(INCONTRO del 12/01/2000 – al Centro Nirvana di Roma)
Stasera, mi piacerebbe che qualcuno di voi mi riferisse le proprie impressioni circa le difficoltà che eventualmente può aver incontrato nell’applicare questo nostro metodo Chan. Voglio precisare che, fin dalle origini, la pratica meditativa del Chan ha riscontrato sempre una esigua partecipazione numerica da parte degli umani, perché richiede una forza d’animo notevole e una capacità di intuizione fuori dal comune. E’ cosa risaputa che, essendo questa Dottrina al vertice delle possibilità evolutive della Coscienza, richiede un’acutezza mentale disponibile soltanto a pochissimi individui veramente maturi, nella scala ascensionale che la mente umana deve affrontare per riportarsi al suo punto originale. Questo punto di partenza, nonché di arrivo, è lo Stato di Pace ininterrotto che la Coscienza deve raggiungere, per porre fine alle sue infinite peregrinazioni nei vari mondi ipotetici che la stessa mente, sotto la spinta karmica, è obbligata a percorrere, prima di riportarsi alla sua Natura Originaria.
Nel libro, introvabile ai giorni nostri, “Il Buddhismo Esoterico” di A.P. Sinnett, datato alla fine del diciannovesimo secolo, viene chiaramente spiegato come, nei ranghi della Dottrina Segreta delle Scienze Occulte, possono obbligatoriamente confluire ben poche unità di coscienza, vista la grande difficoltà di accettazione, e relativa comprensione, delle verità e dei misteri rivelati, da parte delle ordinarie menti umane. Ciononostante è doverosamente sperabile che, quei pochi esseri giunti a maturazione, possano alfine trovarsi ad incontrare una Via di salvezza che faccia terminare la loro ronda di sofferenze e, soprattutto, faccia concludere la loro “Via Crucis” nel modo migliore, cioè con una immediata quanto pacificante cessazione delle modificazioni di coscienza ed un definitivo quanto consenziente ritorno alla natura Nirvanica.
Pertanto, se qualcuno ha qualcosa da dire al riguardo, sarò ben lieto di aprire il dibattito…
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LILIANA: - Ero molto preoccupata per il tipo di lavoro che ci stai proponendo e che dovevo affrontare… non volevo accettarlo perché mi sembrava imposto e perciò cercavo innumerevoli scappatoie. Cercavo comunque di fare ciò che volevo io, ciò che pensavo di aver deciso… per questo ho avuto dei continui impedimenti. Ma, poi col tempo, ho imparato ad accettare la cosa così come mi veniva proposta ed ho scoperto che questa è la situazione migliore che poteva capitarmi, per imparare a conoscermi ed a star bene con me stessa…
Aliberth: - E allora? E’ cambiato qualcosa? Ti avevo ben detto di aspettare, perché l’Io è irrequieto e vuole sapere subito tutto ciò che lo riguarda. Come ti ho detto la prima volta che sei venuta qui, se tu, cioè il tuo Io vuole qualcosa, la pratica meditativa è lo strumento migliore per poter capire se quella cosa è la più adatta alle tue esigenze. E questa è una cosa che va capita in partenza almeno per rassicurarci non tanto sul fatto che stiamo percorrendo una Via migliore di un’altra, dato che come ho sempre asserito tutte le strade sono buone, ma perché in questo caso il principio, il punto focale, siamo soltanto noi, proprio noi stessi. Non è il tipo di lavoro che facciamo, ciò che conta, ma l’arrivare a conoscere CHI è che lo fa. Perché il vero Sentiero, siamo noi, capite? Lo Zen siamo noi, nel nostro vero ‘essere’. Guai a pensare: “Ho trovato lo Zen!”, se capitiamo in posti come questi, credendo di aver trovato una qualche cosa miracolosa insegnata da qualcuno; perché se pensiamo in questo modo non potremo mai trovare noi stessi. Lo Zen, pensato in questo modo, è come tutte le altre cose di questo mondo. Quando dentro di noi si risveglia quel ‘quid’ che è finalmente consapevole di sé, le cose non sono più come prima e noi cominciamo a perdere l’abitudine che ci faceva sentire di essere questa o quell’altra persona, insomma un qualcosa di non ben definito…. ‘E se, sotto sotto, ci fosse qualcosa di meglio, di più reale? Ecco, l’apparire di questi piccoli dubbi, rivolti verso se stessi, verso la propria presunta persona, questo è Zen! Questa attenzione assidua, volta a togliere la sabbia che ricopre quella COSA, questo è Zen. Perciò, anche se voi lo fate con un sentiero Cristiano, state facendo lo Zen Cristiano e se lo fate con un sentiero Induista, state facendo lo Zen Induista. Lo Zen è uno solo, anche se i sentieri, come le persone, sono tantissimi. Perciò lo Zen non è SOLTANTO Buddista, anche se questi praticanti sono facilitati dal fatto che il Buddha disse: “Lascia stare ogni altra cosa e lavora solo sulla tua mente!”