THE INDIAN ANTIQUARY,
A JOURNAL OF ORIENTAL RESEARCH EDITED BY JAS. BURGESS, M.R.A.S., F.R.G.S. - VOL. IX.--1880
[Bombay, Education Society's Press]

           (Analizzato e redatto da Christopher M. Weimer, aprile 2002.) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(James Fergusson, (L'Adorazione dell'Albero e del Serpente) Piatto 1 e 2 [1868])

 

 

Il Sûtra del Dhârani dell’Illustre Diadema

che Sormonta la Testa del Buddha

 

ISCRIZIONE BUDDISTA A KEU-YUNG-KWAN. 

Del Rev. S. BEAL, B.A. 

   Altrove, la nostra attenzione è stata attratta dall'antica iscrizione Buddista nel piccolo villaggio di Keu-yung-kwan [1], circa cinque miglia a nord del Passo di Nankow. Questa iscrizione è incisa con i caratteri linguistici di sei nazioni diverse, cioè Mongolo o Bâshpah, Uîghûr, Nyuchih, Cinese, Devanâgari, e Tibetano. Dopo l’esame si trovò che conteneva certi dhârani Buddisti, o incantesimi, che sulla carta pretendevano di esser stati tradotti (Journal. R. A. Soc., vol. V. pp. 14segg.) [2] dal Sig. Wylie e Dott. Haas, a beneficio dei lettori Inglesi. Questi dhârani si trovano in varie opere Buddiste, e si suppone che rappresentino i maggiori e più potenti incantesimi le cui parole, provenienti dalla cima dell’illustre diadema (chû.da) che è sulla testa di Buddha, sono in grado di arrecare. Questo "diadema onorato sulla testa del Buddha" si riferisce alla ben nota concezione dei Buddisti che dalla cima del cranio del loro Maestro si protende un'escrescenza allungata (ush.nîsh),[3] la cui cima raggiunge il più alto cielo. Con tutta probabilità, questa immaginaria formazione è dipinta nelle sculture di Amarâvati come il "pilastro di gloria sormontato dalla Om", che procede sul trono, che si suppone sia stato occupato dal Bhagavat (vedi i particolari in alto, nelle figure dei piatti 1 e 2). Questi pilastri di luce sono riferiti anche da Spencer Hardy (Manuale di Buddismo, 1 ed. pp. 180, 207), e forse ebbero origine dall'idea dell’adorazione del Linga. Sia come sia, è curioso tracciare così lontano l'origine di tale peculiare idea; e per ciò noi abbiamo qui riportato la traduzione di un Sûtra, attribuita allo Sciamano Buddhavara (Fo-to-po-li) della dinastia Yang. 

  

Il Sûtra del Dhârani dell’Illustre Diadema

che Sormonta la Testa del Buddha. 

 

   "Così io ho udito. Una volta il Bhagavat risiedeva a Šrâvastî, nel giardino di Jeta, l'amico degli orfani, insieme con 1250 grandi Bhikshu suoi discepoli, e con più di 12,000 grandi Bôdhisattva e prelati. In quel periodo, fra i Dêva dei Cieli di Trayastrihnša, ce n’era uno nell’Assemblea nella Sala del Saddharma, chiamato Shen-chu. Questo Dêva, mentre vagava avanti ed indietro nei giardini celestiali, in compagnia dei Dêva che lo attendevano, aveva sentito una voce proveniente dallo spazio, che lo avvertiva che da qui a pochi giorni egli doveva essere chiamato ad abbandonare il suo posto in paradiso e doveva rinascere all’inferno, dopodiché lui doveva ottenere una continuità di nascite tutte più o meno misere e dolorose. Da qui, il Dêva si diresse da Šâkrarâja, e con voce addolorata e molte lacrime gli pose il suo caso, implorandolo per un consiglio su come sfuggire a ciò. Allora Šâkrarâja, avendo sentito le parole di Shen-chu, entrò in un stato di profonda astrazione e, percependo che con Shen-chu il caso doveva essere proprio come la voce aveva dichiarato, risolse subito di rifugiarsi nel luogo dove risiedeva il Buddha, proprio nel giardino di Jeta, e presentandosi là con regali appropriati, di cercare il suo consiglio sul posto. Di conseguenza avendo così fatto, ed avendo salutato il Bhagavat onorando i suoi piedi e circumambulandolo sette volte, lui affermò le circostanze del destino di Shen-chu, e chiese umilmente consiglio all’Onorato del Mondo". 

