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Quando il Buddhismo giunse in
Tibet, furono necessari più di cinquecento anni prima che potesse sorgere un
autentico buddhismo a carattere autonomo. Se guardiamo alla situazione in
Occidente, dove nei passati decenni è iniziata la diffusione, dobbiamo
riconoscere di essere appena agli inizi. Il primo secolo della storia del
buddhismo occidentale, non è ancora consumato!In Occidente, naturalmente,
tutto funziona in modo più rapido... forse qui potranno bastare quattrocento
anni! Ritengo che queste riflessioni siano particolarmente utili per
affrontare il problema con pazienza, perseveranza e decisione. Ciò che si
deve sviluppare qui richiederà, per poter giungere a compimento, lo sforzo
di più generazioni. Intanto, in Occidente, per ora non ci resta altro da
fare che chiedere prestiti all’Asia. Noi importiamo maestri, testi, rituali,
e in qualche modo cerchiamo di utilizzare ciò che abbiamo trovato, di ‘tradurlo’,di
filtrarne l’essenza. Questo processo è importante e indis pensabile,
tuttavia non deve essere tropo precipitoso.Gli occidentali sono abituati ad
avere tutto presentato subito e in modo ‘bell’e pronto’ e diventano
facilmente nervosi se si devono preoccupare di qualcosa...ma un
‘buddhadharma precotto’, che debba essere solo consumato, purtroppo non
esiste ancora!
Il maestro spirituale, il
guru
Uno dei punti critici
dell’integrazione del Dharma in Occidente è probabilmente la cosiddetta
relazione maestro/discepolo. Ritengo che mai, come in questo caso,la
differenza di mentalità tra europei ed asiatici risulti evidente. Ad
esempio,coloro che prendono parte agli insegnamenti che impartisco, mi
domandano sempre se desidererei accettarli come discepoli, se voglio
diventare il loro maestro. Se si traducesse una simile domanda in tibetano e
la si rivolgesse in Asia a un lama tradizionale, probabilmente avrebbe uno
chock. Semplicemente, non capirebbe in che modo, oltre alla comune base di
‘dare e ricevere’ insegnamenti, si dovrebbe parlare di un’ulteriore ‘relazione’.
Mi sembra che, a tale riguardo, sia necessario uno scavo analitico. Concetti
come quelli di lama, maestro spirituale, o magari guru, suscitano reazioni
completamente differenti,spesso persino violente: dalla fascinazione al
completo rifiuto. Il rifiuto si fonda sull’idea che il lavoro comune, tra
maestro e discepolo, sia una sorta di schiavitù spirituale e che,quasi
obbligatoriamente, i Maestri utilizzino la buona fede e la venerazione
acritica dei loro discepoli per scop poco seri. Se guardiamo al passato, ma
anche al presente, possiamo verificare come questi timori non siano
infondati. Sia sul piano religioso, sia su altri piani, c’è stato molto
abuso di questa dedizione. Per questo oggi sono diffusi dubbi di ogni genere
nei confronti dell’autorità spirituale. A questo va aggiunto, inoltre,
l’estraneità degli europei di questo secolo a un’idea di maestro come
oggetto di venerazione. E ora, improvvisamente, sentono direche nel
buddhismo tantrico il maestro deve essere visto come un buddha! I pochi che
non vivono tutto questo come pretestuoso, non hanno tuttavia un’idea di come
fare i conti con un’affermazione di questo genere. E se mai decidono di fare
i conti, dopotutto i maestri non sono altro che esseri umani,completamente
normali. Dall’altra parte c’è, invece, una certa fascinazione legata
all’idea di avviare una simile relazione. Il desiderio di superare i propri
limiti, e il proprio isolamento, attraverso la fusione o l’abbandonarsi a un
altro essere umano, è probabilmente antico quanto l’umanità.Ora, dopo un
periodo relativamente breve di rapporto intenso con il buddhismo, per il
praticante dovrebbe essere già chiaro che una collaborazione razionale con
un maestro spirituale non deve avvicinarsi a nessuno degli estremi descritti
sopra, sebbene,indubbiamente, abbia a che fare con il fascino e
l’abbandonarsi, e abbia indubbiamente a che fare con l’autorità. Dunque, in
che modo si presenta veramente una tale relazione? Oppure,come dovrebbe
presentarsi? Di che cosa si tratta? Potremmo dire, semplificando, che viene
stabilito un contatto, tra persone collocate in gradini diversi dello
sviluppo spirituale, al seguente scopo:che la persona che conosce meglio il
buddha dharma, che ha esperienze e realizzazioni maggiori, aiuti l’altra a
progredire. Nulla di più e nulla di meno.Il Maestro, naturalmente, dovrebbe
essere il più possibile qualificato, dal punto di vista sia del suo sapere,
sia delle sue qualità umane, e a questo proposito i testi canonici
forniscono sufficienti criteri di valutazione.