. Quindi, coloro che applicano veramente l’Insegnamento del Maestro Buddha, anche se non si sentono Buddisti, stanno realmente applicando lo ZEN!. “La Liberazione, dice il Buddha, non può venire dal di fuori; essa è un’esplosione spontanea della mente!”. Anche applicandoci alle scienze relative, quelle del mondo per intenderci, è possibile arrivare alla Saggezza Superiore se si resta agganciati al potere della propria mente.
Il grande scienziato Albert Einstein, per esempio, non era un Buddista però indirettamente applicò l’insegnamento del Buddha. Egli scoprì la Legge della Relatività per mezzo dell’esperienza acquisita dalla propria mente: un bel giorno scoprì che, all’interno dello spazio vuoto, così come all’interno della mente umana, il tempo non scorreva mentre al di fuori, in tutte le cose materiali, compreso il corpo, il tempo continuava a scorrere inesorabilmente. Dentro di noi, nel profondo dell’energia della mente, c’è QUALCOSA che non dipende dal tempo e spazio. Anche se in superficie la persona muta, mutano gli abiti e muta la materia, all’interno di questa COSA non muta e non si muove nulla: essa è eterna ed è la testimonianza vivente dell’illusione che regna al suo esterno. Potete mai immaginare cosa sia l’Eternità? Basta che voi cogliate CIO’ che sta al vostro interno, e non serve più di immaginarsela, la cogliete direttamente!. Però, se poi io vi chiedo di dirmi com’è, voi non potrete mai spiegarlo, queste cose non si possono spiegare a parole, ma possono essere verificate da se stessi, così si potrà sapere…
Se ad un bambino si parla della dolcezza dello zucchero, finchè non glielo si dà direttamente, ed egli personalmente lo provi, non si potrà fargli conoscere quel preciso e piacevole sapore: finchè uno non lo assaggia direttamente, non si avrà l’esperienza diretta. Con lo Zen è la stessa cosa, bisogna entrare direttamente in sintonia, in armonia, con la nostra mente, per far si che si realizzi quella PACE che stiamo tanto cercando andando da un posto all’altro, ma sempre cocciutamente ed erroneamente ‘fuori di noi’. “Zen” è un termine giapponese e deriva direttamente dal Cinese “Chan” che, a sua volta deriva dal Sanscrito “Dhyana”, e tutte queste espressioni significano “Meditazione Contemplativa”. Ma che cos’è che bisogna contemplare? Se noi diciamo ad un principiante: - Contempla questa immagine del Buddha e visualizzala nella tua mente - questo è un compito per nulla difficile. Chiunque è capace di farlo, perché la contemplazione oggettiva è ciò che noi facciamo continuamente, nella nostra vita ordinaria. Ma se chiediamo all’aspirante di contemplare la propria mente, sia quando si è formata l’immagine sacra che in ogni altra circostanza, siamo certi che quella persona sappia come applicare questa ingiunzione?
E’ come quando si va al cinema o si sta davanti alla TV, in cui facilmente possiamo seguire il film sullo schermo. E’ una cosa naturalissima, lo facciamo tutti i giorni e non ci sembra proprio una cosa speciale. Ma se, all’improvviso, sorgesse in noi un tipo di coscienza che ci spinga ad osservare lo SCHERMO, ignorando e non tenendo affatto in considerazione lo spettacolo animato che si staglia su di esso? Ecco, questo sarebbe alquanto straordinario ed inusuale. Perciò dato che la metodologia è la stessa, proviamo una volta a cercare di individuare la base, al nostro interno, su cui si manifestano tutte le nostre sensazioni e le nostre esperienze conoscitive. Questo è il significato della pratica di meditazione: osservare la propria mente, ignorando ciò che vi si proietta sopra e che apparentemente sembra provenire dall’esterno di essa.
