MENTE UNICA, MENTE CHAN – di Aliberth

(Incontro del 3/1/2000, presso il Centro Nirvana di Roma)

 

   Quali sono le tappe della crescita spirituale, se così vogliamo dire? Giorni fa abbiamo parlato delle verifiche nel corso del cammino. Qualcuno ha detto: - Se mi succede di notare cambiamenti o miglioramenti nella pratica, posso felicitarmi o preoccuparmi? Dato che avviene qualcosa di cui posso rendermi conto e a cui non ero normalmente abituato…-

   = Si, è vero, le tappe ci sono, si possono verificare e, in genere, non accade come quando si va alla scuola del mondo, in cui tutto è basato su un incremento della nostra istruzione. Nella fase scolastica mondana, i bambini imparano a memorizzare dati e ad aumentare le facoltà ragionative del cervello, al fine di accrescere le capacità di successo nella sfera lavorativa e culturale delle istituzioni sociali. Nell’istruzione spirituale, le cose sono alquanto diverse. In particolare, nell’istruzione Chan (cioè Zen) si attua un meccanismo di emancipazione della mente, quindi non strettamente cerebrale, che si comporta si può dire a rovescio rispetto alla scolarità mondana. Mentre, in quest’ultima, lo scopo è quello di incrementare e sviluppare la coscienza individuale portandola ad una esasperazione del protagonismo egoico, la pratica spirituale è applicata come mezzo di diminuzione dello strapotere dell’Io, rispetto alla coscienza.

   L’immissione di dati spirituali nella singola coscienza converte la sete di sapienza e di erudizione dell’Io, fino a togliergli spazio. Una persona che abbia compreso realmente l’istruzione Chan, è una persona che non fa sfoggio della sua sapienza. La mente-Chan ha imparato a capire che non è necessario parlar tanto, per testimoniare il proprio sapere. Soprattutto, è importante saper parlare, al momento giusto e per un motivo più che valido. In questo modo, quando si parla, si pratica lo Zen e si tramanda il profondo significato della Trasmissione orale del Dharma. Perfino il silenzio, nella sua versione Zen, può essere efficace nel far capire qualsiasi cosa a chiunque, anche senza parlare.

    Se ora vi mostro questa cosa (Aliberth solleva la campana), voi potete afferrarne il significato senza che io debba dirvi nulla. Tutti capite che cos’è questa cosa, a cosa serve e per quale motivo viene sollevata. Questa forma di linguaggio Zen, decisamente sintetica, trasmette la captazione dei significati dato che, nella sua essenza più profonda, anche la mente umana è strettamente sintetica. Non solo, ma la comprensione del messaggio viene afferrata da chiunque e non da una sola mente singola. Questa è la dimostrazione lampante che la mente è una totalità collettiva. Ecco perché, nello Zen, si dichiara che la mente è UNICA.

   Questa unicità della mente, patrimonio di tutti gli esseri senzienti, è la prerogativa della mente Chan. Mente Chan significa la capacità di tutti gli esseri a possedere il dono della comprensione intuitiva. Una forma di intelligenza, nascosta e autonoma, che riunisce tutte le menti sotto una unica, collettiva, potenzialità di comprensione. L’abilitazione a questo potere e, soprattutto, l’idoneità ad esserne informati, è la peculiarità della Trasmissione Chan fin dagli antichissimi tempi dei Patriarchi. Ecco perché, per lo Zen, saper ascoltare è più importante che saper parlare. Imparare ad ascoltare, senza far reagire la propria mente, è una delle pratiche Zen più efficaci. Se ci troviamo in un bosco in cui si sentono il fruscio delle foglie, lo scorrere dell’acqua del fiume ed il cinguettìo degli uccelli, noi non cerchiamo certo di metterci a discutere con questi rumori naturali, li accettiamo tranquillamente. Così facendo, ci mettiamo in sintonia con questi rumori e, miracolosamente, trasmettiamo noi stessi una energia che è composta dello stesso tipo di linguaggio sintetico. La nostra mente cinguetta come gli uccelli, sussurra come il torrente e sibila come il vento tra le fronde. Perciò, la trasmissione diventa uniforme, non abbiamo bisogno di parlare né di dire niente a nessuno. Il nostro ascolto, diventa esso stesso la nostra comunicazione.

