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Una volta
chiesi a Katigiri Roshi, con cui ebbi la mia prima esperienza di risveglio
(non di crollo, si spera) quanti autentici grandi maestri di ch’an e di zen
fossero esistiti. Senza esitazioni, egli mi rispose: «Forse un migliaio in
tutto». A un altro maestro zen chiesi quanti maestri zen autenticamente
illuminati – profondamente illuminati – fossero vivi nel Giappone odierno, e
lui rispose: «Non più di una dozzina».
Assumiamo, per amore della discussione, che queste siano solo risposte
vaghe. Esaminiamo i numeri. Anche se affermiamo che in tutta la storia sono
esistiti solo un miliardo di cinesi (una stima estrema-mente bassa), ciò
vuol dire che solo mille persone su un miliardo hanno raggiunto una
spiritualità autentica e trasformativa. Per chi tra voi non ha una
calcolatrice, questo equivale allo 0,0000001 della popolazione totale.
E questo
vuol dire, indubbiamente, che il resto della popolazione era (ed è) dedita,
al massimo, a vari tipi di religione orizzontale, traslatoria e meramente
legittima: pratiche magiche, credenze mitiche, preghiere consistenti in
petizioni egoiche e così via. In altre parole, a vie “traslatorie” per dare
senso al sé individuale, una funzione traslatoria che è stata (come stavamo
dicendo) il maggiore collante sociale della cultura cinese (e di tutte le
altre) fino a oggi.
Quindi,
senza volere in alcun modo sminuire il contributo davvero straordinario
delle grandi tradizioni orientali, la realtà è semplicissima: la
spiritualità radicale e trasformativa è estremamente rara, in qualsiasi
tempo e in ogni area geografica (per l’occidente, i numeri sono ancora più
deprimenti. Non aggiungo altro).
Dunque,
anche se possiamo giustamente lamentarci del numero esiguo di occidentali
alla ricerca di una realizzazione spirituale autentica e radicalmente
trasformativa, non commettiamo l’errore di affermare che in epoche
precedenti o in altre culture le cose erano molto diverse. In certi momenti,
in occidente è andata un po’ meglio di adesso, ma il fatto rimane: la
spiritualità autentica è un uccello incredibilmente raro, in qualsiasi luogo
e tempo. Quindi, cominciamo dal fatto incontrovertibile che la spiritualità
autentica, verticale e trasformativa è certo uno dei gioielli più preziosi
dell’intera tradizione umana, precisamente perché, come tutti i gioielli
preziosi, è straordinariamente rara.
Secondo,
anche se io e te siamo profondamente convinti del fatto che la più
importante funzione che possiamo svolgere è offrire un’autentica
spiritualità trasformativa, la realtà è che molto di ciò che dobbiamo fare –
nella nostra capacità di portare una spiritualità decente nel mondo – è
offrire modi di traslazione più utili e benevoli. In altre parole, anche se
noi stiamo praticando, ed offrendo, un’autentica spiritualità trasformativa,
gran parte di ciò che dobbiamo innanzitutto fare è fornire alla gente un
modo più adeguato di traslare la sua condizione. Dobbiamo cominciare con
utili traslazioni, prima di poter offrire efficacemente autentiche
trasformazioni.
La
ragione è questa: se un individuo (o una cultura) viene privato troppo
rapidamente, bruscamente o maldestramente della traslazione, il risultato
(ancora una volta) non è il risveglio, ma il crollo; non la liberazione, ma
il collasso. Lasciatemi fare due brevi esempi.
Quando
Chögyam Trungpa Rinpoche, un grande (anche se controverso) maestro tibetano,
venne per la prima volta in America, divenne famoso perché alla domanda su
quale fosse il vero significato di Vajrayana, rispondeva sempre: “Esiste
solo Ati”. Cioè, esiste solo la mente illuminata, ovunque tu rivolga
lo sguardo. L’ego, il samsara, maya, le illusioni… Non dobbiamo liberarci di
alcuno di essi, perché in realtà non esistono: in qualsiasi punto
dell’esistenza c’è solo Ati, lo Spirito, Dio, in altre parole, la
Consapevolezza non duale.