Nel libro “La Dottrina Zen di Huang-Po” (Ubaldini-Astrolabio, edit. Roma), c’è tutta una serie di raccomandazioni per rendere facilitata questa inconsueta quanto astrusa pratica, dell’osservare il proprio schermo mentale, piuttosto che gli oggetti e le manifestazioni che vi si specchiano. Huang-Po fu un eminente Maestro Chan Cinese dell’ottavo secolo dopo Cristo ed è riconosciuto come uno tra i più grandi Patriarchi della Dottrina Segreta. In questo testo vi è un passo che, testualmente, recita così: -… “ Questa nostra Dottrina Zen, da che fu trasmessa per la prima volta, non ha mai insegnato che gli uomini debbano ricercare l’erudizione o aumentare il loro sapere formando concetti basati sull’esteriorità. Studiare la Via è soltanto un’immagine del linguaggio, è un metodo per destare l’interesse degli uomini negli stadi iniziali della loro evoluzione. In realtà, la Via non è un qualcosa che si possa studiare, poiché lo studio conduce alla memorizzazione dei concetti e, in questo modo, la Via viene completamente fraintesa. Inoltre, la stessa Via è detta la ‘Mente Mahayana’, perché essa non è qualcosa che esiste particolarmente e non si trova né all’interno, né all’esterno e né in mezzo. In verità, questa mente non è situata in nessun luogo. Perciò il primo passo da fare è trattenersi dai concetti che si generano su questo tipo di conoscenza…”
Se ora, in questo stesso momento voi cogliete la vostra mente mentre sta producendo facili concetti e personali opinioni, sappiate allora che la Via non è la conclusione, sia pur intelligente e coerentemente aderente alla Dottrina, che deriva dal vostro giudizio al riguardo. La Via è proprio e solo la vostra ATTENZIONE, rivolta ai prodotti pensativi della vostra mente. Nell’Advaita Vedanta vi è l’ingiunzione, chiamata MAHAVAKYA (cioè, Grande Sentenza), che stabilisce una volta per tutte qual è la vera Realtà e quale invece non è. Essa recita così: “NETI, NETI, AHAM BRAHMASMI!” e la traduzione suona pressappoco in questo modo: - Non questo, né quello, soltanto IO sono Brahman!- Perciò, il giusto procedimento nella Via è la negazione di tutto quello che veniamo a conoscere in modo empirico. Ciò inevitabilmente implica che se voi seguiste fino al limite estremo, questa maniera empirica di conoscere le cose, pur giungendo al massimo limite sareste ancora incapaci di individuare la mente. Quando il corpo e la mente raggiungono la spontaneità, e l’attenzione viene rivolta esclusivamente al loro funzionamento naturale, allora si percorre la Via, si comprende la mente e si raggiunge la Pace. Se, ora, cominciate ad usare la mente non più, o non solo, per guardarvi intorno oppure per sapere dove e con chi siete, ma soprattutto per sapere CHI SIETE VOI STESSI, soltanto allora voi sarete Saggi, perché conoscerete la vera essenza della Realtà e soltanto allora potrete comprendere il giusto insegnamento della Via.
