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1 - Premesse
psicologiche.
Per parlare di
psicologia in campo meditativo, è opportuno fare dei brevi riferimenti
ad alcuni
concetti in campo psicologico. Esiste un Io, che si forma dall’impatto
di quell’entità prodotta
al momento del
concepimento, preordinata geneticamente, col mondo. L’Io, durante tutto
l’arco della vita, tende a condurre la persona secondo le sue
convinzioni. La sua possibilità di
capire la realtà è soggettiva, ed è condizionata dalla reale capacità di
sapere, conoscere la
verità, e dalla
forza che si possiede di
viverla e
manifestarla. Per
l’Io, un evento reale o
immaginario, non hanno alcuna differenza, nel momento in cui lo
interpreta come “dato”. La
sua coscienza, la
sua consapevolezza, sono più o meno ristrette.
Secondo il modello psicoanalitico il Super-Io, che struttura ma anche
distorce e irrigidisce, e
l’Inconscio,
come
entità
sconosciuta
che
influenza
la
vita psichica,
sono
gli
elementi
fondamentali del funzionamento mentale e del disagio psichico collegato.
Anche tutti gli altri
modelli in campo psichico, si confinano nel loro svilupparsi al campo
stretto del modello
scientifico,
pur
essendo vero che il termine “Psiche” vuol dire “Anima”. Freud stesso nel
formulare il suo modello, ammetteva di voler lasciare fuori qualsiasi
aspetto mistico, che lui
definiva in modo negativo come “occulto”. Desiderava fosse messo un
baluardo protettivo
verso l’occulto, e
basava tutto il suo modello sulla pulsione sessuale.
Un grande passo in
avanti si era fatto con C.G. Jung, che già durante i dialoghi e le
discussioni con S.
Freud sottolineava la opportunità di allargare il modello, e di
integrarlo con
gli aspetti spirituali: sentiva infatti dentro sé la spinta interiore
dello Spirito, e ciò gli poneva
forti dubbi sulla
teoria grande S. Freud. Per tale motivo veniva accusato di misticismo.
Rudolf Steiner,
spiritualista, si era accorto di questa apertura dedicando la sua
attenzione a
Jung in due
conferenze. Massimo Rinaldi nel suo articolo “La Psicologia di C.G. Jung
e lo
spiritualismo di
R.Steiner: due concezioni a confronto”, riferisce:
“La scuola di Jung
costituisce ancora oggi una delle poche scuole di pensiero in campo
psicologico in cui
l’immagine dell’uomo conservi una dimensione spirituale, in cui la vita
dell’anima venga
riconosciuta in quanto tale. Restituì dignità alla tensione dell’uomo
verso il divino,
all’autenticità del suo sentimento religioso, riconoscendone
l’originalità e l’autonomia
rispetto alle istanze psichiche, e rifiutando il riduzionismo sessuale
freudiano ed ogni
tentazione di negazione. Jung coniò anche, per denominare tale spinta
interiore, il concetto
specifico di funzione religiosa dell’inconscio. In secondo luogo egli
comprese che le
immagini psichiche possiedono una loro vita autonoma, ed individuò e
definì, da un lato, i
cosiddetti complessi, e dall’altro gli archetipi. Attraverso queste
scoperte egli giunse quindi
al concetto di inconscio collettivo, che risulta certamente ingenuo di
fronte alle complesse
concezioni e alle precise visioni steineriane, ma appare prezioso di
fronte al “vuoto
pneumatico” in cui versa la scienza attuale. In esso - l’inconscio
collettivo - e nei suoi
concetti archetipici egli riconosce di fatto l’esistenza e la
specificità del mondo spirituale.
Infine Jung concepì la personalità come qualcosa che oltrepassa l’Io
ordinario – la piccola
coscienza – che fa parte di quella come parte di un tutto, come ente tra
gli enti, e chiama
“Sé” questa entità interiore complessiva. Nel concetto di individuazione
che è anche per Jung
il fine ultimo della psicoterapia, egli racchiude il processo di
armonizzazione e di
adeguamento della personalità ordinaria dell’Io al Sé.”