   Allora il Buddha fece partire dalla cima della sua testa una sorta di luce gloriosa che si diffuse per tutti i mondi attraverso tutto lo spazio. Poi questa luce ritornò di nuovo alla presenza del Buddha, ed avendo girato tre volte intorno a lui entrò attraverso la sua bocca. Allora, l’Onorato del Mondo fece un sorriso gentile, e così si rivolse a Šâkrarâja:--"O Re dei Paradisi, vi è un certo dhârani, chiamato “il diadema onorato della testa del Buddha”, che è in grado di liberare da ogni tipo di cattiva nascita, e di distruggere ogni possibile dolore. Se un uomo lo sente, e se esso passa almeno una volta attraverso i suoi orecchi, allora tutte le cattive azioni che egli ha fatto saranno annullate e la loro punizione rimessa; se lui lo scrive su di un muro, o così scritto lo legge agli altri, allora avranno tutti lo stesso effetto e otterranno la piena liberazione". 

   Quindi, Šâkrarâja implora il Buddha di ripetere queste parole magiche, e così egli fece. 

NOTE: [1]. Esso appartiene all'età Mongola, circa 1345 d.C. 

[2]. Vedi anche il Marco Polo di Yule. vol. I, pp. 29, 444.--Ed. 

[3]. La parola ush.nîsha di solito significa 'un turbante', ma dai Buddisti è usato come termine tecnico per il nodo in cima alla testa del Buddha, da cui tutte le sue figure sono distinte; nella scultura Indiana egli non è mai raffigurato con nessun tipo di copricapo sulla sua testa.--Ed.]. In genere, i dhârani sono molto più corti di quelli sulla porta di Keu-yung, ma contengono le stesse parole principali; noi non le ripetiamo, perché il nostro oggetto qui è solo di mostrare lo scopo per cui essi furono messi su questa porta, attraverso la quale Mongoli e Tibetani dovevano passare per entrare nell'Impero, e indubbiamente erano felici di essersi assicurati così facilmente la liberazione grazie alla ripetizione dei mantra. "Šâkrarâja, avendo udito queste parole le ricevette con gratitudine; ed avendo salutato l’Onorato del Mondo, immediatamente partì".

[ Tratto da “L'Orientale”, Oct. 9, 1875.]   ------------------- (Trad. di Aliberth - 03/2006)

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IL SÛTRA CHIAMATO NGAN-SHIH-NIU,  

 [Tradotto dal Cinese, (Tripitaka Buddista- 1°Sutra) - dal Rev. S. BEAL, B.A.] 

   IL “NGAN-SHIH-NIU SÛTRA” - "LA DONNA D’ARGENTO" [1] 

 

   Così io ho udito. In una certa occasione, il Bhagavat stava risiedendo nel paese di Lei-wei (Šrâvasti), nel giardino di Jeta, l'amico degli orfani, con 1250 grandi Bhikshu. Ad un certo punto, l’Onorato del Mondo si rivolse ai Bhikshu con queste parole:-- "Oh Bhikshu! se solo gli uomini conoscessero il merito (religioso) di dare in carità i loro beni o proprietà, e la ricompensa (phalam) di fare così come io conosco la storia -così che al momento di mangiare, al primo o all'ultimo boccone, questo sentimento di carità sia più sempre elevato, e se non è così presente a far si che gli uomini siano pronti a dar via tutto, allora non si dovrebbe prendere del tutto nessun cibo, [allora ci sarebbe grande profitto]. E proprio allora, l’Onorato dal mondo espresse i versi seguenti:-- 

 

"Se solo tutti gli uomini di qualunque tipo

Agissero in accordo con le parole del Buddha,

E dessero qualcosa del loro cibo in carità,

Allora il risultato sarebbe di grande ricompensa.