   Spesso, nella vita, molte cose che diciamo non interessano affatto alle altre persone, le quali ci ascoltano soprattutto per poter intervenire a loro volta. Ad esse interessa di più confutare e ribattere, che non realmente sentirsi in sintonia. Ovviamente anche a noi succede così. La chiave di scambio è che anche noi si possa dire la nostra. A questo punto, una stanza con cento persone diventa una baraonda, una torre di babele. Invece, se noi impariamo a stare nella situazione, con una volontà precisa, vi garantisco che potremmo imporci ancor meglio con un deciso silenzio. Il silenzio diventa una potente carica comunicativa, con un impatto strabiliante. Provate a restare in concentrato silenzio di fronte a qualcuno che sta parlando con lo scopo di coinvolgervi nella discussione. Se non siete d’accordo, o anche se lo siete, proponete un bel silenzio. Vedrete che, nonappena la persona vi darà spazio, invece di partire in quarta con le vostre eventuali filippiche, potrete dire assai di più con un misurato silenzio o, al massimo, con poche parole sintetiche.

   Sto dicendo questo, affinché non si pensi che qui applichiamo un metodo di dibattito collettivo. Il Chan non è un metodo di reciproco scambiarsi opinioni, sul tipo del sistema Steineriano o della Gestalt psicodrammatica. Nello spazio apposito, si può certamente esprimere opinioni a riguardo della pratica ma, durante queste due ore, più si sta in silenzio nell’ascolto vibrante delle Sacre Ingiunzioni, e meglio è. Questa è la miglior garanzia di uno sviluppo comune della Mente Unica del gruppo. Solo con la fiducia che la persona che sta trasmettendo le istruzioni di Dharma sia l’unica qualificata a immettere nelle nostre menti individuali la Saggezza della Mente Chan si ottengono reali benefici e miglioramenti. Se veniamo qui, con l’idea di stabilire le nostre opinioni e i nostri preconcetti, e magari volerli imporre all’Istruttore, questo non può che farci frenare e ritardare la pratica effettiva. Perciò, cominciamo tutto il nostro lavoro di preparazione e sviluppo della mente proponendoci, innanzitutto, una buona capacità di ascolto e una disponibilità di accogliente silenzio.

   In uno dei Testi classici del Chan, “La Dottrina Zen di Huang-Po sulla Trasmissione della Mente” (ed. Ubaldini-Roma), si insiste con determinazione sulla necessità di comprendere che le nostre menti, tutte le menti di tutti gli esseri viventi, sono in realtà una sola mente. Una Mente Unica. E si afferma decisamente che Essa comprende tutte le cose esistenti, quindi che tutti i fenomeni sono racchiusi e compresi all’interno di questa Mente Unica. Naturalmente vi consiglio di leggerlo voi stessi, per affidarvici e metterlo in pratica. D’altra parte, noi qui facciamo proprio il lavoro di commentare ciò che da millenni viene asserito e affermato dai grandi Saggi, non è che il Chan me lo sia inventato io per utilizzo e consumo personale. In fondo, proprio in questi Testi si dichiara, tra l’altro, che: -“Quando si è raggiunta la comprensione di questa mente, la Mente Unica, non resta nient’altro da fare. Ogni pratica è giunta alla fine e si comprende che non vi era nulla da ricercare!”- Qui vedo qualcuno sobbalzare. Allora, questa ricerca spirituale si deve fare o no? Se, quando si arriva alla fine, si scopre che non c’era nessuna ricerca da eseguire, come la mettiamo, ora che ci stiamo sforzando di cercare qualcosa? Allora vi dico questo: la ricerca spirituale va fatta, perché ora siamo ignoranti della Verità che, dopo, ci garantirà che non doveva essere eseguita alcuna ricerca. La ricerca è la strategia di arrivare allo stato di coscienza tale che si possa capire che non vi è stata NESSUNA RICERCA!

   In realtà, questa Via spirituale è la ricerca della nostra vera mente. Ma la mente che già possediamo, non è per niente diversa da quella che scopriremo avere, anzi ESSERE, quando avremo finito la ricerca. Quindi la ricerca, al momento, va effettuata, poiché è necessaria. Quello che è importante è che la si pratichi con l’intento di non star facendo nulla di straordinario. Noi siamo qui, e siamo qui come mente-coscienza: è la nostra coscienza che viene attivata qui. Qui non attiviamo i nostri sensi, né la nostra mente egoica. Non c’è un film da gustare e commentare, né una conferenza da sorbirsi per il piacere della nostra egoistica erudizione. E nemmeno stiamo attivando le nostre capacità imprenditoriali, socio-economiche o politiche, perché qui non si compra, non si vende e non si mercanteggia nulla. Né, dobbiamo venire con la speranza di ottenere poteri miracolosi, tali da farci primeggiare nel confronto con gli altri; non c’è ricerca di supremazia o protagonismo qui. Siamo tutti uguali, anzi siamo proprio tutti la stessa identica cosa, perfino gli insetti che volteggiano nella stanza.