Pierre
Daco
ispirandosi
a
Jung,
nel
suo
libro
“Che
cos’è
la
Psicoanalisi”,
parlando
dell’inconscio
collettivo dice:
“L’inconscio
collettivo
non è mai malato,
semplicemente
perché
è impersonale.
Esso
non appartiene
all’esperienza
individuale.
Le rimozioni,
i
complessi,
le
inibizioni
non
si
trovano
mai nell’inconscio
collettivo
ma nell’inconscio
personale. In fondo si potrebbe paragonare l’inconscio collettivo ad un
essere gigantesco.
Quest’essere sarebbe vissuto per migliaia di anni; dopo migliaia di anni
sarebbe rimasto
simile a se stesso. Con un solo sguardo abbraccerebbe la storia
dell’umanità
intera. Si
ricorderebbe di tutte le esperienze umane profonde, di tutte le paure,
di tutte le emozioni.
Esso si troverebbe in ogni individuo; e noi, col nostro inconscio
personale e il nostro Io,
siamo immersi in questo inconscio collettivo per tutta la nostra vita.
Del resto
riflettiamo
un po’. Ecco un uomo di media età, quaranta anni per esempio.
Prendiamo ora cinquanta uomini di quaranta anni e disponiamoli uno
accanto all’altro nel
tempo. Cinquanta uomini
di quaranta
anni = duemila anni ci
riportano
ad un tempo
anteriore alla nascita di Cristo. E durante questo piccolo arco di
cinquanta volte quaranta
anni, diecimila guerre sono scoppiate. Miliardi di uomini si sono
mescolati, decine di miliardi
di differenti Io si sono agitati, hanno lavorato, sofferto, creato, sono
morti sulla superficie
della terra. Ma in questo gigantesco vortice di molecole umane, una cosa
fu comune e
inalterabile:
l’inconscio
collettivo,
attivo,
invisibile,
che ha prodotto,
a partire
da una
medesima sorgente, una proliferazione di simboli, di azioni e di
emozioni.
Così, di ogni umana entità, la vita profonda, indipendentemente dalla
razza, dalla religione,
dall’intelligenza, è rimasta rigorosamente la stessa. L’inconscio
collettivo è quindi formato di
immagini psichiche, deposte come un sedimento vivente, attraverso i
tempi. Si potrebbe
riassumere dicendo che l’inconscio collettivo è un inconscio superiore.
E’ una eredità
mentale comune a tutta l’umanità, senza distinzioni di cultura né di
razza. Questo inconscio
collettivo si manifesta attraverso archetipi e simboli. In tal modo ci
mette in contatto con la
parte più intima dell’uomo, da sempre immutata.”
Come descritto da Silvia Schwarz, Jung fu mosso da una spinta interiore
potente che lo ha
orientato nel
corso della vita, risultato delle sue attività introspettive condotte
per tutta la vita.
Steiner affermò che nei grandi uomini i difetti mostrano una paradossale
coincidenza con gli
elementi di
grandezza. Jung non ammetteva qualcosa che non avesse egli stesso
sperimentato;
non
poteva neppure
ipotizzare
l’esistenza
di qualcosa
che trascendesse
la
sua
propria
esperienza.
Pertanto
egli
trovò
il
suo
limite
proprio
nel
non
poter
superare,
con
la
comprensione, il livello della propria esperienza interiore, che,
possiamo affermare con una
certa sicurezza di
giudizio, si situava a livello della
coscienza immaginativa; nel non riuscire
cioè, ad
accogliere contenuti più avanzati sul piano della
coscienza spirituale.
Jung, tuttavia, combattè il pregiudizio materialistico pseudo-scentifico
trovando il conforto
delle proprie esperienze interiori che hanno reso le sue formulazioni
una scuola di pensiero
con cui bisogna
fare i conti.
In realtà esistono modelli dove l’aspetto spirituale è integrato nella
sua architettura di base, e
dove la guarigione corrisponde ad una conversione. E’ il caso
dell’Enneagramma, a cui qui
non faremo
riferimento, ma al quale si rimanda. (leggi per esempio L’Enneagramma,
edizioni
2 - Il viaggio
spirituale: integrazione tra Io e vero Sé.
Con la meditazione compiamo un viaggio in un sentiero che ci porta ad
incontrare il nostro
Vero sé,
così come
descritto da Sr. Eileen O’Hea CSJ nella conferenza “The
Spiritual
Journey” a San
Francisco nel 1999.
