cioè essere consapevoli del proprio modo di pensare nonché mantenere una attenta e continuata osservazione sulla qualità delle nostre reazioni a questi pensieri.

La consapevolezza ordinaria, rivolta soprattutto alle cose esterne, è una dote comune che tutti possediamo per abitudine naturale. Quando la consapevolezza è espressa in modo ordinario da persone ordinarie, può essere chiamata in mille altri modi e si manifesta, nelle relazioni di vita ordinaria, con una spiccata perspicacia verso le cose del mondo. Così, i mercanti avranno una sorta di consapevolezza mirata verso l’aumento dei vantaggi nei loro affari, gli scienziati verso l’acutezza delle scoperte scientifiche, gli artisti verso la precisione delle loro riproduzioni artistiche, e così via. Ma, la vera consapevolezza, rivolta verso la propria mente, non può essere di uso comune nelle persone ordinarie. Richiede un lungo e faticoso lavoro di costante e vigile autoindagine. Gli individui comuni, compresi i falsi insegnanti, sono ignoranti della vera realtà dei fenomeni e sono inconsapevoli della loro ignoranza, non sapendo riportare a se stessi la consapevolezza. Essi vivono costantemente estrovertiti e, perfino quando parlano di spiritualità, lo fanno con giudizi e opinioni personali totalmente rivolti verso l’esterno, o verso la moralità di tipo esteriore.

    Oltretutto, questo lungo lavoro di autosservazione dovrebbe venir insegnato nel modo giusto, da qualcuno che abbia sperimentato su di sé l’effetto di quel lavoro. Perciò consapevolezza, vita spirituale e lavoro interiore, sono la stessa cosa. Sono le evidenti caratteristiche della mente di un essere vivente, arrivato karmicamente alla fine delle sue peregrinazioni samsariche. Ora, secondo voi, perché è necessario, addirittura indispensabile, che l’essere umano arrivi a questa autoconoscenza della sua vera natura? E, quindi, alla instaurazione della propria vita spirituale? C’è qualcuno che sappia dare una risposta a questo perché?…

URSULA: - …Probabilmente, per conoscere Dio…

Aliberth: -Ah, vuoi dire che se non si arriva al profondo sentimento di autocoscienza non si può arrivare alla conoscenza di Dio? Bene. Ursula afferma che se non si arriva alla conoscenza di sé, può essere difficile anzi impossibile conoscere quell’esperienza che noi chiamiamo con la parola “Dio”. E’ chiaro, ovviamente, che in questo Gruppo di Meditazione e Studio del Ch’an, si dovrebbe avere un’idea precisa sul fatto che non vi è un Dio da qualche parte fuori di noi, altrimenti tutto ciò che diciamo qui dovrebbe essere rimesso in discussione. Così continueremmo col solito morderci la coda, come fa il cane, e col chiederci CHI è che dice che c’è un Dio e CHI è che rimette tutto in discussione. Si andrebbe all’infinito. Perciò, non conoscendo CHI è che dice che c’è un Dio, né CHI è che rimette tutto in discussione, non possiamo mettere in discussione il fatto che Dio non può esistere fuori di noi, come un qualcosa a sé stante.

    In ogni caso, la risposta di Ursula, intesa così, può anche essere giusta.  Abbiamo cominciato questo discorso dicendo che c’è molta gente che, in realtà, non s’interessa alla propria vita spirituale. Perciò per assimilazione di termini, si può dire che tutte quelle persone non hanno interesse a voler conoscere se stesse e quindi nemmeno Dio, se così possiamo dire. In realtà, secondo il metodo Zen, una persona che non ha interesse a voler conoscere Dio non è del tutto da condannare, in quanto il metodo Zen non dice: “Conosci Dio”, ma dice: “Conosci te stesso!”. Per cui, il problema che una persona rifiuti la vita spirituale perché non vuole conoscere Dio, è soltanto un problema di impostazione sbagliata. Se, alla persona, si prospettasse l’ipotesi di conoscere la vita spirituale per conoscere se stessa, essa arriverebbe a conoscere Dio, senza aver avuto nessuna intenzione di volerLo conoscere.

    Ed è proprio questo, il punto. Che, se noi continuiamo ad avere questo concetto, quest’immagine simbolica di Dio, come Qualcosa che stà lì, fuori di noi, e che dobbiamo raggiungere a tutti i costi per poterci realizzare, è chiaro che poi, quando proponi ad una persona di dover conoscere se stessa, vi è un’incongruenza nella proposta. A quella persona, non interessa conoscere se stessa, perché ha sempre sentito dire che bisogna conoscere Dio. Ecco dov’è il dramma.