   Perciò noi siamo qui, soltanto per imprimerci bene nella mente, che la nostra mente E’ la stessa identica Mente che compone tutto il resto dell’Universo. La nostra capacità di ascoltare, di esistere, di entrare nella meditazione concentrativa è soltanto esperienza di QUELLA MENTE. Nessuno di noi deve pensare che sta facendo qualcosa di eccezionale, né che potrà imparare segreti che lo rendano diverso, magari superiore, agli altri esseri viventi. Se anche questo può avvenire, e probabilmente avverrà, tutta la cosa deve essere vista impersonalmente, come se non succedesse a questo singolo individuo, ma come se stesse accadendo, contemporaneamente, al mondo intero. Già quando noi viviamo normalmente, quando mangiamo, beviamo, camminiamo, pensiamo, stiamo facendo cose straordinarie senza che ce ne rendiamo conto; e queste cose sanno farle, e le fanno, tutti gli individui. Questo è il vero Zen da capire!

   Ora, se lo stesso Buddha ha riconosciuto che tutti gli esseri senzienti erano simili a Lui, dato che Egli ha seguito il metodo per conoscere la Verità dentro se stesso, noi siamo vivamente consigliati a seguire lo stesso metodo. In pratica, quando mangiamo, beviamo, camminiamo e pensiamo, dobbiamo fare in modo che la nostra mente sia totalmente CONSAPEVOLE di tutto ciò. Questa è la vera pratica Chan. Se invece, la nostra mente, pur facendoci fare le stesse cose che solitamente sempre facciamo, non ne è consapevole, perché distratta o proiettata all’esterno, allora anche il venire qui, meditare o fare zazen, NON è assolutamente Zen, né può mai esserlo! Nello Zen puoi fare di tutto e, se lo fai con la mente consapevole, tutto sarà ben fatto. Questo è il riconoscimento dell’autenticità della mente. Se la mente si osserva, e si riconosce, questa è la Mente Chan, ed è mente autentica. Non deve apparire, non è interessata a mostrarsi all’esterno, essa esiste ed è, autenticamente, soltanto in se stessa.

   Nello Zen, come del resto nella Vita autentica, è assai più produttivo <essere> che non apparire. Se qualcuno dovesse pensare di me, che ora sto qui e parlo di Zen, che nella vita mondana magari vado in giro a pavoneggiarmi o a dichiararmi questo o quello, si sbaglia. Nella vita mondana io sono l’ultimo degli ignoranti, e non sento il bisogno di mettermi in mostra o utilizzare i poteri interni della mente per scopi personali o mondani. Certo, non è sempre stato così. Anzi, è proprio perché ho riconosciuto questi miei errori del volermi sempre proporre come protagonista, questi errori della mia mente individuale, che ho potuto lavorare per correggerli e superarli. Cosicché, oggigiorno me ne sto isolato e tranquillo a cogliere i frutti della mia Saggezza interiore, che non mi danno vantaggi nel frastornante mondo degli umani, ma che hanno finalmente portato nel mio cuore tanta pace e serenità.

   Probabilmente questi effetti, ancorché indubbiamente positivi, potrebbero non interessare molti di coloro che si dedicano alla ricerca spirituale e che magari stanno leggendo queste righe. Beh allora, per costoro, la frase del testo che abbiamo citato prima non ha rispondenza né valore. Quando potrebbero mai arrivare a comprendere l’inutilità e l’incoerenza della loro ricerca? E’ per questo che qui, dalle mie labbra, escono soltanto parole di Dharma. Non ho alcuna intenzione, né interesse, di insegnarvi come essere dei Supermen, o di promettervi risultati fantastici sul piano fisico o psicologico. Se io vi insegnassi ad essere superuomini non farei dello Zen; ma se vi insegno ad essere dello Zen, allora sarete dei superuomini!. Nulla di ciò che posso dirvi potrebbe veramente funzionare se non foste VOI a farlo vostro, a tenerlo in considerazione come un Vostro potere già acquisito in partenza. Ecco dov’è, e qual è, il significato di “ricerca non più necessaria”. La constatazione e la consapevolizzazione di <CIO’> che realmente siamo, e siamo sempre stati, questa è la fine e la sparizione dell’idea di ricerca.

   Il bello della cosa è che soltanto voi potete fare il miracolo di capire la vostra mente. Tutte le indicazioni, mie e dei Saggi che mi hanno preceduto, non possono scuotere il vostro sonno, se prima non vi accorgete, non vi rendete conto di essere addormentati. C’è un HUA-TOU (frase illuminante) nel Testo di poc’anzi, che ci dà un ottimo spunto per capire le cause del nostro sonno metafisico. Esso si esprime con questa domanda, che diventa una auto-meditazione da portare costantemente con noi: - “In che modo posso realizzare la comprensione della mia propria mente?”- La risposta, data subito dopo, è: - “La tua mente è giusto colui che si fa la domanda!”-. Da questa rivelazione fulminante si deve partire per proseguire, indefessamente, la preparazione della Mente Chan. Il percorso da seguire è una serie continua di domande, rivolte a se stessi, che mettono in funzione la chiarezza della propria mente. Il senso di presenza (“Auto-coscienza”), che si manifesterà quando questo lavoro sarà portato a tempo pieno, durante tutte le nostre giornate, si rivelerà una sorta di segnale-guida.