Dobbiamo dunque smettere di credere di AVERE una mente, così come finora avevamo pensato, dobbiamo smettere di pensare che la nostra mente sia una mediatrice tra noi ed il resto dell’esistenza. Questo tipo di mente, che noi crediamo di possedere come un organo, per poter funzionare in un modo o nell’altro, non è che una semplice sfaccettatura, è come un foglio di carta stagnola argentata che manda la luce di riflesso e fa pensare che sia un diamante. Ma il vero DIAMANTE è la Mente Originaria, autentica reale e vibrante spontaneamente: QUESTA Mente E’ la nostra Realtà, QUESTA Mente E’ l’intera Esistenza e noi SIAMO questa Mente; perciò Realizzare la Mente vuol dire Raggiungere la Pace. E questo è un fatto da tenere in considerazione, sempre ed ovunque, in qualsiasi condizione e non soltanto mentre ci disponiamo mentalmente a praticare la meditazione di consapevolezza…
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LILIANA: - Scusami, se intervengo ancora, ma sono curiosa di sapere in che modo lo Zen, così proteso verso i metodi di conoscenza di se stessi, concepisce il sogno. Sempre come una produzione della mente? Nella Gnosi ci veniva detto che una parte di noi, attraverso il sogno, va in una dimensione astrale, così che da questa dimensione si possono avere notizie di sé, cioè si può conoscere se stessi…
Aliberth: - Allora… Sto cercando il modo di darti una risposta il più soddisfacente possibile, perché questo è un argomento molto ostico. Per lo Zen, come pure per il Buddismo in generale, la mente degli uomini e di ogni altro essere senziente (quindi anche animali o spiriti, cioè tutte le entità esistenti in cui la mente si è rifugiata prendendo un corpo fisico o etereo e informale) si trova GIA’ in piani di manifestazione astrali, sia nella forma materiale che in forme invisibili e quindi mentali. In realtà, la Dottrina Segreta ci rivela che anche questa stessa vita umana è un SOGNO che la mente sta facendo. Ciò che varia è l’intensità di partecipazione fenomenica abbinata al possesso o meno di un corpo materiale.
Quindi, se la Gnosi afferma che qualcosa di noi, durante il sogno onirico, va nei piani astrali e può vedere e conoscere l’intero se stesso, mi sembra che stia dicendo più o meno le stesse cose della Scienza Occulta. Essa sta dicendo, seppur con altre parole, quello che lo Zen sta sforzandosi di dire da sempre, e cioè che se ci mettiamo ad osservare la mente, essendo essa la creatrice di tutti piani manifesti ed immanifesti, potremo conoscere la Verità di noi stessi e la natura reale di tutte queste dimensioni spazio-temporali. L’unica differenza è che, per la Gnosi, questo può avvenire durante le esperienze di sogno, mentre per lo Zen questa è una possibilità aperta a tutte le nostre condizioni e a tutti i nostri stati di esistenza. Forse la Gnosi, presumendo l’enorme difficoltà degli individui ad eliminare da se stessi l’errata visione dualistica della realtà apparente, ipotizza per questo scopo un sentiero facilitato, da sperimentare durante le fasi impersonali, quali il sonno, il sogno, l’ipnosi o altri piani dimensionali dell’esperienza liberata dalla volontà egoica.
Vedi, nel famoso esempio della campanella che assai spesso faccio, si può comprendere il concetto Buddista di “MENTE”. Poniamo che il nostro corpo sperimentabile durante lo stato ordinario di vita, sia come il metallo di questa campana, che possiede forma, colore e sostanza. Purtuttavia al suo interno l’aria, equiparabile alla mente, è e rimane vuota e senza forma nonostante che, proprio grazie ad essa, la campana può mantenere le sue proprietà materiali. Non appena venisse a mancare TOTALMENTE l’aria che sostiene e supporta le qualità materiali della campana, essa si disintegrerebbe in breve tempo. In più, l’aria stessa che permette l’esistenza di questa campana è la stessa IDENTICA aria che riempie tutto lo spazio. Chiaramente per ‘aria’ noi non intendiamo il vento o anche la semplice percezione palpabile di esso. Intendiamo proprio la qualità eterica, direi quasi lo spazio vuoto in-esistente, in altre parole proprio e soltanto quell’invisibile ENERGIA ASSOLUTA che permea tutte le cose.
