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Per uscirne fuori, per un
risveglio spirituale laico dal dualismo, si "consiglia" di non attaccarsi
alle ragioni ed agli eventi del sogno ma di concentrarsi su ‘colui che
sogna’, sulla coscienza, sull'io... senza seguire i pensieri, le intenzioni
di questo o quello, bello o brutto….
Tutto qui.... a che serve ulteriore speculazione quando lo specchio non
potrà darti mai alcuna sostanza? Solo il senso dell'essere, di esistere, è
innegabile, non si può mettere in dubbio, è la sola certezza o "capitale"
che abbiamo.
Per esprimere l'essere noi diciamo "io sono", questo sia nello stato di
veglia che nel sogno , ma persino nel sonno profondo, o nello svenimento,
questo essere è implicito anche se – allora - non possiamo affermarlo,
eppure siamo ben consapevoli... di esistere. La coscienza non è un processo
descrivibile in alcuna forma, la coscienza può essere sperimentata e
direttamente conosciuta, il momento che cerchiamo di descriverla essa sfugge
al nostro controllo, subentra l'astrazione del pensiero, eppure essa
"assiste" anzi "consente" il pensiero, essa è testimonianza e causa prima di
ogni andamento mentale. Purtroppo la mente usa il linguaggio dualistico e
speculare e quindi non può descrivere ciò che è al di là dello specchio. La
mente è il riflesso, la coscienza è la luce che si manifesta come riflesso.
Essendo quindi questa coscienza l'unica ed assoluta verità, puoi anche
chiamarla "Dio" - se vuoi - nel senso che essa rappresenta la vera
"esistenza presenza". Per quel che riguarda la coscienza personale, o mente,
essa è solo una rifrazione, una "forma" della coscienza, variegata ed
irri-petibile, come una goccia d'acqua che non è mai uguale all'altra, come
una foglia che non è mai uguale all'altra, come un granello di polvere che
non è mai uguale all'altro, nessuna coscienza individuale può essere uguale
ad un'altra... questa diversità è la caratteristica della coscienza quando
si manifesta nell'aspetto individuale. Ma questa "diversità" è possibile
solo perché la coscienza (che è la matrice) nella sua espressione
indifferenziata è alla base di ogni e qualunque manifestazione vitale.
La "consapevolezza" priva di attributi è il substrato necessario per svelare
ogni attributo.
L'individualità della mente muore con la morte fisica, ma non la pura
coscienza che continua a manifestarsi in altre innumerevoli forme, la
cosìddetta anima individuale è una maschera, una proiezione fittizia, un
personaggio nel sogno nella coscienza. Quanti personaggi sogniamo in un
sogno e chi sono essi se non il sognatore stesso, ovvero la coscienza che
sogna? Quindi, aldilà di ogni pensiero, religioso o ateo che sia, non si può
negare quell' "io sono", cioè l'unica verità. E' questo "io sono" che viene
definito l'Assoluto nell'Advaita Vedanta, come pure nel pensiero Platonico,
e persino nella Bibbia è detto: "I am that I am" - Io sono quel che sono.
Che senso ha continuare a menar il can per l'aia su un'esperienza ovvia,
un'esperienza che non ha bisogno di essere confermata da alcuno, ed in cui
solo lo sperimentatore è reale? Eppure nel momento in cui ricominciamo a
ragionare su questo "io sono" appaiono le inevitabili differenze di pensiero
(religioni, interpretazioni, ideologie, filosofie) che, come dicevamo
all'inizio, sono infinite quante le forme ed i nomi.... ed allora? Se tu
dici, "io lo penso… e ci credo", ciò vuol dire essere qui, ovvero
"presenza-fissità", intendendo l'esser-ci in un luogo e in un tempo. Sarai
però d'accordo che l'essere non è condizionato dal luogo e dal tempo,
l'essere è indipendente dal luogo e dal tempo e non ha nessun bisogno di
riscontro per conoscere la sua esistenza, né serve una conferma nel
pensiero. Siccome siamo abituati a confrontarci, e sin qui abbiamo dialogato
molto..., possiamo anche dire che "ci" siamo tutti dentro, in questa
elaborazione dell'esser-ci (sempre tu, io .. e tutti gli altri).