    Nell’occidente, fin dai tempi della filosofia greca, vi furono filosofi come Platone, Socrate, Diogene e Plotino che ebbero felici ed esatte intuizioni sulla direzione da prendere, in questa proposta del conoscere se stessi. Tuttavia, oggi come ieri, questa proposta rischia di venir soddisfatta con una serie interminabile di applicazioni psicofisiche, che poco hanno a che fare con la ricerca della vera essenza. Queste applicazioni psicofisiche o parapsicologiche, non solo non arrivano nemmeno a scalfire il centro dell’essere, ma rendono le persone ancor più schiave del rapporto dualistico. Le persone dipendono totalmente e brutalmente da qualcuno che propone loro tutte queste cose. Al contrario del Ch’an in cui ciò che viene proposto è proprio il tralascio e l’abbandono di tutte le cose esteriori, a vantaggio esclusivo dell’instaurazione di una ferma e forsennata applicazione all’autoconoscenza.

    Ecco dove si crea il problema. Le persone che pure tentano di porre le basi per una Vita spirituale, spesso finiscono per dipendere da un qualche maestro carismatico, vestito di rosso, di bianco o di nero. Questi ambigui personaggi propongono loro inutili esercizi o improbabili pratiche, anziché prepararle coscienzialmente all’Istruzione Segreta. Questo accade, per esempio, quando si praticano Yoga ed Arti Marziali, che servono soltanto per un benessere temporaneo. Oppure quando viene proposto di studiare e praticare discipline parapsicologiche, psicofisiche o mistiche di dubbia origine, che creano ulteriori gravi confusioni nella mente. E’ come se un medico tentasse di curare un cancro solo con alcool e ovatta. Nella fattispecie, questi signori stanno usando palliativi per curare il cancro della mente.  

    Perciò, tutta l’energia riversata all’esterno e protesa verso l’attenzione a qualcuno o qualcosa, che risiede al di fuori di noi stessi, non avrà la possibilità di essere ricondotta alla sua origine, cioè verso la stessa mente che la genera e la mantiene. Se si effettua il lavoro interiore col solo desiderio di arrivare ad essere un maestro carismatico, o un grande personaggio di cui ammiriamo la totale padronanza di sé, la nostra vita spirituale non ha valore. In altre parole, se dipendessimo soltanto da questo nostro proposito, sono certo che non arriveremo mai al vero scopo del lavoro interiore. Dobbiamo capire che il nostro lavoro deve essere applicato, inizialmente, secondo le nostre possibilità e successivamente in modo totale, direttamente con l’attenzione rivolta alla nostra mente.

    Solo in questo modo, e per questo motivo, noi non avremo più bisogno di dipendere da nessun altro, sia esso un maestro o qualunque altro individuo che si ritiene tale. Avremo sul palmo della mano la padronanza della coscienza, in altre parole la scienza di tutto ciò che è, e non ci servirà più nient’altro, né dovremo più inseguire null’altro. E questo è un fatto sicuro, non perché lo dico io o perché lo dicono i testi, o perché lo hanno detto tutti coloro che lo hanno sperimentato, ma perché se uno si mette a lavorare su se stesso potrà direttamente verificarne l’esattezza. Non a caso, infatti, se dopo una buona seduta meditativa si ottiene una stabile tranquillità e serenità d’animo cogliendo soltanto un miliardesimo di questo potere della consapevolezza, è evidente che, proporzionalmente, quando si sarà ottenuto il massimo livello della stabilizzazione mentale, il risultato sarà ancor più esteso alla massima potenza.

    Ecco perché alla fine non sono le parole di chi vi parla, o i testi che si leggono, che possono fare da stimolo e aumentare la motivazione nella ricerca spirituale. Certo, le parole di una guida sono importanti, spesso danno stimoli molto efficaci, però la vera risposta alle vostre domande è già dentro di voi. Questa è la vera risposta a tutte le ansie umane. E’ quel desiderio profondo di risolvere i problemi dell’esistenza che, con la mente offuscata, arrecano solo paure e sofferenza. E se anche, purtroppo spesso, gli esseri si soffermano soltanto alla mera erudizione ed alla conoscenza spicciola, deve essere chiaro che non è il desiderio di erudizione e di cultura a spingere il nucleo della coscienza dal suo profondo recesso. Ecco perché chi si ferma solo alla mera erudizione, in definitiva, tradisce se stesso e la propria coscienza.