Perciò sei miliardi di contenitori contengono sei miliardi di menti, però la mente non è la forma del contenitore: la mente rimane la mente. Quindi, quando l’essere umano non c’è più, la mente rifluisce nella Mente, salvo poi a dover sottostare alle leggi karmiche a causa delle quali, pàffete, ridiventa imprigionata nella materia. Questa è la spiegazione di base, ora torniamo al discorso del sogno. L’individuo in cui la mente si è incarnata vive le sue esperienze e, mentre vive, si trova un po’ qui ed un po’ lì, come questa campana se io la sposto su vari piani di esistenza. Questo è lo stato ordinario, questo è lo stato di sogno, questo è lo stato di coma o sonno profondo e poi, infine, questo è lo stato di morte. Nello stato di morte, la materia sparisce e la mente torna alla sua natura reale. Ma anche nello stato di sogno accade qualcosa di simile, perché non vi è più coscienza di sé come corpo, perciò la mente poi torna allo stato ordinario in cui rimaterializza il suo corpo perché, così come avviene per la reincarnazione dopo la morte, la mente ha necessità di sperimentare ancora il possesso di un corpo.
Vedi quindi come questi stati siano vicini ed abbastanza simili tra di essi. Nello stato ordinario si ha un corpo e si ha coscienza di Sé come corpo. Nel sogno si ha il corpo, ma si ha coscienza di Sé senza un corpo materiale; nel coma, come pure nel sonno profondo, si ha il corpo ma non si ha coscienza né di Sé né del corpo. Nella morte, infine, non c’è più il corpo ma la coscienza rimane con la convinzione di avere un corpo, né più e né meno come durante il sogno, pertanto è così forte il desiderio di risvegliarsi dal sogno eterno che si genera la causa karmica della reincarnazione. Ecco perché noi diciamo che, quando la mente è in pace, non vi è più l’idea della morte come qualcosa di finale: si tratta pressappoco della stessa situazione che affrontiamo tutte le sere, quando andiamo a dormire. Ed ecco perché, ancora, nel Libro Tibetano dei Morti è detto che il momento più propizio per l’Illuminazione è proprio quello della morte, in cui il Sé può conoscersi molto più facilmente, trovandosi in una posizione dimensionale agevolata per comprendere la vera natura della mente.
Probabilmente il responso della Gnosi, sui piani astrali del sogno in cui possiamo avere più facilmente la conoscenza di noi stessi, è una affermazione molto vicina a quella del Buddismo. Tutto sta a comprenderla, senza fare paragoni o speculazioni concettuali.
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MICHELA: - Scusa, Aliberth, volevo chiederti se una persona, dopo la morte, possiede ancora un corpo sottile, magari spirituale…
Aliberth: - Certo! Altrimenti non sarebbe spiegabile la reincarnazione. Dopo la morte, la mente non è morta, anzi… una persona deceduta vede ancora con la mente, con i sensi interni, il mondo che ha appena lasciato. Per questo motivo la mente, anche se in quel momento rifluisce nella Mente Assoluta, conserva una sua traccia di esistenza corporea. Un po’ come il profumo di una rosa, che resta in una stanza anche quando la rosa viene tolta. Ed è proprio quella forza energetica della mente che, non avendo raggiunto l’illuminazione, genera l’effetto karmico che la costringe, a causa del desiderio espresso durante la vita e soprattutto in punto di morte, a tornare nell’esistenza materiale in un’altra forma ed in un altro corpo.
MICHELA: - Quello però è un ulteriore e diverso stato di coscienza. Voglio dire che i tipi di coscienza sono veramente tanti…
Aliberth: - Beh, certamente gli stati di coscienza variano a seconda del livello delle esperienze che si attraversano. Prendi, per esempio, l’effetto delle droghe o degli allucinogeni, di sicuro questo è uno stato di coscienza alterato, sia pur artificialmente. Anche ai tempi dei grandi Rishi e dei grandi Saggi esistevano delle sostanze che producevano stati alterati di coscienza. Questo tipo di coscienza, però, non è assimilabile a nessuno degli altri quattro tipi che abbiamo enumerato, al limite potrebbe venir definito a cavallo di questi quattro stadi poiché, essendo un tipo di coscienza artificiale può abbracciare o sormontare tutte le altre possibilità. Infatti, si dice che in questa esperienza alcuni non abbiano coscienza di avere il corpo, altri hanno esperienza di un corpo pesantissimo, altri ancora riferiscono di vedere forti lampi di luce e di colori, quasi che vedessero l’energia degli oggetti sia fermi che in movimento.