Veramente mi sembra che in
Occidente,molto più che in Asia, sia necessario garantire attenzione alle
qualità esterne del maestro spirituale.Qui non viviamo in una cultura
plasmata dal buddhismo. Molte persone sono diventate particolarmente attente
e critiche nei confronti delle religioni – e per il momento il buddhismo è
classificato tra di esse – e in particolare verso quegli insegnamenti
esotici che vengono dall’Oriente. Qui in Occidente, i maestri spirituali
sono esposti e osservati molto più che in Asia. Ciò che i maestri spirituali
fanno,come si comportano, viene messo immediatamente in relazione con il
buddhismo in generale. È per questo assolutamente importante che le regole
di disciplina etica siano chiaramente riconoscibili nella loro
condotta.Presentarsi come uno yogi tantrico, per il quale le consuete scale
morali non hanno più valore, in una cultura straniera risulta problematico.
Perfino inTibet ciò accadeva soltanto nella cosiddetta età dell’oro, quando
vivevano e insegnavano veri mahasiddha, integrati in un ambiente culturale
assai favorevole, circondati da discepoli con una fede incrollabile. Mi
chiedo se, nell’Europa di questo secolo, possa essere soddisfatta una sola
di quelle condizioni. Se ciò non accade, allora occorrerebbe far sparire,
per un paio di secoli, la seducente etichetta di saggezza folle, prima che,
per suo tramite, siano fatti danni peggiori.
Il discepolo
Al discepolo, ovviamente, non
sono richiesti così tanti prerequisiti come al maestro. In ultima analisi,
egli deve soprattutto sviluppare le proprie qualità.Ciò che comunque deve
portare con sé,ciò da cui dipendono i suoi progressi, è la buona volontà e
la perseveranza.Questo comune lavoro di maestro e discepolo, che nel
buddhismo gioca un ruolo molto importante, viene considerato in modo
completamente diverso nell’hinayana rispetto al mahayana, tantra compreso.A
seconda della tradizione, o della condizione di sviluppo personale, il
discepolo deve e può vedere nel maestro sia un uomo ordinario che dispone
realmente di un’elevata qualificazione,sia un bodhisattva, un essere simile
a un buddha, o ancora, come nel tantra, un buddha.Nelle spiegazioni che
seguono, farò principalmente riferimento al lavoro abituale nel tantra,
poiché questo lavoro compare spesso nel buddhismo indotibetano ed è, al
tempo stesso, la relazione più elevata di questo genere. A dire il vero,
difendo sempre l’idea di un ingresso graduale del discepolo nella pratica
tantrica, ma il punto è che qui in Occidente il buddhismo tibetano senza
tantra praticamente non esiste.La relazione maestro-discepolo in Occidente,
viene a costituirsi su uno sfondo, in certo qual modo, colorato dalle
sofferenze e dalle paure dell’ego isolato e dalle fantasie hollywoodiane di
una soddisfazione duratura dei desideri.È facilmente comprensibile quali
attese e quali paure entrino in gioco.L’approccio tradizionale causa
problemi riassumibili in poche parole: probabilmente nei confronti del
maestro esiste una vicinanza o eccessiva o insufficiente. In altre parole
verso di lui si esprimono sentimenti o di paura o di difesa o di
attaccamento. Talvolta appaiono tutti insieme, evenienza vissuta in modo
molto doloroso. Lo studente, ad esempio, cercherà di compensare la paura
arroccandosi intorno alle proprie capacità intellettuali. Diventerà
particolarmente critico, si farà forte delle proprie competenze e del sapere
precedentemente accumulato e, nel caso, farà casualmente trasparire che, a
sua volta, non è privo di realizzazioni.Con il lama nella posizione di
fornitore di informazioni aggiuntive tenterà dicostruire una relazione da
buon collega.Un simile comportamento presenta vantaggi e svantaggi.[...]