   La prima domanda della serie, dovrà essere: - “Chi è, in me, che si pone le domande?”-. Se imparassimo ad usare questo nuovo meccanismo di relazione con la parte più intima di noi stessi, qualcosa di stravolgente giungerà a manifestarsi. La domanda stessa funzionerebbe da apriscatole nei riguardi del vecchio meccanismo e scopriremmo che proprio l’entità sconosciuta che sta facendo la domanda a se stesso, è la mente! Dunque, colui che pone la domanda non ha un’essenza riscontrabile. Perciò arriveremo alla constatazione che la mente, la mente stessa che fa la domanda, la mente che cerca, è la stessa mente che viene data come risposta. Cioè, chi domanda è colui che è interessato alla domanda ma, nel contempo, è anche colui che può dare la risposta. Perché? Perché alla domanda: -“Chi sono, Io?” – non può rispondere nessun altro che colui che la fa.

   Si narra che Hui-Ko, primo Patriarca Cinese del Chan, chiedesse al grande Bodhidharma, colui che aveva portato dall’India lo Zen (In Cinese, CHAN; in Sanscrito, DHYANA, cioè Meditazione), di liberargli la mente dato che egli non vi riusciva. Allora il Saggio Indiano gli chiese di mostrargliela. Hui-Ko rispose che non riusciva a trovarla. Così Bodhidharma lo illuminò, dicendogli:- “Vedi, se non la trovi, è perché è già liberata!”-. La condizione illuminante fu che Hui-Ko comprese la natura originaria della mente, che è vuota e, sostanzialmente, non-esistente. E, pertanto, se ne può avere esperienza, senza però riuscire a trovarla. In qualche modo, è come la sperimentazione dello spazio. Non si può vederlo, ma si può constatare il suo modo vuoto di esistere, sulla base degli oggetti contenuti in esso. È così che funziona, anche per la nostra mente. In realtà, essa è uno spazio vuoto eppure contiene tutti i fenomeni, a cominciare dai più prossimi pensieri fino a finire con i mondi cosmici più lontani.

   Perciò, quando ascoltiamo il Dharma in religioso silenzio, nel nostro spazio mentale si fa posto l’Insegnamento segreto, cioè il Chan che è la nostra stessa mente. È come acqua che rifluisce nell’acqua. Coscienza che parla alla coscienza. C’è un’unica coscienza, nell’Unica Mente, e tutti quanti le apparteniamo, come oggetti contenuti in un unico e solo grande spazio. Quando coglieremo questo Spazio Vuoto pieno di energia, che è la Mente, non sapremo mai descriverlo a nessuno. Ecco perché è così difficile riuscire a comprendere la mente attraverso le Scritture o gli insegnamenti verbali. Ci si carica soltanto di ulteriori, pesanti, inconcludenti pensieri concettuali che non servono a nulla! E io credo che, se non arriviamo subito a capire che il problema stà tutto lì, potremmo frequentare monasteri e pagode, oltre che chiese e moschee, per migliaia di anni, ma il problema della mente umana resterà sempre un insormontabile ostacolo per la volontà di liberazione degli esseri viventi.

   Il vero pensiero, la fonte primordiale dell’energia, è rappresentato dal silenzio, che precede tutti gli altri tipi di pensiero, e dalla conoscenza DIRETTA della mente. Ed è questo vero pensiero che può essere d’aiuto agli altri esseri, perché può portarli direttamente verso la liberazione. Se pensate col pensiero comune, egoistico, appropriativo, allora nulla potrà veramente condurvi alla pace, alla soluzione, perché non è il pensiero autentico. Dunque, affidatevi al vostro pensiero autentico, quello che è oltre l’Io, quello che arriva dalla Coscienza, quello che vede e vigila sui vostri pensieri ordinari, e sarete presto in pace, nella serenità Nirvanica. Quando poi avrete realmente colto la vostra personalità umana in funzione, distaccatevene! Voi non siete realmente quella manifestazione, quella creazione karmica della vostra mente precedente, che era imprigionata nell’illusoria credenza dell’Io. E, allorché avrete trovato il vero Voi stesso, la Mente Unica, la Mente Chan, attenetevi a questa Realtà, scoperta dentro voi stessi. Chi altri, potrà fare qualcos’altro di meglio, per voi? - ----------------JJJ

 

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