Queste sembrano essere tutte esperienze di una realtà priva di un soggetto che giudichi, tant’è vero che non si riesce a bloccare quest’esperienza con un concetto mentale: solo quando rientrano in sé, nello stato ordinario, le persone riferiscono quanto sperimentato, perché la memoria riporta loro quei flash. Quindi questi stati alterati di coscienza probabilmente sublimano gli altri stati conosciuti, come se li inglobassero e li sperimentassero tutti e quattro contemporaneamente. In fin dei conti, essendo questi stati prodotti da sostanze introdotte nell’organismo in modo arbitrario, non è facile poterli sperimentare se non in questo modo, almeno nella maggioranza dei casi.
Tuttavia il vero, più importante, e autentico modo per sperimentare l’esclusivo stato, che altri raggiungono fittiziamente con l’uso di sostanze, è il Samadhi. Il Samadhi, ovvero lo stato che si raggiunge con la Meditazione Profonda, è l’esperienza suprema che si possa sperimentare da vivi e col corpo umano, perché in qualche modo coglie lo stato della morte con la coscienza attivata nel corpo vivente. Chi ha avuto la preziosissima eventualità di sperimentarlo, sicuramente condividerà questa mia valutazione. Quando la Meditazione si approfondisce veramente al massimo grado e il praticante è totalmente assorbito nell’attenzione fissata sul vuoto manifestato dalla mente, appare una condizione in cui sembra che la realtà, come da noi normalmente percepita, si sfilacci. Insieme con questo scioglimento del senso di realtà, anche la sensazione del corpo non c’è più e si entra in una dimensione in cui veramente si vedono apparire luci fosforescenti. Ma la mente resta imperturbabile e lascia andare queste apparenze, come se fossero lucciole che passano e se ne vanno.
In quella condizione, realmente si è a cavallo di tutte e quattro le condizioni di coscienza, normalmente sperimentate dalla mente umana. Non si ha volontà individuale, però ci si sente sperimentatori diretti di questa condizione speciale e non ci si chiede come si fa a sperimentarla, perché non si avverte il proprio Io come ‘centro della coscienza’. Si sperimenta e basta, come se si fosse solo Pura Coscienza impersonale. E’ come sentirsi una sorgente di pace ed armonia, un MANDALA vibrante di energia che coglie tutto senza però avere un centro di identità e tutto ciò che si sperimenta sembra non scorrere, ma neanche fermarsi e nemmeno ricevere ordini da nessuna parte. Meglio di così non so descriverlo né spiegarlo, ma il Samadhi è veramente uno stato magico e miracoloso ed è il prodotto della Coscienza profonda della Meditazione. Purtroppo bisogna solo sperimentarlo di persona. Quindi possiamo aggiungere, tra i vari stati di coscienza conosciuti, anche questo del Samadhi.
Tuttavia lo Zen ci mette in guardia e ci avvisa di non attaccarci a questi stati speciali e straordinari, perché essi non sono il punto di arrivo della meditazione. Tant’è che perfino il Samadhi è soltanto una situazione di estrema consapevolezza temporaneamente stabilizzata, un po’ come avere tutti i nostri quattro stati coscienziali in uno. Benchè ricco e profuso di pace e di armonia, esso non è duraturo e, come tutti gli altri stati della coscienza, è soggetto al mutamento trasformativo ed al cambiamento in altre successive condizioni di esperienza. Il compito della meditazione Chan è di mantenere STABILE l’attenzione durante TUTTE le condizioni, durante tutti i nostri stati di coscienza. Non possiamo inseguire soltanto la pace del Samadhi o la piacevolezza del sogno o chissà quali altri paradisi mentali. Dobbiamo restare presenti, distaccati e imperturbabili sempre, anche nelle condizioni in cui la nostra coscienza personale vorrebbe eliminare questo o quel tipo di esperienza spiacevole.
