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Anno domini 391. L'impero romano si avvia al
declino e alla dissoluzione.
Una
setta di ebrei esaltati, ispirati da un profeta condannato a morte in
Giudea, comincia a rialzare la testa dopo tre secoli di persecuzioni. Siamo
ad Alessandria d'Egitto, la capitale culturale d'oriente, sede della più
antica e prestigiosa biblioteca dell'antichità, nonché di un faro
proverbiale. Undici anni prima, l'imperatore Teodosio aveva promulgato un
controverso editto a Tessalonica (Salonicco), in cui il cristianesimo veniva
dichiarato religione di stato, unica e obbligatoria. Nel 313 l'imperatore
Costantino - assieme al suo omologo e cognato Licinio, che guidava l'impero
romano d'oriente - aveva iniziato un lungo percorso di normalizzazione del
cristianesimo, dichiarando nell'editto di Milano che l'impero sarebbe stato
neutrale rispetto a ogni religione.
Al centro della vicenda una donna. Ipazia era figlia di Teone, filosofo e
matematico, nonché, secondo alcune fonti, legato all'attività del Museo,
dove era ospitata la famosa biblioteca. Fu lui ad avviarla a una carriera
votata alle lettere e alle scienze. Era nata intorno al 370 ed era una
matematica, astronoma e filosofa coltissima, oltre che molto attraente (così
pare, almeno). La sua fama si è conservata nei secoli, tanto che è l'unica
donna che Raffaello ritrae nella sua Scuola di Atene, proprio nel cuore del
Vaticano. Ipazia godeva di una posizione sociale inusuale nel mondo greco
romano. Scrive Cassiodoro Epifanio, nella sua Historia ecclesiastica
tripartita che Ipazia era "tanto colta da emergere tra i filosofi suoi
contemporanei, e da ricevere proprio lei la successione nella scuola
platonica derivata da Plotino, così da tenere ella stessa tutte le lezioni
filosofiche. Per questo motivo tutti accorrevano a lei a causa della sua
autentica fedeltà professata nei confronti dell'antica dottrina. Infatti
ella si prestava di buon grado anche a contraddittori e dispute senza alcun
imbarazzo. Anzi, si mostrava anche in mezzo agli uomini, ma con tale
riservatezza che tutti la stimavano e la rispettavano per la sua castità e
integrità di costumi".
Ma quelli erano anche gli anni teatro di furiosi scontri religiosi fra
pagani, cristiani ed ebrei. Tanto che proprio nel 391 viene distrutto per
mano cristiana in circostanze storicamente mai ben chiarite il Serapeo della
città, tempio e cuore della cultura pagana, dove la stessa Ipazia aveva
insegnato. Ma l'influenza e il prestigio della filosofa erano tali che la
maggior parte dei suoi discepoli si troverà ad avere un ruolo di primo piano
nella vita politica e culturale della città: fra i suoi ex allievi troviamo
molti vescovi e addirittura Oreste, prefetto cristiano della città nel 415.
Questi si trovò a scontrarsi con Cirillo, vescovo della città dal 412 al
444. Miles Christi violento e autoritario, non esitò a cacciare gli ebrei
dalla città nel 414 dopo aver scatenato una sanguinosa rappresaglia contro
di loro. Naturalmente fu anche campione di intolleranza verso gli odiati
pagani, che difendevano una religione e costumi ormai fuori legge. La sua
ambizione e i suoi metodi spicci, anche contro gli stessi cristiani che si
opponevano alla sua visione filosofica (che risultò poi vincente nella
chiesa) sull'unità della natura umana e divina di Cristo (sua è
l'introduzione dell'espressione "madre di Dio" per Maria, al posto di "madre
di Cristo"), e il suo tentativo di controllare il potere della città gli
meritarono molti nemici. Ma anche il titolo di santo (che si celebra il 27
giugno) e di dottore della chiesa.
Fu proprio a Cirillo e alla sua vigorosa campagna di difesa del
cristianesimo che venne attribuito l'orrendo assassinio (per squartamento)
di Ipazia nel 415, perpetrato da una folla di monaci inferociti (i "parabolani",
una specie di talebani del tempo) che le attribuivano la colpa di spingere
Oreste a non "riconciliarsi" con Cirillo, dopo che questi aveva dichiarato
martire un monaco che aveva lanciato una pietra contro il prefetto,
ferendolo gravemente. L'accusa usata da Cirillo contro Ipazia era quella,
classica, di stregoneria, che tanta fortuna avrebbe avuto nei secoli a
venire.