    Ma come si fa ad utilizzare efficacemente il Ch’an, ovverosia una dottrina che poggia sulla concezione di una coscienza vuota? Se cerchiamo, nel Ch’an, una logica che spieghi logicamente tutte le cose che non conosciamo, stiamo sbagliando la porta d’ingresso, perché ci ritroveremo fuori della porta, da dove siamo venuti. Dobbiamo considerare questa “Porta senza porta”, un accesso segreto verso la natura primordiale della nostra coscienza, ove si trova una Saggezza che risiedeva già lì, prima ancora di venir riempita dai concetti e dalle logiche di questo mondo. In questa Saggezza, non vi sono riferimenti familiari o consueti, vi è piuttosto l’origine misteriosa della creatività umana, la potenzialità ignota che ha creato tutte le cose, il profondo <essere-Sè> che nessuno può concepire senza l’introspezione diretta.

    Questa è la “Porta” del Ch’an. Abbandoniamo, perciò, l’idea e la speranza di arrivare alla comprensione del Ch’an, cioè di noi stessi, per mezzo della logica, delle spiegazioni più o meno scientifiche o delle concettualità speculative. Non possiamo venir qui e pensare di uscirne con un bagaglio concettuale ancora più ingombrante ed ingarbugliato. Dobbiamo, invece, imparare a convivere con il nostro essere ordinario e naturale, ma dobbiamo imparare a conoscerlo e comprenderlo. E per far questo, dobbiamo porci uno scalino più in alto. Dobbiamo gettare giù di sotto tutta la nostra voglia di erudizione e svuotare tutti i contenuti sofistici del nostro mentale. Per conoscere il nostro essere reale e farlo convivere col nostro essere ordinario, con quello che siamo quotidianamente, dobbiamo uscire dai nostri consueti metodi di ragionamento.

    E questo lo si può fare soltanto stando faccia a faccia con noi stessi, in ogni momento della nostra giornata, creando le condizioni favorevoli per mezzo della meditazione e della concentrazione introspettiva precedentemente imparata. Purtroppo, questa alternanza comporta inevitabilmente il rischio di far riaffiorare il demonio della nostra mente concettuale e individuale, non appena si ritorna alle normali condizioni di assenza dell’autocoscienza. Questo è, però, un rischio che dobbiamo assolutamente correre, se vogliamo progredire nella pratica.

-----------------------------------------

DINO: - Senti, Alberto, mi sembra che una delle difficoltà più grandi nel cogliere questa natura interiore, cioè l’atteggiamento da tenere rispetto a questa introspezione, questo guardare, sia di capire bene chi è che guarda e che cosa guardare. In un certo senso, sembra che vi sia una duplicità, una sorta di doppia personalità, in cui una delle due persone, quella tranquilla e serena guarda l’altra, ansiosa e frenetica. A me sembra quasi una forzatura, perché poi, la maggior parte delle persone, al contrario del modello storico dei Maestri Zen pieni di serena imperturbabilità, tenta di fare questa sorta di controversa operazione con un atteggiamento spiccatamente personale. Cioè, quello che si cerca di vedere sottostà al personale filtro caratteriale, in cui la persona gioiosa si guarda con gioia e la persona ansiosa lo fa con ansia e così via. Quindi, questo modo di guardarsi, questo riuscire a trovare un modo giusto, secondo me, è un nodo difficile da sbrogliare…

Aliberth: - Bèh, non hai tutti i torti. Se fosse stato facile non sarebbe stato necessario che, da migliaia di anni, centinaia di grandi Esseri speciali avessero prodotto i loro sforzi nel tentativo di spiegare agli uomini come ottenere la liberazione della, e dalla, mente umana. E’ chiaro che lo sforzo del lavoro debba essere indubbiamente necessario. Per quanto riguarda l’immagine di quei maestri Zen del passato, così tranquilli e distaccati, ciò non è altro che il risultato finale di questo lavoro febbrile, frenetico, fatto con gioia dai gioiosi e con ansia dagli ansiosi. Quegli stessi maestri, così naturali, sereni e spontanei nella vita di tutti i giorni, diventavano delle vere belve nella sala di meditazione. Essi martellavano i discepoli con ogni sorta di espedienti, tanto che alcuni di loro trovavano strano questo comportamento dualistico, pensando: - ma, come, il maestro, fuori di qui sembra così tranquillo, ti dice che siamo tutti dei Buddha, e poi, qui ti bastona e ti dice” no, voi siete demoni e dovete correggere la vostra mente demoniaca, dovete osservare senza tregua la vostra mente!”-