Non possiamo sentirci illuminati quando ci sentiamo in pace con noi stessi e col mondo e precipitare di nuovo nell’inferno dell’Ignoranza Karmica, quando le cose non ci stanno bene o quando vogliamo rifiutare la morte. Lo Zen cerca di insegnarci a fare in modo che noi si possa vivere, essendo sempre presenti e consapevoli in qualunque condizione e questa è la vera Realizzazione della Pace, perché è senza mediazioni e senza volontà di una direzione personale. Quando una persona avrà imparato il lavoro di cogliere SEMPRE la sua reale natura e la sua reale Coscienza, al di là delle alterazioni mutevoli e dei cambiamenti ricorrenti, essa padroneggerà tutti gli stati e sarà quindi consapevole della sua esistenza TOTALE. Quando questa persona, non darà più importanza al SUO mero esistere personale, ma sarà soltanto direttamente consapevole dell’ESISTENZA in quanto tale, allora il compito dello Zen potrà dirsi esaurito e ben utilizzato. Purtroppo lo Zen è drastico e pur imponendo un solo comandamento, è obbligatorio aderire subito e incondizionatamente a questo “comandamento”.
Se vogliamo realmente realizzare la pace dobbiamo capire che, in questa vita ed in tutte le eventuali altre, sia il sogno che tutti gli altri stati di coscienza sono pura ILLUSIONE. Non capisco perché ci si voglia così tenacemente attaccare ai sogni ed all’illusione stessa. Poiché tutti i sogni svaniscono all’alba, così pure l’illusione della nostra vita dovrà svanire all’alba della nostra morte. Ma anche questa, malgrado tutto, dovrà svanire a sua volta in un altro irripetibile sogno perché, in definitiva, così come i sogni non sono mai identici, anche le nostre continue esperienze di vita non possono mai essere simili una con l’altra. Per poter interrompere questa malefica spirale senza fine e senza ritorno c’è soltanto un modo: obbedire ciecamente a quell’unico comandamento del Chan; bisogna che costantemente manteniamo l’attenzione ferma sulla nostra propria mente.
Si deve sapere che persino per il Saggio che riesca a restare immobile e concentrato per il novantanove per cento della sua meditazione, e malgrado la sua quasi totale attenzione stabilizzata, quell’un per cento di distrazione continuerebbe a mantenere esistente l’illusione nella sua mente. È sufficiente anche soltanto una minima distrazione dall’autoconsapevolezza e dall’autocoscienza per rimettere in moto la Ruota del Karma, la visione illusoria della realtà dualistica, nonché il circolo senza fine delle reincarnazioni. Il Buddha ha dovuto eseguire uno sforzo titanico per interrompere questi diabolici concatenamenti, restando sette giorni e sette notti in meditazione continua, con l’attenzione ininterrottamente posta sulla sua mente. Perciò, immaginate lo sforzo che viene richiesto a noi, umili meditanti saltuari che, oltretutto, non mostriamo di avere neanche così tanta fiducia nel Dharma e nei suoi insegnamenti. Per lo Zen, perfino il nostro essere qui in questa sala di meditazione, è una illusione della nostra mente, perché essa non è ferma su se stessa ma vaga in continuazione da un oggetto dell’esperienza all’altro. Solo se noi sperimentiamo l’esistenza nel modo giusto, cioè con la mente rivolta verso se stessa, allora TUTTO CIO’ che sperimentiamo è la realtà.
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MICHELA: - Praticamente la Gnosi, ma anche Freud, ha detto che attraverso l’interpretazione dei sogni uno può arrivare all’Inconscio. Se, però, appunto consideriamo anche l’Inconscio una mera Illusione, staremmo dunque a interpretare un’altra illusione e non la nostra realtà…
Aliberth: - Esatto, si tratta sempre di una illusoria produzione mentale. La Psicanalisi, come tutte le scienze psicologiche, è una ‘summa’ di nozioni pensate ed applicate da esseri umani che, per quanto possano manifestare le più alte espressioni concettuali della mente, restano pur sempre il prodotto di procedure e metodi umanizzati. Per lo Zen, l’umanizzazione è l’effetto inevitabile di una causa sconosciuta alla mente umana stessa. Dunque l’umanizzazione non è il punto di partenza reale, ma solo un effetto erratico. Mi segui? Questo è tanto vero che infatti, per il Buddismo, l’umanizzazione è solo una delle SEI possibilità degli effetti della Reincarnazione, tant’è che vi sono perfino forme di esistenza non percettibili alla nostra mente umana. La Mente Reale è pura esistenza in sé, mentre le modificazioni e le trasformazioni della mente, in forme visibili o invisibili, sono effetti. Perciò da un effetto non si può conoscere la Verità, la dichiarazione di realtà; bisogna riportarci a PRIMA degli effetti per poter credere ad una verità. Bisogna tornare alla Mente Originaria…
La Mente Originaria non lascia scritti né dogmi da dover rispettare: non lascia ingiunzioni, né metodi e neppure procedure. Purtuttavia, la Mente è l’unica Verità, quindi l’unico modo per arrivare alla verità è arrivare all’ESSERE originale della mente. Non è che se Freud, o chi per lui, mi dicesse: - Tu esisti!- io devo credere a Freud. Anche se Freud, o chi per lui, non me lo dice, Io GIA’ sono! Cosippure se Freud, o la Gnosi o lo Zen, mi dicessero che devo conoscermi, non è perché me lo dicono loro che io dovrò farlo! Quindi non è Freud, né la Gnosi, né la Psicanalisi e nemmeno lo Zen, che possono testimoniare il mio esistere o dichiarare la Verità.