La concentrazione sulle
proprie capacità dà all’allievo fiducia in se stesso e coraggio. Tuttavia,
questa tendenza può anche consolidarsi in modo tale da far sorgere un vero
e proprio blocco. In questo caso diventa difficile dargli qualche
contributo: egli sa già tutto. Perfino quando formula delle domande, si
può osservare come prenda debolmente nota delle risposte, oppure come le
interpreti immediatamente secondo le proprie concezioni. Se cerco di
spiegargli il dieci per cento di qualcosa, ne conclude subito il cento per
cento. Un tale allievo mostra avversione per gli insegnamenti di base e
verso gli aspetti generali della pratica e, fatto che si rivela
particolarmente spiacevole, cerca di sganciarsi al più presto dalle tappe
del sentiero e diventare egli stesso un Maestro. In Asia, un lama più severo
farebbe forse praticare ripetutamente a un tale allievo la presa di rifugio,
finché gli diventi chiaro che non esistono temi superati e che noi
praticanti, per tutta la vita, iniziamo ogni volta da capo.
La falsa venerazione
Un’altra forma di difesa è la
falsa venerazione, in pratica una simulazione del vero rapporto tra maestro
spirituale e discepolo. Tale resistenza si esprime attraverso questo
meccanismo: il discepolo colloca il maestro spirituale su di un piano molto,
molto elevato... cioè, possibilmente, lontano. Così vengono enfatizzate le
capacità soprannaturali del Maestro, che è trattato con un vistoso,
appariscente rispetto. Tutto ciò che dice è accettato senza obiezioni, senza
discussione, senza domande... e forse persino senza partecipazione
interiore. Un altro meccanismo è che quando vengono fatte delle domande,
ciò accade sulla base di aspettative ben precise sui caratteri della
risposta. Se la risposta non soddisfa le aspettative, si insiste
ulteriormente. Oppure, sempre con lo stesso atteggiamento esternamente molto
rispettoso, saranno interpellati sempre nuovi Maestri, fino a disporre di un
fascio di risposte che consentano di fare ciò che si desidera, mentre si
sperimenta la piacevole sensazione di sentirsi autorizzato dal lama X o dal
lama Y. Talvolta si può arrivare al punto di creare fazioni, partiti, e
costruire vere e proprie rivalità, mentre i vari lama sono utilizzati come
ornamento. Che si tratti in questo caso vere e proprie strategie dell’ego
sullo sfondo del Dharma, è quasi superfluo ricordarlo.
La resistenza interiore che
si ammanta di imitazione esterna, si accompagna spesso a un’accentuazione
degli aspetti tradizionali denotati culturalmente. In pratica, l’interessato
vede agire se stesso nel ruolo di discepolo, invece di semplicemente
esserlo. Il vantaggio di un simile comportamento potrebbe risiedere nel
fatto che, comunque, avviene un qualche tipo di contatto con il buddhismo e
che questo contatto, si spera, alla lunga produrrà un influsso salutare
sulla persona. Lo svantaggio sta nell’impossibilità pratica di una
comunicazione vera tra maestro e discepolo, vale a dire nella negazione
dell’elemento più importante dell’intero lavoro in comune.
L’attaccamento al maestro
Il problema dell’attaccamento
al maestro spirituale non è meno spinoso. All’inizio della collaborazione
può facilmente accadere che al maestro spirituale sia soprattutto assegnato
il ruolo di superpartner, concettualizzato secondo la relazione immaginaria
di tipo padre-figlio oppure partner amoroso. Da qui derivano ogni genere di
aspettative, timori di abbandono, desideri. Di conseguenza sorge
l’afferrarsi a sicurezze e garanzie. Naturalmente questi vissuti non sono
dispiegati, ma vengono trasposti in modo conscio o inconscio sul piano
esclusivamente spirituale. Anche questo comportamento presenta vantaggi e
svantaggi. Per esempio, esso è connesso a un’enorme liberazione di energie
in forma di sforzi e abnegazione che, poco a poco, potranno essere
ricondotti su binari costruttivi e, in tal modo, diventare utili al
discepolo stesso.