Però, se gia al primo boccone o all’ultimo,

Se la carità non fosse in alto nella mente

Allora un uomo non dovrebbe mangiare affatto!" 

 

   A questo punto l’Onorato dal mondo avendo espresso queste strofe, si rivolse ai Bhikshu, e disse:- "Oh Bhikshu! In una certa epoca, innumerevoli secoli (kalpa) fa, c'era una certa capitale Reale: il cui Re si chiamava Padma; e c'era una donna di quella città chiamata "Argento" che, avendo in casa tutto ciò che poteva avere, lei andava a visitare le altre case per vedere come se la passavano i loro occupanti. Ora, questa donna era molto bella, con tutti i segni distintivi della bellezza, ed il suo corpo era di una bianchezza abbagliante [da cui il suo nome]. Ad un certo punto, arrivando ad una certa residenza, lei vi entrò, ed appena dentro vi trovò una donna che aveva appena partorito il suo primogenito; il bimbo era davvero bello da vedere, e con la pelle di un colore eccellente. Ora, lei vide questa donna, che aveva appena partorito, afferrare con le sue mani il bambino e tentare di divorarlo. A questo punto, la donna di nome "Argento" si rivolse infuriata all’altra e disse: "Sorella! cosa stai facendo?" Lei rispose "Io sono affamata! Non ho più vita in me! Io non ho nulla da mangiare! Devo divorare il mio bambino!" Allora Argento le disse, "Sorella! fermati un attimo, ciò è impossibile! Sorella! In tutta la casa non c'è un solo boccone di cibo che tu possa mangiare?" Lei rispose subito: "Sorella! Un tempo io avevo un negozio di cibo in cui accumulavo su con cura da avaro! e però ora io non ho più niente da mangiare". Argento disse: "Aspetta, io andrò di corsa a casa mia e ti porterò del cibo". Lei rispose: "Sorella! le mie costole si stanno rompendo, la mia schiena si sta lacerando in due, il mio cuore sta palpitando senza un momento di pace, il mondo già appare buio intorno a me, prima che tu arrivi a casa tua io sarò morta!" Allora Argento pensò: "Se io prendo il bambino e scappo, poi questa povera donna perirà; se io non lo prendo e me ne vado via, lei lo divorerà – cos’è più conveniente allora perché io possa salvare queste due vite?" Lei perciò chiese: "Sorella! c'è in casa un coltello che io possa usare?" Lei rispose "Si, c'è", e prendendo un coltello lo diede ad Argento; che da parte sua, tenendo il coltello con le sue mani, si tagliò i due seni per far mangiare la donna; poi rivolgendosi a lei, disse: "Ecco qui- mangia questi miei due seni". E quando lei li ebbe mangiati, Argento chiese ancora, "Sorella! sei soddisfatta ora?" Lei rispose "Si, lo sono". Poi Argento continuò: "Sorella! questo bambino riscattato con la mia propria carne ora è mio! Io lo prenderò, e lo terrò come mio proprio; e nella mia propria casa lo alimenterò e lo nutrirò come si richiede". Dicendo queste parole, con il sangue che fluiva giù sulla sua persona e lasciando le sue tracce per terra, lei partì e tornò a casa sua. Poi agli amici che si radunarono così vedendola, chiedendole di relazionarli dicendo, "Chi ti ha fatto questo?", Argento rispose: "Io stessa l'ho fatto, con la mia propria mano". Poi loro chiesero di nuovo, "E perché hai agito così?" Argento rispose: "Ho deciso di voler coltivare un cuore pieno di compassione, e di non rinunciarvi mai, perché così io cercherò di arrivare alla perfezione (anuttara