Al massimo, tutte queste dichiarazioni di presunte verità possono funzionare da stimolo, possono essere cartelli indicatori di una Verità che, comunque, va sperimentata e raggiunta da se stessi all’interno della propria mente reale. Qualunque Via, qualunque Psicologo, qualunque Profeta o Maestro non potrà farvi conoscere DIRETTAMENTE la verità; essi sono soltanto come il dito che indica la luna; ma voi, dopo aver ringraziato il dito, dovete guardare DIRETTAMENTE la LUNA! Quindi è impossibile che la REALTA’ possa apparire soltanto durante i sogni, oppure durante una seduta psicoterapeutica, oppure durante la lettura di un Testo Sacro. Se vi fermate a quelle verità, state funzionando come finora ha sempre funzionato tutta l’umanità, esclusi Coloro la cui mente percepisce DIRETTAMENTE la Verità, nella loro stessa mente.
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LILIANA: - Allora, quando mi dicono che ci sono le comunicazioni dalla Quarta Dimensione?…
Aliberth: - Beh, è la stessa storia dei dischi volanti o degli extraterrestri… Queste sono tutte realtà fenomeniche e periferiche, come d’altra parte è giusto che siano, in quanto non è possibile che l’unica realtà esistente in termini relativi sia solo su questo pianeta. Quindi questi messaggi da altre dimensioni sono, a loro volta, verità relative, come i cartelli indicatori che abbiamo citato prima. Tutte le cose dell’Universo, sia fisico che spirituale, concorrono ad aumentare le nostre conoscenze esterne ed empiriche ma, quando esse vengono proposte e sperimentate in maniera dualistica, cioè con la incancrenita convinzione di un soggetto e i suoi oggetti, queste conoscenze, di qualunque tipo siano, sono soltanto verità parziali e relative. Riuscite a capirlo? La vera Verità è possibile conoscerla soltanto osservando il SOGGETTO, soltanto rivolgendo la vostra infinita curiosità verso la vostra mente, verso VOI STESSI|
Come potreste credere a qualcuno o qualcosa SE NON CI FOSTE VOI, sempre presenti e sempre soli destinatari della vostra conoscenza? Se non ci fosse COLUI che conosce, quando mai la Conoscenza potrebbe depositarsi? Lo capite questo? La Verità è il CONOSCITORE, non le miriadi di cose conosciute che arrivano a sovrapporsi sulla vostra coscienza… Perciò, smettiamola di credere che qualunque cosa ci venga detta, perfino queste stravolgenti dichiarazioni del Chan, siano ESSE soltanto, la Verità che tanto stiamo inseguendo. Se non esistessimo NOI, potrebbero mai esistere per noi quelle cosiddette verità? Ora, siccome l’esistenza è UNA SOLA, quella è la realtà, ma i nostri limiti sono di pensare all’esistenza come qualcosa che stà lì fuori e che noi possiamo raggiungere come conoscenza. L’esistenza e la conoscenza sono la stessa cosa, sono la mente reale: proprio quando esse si uniscono nella nostra mente. E quando noi conosciamo QUELLA mente, allora tutto si conclude e finalmente raggiungiamo la pace!
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