    Noi non dobbiamo pensare allo Zen, come a qualcosa di inscatolato. Lo Zen non è una giostra meccanica per i bambini, che non vedono l’ora di scartare per metterla in moto e farla girare. No. Lo Zen è l’azione della consapevolezza. Zen, o Ch’an, è sinonimo di mente consapevole. Se questa consapevolezza è innata, colui il quale la applica è già, da solo, un individuo Zen, senza necessità di sforzi o di nodi da sbrogliare. Quest’individuo sarà naturalmente spontaneo e semplice, benchè intelligente e perspicace, non creerà né riceverà problemi dalla relazione con gli altri, perciò quella fase preparatoria del lavoro gli sarà totalmente inutile. Egli avrà già, naturalmente, la mente Zen, cioè la mente serena, la mente del rapporto armonico con tutto. Se invece, in noi vi è una mente che non stabilisce un’armoniosità naturale, allora il nostro guardare è demoniaco, il nostro relazionarsi con le persone è demoniaco ed il nostro rapportarsi con le cose, è demoniaco. I demoni sono le idee personali, egoistiche, concettuali, aprioristiche.

    L’ego è quella mente che è preda dei demoni, che vuole questo e quello, che pensa in base a questo e a quello, purché sia tutto a suo esclusivo vantaggio. Perfino l’altruismo, in una mente egoica, deve arrecare vantaggi, magari in termini di ringraziamenti, di gratificazione, di sentirsi a posto con la coscienza. Se una persona si aspetta un qualsiasi tipo di risultati e vede il mondo con gli occhi del voler ricevere effetti vantaggiosi per il proprio lavoro, allora questa è chiaramente una visione egoistica e non può essere la base di un lavoro spirituale autentico.

    Tanto perché sia chiaro, quel punto dell’Ottuplice Sentiero per l’Illuminazione, cioè il Retto Sforzo, cui fa seguito la Retta Visione, deve avere in sé una sorta di comprensione preliminare. È stato osservato che il Buddismo Zen, nel suo insegnamento, non si preoccupa più di tanto di voler liberare una qualche entità individuale, per esempio garantendole la rinascita in un’altra dimensione; al contrario, esso cerca di soffocarne ogni possibile residuo. Infatti, nella misura in cui ci attacchiamo all’esistenza, siamo sempre di più invischiati nel dolore e soggetti alla rinascita. Solo quando il ciclo di vita e morte, Samsara, verrà spezzato, si attingerà il Nirvana, cioè la condizione di estinzione totale, in cui la coscienza separata non esiste più.

    Lo Zen non è la liberazione dell’Io, ma dall’Io. E questo è molto importante, perché la naturalezza di cui parliamo, non potrebbe derivare da un accanimento forzato, il quale può essere messo in atto soltanto da un ego. Chi, se non l’Io, si immagina di ottenere una serenità naturale, dal momento che avrà desiderio di effettuare un certo lavoro, il cui risultato deve essere un premio? Se il nostro Io può sbandierare continuamente il suo dominio, dove sarà questo spontaneo modo di vivere, di vedere, di osservare? Spontaneo, nello Zen, equivale a naturale, ma bisogna intenderci. Naturale sta a significare come sarebbe nella Natura originaria di tutte le cose. Non naturale, in quanto fa comodo ritenerlo così. Per esempio, l’Io di una persona malvagia, potrebbe dire a se stesso che la sua perfidia, la sua malevolenza, la sua cattiveria sono naturali. Ma chi è che dice questo? Un Io senza coscienza. Quello che sta dicendo la sua, in questo momento, è l’Io, non la Coscienza.