samyak sambodhi)". Allora tutti i suoi parenti dissero: "Tu, benché abbia dato così il tuo corpo in carità, dopo ti pentirai di ciò che hai fatto, tutto ciò non ti porterà al completamento della Paramita che desideri realizzare (cioè, dâna)". E loro di nuovo le chiesero: "Quando ti sei mutilata così, avevi una soddisfazione interna, o lo hai fatto con rammarico?" Argento rispose: "Quando io ebbi deciso di tagliare i miei seni, non c'era sentimento di rammarico nella mia mente, la mia mente non oscillò neanche per un momento"--e poi a riprova lei disse: "Ora in virtù del mio voto, che i miei seni vengano ripristinati com’erano prima!". Avendo fatto questo voto, ecco che i suoi seni furono ripristinati di nuovo come prima. [2] In quel momento, nella città di Padma, tutti gli Yaksha e così via, fecero un grande urlo, e gridarono: "La signora Argento con le sue proprie mani ha ora tagliati i suoi seni!" Allora i Deva (dèi) della terra sentendo questo grido lo ripeterono nell'aria. I Deva che sentirono il grido lo ripeterono nei mondi più alti, finché la notizia si sparse anche al Brahma-loka. A quel punto il Divino Sâkra-râja così rifletté: "E’ davvero un evento senza precedenti che per la sua pietà questa donna Argento abbia così con le sue proprie mani tagliati i suoi seni a tutta carne. Io ora andrò, e chiederò di lei rispettandola". Quindi si cambiò immediatamente nella forma di Brâhman, tenendo nella mano sinistra una brocca dorata, e nella mano destra un piatto d’oro e, provvisto di un bastone dorato, lui andò così alla Città Reale di Padma. Essendo arrivato, si avvicinò alla casa in cui abitava Argento  e rimanendo fuori dalla porta, lui cantò le solite parole di coloro che imploravano il cibo. Allora Argento avendo sentito il canto liturgico di uno che implorava il cibo fuori dalla porta, immediatamente prese un piatto, e riempendolo di cibo, andò fuori. A questo punto il Brâhman le si avvicinò e disse: "Signora: fermati, io non ho bisogno di alcun cibo"; al che lei rispose,"Perché no?" Allora il Brâhman disse, "Io sono il Divino Sâkra, ed ho nella mia mente dei dubbi sulla tua condotta. Io perciò sono venuto ad investigare ulteriormente su di te. Ora, prego, rispondimi". Argento rispose con queste parole: "Oh Grande Brâhman! Tu hai bisogno, chiedi come ritieni meglio, ed io veramente ti risponderò". Allora il Brâhman le chiese: "Signora! è vero che tu hai tagliato i tuoi seni per darli ad un altro come un atto di carità?" Lei rispose, "Si, è vero, grande Brâhman!" Il Brâhman disse poi: "E cos’è che ti portò a farlo?" Argento rispose, "La mia gran compassione, ed il mio scopo di realizzare la condizione della perfetta saggezza". Il Brâhman rispose, "Questa è una questione molto difficile, circa questa cosiddetta ‘perfezione’ - perché se c'è il minimo vestigio di rammarico mescolato con l'atto, allora non può condurre mai al (completamento del) la Paramita (della carità). Ora, dimmi, quando hai compiuto l'atto, il tuo cuore si sentì felice o no, e quando hai sentito l'angoscia conseguente all'inflizione delle ferite, hai avuto un qualche desiderio di cambiare il tuo scopo?" Argento rispose: "Kausika! giuro che io non ho mai esitato un momento nel mio scopo di voler ottenere la condizione nominata, perché per poter salvare il mondo,