Dalla parte degli svantaggi,
il fatto che le oscillazioni dei sentimenti, talvolta estreme, si presentano
come un ostacolo alla pratica. Il discepolo è incline a percepire tutte le
espressioni del maestro in modo selettivo, riferendole al proprio desiderio
di stabilizzazione del rapporto. Così diventa pressoché sordo riguardo ai
veri contenuti. Tramite comportamenti positivi tenterà di ottenere
l’approvazione e in tal modo, per tutta la durata di questa fase, non
indirizzerà la pratica realmente verso l’interno.
Con queste riflessioni non
intendo affermare che tutti i praticanti di Dharma occidentali siano dei
nevrotici senza speranza! Ho soltanto cercato di descrivere alcuni dei
problemi, in modo il più possibile drastico, così da renderli facilmente
riconoscibili. È del tutto normale che simili problemi sorgano all’inizio
della collaborazione tra maestro spirituale e discepolo, ma ciò non deve
costituire un motivo di rassegnazione. Naturalmente ciascuno porterà, nella
pratica del Dharma, condotte che corrispondono alle proprie impronte
culturali e alle abitudini assunte nel corso della vita. Da qui si può
partire per sviluppare un’altra prospettiva. Come ho già accennato, ciascuno
di questi comportamenti contiene un potenziale che può essere utilizzato in
senso buono. Per poterlo fare senza sprecare tempo ed energia, dovremmo
riuscire a valutare le nostre tendenze e i nostri problemi in modo chiaro e
rapido, così da non restare bloccati troppo a lungo, scambiando
l’attaccamento per dedizione spirituale o la resistenza per prudenza.
Rimedi
Forse, in senso generale, che
la persona del maestro spirituale sia in un certo qual modo sopravvalutata –
e proprio per questo, in un certo senso, sottovalutata – è un problema
tipicamente umano. Cosa è meglio fare, allora, in una situazione di questo
tipo? Il maestro è obbligato a smontare questa falsa visione, in modo cauto
ma implacabile. Il discepolo deve chiarire a se stesso che la relazione non
esiste in questo modo. Da parte del maestro, non c’è una situazione
concreta, con regole del gioco fisse. Tutto ciò è assolutamente privo di
fondamento. Le fantasie e le proiezioni mosse da questo preconcetto sono
fantasie e proiezioni che corrono nel nulla. Corrono talmente nel vuoto, che
il maestro non sente nemmeno il bisogno di confutarle. Ciò che il maestro
può effettivamente fare per il discepolo si svolge su un piano del tutto
differente e quindi sfugge necessariamente, almeno in parte, alla capacità
di giudizio del discepolo. E non può essere altrimenti. Infatti, il
discepolo cercherebbe subito di utilizzare le attività del maestro come
superficie di proiezione.
Maestro Spirituale e
Discepolo in Occidente
In senso generale, forse è un
problema tipicamente umano che la persona del maestro spirituale,
specialmente all’inizio della relazione, sia in un certo senso
sopravvalutata, e per ciò stesso, in un altro senso, anche sottovalutata.
Che cosa è meglio fare,
allora, in una situazione di questo tipo?
Il maestro spirituale ha
l’obbligo di smontare questa falsa visione, in modo cauto ma implacabile. Il
discepolo, da parte sua, deve chiarire a se stesso che: la relazione non
esiste in questo modo.
Da parte del maestro
spirituale non esiste una situazione concreta, con regole del gioco fisse.
Tutto ciò non ha la minima
realtà. Le fantasie e le proiezioni a questo riguardo sono fantasie e
proiezioni che scorrono nel nulla. Scorrono talmente nel vuoto, che da parte
del maestro non è neppure necessario confutarle. E non perché il maestro sia
rozzo e rifiuti la relazione, ma perché non esiste una realtà con questa
forma! Non so come dirlo più chiaramente.
Ciò che il maestro spirituale
può effettivamente fare per il discepolo, si svolge su un altro livello e
sfugge, necessariamente e almeno nella sua parte essenziale, alla capacità
di giudizio del discepolo. Non può essere altrimenti, infatti il discepolo
cercherebbe subito di utilizzare le attività del maestro come superficie di
proiezione.
Ma come funziona realmente la
corrispondenza tra maestro e discepolo?
Come funziona: Per poter
capire come funziona, dobbiamo cercare di osservare meglio in che modo, noi
stessi, agiamo nella realtà. Utilizzerò a questo scopo i concetti di scena,
retroscena e retroscena speciale. Cercherò di illustrare questi processi in
modo semplificato, ma il più chiaro possibile.