    Ecco il punto chiave da afferrare. Ora, può anche darsi che quell’Io malvagio si ritenga naturale, ma è un Io che ha rovinato la coscienza, perché la vera Coscienza, quella che è veramente naturale, non può parlare, non può manifestarsi. Facendo un’attenta analisi, osservandoci in profondità, quello che stiamo cogliendo è il nostro Io. E chi lo sta facendo, deve essere la Coscienza. I nostri pensieri personali sono prodotti dall’Io. Le nostre intenzioni, le nostre azioni, sono tutte fasi di sopravvivenza dell’Io che, se non sono osservate e controllate dalla coscienza, produrranno il loro danno esistenziale e le cause karmiche per una perpetuazione della Maya Illusoria.

    Non c’è nessuna cosa al mondo che può interrompere, drasticamente e conclusivamente, questa malvagia spirale dell’impero dell’Io, se non la VIA SPIRITUALE autentica. A nulla servono Psicanalisi, Filosofia, Umanesimo, Religioni di massa, Ideologie politiche come il Marxismo o Rivoluzioni culturali. Tutto quello che si può ottenere con questi lavori superficiali, è una possibilità di apparente benessere materiale, più o meno temporaneo, con un’evoluzione coscienziale soltanto elementare. Sempre e solo in rapporto, ed a vantaggio, di individualità esclusive contro altre individualità presunte avversarie.

    Queste dottrine, formulate dalla mente umana per l’utilizzo degli umani, sono artificiali e circoscritte nei tempi di applicazione. Dopo centinaia di anni, non se ne trova più traccia e vengono rimpiazzate da ulteriori, inutili, culture e teorie sociologiche, dato che esse sono macchiate in partenza dalla “non-conoscenza di sé” dei vari propositori. Voglio dire che mettere in campo proposte di miglioramento per la razza umana, senza tener conto della natura effimera della vita, della composizione profonda e segreta dell’animo umano e, soprattutto, senza conoscere la vera realtà di se stessi, risulta essere una soluzione artificiale e superficiale. E quindi, non può essere veramente la soluzione del problema esistenziale umano. Conoscere chi siamo veramente e, quindi, conoscere la nostra bontà artificiale che vuole mascherare la nostra perfidia egoistica, è tutto un altro lavoro, non credete?

    Quei grandi maestri Zen di cui abbiamo letto, ammirati, le semplici e insieme straordinarie vite, con semplici e straordinarie parole ed azioni, sono stati Esseri che hanno sviscerato totalmente la loro Natura divina. Altrimenti, non avrebbero potuto essere così semplici e così straordinari, così immediati e così naturali. Le loro frasi formidabili fanno rimanere ammutoliti ed esterrefatti, facendoci pensare che, dietro quelle parole apparentemente senza senso, debba nascondersi chissà quale significato misterioso. In realtà, esse sono l’espressione semplice e reale di persone che vivono a contatto immediato con l’esperienza. Che differenza, con persone che hanno nella loro mente frasi e concetti precostituiti e nel loro intimo non afferrano l’immediatezza e la sbalorditività del momento presente, dell’eterno “Qui e Ora”.

    Dobbiamo fare ritorno alle nostre emozioni spontanee, come quelle di un neonato che rimane ammutolito di fronte ad un fiore colorato. Dobbiamo cercare di non dare valore alla strutturazione che è stata fatta nella mente, da quando eravamo bambini innocenti ad oggi. Non si tratta di uccidere l’individuo che siamo, si tratta di capire chi è quest’individuo e chi vuole essere ancora. Dopo di che, lo lasciamo vivere in questo mondo, in accordo col suo karma, ma una volta che esso ha acceso la luce su di sé, questo individuo sicuramente sarà meno apprensivo, meno ansioso, meno costretto ai processi nevrotici che prima lo imprigionavano. Lavoriamo, manteniamo l’attenzione costante su di noi stessi, e questa sarà la giusta risposta interiore, che non potremo mai avere da qualcun altro fuori di noi.

    Se abbiamo già questo dono di avere la risposta dentro di noi, allora possiamo smettere di venire qui ad ascoltare queste chiacchiere e possiamo andare in qualsiasi posto di questo mondo. Ovunque andremo noi saremo lì, presenti e consapevoli e tutto ciò che avverrà sarà il nostro mondo, il nostro stesso essere, che sta manifestandosi proprio in quel luogo ed in quel momento preciso. Ecco perché tutto il lavoro, può essere sintetizzato nella famosa scoperta che un giovane monaco antico rivelò al suo maestro: - Prima c’erano fiumi e montagne, poi non ci furono più né fiumi né montagne, ora sono tornati ad esserci i fiumi e le montagne!-.

 

torna indietro E