io non esitai nemmeno quando mi tagliai i seni, e per prova che io non sentii nessun rammarico, se ciò che dico è vero, io sia trasformata da donna ad uomo." Allora, avendo fatto questo giuramento, Argento fu immediatamente trasformata in un uomo, ed il suo cuore fu colmo di indicibile gioia e diletto senza misura. [3] 

   Ed ora, trasformato in questa forma, egli vagò di paese in paese - finché arrivò ad un certo albero, e sedendovisi sotto, lui si addormentò. Ora, nel frattempo il re di Padma morì, e poiché era senza figli, c'era una grande angoscia nel paese. Poi i grandi ministri andarono di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città, da una capitale all’altra cercando dappertutto uno che avesse i marchi reali, che essi avrebbero scelto come loro re. E mentre erano così in ricerca, loro dissero: "Come potremo mai avere un re che regni in modo giusto?". In quel tempo, vi era un certo ministro potente che, essendo sfinito per l’eccessivo calore, entrò in una vasca coperta di fiori per bagnarsi, e mentre era così occupato, egli vide sotto un albero, in cui vi si era addormentato, un uomo di eccezionale bellezza, e distinto da tutti i segni necessari della Regalità. Ed egli anche osservò che benché il sole stesse rapidamente declinando, l'ombra dell'albero restava ancora a proteggerlo. Allora il grande ministro in un attimo lo svegliò, lo portò alla "Città Reale", cioè alla capitale Râjagriha, e praticandogli l’abituale tonsura dei capelli, lo rivestì nell'abbigliamento regale, pose sulla sua testa la corona ingioiellata, e così gli si indirizzò:--"Ora tu sei un adeguato Re, e di conseguenza ci governerai!". Al che egli rispose: "Io veramente non sono in grado di comportarmi come vostro re". Il ministro rispose: "Ma davvero tu lo devi"; e il giovane rispose: "Se davvero voi mi prendete per regnare, allora da parte vostra dovrete assumere su di voi i dieci voti religiosi (azioni virtuose) - al che quando essi accettarono, egli prese a governarli come un re di rettitudine (religiosa), e fu di nuovo chiamato "Argento". Ora a quel tempo, l’età delle persone arrivava a 70,000 anni (nahuta), cosicché il re avendo regnato per innumerevoli centinaia e migliaia di anni, alla lunga arrivò a morire--e quando fu quasi per morire lui ripetè queste parole:-

"Tutte le cose che esistono al mondo sono transitorie,

Esse per obbligo devono necessariamente perire e sparire,

Anche se si uniscono insieme, dovrà esservi la separazione,

Dove c’è la vita, ci deve essere anche la morte,

Tutto dipende dalla condotta, buona o cattiva,

Tutte le cose che nascono, sono impermanenti e instabili". 

 

   Ora, dopo la morte del re, egli ritornò di nuovo a rinascere nello stesso regno, la cui capitale Reale era Padma. Egli nacque come figlio di un nobile, molto bello e grazioso. All’età di otto anni e con  altri 500 giovani egli entrò nella scuola; stando là lui chiese a quelli più vecchi chi aveva già finito il loro corso di scuola, perché erano andati a scuola, e, alle loro risposte, che essi erano andati per imparare le lettere, lui disse "Che profitto c’è nell'imparare le lettere, una sola cosa è invero necessaria, e cioè puntare all'ineguagliabile insuperata condizione del cuore nota come ‘Anuttara-samyak-sambhodi’." Essi chiesero, "Qual’è il significato di quella condizione?". Al che egli rispose, "Dovete soprattutto puntare al completamento delle sei Paramita". "E quali sono queste sei?"--"Esse sono, le paramita della carità (dâna), condotta morale (šîla), pazienza (kshânti), perseveranza (virya), stato contemplativo (jñâna), e saggezza (prajña)". Avendolo sentito, allora essi dissero, "Noi punteremo a questo". Così quel bambino avendo guidato i suoi compagni in quella condizione, così rifletté, "Ora io desidero fare qualche piccolo atto di carità, sia per gli uomini (bipedi) o animali (quadrupedi)". Avendo pensato così egli andò in un pubblico luogo di sepoltura (šîtavana), e prendendo subito un coltellino tascabile (li-lih) cominciò a tagliuzzare il suo corpo finché ne sgorgò fuori sangue, e poi si imbrattò dappertutto col sangue e polvere, e stendendosi giù in mezzo al cimitero, si mise a cantare i versi seguenti: "Venite pure, o voi creature a due o quattro piedi, da lontano e da vicino, venite qui e mangiate! oh venite e mangiate la carne dal mio corpo!" Ora, fra gli uccelli che frequentavano quel luogo ce n'era uno il cui nome era yeou-sheu ("una sola mano"), e questi arrivando all'eremita si appollaiò sopra la fronte e beccò il suo occhio destro, e avendolo beccato poi lo lasciò lì. Allora l'eremita disse: "Perché hai beccato il mio occhio destro, e poi lo lasci lì?" L'uccello rispose, "Di tutte le parti del corpo di un uomo io penso che l'occhio sia il migliore (al gusto?)". Allora l'eremita disse all'uccello,: "Anche se tu beccassi mille volte il mio occhio destro e poi lo lasci lì, pure io non sentirei mai rabbia o risentimento nel mio cuore". Allora quell’uccello alla fine beccò e tirò fuori entrambi gli occhi, e poi venne tutto il resto degli uccelli, radunatisi nel cimitero, che divorarono morso a morso la carne dell'eremita, fino a che non fu lasciato niente se non le sole ossa imbiancate. 