Con il termine scena, intendo
le nostre comuni facciate esterne, vale a dire tutto ciò che condividiamo
con altri esseri umani. Ad essa appartengono, ad esempio, sia la nostra
realtà psichica, sia l’ambito della realtà convenzionale. La scena contiene
tutto ciò di cui abbiamo bisogno per costruire le relazioni sociali e per
mantenerle.
Il retroscena contiene ciò che
costituisce l’essenza di un’esistenza umana, e che non può essere condiviso
con altri, o lo può soltanto in modo limitato: le caratteristiche, le
capacità, lo specifico e personale modo di pensare, sentire e osservare…in
altri termini, l’atmosfera interiore.
Tutti gli esseri umani hanno
una scena e un retroscena. Entrambi, a loro volta, sono legati a
un’esistenza. Ancora oltre, c’è il retroscena speciale. Significa che coloro
che si sottopongono a un training spirituale dispongono di un patrimonio di
capacità particolari che non va più perduto. Tali capacità permangono in
modo latente, passano da un’esistenza alla successiva. Si manifestano nel
livello di chiarezza spontanea, nella conoscenza, nella sicurezza riguardo
certe cose, nella capacità di ri-conoscere e in particolari tendenze o
caratteristiche della personalità. Ritrovare il proprio retroscena speciale
è uno degli obiettivi della pratica del tantra o di altre forme avanzate di
pratica spirituale, qualora siano state applicate ininterrottamente nel
corso di molte esistenze.
Quanto ho detto fin’ora a
quest’ultimo proposito forse può bastare, perché in realtà ogni tentativo di
cogliere il significato del retroscena speciale, o descriverlo, conduce di
nuovo e inevitabilmente alla scena.
La pratica del tantra
Nella pratica del tantra, il
retroscena non svolge più il ruolo decisivo, ruolo che è invece assunto
dallo sviluppo interiore.
Considerare il maestro
tantrico come un buddha, significa mettere in comunicazione il proprio
retroscena più profondo con quello del lama.
Si deve costruire una
relazione da consapevolezza a consapevolezza, da retroscena a retroscena.
La parola relazione, qui, in
realtà, abbastanza debole. In fin dei conti esiste soltanto un retroscena
comune , del maestro spirituale e dei discepoli. In tibetano, a questo
proposito, si usa l’espressione thugs yid gcic tu dres, mescolare in una
sola unità la mente (del lama) e la (propria) mente. Ciò può funzionare
solamente se il discepolo padroneggia la tecnica del guru yoga, l’unione con
il maestro spirituale.
In questo caso, non si tratta
di una conoscenza intellettuale della tecnica. Attraverso la riflessione e
la pratica, il discepolo deve sviluppare sensibilità di questo aspetto e
realizzarne una comprensione a livello interiore.
Considerare il maestro
spirituale come un buddha, non significa dover cambiare qualcosa a livello
delle percezioni esteriori. In altre parole: sebbene i discepoli siano
totalmente centrati nel loro ego sulla scena, all’inizio della pratica, e
siano abituati a comunicare con tutti gli altri esseri senzienti
principalmente su questo piano, in questo specifico tipo di pratica
[dell’unione con il guru o guru yoga] sono costretti a render chiaro a se
stessi che il maestro tantrico, nella sua qualità di maestro, è soltanto
retroscena. Tutto il resto è manifestazione. Per lui non esiste alcuna
focalizzazione nell’ego sulla scena. È questo che s’intende quando si parla
di guardare al maestro spirituale come a un buddha. Perché tutto è così
importante nel tantra?
Del significato del tantra per
i praticanti occidentali me ne sono occupato diffusamente in un’altra sede.
Qui basti questo: in ragione della sua focalizzazione sulla scena, il
principiante non è in grado di abbandonare –nemmeno temporaneamente – sulla
base delle proprie forze, quella spiegazione convenzionale della realtà che
gli è tanto familiare, per assumere, in sua vece, un altro angolo di
visuale, più ampio. Tutti i suoi sforzi restano immancabilmente ancorati
alla scena. Anche se gli riuscisse aggirare se stesso e trovare un
nascondiglio – cosa che non gli è possibile fare – finirebbe con
l’incespicare a destra e a sinistra, per così dire, senza orientamento. Per
questo gli è temporaneamente necessaria una guida esperta del posto.