Superare i limiti del nostro Io per arrivare nel profondo di
noi stessi. Essere “uno” col divino amore, che va al di là della mente
razionale, e del nostro
ego. E’ una esperienza che non può essere descritta a parole, perché è
il mondo della “non
conoscenza”, che
realizziamo nella profondità del nostro essere.
Chi è l’uomo? Come
cristiani affermiamo che è il figlio di Dio, fatto a sua immagine
e
somiglianza. E’ animato dallo spirito di Dio, lo stesso del Cristo, lo
stesso che lo ha portato
alla sua morte e resurrezione, e che continua a vivere in ciascuno di
noi. Entrare in contatto
con questa realtà
di base, significa sperimentare pace, gioia, amore.
Nella realtà quotidiana però non sono sempre questi i sentimenti che
proviamo. Più spesso è
l’ansia,
l’angoscia, il senso di colpa, la paura che ci accompagnano. Il nostro
ego è pressato da
sensazioni
negative,
da convinzioni
e
automatismi,
da schemi
mentali
che
limitano
e
condizionano la comprensione della realtà. Sensazioni di essere
sbagliati, di non andare bene,
essere cattivi
sono collegate all’ego. Esso risulta attaccato a questi schemi di
pensiero, sotto la
spinta di
condizionamenti educativi, genitoriali, culturali.
Il
viaggio
spirituale
è
un
riconnettersi
col
vero
sé.
Attraversare
quel
processo
di
cambiamento, che dura tutta una vita. Abbandonare gli attaccamenti
dell’ego per essere uno
Il Divino ci cerca
di continuo, ci attira a sé come una madre attira suo figlio, per essere
uniti a
lui. Ci attira per
essere in unione, in comunione con lui. Camminare nel sentiero che ci
riconnette
al
vero
sé
ci
spinge
ad
arrivare
sempre
di
più
verso
la
consapevolezza
contemplativa,
interamente
immersa contrasto.
un’esperienza che può essere indicata, ma che non può essere interamente
descritta. E’ la
condizione dove la
devozione e l’impegno sono all’apice, non sostenuti dall’ego.
Il
momento
contemplativo
è
un
momento
di
non
conoscenza.
Non
sapete
che
state
conoscendo, perché non c’è nulla da mettere a confronto. Nel momento
contemplativo non si
domina né si è dominati, né si possono provare sentimenti di
inadeguatezza. Siamo fatti per
sperimentare questo. Provare sensazioni di inadeguatezza, di contrasto,
di inferiorità significa
che non riusciamo
ad entrare in contatto con noi stessi, non riusciamo a fare una
esperienza di
contatto col vero
sé, ma che siamo attaccati al nostro ego.
Nella consapevolezza contemplativa non c’è contrasto né paragone. E’ una
realtà dove non
c’è qualcosa di più alto o di più basso, di migliore o di peggiore. Non
c’è qualcosa di più
religioso o meno
religioso. Siamo intessuti col vero sé in Cristo.
Il cammino della ricerca del vero sé e della sua integrazione nella
nostra persona può essere
schematizzato
nelle seguenti dieci tappe.
1)Sulla spinta del Divino che sempre ci attira a sé sentiamo il
desiderio di metterci alla
ricerca della
nostra parte più profonda, della nostra vera natura.
2)Mentre siamo alla ricerca cominciamo ad avere alcuni segnali, che ci
incoraggiano nella
nostra ricerca e
ci rassicurano sul buon esito della ricerca.
3)In lontananza
riconosciamo un aspetto della nostra profondità, del vero sé, è ciò ci
spinge
4)Finalmente incontriamo da vicino il vero sé. L’Io ed il Sé sono in
contatto. Riusciamo a
cogliere
che cielo
e terra hanno la
stessa radice. Avere trovato il
tesoro però ci fa
realizzare che siamo ancora fortemente legati al nostro ego, alle sue
passioni e desideri.