Una storia così affascinante, e che nessuno aveva ancora portato sul grande
schermo, non poteva non incuriosire il grande ed eclettico cineasta spagnolo
Alejando Amenábar, che ha diretto film tanto diversi come Mare dentro, Apri
gli occhi e The others. Con un budget di cinquanta milioni di euro (quasi
tutti provenienti da Telecinco), Ágora, girata quasi completamente a Malta,
è stata presentata all'ultimo festival di Cannes e sta piacendo molto al
pubblico spagnolo (il primo weekend di ottobre, quando è uscita, ha sbancato
i botteghini con quasi un milione di spettatori).
Il film, come spiega lo stesso regista, è un omaggio "non solo alle donne ma
a tutti quelli che hanno usato la ragione e sono stati onesti con se stessi.
Loro sono gli eroi del mio film. Galileo, per esempio, alla fine è
capitolato. Ipazia no". Come racconta Amenábar nel sito dedicato al film
"non mi ero mai interessato di scienza. Per me la cosa meravigliosa di
questo progetto è stato entrare in contatto con la scienza in modo
emozionale, spirituale". Attraverso le immagini della terra dallo spazio
Amenábar riesce infatti non solo a dare un'altra prospettiva agli scontri
terreni, ma a creare un ponte fra Ipazia e il suo pensiero astronomico.
Non sono rimaste opere scritte di Ipazia, fatte distruggere da Cirillo
assieme a tutte le empie opere pagane (la scena del saccheggio della
biblioteca di Alessandria, che il regista fa coincidere con la distruzione
del Serapeo, è particolarmente impressionante). E questo lascia alla
fantasia ampio margine: addirittura la filosofa, interpretata dalla
fascinosa Rachel Weisz (l'attrice inglese premio Oscar per The Constant
Gardener), si spinge a ipotizzare orbite ellittiche per i pianeti,
preconizzando un sistema eliocentrico (già ipotizzato da Aristarco di Samo).
Questo proprio negli anni in cui prendeva piede il modello tolemaico e in
cui nessuno metteva in dubbio la circolarità delle orbite. L'ipotesi di
Ipazia precursora di Keplero (1300 anni dopo) è affascinante, ma
improbabile.
Indubbiamente la fattura del film tradisce la passione del cineasta spagnolo
di origine cilena per la storia ("mi sono sempre piaciuti i kolossal
storici", ha dichiarato a El País) e per l'astronomia. "Ágora", scrive
ancora il regista sul sito, "è la storia di una donna, di una città, di una
civiltà, di un pianeta. L'agorà è il pianeta su cui dobbiamo convivere
tutti": un messaggio forte che Ipazia lanciava ai suoi allievi nei
burrascosi tempi in cui viveva. Invano. Lo stesso messaggio che il regista
lancia anche a noi. "Non è un film anticristiano", si affanna a ripetere in
tutte le interviste (anche se difficilmente il papa apprezzerà le scene in
cui i cristiani si avventano alla gola dei nemici con gli occhi iniettati di
sangue, o sembrano piccole formichine disorientate in una scena di violenza
ripresa dall'alto a ritmo velocizzato): "è un film contro tutti i
fondamentalismi".
Il giovane regista aveva in testa di portare lo spettatore nel IV secolo
come se fosse una troupe della CNN a riprendere gli incidenti, come ha
spiegato lui stesso. Probabilmente voleva dire che il tentativo è stato
quello di raccontare i fatti senza romanzarli: un'impresa impossibile in un
film storico. Di qui, oltre alla presenza dei personaggi documentati
(interpretati tutti da attori bravi e poco conosciuti), l'invenzione di
Davo, interpretato dall'inglese Max Minghella, bellissimo schiavo liberato
da Ipazia, che dopo aver seguito le lezioni della filosofa di Ipazia ed
essersene innamorato, diventa cristiano e membro - anche se pieno di dubbi -
dei parabolani. Il suo amore - solo platonico, è il caso di dirlo - per la
filosofa compete con quello di Oreste, anche lui ex allievo di Ipazia. C'è
un aneddoto che era noto al tempo: ai tentativi di un suo allievo di
conquistarla, lei avrebbe risposto portandogli un panno sporco di sangue del
suo ciclo mestruale. "Questo è ciò che tu ami, e non è bello", pare gli
avesse detto, provocando la vergogna del povero innamorato, che nel film è
proprio Oreste.
