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Nessuno nasce con la mente dominata ché,
altrimenti, non ci sarebbe nascita. La mente proiettiva, infatti, e più a
monte la coscienza estrovertita, costituiscono la causa del divenire
sarnsarico per uscire dal quale serve il domi-nio mentale, realizzabile
attraverso un centro-coscienza stabile, cioè attraverso una costante
autopresenza.
Essere presenti, per
chi si è sempre abbandonato alla passività coscienziale, non è una cosa
facile .
Richiede uno sforzo continuo, come qualunque automatismo che si vuole
interrompere; sforzo necessario fino a quando il centro-coscienza non
tornerà a essere uno stato naturale e costante. Allora, dicono i Maestri, ne
servirà uno per uscirne.
Nell'esperienza ordinaria, cosiddetta di
veglia, la vita si è solidificata nella materia. Tutto scorre molto più
lentamente rispetto ai piani sottili, e questo rende più facili la
discriminazione, il distacco e quindi l'autopresenza. Il rivestire una forma
corporea, perciò, rappresenta più che un'opportunità, ma proprio
l'Opportunità che dev'essere assolutamente colta.
Angeli e demoni, piacere e dolore, desiderio e
paura, nascita e morte, salute e malattia più tutte le altre coppie di
opposti che conosciamo e che ci opprimono, tutto è nella mente, e l'unico
modo per liberarsene è perciò quello di rimanere senza pensieri, vale a
dire: presenti a se stessi. Va anche detto che «il pensiero è la
radice di tutti i mali» (1), finché del pensiero non si torna a essere
padroni. Ma occupiamoci dello sforzo che bisogna compiere per la buona
riuscita dell'impresa; sforzo che dev'essere conscio, deliberato e costante,
dal momento che le ‘vasana’ (tendenze subconscie) reclamano continua
attenzione e spingono incessantemente la coscienza a uscire da se stessa.
«Non si dovrebbe permettere alla mente,
neppure per un attimo, di esteriorizzarsi, né si dovrebbe sprecare tempo in
chiacchiere»(2). Una vita solitaria, ritirata, isolata, che ha ridotto al
minimo i contatti con l'esterno, può senza dubbio agevolarci in questo. La
solitudine evita la dispersione verbale che, oltre a stimolare il
subconscio, tra individui si traduce sempre in una perdita di tempo e di
energie, e purtuttavia bisogna sempre far i conti con le stimolazioni
provenienti dall'interno, e non solo perché, pur se ridotte, le stimolazioni
esterne non mancano e, per neutralizzarle, come abbiamo detto, l'unico modo
è rimanere presenti.
«È necessario rimanere
sempre fissi nel Sé. Gli ostacoli a questo sono la distrazione esercitata,
da un lato, dalle cose del mondo (compresi gli oggetti dei sensi, i desideri
e le tendenze) e, dall'altro, dal sonno»(3), cioè dal torpore coscienziale
da cui bisogna assolutamente guardarsi. Finché il centro non sarà stato
stabilizzato, è indispensabile perciò sforzarsi di non cadere in una
condizione di passività e quindi restare in balia del subconscio.
Lo sforzo indispensabile per l'autopresenza, è
ancor più indispensabile nell'azione, dato che questa, lo sappiamo bene,
riesce a distrarre la coscienza e quindi a far vagare la mente in tutte le
direzioni. E infatti là, dove tutto è movimento, nessuno, neanche il
contemplativo, può sottrarsi all'agire, perciò l'autopresenza, che dev'essere
continua, va estesa all'azione e non limitarsi alle cosiddette ‘ore
canoniche’. «Nel monastero il praticante fa di tutto; porta l'acqua, va a
cercare la legna per il riscaldamennto, cucina, coltiva la terra... e anche
se impara il modo di sedersi in posizione Zen, di praticare la
concentrazione e la meditazione poi, in questa posizione, deve impegnarsi
per restare costantemente nella coscienza dell'essere, anche quando porta
l'acqua, cucina, coltiva la terra»(4). Egli dev'essere sempre "in guardia",
presente a se stesso anche quando, ad esempio, chiude una porta.
Chiuderla rumorosamente dimostra che mentre la chiude egli non è affatto
cosciente. Dev'esserlo, invece, in tutto quello che fa, sempre, dovunque e
comunque. Quando cammina, dev'essere cosciente di stare camminando, quando
mangia, di star mangiando, e così di seguito, estendendo la consapevolezza a
ogni momento della giornata, poiché la vita è preziosa e il tempo non va
sprecato ma saggiamente speso per il ritrovamento di sé.
Purtroppo, basta poco perché lo strumento
mentale, ridotto momentaneamente al silenzio, cominci a proiettare di nuovo.
E qui lo sforzo consiste, come abbiamo già detto, nel fermare il movimento
estrovertito e nel ricondursi al centro, o cuore, giacché centro-coscienza e
cuore sono la stessa cosa. Nel centro-cuore spirituale, che secondo i Saggi
si trova sul lato destro del petto, due dita dallo sterno, risiede appunto
il Sé, ovevro la Coscienza. Questo cuore-spirituale, che «è totalmente
diverso dall'organo muscolare, propulsore del sangue, conosciuto con lo
stesso nome..., è l'anima stessa del proprio essere»(5), ed è il centro
senza il quale non esiste assolutamente nulla.
Si può ritrovarlo, lo ripetiamo ancora, solo
fermando l'immaginazione e cercando di “essere”, cioè di rimanere
costantemente presenti. Non è semplice, è vero, ma con la pratica può
diventarlo; pratica semplice e naturale come il respirare. Infatti, non c'è
sforzo, cosciente e costante, che non venga coronato da un buono quanto
meritato successo.
NOTE:
1) Gli Insegnamenti di Ramana Maharshi, a cura
di A. Osborne, pag. 34. Ed. Ubaldini.
2) Ibidem, pag. 105.
3) Ibid. pag. 113.
4) Thich Nhat Hanh, ‘Introduzione allo Zen’,
pag. 12. Ed, Sonzogno.
5) Gli Insegnamenti di Ramana Maharshi, pag.
129. Op. cit.
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