   Avendo lasciato questo corpo, egli ritornò immediatamente, e rinacque in quella città Reale di Padma come figlio di un Brâhmano, molto bello da vedere, e di una grazia incomparabile. Essendo arrivato alla maggiore età di 20 anni, i suoi genitori gli dissero: "Figlio mio (Mânava), ora devi trovarti una tua propria casa". Allora il giovane rispose a suo padre e sua madre, dicendo: "Che motivo avrei di aver una mia propria casa, io non desidero una residenza di famiglia; il mio unico augurio è che mi sia permesso di andare a rinchiudermi nelle profonde montagne". I suoi genitori dettero il loro beneplacito, lui lasciò la sua casa, e trovò una casa tra le foreste delle montagne; vagando qua e là così lui vide tra i boschi di montagna due Brâhmani anziani che erano Rishi; andando da loro, chiese in quale abitazione stessero là; al che essi risposero:- "Mânava! noi abitiamo qui per beneficiare le creature viventi, praticando tutti i tipi di austerità". Egli allora disse: "Anch’io sono venuto a risiedere qui ed a soffrire ogni tipo di dolorose austerità, con lo stesso desiderio di beneficiare tutte le creature viventi". Così, quel giovane dopo esser passato in diversi luoghi tra le radure e le foreste, creando nella terra il suo luogo di dimora (vivendo in grotte?) e praticando così le austerità religiose, lui ottenne, in virtù della sua meritoria condotta, gli occhi di un Deva (la visione paradisiaca). Poi guardando in giro sul luogo ed il suo ambiente circostante, egli vide che non lontano da lì viveva una tigre che stava per partorire il suo piccolo. Allora avendo visto ciò, il giovane così pensò tra sé e sé: "Questa tigre tra non molto partorirà il piccolo, ed a causa di ciò, forse morirà di fame, o nella sua condizione affamata potrà mangiare il piccolo". Avendo così pensato, lui allora ritornò e chiese ai due Brâhmani, "Chi di voi due dividerà il suo corpo, e lo darà in pasto a questa tigre?" Essi gli risposero: "Nessuno di noi è pronto a dividere il suo corpo per darlo come cibo per la tigre". Avendo avuto questa risposta, sette giorni dopo quando la tigre partorì, e portando il suo piccolo nella bocca andò in un luogo tranquillo, uscì di nuovo. Il giovane avendo osservato questo procedimento andò subito al luogo dove dimoravano i due Rishi, e disse loro: "Grandi Rishi, la tigre ha partorito il piccolo: se ora voi volete davvero beneficiare queste vite, e a questo scopo state soffrendo austerità -- ora è la vostra opportunità-- ora potete tagliare il vostro corpo, e dare la vostra carne alla tigre-madre per farla mangiare". A questo punto i due Brâhmani Rishi immediatamente andarono al luogo dove si trovava la tigre, e appena giunti, cominciarono a pensare così:-"chi può sopportare pazientemente un dolore come questo nel praticare la carità? Chi può tagliare via la carne dal suo corpo che ama, per darla ad una tigre affamata?" Avendo riflettuto così, poiché la tigre-di recente-madre cominciò a seguirli a distanza, essi vedendola furono presi da paura, e montando nell'aria, volarono via. 