Al contrario del pubblico, la critica ha ricevuto freddamente il film, che
non si può criticare - dice in sostanza Carlos Boyero sul Paìs - perché la
ricostruzione storica è meticolosa e credibile, gli attori bravi, viene ben
raccontato il fanatismo e la fame di potere dei nuovi arrivati cristiani,
con la loro ossessione di martirizzare il prossimo, come succede anche oggi
a chi è appena sfuggito a un martirio. Sì, è vero, alcuni dialoghi
scientifici fra Ipazia e i suoi studenti possono sembrare un po' lirici e
poco credibili. Ma il vero problema, dice Boyero, è che "il tuo cervello può
relazionarsi al film, però non mi arriva al cuore. Lo desidero in ogni
istante, ma non c'è niente da fare". Un film cerebrale, insomma, dietro cui
c'è un approfondito lavoro di ricerca, ma senza anima. Amenábar spiega che
questa è "una storia del passato su quello che sta succedendo oggi, uno
specchio perché il pubblico guardi e osservi scoprendo che sorprendentemente
il mondo non è poi cambiato tanto". Il problema è che, usciti dal cinema, si
ha proprio l'impressione che il film parli più alla nostra coscienza di
occidentali del XXI secolo, dicendoci quello che vogliamo ascoltare su una
eroina che è morta barbaramente torturata per difendere i suoi principi, la
cultura, la scienza, la tolleranza. Ci parla del "pregiudizio nei confronti
di chi appartiene ad un'altra cultura, ad un'altra visione del mondo,
pregiudizio che bolla una posizione atea come incapace di veicolare dei
valori", come ha scritto su Nazione Indiana Andrea Inglese qualche giorno fa
commentando la sentenza di Strasburgo. Parla a noi moderni, insomma, con il
nostro linguaggio. Ma forse non riesce nel difficile compito di ricostruire
il contesto di un mondo così lontano (o così vicino) a noi come quello del
IV secolo. Un mondo in cui comunque Ipazia rappresentava un faro di
razionalità in mezzo nella tempesta che avrebbe spazzato via quel che
restava del mondo antico.
Si raccolgono firme online per Ágora. "Fateci vedere l'ultimo film di
Amenábar". È questo in sostanza il messaggio della petizione online che ha
già raggiunto le seimila firme (tra cui quella del matematico Piergiorgio
Odifreddi) per chiedere che venga distribuita anche in Italia l'ultima opera
del regista spagnolo. Secondo alcune voci indiscriminate che non sono mai
state smentite, l'Italia sarebbe uno dei pochi paesi dove non sarebbero
stati comprati i diritti di distribuzione a causa di una ipotetica mancanza
di interesse del pubblico. Sia o meno una intelligente operazione di
marketing, come sospettano i maligni, è certo che il film non piacerà a
molti prelati a cui già la sentenza contro la presenza del crocifisso nei
luoghi pubblici ha tolto il sorriso. L'inno del cineasta spagnolo a una
eroina della laicità e della tolleranza, fatta barbaramente uccidere da un
vescovo santo e dottore della chiesa non può certo essere visto di buon
occhio oltretevere. Ma la comunità virtuale si sta muovendo. Oltre alla
petizione online, esiste anche una pagina di facebook che chiede che il film
venga portato in Italia, con già più di 1700 ammiratori. La lepre edizioni,
per i cui tipi è appena uscito Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV
secolo (gli altri due libri più importanti dedicati alla scienziata sono:
Ipazia, Scienziata Alessandrina per Lampi di stampa e Ipazia d'Alessandria
per Editori Riuniti) si unisce alla richiesta e parla di un "piccolo caso
editoriale", avendo venduto tremila copie in pochi giorni. (per gentile
concessione: Liberazione, 14/11/2009)
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