Siamo legati al
nostro ego che giudica, odia, esercita potere sugli altri. Abbiamo a che
fare
con il ricordo
sommerso dei vecchi traumi che hanno condizionato la nostra forma
mentis,
col nostro sentire
di non andare bene. Più ci apriamo
ad un
approfondimento nella
preghiera, più andiamo in profondità nel sentieri di crescita
spirituale, più viene fuori l’Io
che si fa vedere. Pensavamo che la preghiera ci rendesse più santi,
invece andando nella
profondità di noi stessi incontriamo le vecchie ferite, e vengono fuori
i comportamenti
collegati (acting out). Questa però è una dimostrazione che stiamo
andando in profondità
nel cammino
spirituale. Più andiamo in contatto col vero sé più ci distacchiamo dal
nostro
5)
Non siamo più
dominati dall’ego, anche se siamo consapevoli di esso. Abbiamo la
sensazione che ora le cose sono abbastanza bilanciate, si fanno i conti,
si fa pace con sé
stessi. Si
comprende che “io sono anche l’altro”.
6)Il vero sé ci conduce a casa. Abbiamo trovato la verità, e continuiamo
a fare ciò che
stavamo facendo. Con animo tranquillo e gioioso ci lasciamo condurre.
Non c’è un punto
di arrivo; siamo
in contatto col
mistero divino. Non è importante la nostra età, ma
l’apertura
col divino. Questa
esperienza
del divino ci
chiama a sé e coinvolge
una
esperienza di morte. Ogni volta che sperimentiamo una morte troviamo una
nuova vita.
Fare morire
l’Io e gli
attaccamenti, per
rinascere
a nuova vita.
Persone che hanno
problemi di dipendenza, arrivano
alla scelta di distaccarsi
e di rinascere a nuova vita.
Trovare l’amore universale di Dio comporta un distacco, una morte da una
persona o da
7)Tutto è dimenticato, non vediamo più il vero sé ne l’Io. Il sentiero
spirituale è oltre tutte
le religioni, tutto ciò che ci siamo costruiti, compresi i modelli di
Dio. La nuova vita ci
porta ad un Dio
che è al di là di ogni forma, ci porta dentro il mistero.
8)Vuoto. Tutto è andato, non avere nulla a cui appartenere o
identificarsi. La notte buia
dell’anima. Quando muore il nostro ego proviamo un grande vuoto,
tristezza e dolore. Il
distacco dall’Io deve passare attraverso questa esperienza di morte. I
mistici dicono che
l’esperienza di Dio non è Dio. L’esperienza di vuoto è quella che Gesù
quando invoca il
Padre dicendo:
“Perché mi hai abbandonato?”
9)Si ritorna alla sorgente. L’ambiente è lo stesso di prima, ma siamo
cambiati e vediamo la
realtà in modo
diverso. Gesù dice: “Nelle tue mani rimetto il mio spirito”. Non c’è
trasformazione
senza morte. La morte è legata alla fede, perché incontriamo la nuova
vita.
Il mondo è diverso, perché siamo entrati ad un livello di profondità
prima sconosciuto.
Andiamo verso una resurrezione che ci porta ad essere più svegli, più
consapevoli di tutto
il mondo e di noi stessi. Siamo in grado di comprendere il bene ed il
male che facciamo.
Conoscere il mondo, la sofferenza, la interconnessione di tutte le cose.
Soffriamo per gli
altri, perché siamo connessi con gli altri. Un indice che siamo in
questa fase di profondità
è che non sopportiamo più di vedere tutte le meschinità e l’egoismo,
anche illustrate alla
10)
L’uomo integrato e
connesso al vero sé “ritorna in città” più saggio, più vecchio,
pacioccone, distaccato dagli affanni, dagli schemi mentali. Ritorna
diverso a causa della
sua trasformazione. Siamo “costretti” a fare ciò che l’amore fa. Andiamo
al di là di noi
stessi, animati dall’amore per il servizio, dall’amore per gli altri. Il
dare se stessi agli altri
ci fa trovare sempre di più la nostra vera natura. Siamo persone
generose. Abbiamo con
noi una borsa piena di doni per gli altri. Non andiamo più alla ricerca
del vero sé, ne
siamo in contatto con lui, ma siamo integrati in lui. Mente e cuore
diventano ciò che noi
Il viaggio spirituale nella preghiera e nella meditazione quindi
portano al distacco dall’ego.
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