   A questo punto, il giovane Mânava guardandosi intorno, disse ai due Brâhmani, che scappavano: "È questo il vostro voto ed il vostro giuramento?" Avendo detto ciò, egli fece subito il votò e disse: "Io ora dò il mio corpo per alimentare questa tigre—e che in conseguenza di questo sacrificio io possa ottenere la condizione insuperata e perfetta dell’Essere". Avendo fatto questo voto, lui prese un coltello, e cominciò a tagliare la carne dal suo corpo, dandola in carità alla tigre-madre! >

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"Ed ora, Oh Bhikshu, non abbiate dubbi nelle vostra mente, io dichiaro questo con compassione per voi – non guardate altrove, ma accettate le mie parole— poiché fui io a nascere in Padma come quella donna Argento che si tagliò via i suoi seni per liberare e salvare il bimbo, che non era altro che Rahula. Fui io colui che diede il suo corpo in quel Sîtavana (cimitero) per alimentare gli uccelli. Fui io che tagliai la mia carne per alimentare quella tigre affamata, mentre voi eravate i Brâhmani, e per la mia carità altruistica nel sopportare il dolore degli altri, io ora ho ottenuto la Perfezione dell’Essere". I Bhikshu, sentendo queste parole furono riempiti di grande gioia ed esultarono fortemente [4].- 

NOTE:

[1] bianco-argento, o Argento, probabilmente è una corruzione o derivazione di Šivi, e questo Sûtra è perciò la forma Settentrionale del Šivi Jâtaka. La derivazione sarebbe dall'ultima radice ‘splendere’ da cui deriva "bianco". 

[2]. Vedi, Sacha Karîya, ‘Monachesimo Orientale’ p. 273. 

[3]. Vedi come sopra, un chiarimento del Sacha Karîya. Hardy. Est. Mon. p. 273. 

[4] il Šivi Jâtaka è dipinto ad Ajantâ nella Grotta XVI, e un'altra versione forse anche nella Grotta IX; esse sono molto rovinate, in ambedue i casi, ma sembrano essere più d'accordo con la forma del Jâtaka Singhalese, che con la Cinese. Però quest’ultima può forse far luce su questi e gli altri dipinti murali ad Aja.n.tâ.--Ed.] 

(Traduz. di Aliberth – 03/2006)

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                                                    L'AVALAMBANA SÛTRA 

 

AVALAMBANASUTRA.  del Rev. S. BEAL, B.A. 

   Mr. Eitel, nel suo utilissimo Manuale per lo Studente del Buddismo Cinese, mette sotto l'intestazione ‘Ulamba’ i particolari che si riferiscono al "sacrificio per i morti" assai comune fra i Buddisti, almeno in Cina e Giappone (e, secondo Spence Hardy, anche in Ceylon; Buddhist Manual, p.59), fatto nel 15 giorno del 7 mese. Questo titolo ‘Ulamba’ dovrebbe esser ripristinato indubbiamente in Avalambana, come dice Julien nel suo Méthode (1315), e come spiega meglio l'Enciclopedia Yi-tsi-kîng-yin-i (Kiwen.xiv,fol.25). Il titolo ‘Avalambana’ sembra che derivi dall'idea della sospensione, a testa in giù, degli infelici occupanti del Limbus patrum. Quest’idea non è nuova nell’immaginario Indù. Noi tutti sappiamo come il "Baital" o "Vetal", nelle storie sia sospeso da un albero a testa in giù, e come Vikram lo tagli ripetutamente, lo sciolga e lo trasporti sulla sua schiena. Possiamo ricordare nel Mahâbhârata (Vana Parvan) come anche Agastya veda i suoi antenati sospesi per i talloni in una fossa, ed essi gli dissero che potevano essere sciolti solo se lui avesse generato un figlio (Theater of the Indus, vol.I., p.322n.). Questi esempi sono sufficienti a mostrare che il termine Avalambana significa letteralmente la condizione di quelle anime irredente che soffrono in purgatorio, (noi non abbiamo un’altra parola) sospese a testa in giù, finché il sacrificio fatto dal loro discendente sulla terra possa liberarle dalle loro sofferenze. Come questa idea dei Buddisti si avvicini quasi a quella della condizione delle anime nel Limbo e la loro liberazione grazie alle offerte o sacrifici dei loro amici sulla terra è fin troppo semplice per aver bisogno di un commento. Comunque, Mr. Eitel assegnerebbe l'origine di questa usanza di "fare sacrifici per i morti" al tempo dei buddisti della scuola Yogachâra, introdotta in Cina circa nel 733 d.C.. Infatti, noi abbiamo un Sûtra tradotto in Cinese, nel periodo della dinastia Tsin Occidentale (circa 265 d.C.), dal famoso prete Dharmaraksha, relativo a questo stesso soggetto. Si trova nel 5° capitolo della raccolta chiamato Ching-tsong-yo-shwo, ed è chiamato Fo-shwo-u-lam-pwan-ching, cioè il “Sûtra Avalambana detto dal Buddha”. Noi procederemo a dare una traduzione di questo breve sermone, così da lasciare la questione nelle mani dello studente. 