Ma se tu, indipendentemente dal confronto con noi tutti, non sapessi di
esistere "ab initium" -indipendentemente dalla "nostra" supposta esistenza-
(e nota bene che ciò vale per ognuno di noi) potresti forse dire di non
esistere? Potresti affermare oggettivamente e soggettivamente di non
esistere se non avessimo questo confronto letterario? Hai forse bisogno di
guardarti allo specchio per conoscere la tua esistenza? Ma, nel girare in
tondo, ci sembra di compiere un dato percorso e siccome siamo abituati a
considerare l'esistenza quando si manifesta sotto forma di "pensiero" e –
chiaramente - siccome il pensiero, come la parola e come ogni concetto, è
per sua natura condivisibile (in quanto si presuppone che possa essere
trasmesso ad un "altro"), qualsiasi considerazione appaia nella nostra mente
diventa per noi un assioma, una verità, che "possediamo" in comune, ma –
attenti - a chi appare quel pensiero? Prima di poterlo condividere, chi è
quell'io cosciente che lo percepisce (e successivamente lo condivide)? Senza
la prima persona, senza l'essere in prima persona, come è possibile divenire
coscienti dell'altro? E del qui ed ora, etc. etc. etc.
Questo bel discorso, perciò, non implementa la nostra esistenza, il nostro
essere coscienti, se non – forse - per il "sospetto" (mi auguro sia
certezza) che "io sono quel che tu sei". Io sono, e quindi tu sei e quando
tu sei, io sono allo stesso tempo, ecco - ci siamo riflessi l'uno
nell'altro, quindi tu ed io siamo la stessa identica cosa: cioè, coscienza.
Continuando nel riverbero, la vedi ora la "specularità" delle forme? Ma per
i fatti pratici accettiamo la separazione, come in un sogno, perché questo è
il gioco della coscienza....
"....just for the sake of the game..."
(Per convenzione letteraria): Paolo D'Arpini (circolovegetariano@gmail.com)
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COMMENTO di ALIBERTH – Caro Paolo, questo tuo
meraviglioso ed attuale discorso filosofico, curiosamente assai simile nei
contenuti alla visione Advaita-Vedanta del libro di Swami Muktananda
Paramahansa “The Play of the Consciousness”, non fa una piega… Oltretutto,
esso ricalca in pieno la visione della metafisica Realtà del Buddismo Chan,
vista nella sua peculiare evidenza, allorchè il testimone osservatore (cioè,
il meditante che sperimenta l’esperienza) arriva alla realizzazione di se
stesso come ‘Unica Realtà’, e tutto ciò che egli conosce (quindi, anche i
cosiddetti ‘altri’) non è altro che una speculare manifestazione di questa
‘verità-di-se-stesso’… ovviamente, purché non interpretata in modo
dualistico o relativo. Ma, aggiungiamo noi, se il sognatore crede
‘realmente’ al suo mondo ed ai personaggi del suo ‘sogno’, com’è possibile
che egli arrivi a ri-conoscere questa ‘verità’, se non incontrerà un
‘insegnante’ che possa spiegargli il meccanismo della mente-maya (cioè,
vittima dell’illusione-sogno)? E se, questo sognatore, in modo ostinato e
pervicace, preferisce continuare a credere alla realtà illusoria, piuttosto
che all’insegnante che gli rivela la verità, allora come la mettiamo? Il
sogno sarà costretto a continuare e l’illusione a imperare. E quindi,
l’io-sono continuerà ancora e sempre ad essere ‘Tu sei, egli è, noi siamo,
voi siete, essi sono’, fino a che il karma di quella persona non lo
obbligherà a ‘risvegliarsi’ definitivamente. Questo è ciò che purtroppo
avviene in questa fantomatica ‘manifestazione’, cioè nel sogno collettivo in
cui ci troviamo immersi. |
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