È facile immaginare quanto una
vera e intensiva pratica di questo tipo possa sconvolgerci. I confini del
nostro ego, l’ego a noi conosciuto, debbono dissolversi. Per trovare il
coraggio necessario, abbiamo bisogno, tra le altre cose, di una fiducia
straordinariamente forte in qualche tipo di punto fisso al di fuori di noi
stessi: nel Maestro. In relazione a tali rappresentazioni interiori,
l’esercizio del guru yoga acquista un significato impressionante. A
proposito di guru yoga: è già capitato che alcuni praticanti abbiano pensato
che il proprio maestro potrebbe essere disturbato da troppa attività di
questo tipo. A questo riguardo posso soltanto dire: il problema non
sussiste. A quanto ne so, non è mai successo che i discepoli abbiano steso
un maestro a causa della troppa pratica: semmai il contrario!
In altre parole, il maestro
spirituale manifesta le proprie qualità in modo sempre più chiaro via
che i discepoli sviluppano
maggiore fiducia, perseveranza e devozione.
Il guru radice
A questo proposito vorrei
aggiungere un paio di osservazioni sul concetto di guru radice, in tibetano
tsawei lama, spesso tradotto con maestro principale. Secondo i testi, questo
concetto indica, ne più né meno, quel particolare maestro spirituale dal
quale si sono direttamente ricevuti insegnamenti – in contrapposizione ai
maestri indiretti, vale a dire ai lama di quel lignaggio di insegnamento.
Nel buddhismo popolare
tibetano, il significato concettuale di tsawei lama è stato in parte
falsificato, e purtroppo con questo stesso limite è giunto anche in
Occidente. Oggi si usa spesso la definizione di guru radice per indicare la
persona , tra i propri maestri, con la quale si ha la relazione più
stretta. Il falso concetto legato a questa definizione'’no solo è il vero,
il più grande, il migliore’, è un ostacola alla pratica e all’effettiva
collaborazione – e produce , nello stesso tempo, un atteggiamento sbagliato
nel rapporto tra sé e gli altri maestri diretti. Per questo il discepolo
dovrebbe impegnarsi a vedere in tutti i suoi maestri il maestro radice. E
quando ha l’impressione di poter trarre particolare profitto dall’uno o
dall’altro, dovrebbe semplicemente esserne felice e cercare di praticare in
accordo alle istruzioni ricevute senza suddividere i propri maestri in lama
di serie A e di serie B.
Fin qui per quanto riguarda la
collaborazione tra maestro spirituale e discepolo.
Con i concetti di scena,
retroscena e retroscena speciale, ho cercato di descrivere i processi
comunicativi con noi stessi, con gli altri esseri e con il maestro.
Il retroscena tra maestro e
discepolo
Per chiarire come possa
svilupparsi un retroscena comune tra maestro e discepolo, e in che cosa
esattamente consista, vorrei adesso modificare parzialmente l’angolazione
della visuale, prendendo in considerazione , in modo diretto, il piano della
consapevolezza.
Questo non significa,
tuttavia, istituire un parallelo tra scena, retroscena e retroscena speciale
da un lato, e consapevolezza di tipo grossolano, sottile e molto sottile
dall’altro. Per farlo sarebbe necessario aggiungere ulteriori elementi, e
ciò esula dai miei intenti in questo contesto.
Vorrei dire solo questo: non
esiste alcun confine rigido tra scena, retroscena e retroscena speciale.
Allo stesso modo non esiste alcun confine rigido tra i diversi piani della
consapevolezza. le frontiere sono mobili, e quindi dobbiamo sempre pensare
che queste divisioni hanno finalità illustrative e non vanno prese troppo
alla lettera.
Con questa avvertenza possiamo
dunque distinguere tra piano esterno, interno, e profondo.
Il piano esterno è la forma
grossolana di quella consapevolezza che ci è nota come abituale
consapevolezza quotidiana. Tutto il nostro lavorò concettuale si svolge a
questo livello. Il piano interno è più sottile, ma è comunque raggiungibile
dalle persone comuni. Al piano profondo, invece, si situa la consapevolezza
estremamente sottile, che può essere attivata solo durante una meditazione
intensiva extra-ordinaria o durante il processo della morte.