   L'Avalambana Sûtra. 

   “Così io ho udito. Una volta il Buddha risiedeva nel paese di Šrâvasti, nel parco di Jeta, il protettore degli orfani. A quel tempo Maugalan, che aveva cominciato ad acquisire i sei poteri soprannaturali (Irrdhi), desiderando soprattutto cose, spinto da un motivo di pietà per liberare suo padre e sua madre, immediatamente richiamò in uso il suo potere di vista soprannaturale e guardando attraverso tutti i mondi, egli vide la sua infelice madre che viveva nel mondo dei Prêta (fantasmi affamati) che stava senza cibo o bevande essendo solo pelle ed ossa. Maugalan, mosso da pietà filiale, immediatamente le offrì la sua ciotola piena di riso. Sua madre, prendendo allora la ciotola nella sua mano sinistra, si sforzò con la destra di portarsi il riso alla bocca, ma prima che fosse vicino alle sue labbra, ecco che il riso si convertiva in ceneri ardenti, così che lei non ne poteva mangiare. Alla vista di ciò, Maugalan emise un lamento pietoso, e pianse molte lacrime amare, cosi da recarsi tutto curvo nel luogo dove si trovava il Buddha. Ivi giunto, egli spiegò ciò che era accaduto, ed attese l'istruzione del Buddha. Quindi il maestro aprì bocca, e disse, "Il peccato che lega tua madre a questo fato infelice è molto angoscioso; da cui lei non potrà mai liberarsi con le sue proprie forze, e neppure con tutti i poteri di terra o cielo, uomini o esseri divini: non tutti sono uguali nel compito di liberare. Ma radunando i preti di tutte le dieci direzioni, attraverso tutta la loro energia spirituale, la liberazione si può avere. Io ora ti racconterò il metodo per la liberazione da questa e da tutte le calamità simili". Poi il Buddha continuò:--"Nel 15° giorno del 7° mese, essendo radunati insieme tutti i preti delle dieci direzioni, essi dovrebbero presentare un'offerta per la liberazione degli antenati delle ultime sette generazioni passate, come pure quelli della generazione presente, ogni tipo di cibo e bevande di prima qualità, così come letti, sedie e articoli da riposo. Tutti questi dovrebbero essere offerti dall’assemblea dei sacerdoti come se gli antenati stessi siano presenti, da ciò essi otterranno la liberazione dalle sofferenze, e così rinasceranno subito in Cielo in una condizione di felicità". Ed, inoltre, l’Onorato dal Mondo insegnò ai suoi seguaci alcune parole da dover essere ripetute all'offerta dei sacrifici, della cui virtù sarebbero certamente stati assicurati. 

   Quindi Maugalan accettò con gioia l'istruzione, e per mezzo di questa istituzione liberò sua madre dalle sue sofferenze. E così, in futuro e per tutti i tempi a venire, questi metodi di liberazione saranno efficaci per lo scopo designato se, anno dopo anno, le offerte saranno presentate secondo la formula rilasciata dal Buddha. 

   Avendo udito queste parole, Maugalan ed il resto dei Bhiksu partirono verso i più svariati luoghi, con cuori gioiosi e pensieri contenti.

[Tratto da: “L'Orientale”, Nov. 6, 1875.]  ------------------- -------(Trad. di Aliberth, 03/2006)

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