Voglio ora soffermarmi sul
piano intermedio. Nel quadro di una collaborazione efficace e fondata sulla
fiducia tra maestro e discepolo, la comunicazione diretta si verifica sul
piano intermedio. Per comunicazione diretta intendo una comunicazione che
non sia ostacolata dalla distanza o da altre circostanze, che non sia
indipendente dall’intenzionalità del discepolo e senza segni esterni.
Entrambi i partner hanno uno scambio, un certo patrimonio di conoscenze e
volontà in comune, impronte o ricordi, eventualmente anche nell’arco di
molte esistenze.
Ciò che si definisce
benedizione [o energia ispiratrice], avviene a questo livello. A questo
livello avvengono le pratiche relative alla realizzazione della mente
altruistica dell’illuminazione (bodhicitta) e della vacuità (sunyata). È
questo il piano che viene direttamente coinvolto durante gli insegnamenti.
Il contatto, tuttavia, può rimanere anche al di fuori di essi. Per questo
motivo, per i discepoli che lavorano in modo stabile e fiducioso con il
maestro spirituale, la necessità di un contatto personale continuo non è
così importante come per i principianti. Essi ricevono ciò di cui hanno
bisogno in circostanze normali: durante gli insegnamenti formali pubblici o
durante le comuni sessioni di domande e risposte. Il resto si svolge, in
gran parte, su di un piano più sottile.
Un simile trasferimento del
baricentro della comunicazione è del resto indispensabile, altrimenti un
maestro non potrebbe prendersi cura di più di quaranta, cinquanta discepoli.
Sappiamo invece dalla storia
che ci sono stati lama con migliaia di discepoli , nessuno dei quali è stato
trascurato, nonostante la relazione del maestro con ciascuno di essi non
avesse caratteristiche specifiche.
Il lama sul trono
Tra alcuni praticanti
occidentali esiste l’idea che il maestro spirituale debba troneggiare da
solo nel mezzo, mentre i discepoli intorno a lui ricevono esattamente la
stessa quota della sua attenzione. Su questo si può vigilare persino con
gelosia.
Un prendersi cura ottimale,
tuttavia, non significa necessariamente una cura identica. Esistono
differenze nei tipi di personalità, nel tipo di comunicazione, nelle
possibilità di condurre un discepolo attraverso i differenti stadi della
pratica e di proiettarli nel futuro, nelle impronte e nei ricordi ricavati
probabilmente da molte esistenze in comune.
La maggior parte dei buddhisti
conosce esempi di relazioni speciali ricavate dalla storia tibetana: Marpa e
Milarepa, Atisha e Dromtonpa, Tsongkhapa e Kedrub-Je, e questo elenco
potrebbe continuare a lungo.
Ciascuno di questi lama ha
lavorato in modo particolarmente stretto con uno o più discepoli, senza che
ciò abbia creato problemi agli altri. Si trattava semplicemente di ottenere
il maggior beneficio possibile. Ovviamente esisteva anche una certa
uguaglianza, e precisamente durante gli insegnamenti comuni, in occasione
dei quali ogni studente aveva la possibilità di costruire con il maestro la
stessa intensità comunicativa.
Questa intensità, o
comunicazione sul piano sottile, produce del resto la differenza tra un vero
insegnamento – grazie al quale può essere costruita una valida relazione tra
maestro e discepolo – e una conferenza sul Dharma.
Anche in tibetano esistono due
termini diversi per indicare le due situazioni.
In Occidente si è creata molta
confusione, per il fatto che il termine insegnamento (in ing. teaching) è
stato applicato a qualsiasi tipo di discorso sul Dharma. Forse sarebbe
meglio introdurre qualche distinzione in merito.
Ad ogni modo, la comunicazione
nella consapevolezza sottile tra maestro e discepolo costituisce il
retroscena in comune. In altre parole, non si tratta di una cosa ma di un
processo finalizzato alla realizzazione della buddhità. E al tempo stesso è
uno strumento per mettere in atto tale processo. Per questo l’incontro tra
il maestro e il discepolo, nella relazione tantrica,
appartiene al registro delle
esperienze più profonde che possano avvenire nell’ambito di un’esistenza
umana.
Il piano profondo, il più
interno, il famoso piano più profondamente sottile, in tale relazione, come
anche nella vita quotidiana, è collocabile più lontano, e precisamente al di
là del continuo stoccaggio di impronte karmiche.
Per noi, persone comuni, è
quindi una dimensione piuttosto inerte. Se però, nel corso della meditazione,
si riesce ad attivare la consapevolezza estremamente sottile, durante un
tale spazio-tempo, tutte le funzioni più grossolane della coscienza sono
interrotte. La consapevolezza sottile può allora esercitare il ruolo svolto
in precedenza dall’altro livello e agire liberamente. Si utilizzerà la
consapevolezza estremamente sottile in modo naturale, per rafforzare le
proprie capacità meditative, e per affrettare lo sviluppo interiore. Con la
fine della meditazione, tuttavia, essa verrà disattivata di nuovo,
accogliendo, come sempre, soltanto impronte karmiche, mentre la
consapevolezza grossolana e sottile lavoreranno secondo le consuetudini. Ma
su questo argomento fermiamoci qui, altrimenti si corre il rischio di
complicare ulteriormente le cose.
Il Dharma in Occidente
Ritorniamo alla nostra vita
quotidiana e alla nostra questione del Dharma in Occidente. Abbiamo visto
come i falsi concetti iniziali possano indurre numerose complicazioni e come
tutto, in realtà, si svolga in modo diverso.
Di queste informazioni, adesso,
cosa ne facciamo?
In fin dei conti vorremmo
risolvere i problemi uscendo dalla nostra situazione e sviluppando sempre di
più un’adeguata collaborazione tra maestro e discepolo.
Qual è il modo migliore di
andare avanti?
Il maestro spirituale cercherà
in primo luogo di far par spazio nella mente del discepolo per qualcosa di
nuovo. Questo aspetto è di particolare importanza in Occidente.
Le nostre teste, qui in
Occidente, sono già talmente piene di concetti, che all’inizio non è per
nulla ragionevole pigiare al loro interno ulteriori informazioni
sull’insegnamento buddhista.
La maggior parte degli europei,
peraltro, è ben consapevole di tutto questo e il desiderio più urgente che
gli europei esprimono è che si trasmetta loro un’esperienza non-verbale di
spazio e di intensità , prima di metterli di fronte a nuove conoscenze
intellettuali.
Non appena sono stati creati
spazio e fiducia, avrà inizio la confutazione dei falsi concetti. In questo
processo possono essere sfruttate pienamente le possibilità dei tipi di
comunicazione diretta e sottile descritti in precedenza. Tutto ciò può
rendere molto felici, ma qualche volta può risultare doloroso,
impressionante o persino noioso.
Ancora una volta può
accadere che, in apparenza, la collaborazione non tenga per nulla conto dei
desideri o dei concetti del discepolo.
In sostanza, nella relazione
tantrica tra maestro e discepolo, le cose non funzionano in modo molto
democratico, purtroppo. Ognuno dovrebbe scoprire da solo se può pretendere
da se stesso tutto ciò, e perché!
Se poi, nonostante tutto, un
praticante prende la decisione di proseguire lungo questo cammino con una
buona motivazione, riceverà tutto il sostegno necessario.
Egli stesso - attraverso
la sua attenzione, la purezza della sua effettiva comunicazione con il
maestro, la perseveranza, il coraggio, la fiducia - sarà in grado di
raggiungere quel clima interiore che consente mutamenti positivi.
Per questo tramite nasceranno
in lui anche la disponibilità e la capacità di accogliere gli insegnamenti,
di metterli in comunicazione con al propria mente e di realizzarli.
Da un simile
comportamento nei confronti del maestro – che ora è considerato un alleato –
nasce spontaneamente uns sentimento di riconoscenza e una profonda stima,
che tuttavia non deve essere legata a forme esteriori.
Nulla può scuotere una
simile collaborazione in piena fiducia. Essa fa anche in modo che tra i
diversi discepoli del medesimo maestro si crei automaticamente un’atmosfera
di armonia, di cordialità, di distensione.
La pratica, allora, non viene
vissuta in modo meccanico e faticoso, ma in maniera viva, efficace e
ispirata.
Il proprio cuore, lo si nota,
è colpito dai contenuti della pratica.
Nel corso dei mesi e degli
anni, noi stessi possiamo notare come gli impedimenti si dissolvano.
La chiarezza, la semplicità e
la contentezza sorgono quasi senza fatica. Il praticante raggiunge una
sicurezza carica di felicità nei riguardi di se stesso, delle proprie
potenzialità, del proprio cammino e dell’affidabilità del metodo.
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