In
pratica, però, nessuno lo capì; nessuno era pronto a questa comprensione
radicale e autentica dell’onnipresente verità. Quindi, alla fine Trungpa
introdusse un’intera serie di pratiche “minori” che conducevano a questa
estrema e radicale “non-pratica”. Propose le ‘nove Yana’ come base della
pratica; ovvero, nove stadi o livelli della pratica culminanti nella
“non-pratica” finale dell’onnipresente Ati. Molte di queste pratiche erano
semplicemente traslatorie, e alcune erano quello che potremmo definire
“pratiche trasformative minori”: trasformazioni in scala ridotta che
rendevano il corpo-mente più aperto all’illuminazione radicale già
esistente.
Queste
pratiche traslatorie e minori conducevano alla “pratica perfetta” della
non-pratica, ovvero alla comprensione radicale, istantanea e autentica che,
sin dall’inizio, esiste solo Ati. Quindi, anche se la trasformazione
finale era il primo obiettivo e il fondamento onnipresente, Trungpa dovette
introdurre delle tecniche traslatorie e minori per preparare la gente
all’ovvietà di ciò che è.
Esattamente la stessa cosa successe con Adi Da, un altro
influente (e ugualmente controverso) esperto della materia (ma stavolta
americano). Egli, all’inizio, non insegnava altro che “la via della
comprensione”: non un cammino per conseguire l’illuminazione, ma un’indagine
sui motivi per i quali, in primo luogo, si desidera raggiungerla. Il
desiderio stesso di cercare l’illuminazione, in realtà, non è altro che una
manifestazione dell’avidità dell’ego, e quindi è la ricerca stessa
dell’illuminazione a impedire quest’ultima. La “pratica perfetta” non è la
ricerca dell’illuminazione, ma un’indagine sui motivi della ricerca stessa.
Ovviamente, sei alla ricerca per evitare il presente, ma è solo il presente
a contenere la risposta: una ricerca eterna vuol dire mancare il punto per
sempre. Poiché sei già sempre lo Spirito illuminato, ricercare quest’ultimo
equivale semplicemente a negarlo. Non puoi conseguire lo Spirito più di
quanto non puoi ottenere i tuoi piedi o acquisire i tuoi polmoni.
Nessuno
lo capì. E così Adi Da, esattamente come Trungpa, introdusse un’intera serie
di pratiche traslatorie e meno trasformative – di fatto, sette stadi di
pratica – in grado di portarti al punto in cui potevi fare a meno di
qualsiasi ricerca, aprendoti all’onnipresente verità della tua condizione
eterna e senza tempo, completamente e totalmente presente sin dall’inizio,
ma brutalmente ignorata nel frenetico desiderio della ricerca.
Ebbene,
qualsiasi cosa tu possa pensare di questi due esperti, resta il fatto: essi
misero in atto forse i primi due grandi esperimenti in questo paese per
introdurre il concetto “Esiste solo Ati”, c’è solo lo Spirito. Di
conseguenza, la ricerca dello Spirito è esattamente ciò che impedisce la
realizzazione. Ed entrambi scoprirono che, per quanto noi si sia presenti ad
Ati, alla verità trasformativa di questo momento, pratiche traslatorie e
meno trasformative sono quasi sempre un prerequisito per quella
trasformazione finale e totale.
Il mio
secondo punto, allora, è che, oltre a offrire una trasformazione radicale e
autentica, dobbiamo essere sensibili e attenti alle numerose e benefiche
varietà delle pratiche minori e traslatorie. Questo
atteggiamento più generoso richiede quindi un “approccio integrale” alla
trasformazione complessiva, un approccio che onori e incorpori molte
pratiche traslatorie e meno trasformative – coprendo l’aspetto fisico,
emotivo, mentale, culturale e comunitario dell’essere umano – come
preparazione ed espressione della trasformazione finale nello stato
onnipresente.
E quindi,
pur criticando giustamente la religione meramente traslatoria (e tutte le
forme minori di trasformazione), dobbiamo anche comprendere che un approccio
integrale alla spiritualità unisce il meglio dell’orizzontale e del
verticale, del traslatorio e del trasformativo, del legittimo e
dell’autentico. Indirizziamo dunque i nostri sforzi verso una concezione
generale sana ed equilibrata della situazione umana.
Saggezza e compassione.
Ma questo
mio punto di vista non è terribilmente elitario? Buon Dio, spero di sì.
Quando vai ad una partita di basket, speri di vedere me o Michael Jordan?
Quando ascolti musica pop, stai pagando per sentire me o Bruce Springsteen?
Quando vuoi un buon libro, preferisci me o Tolstoy per una lettura serale?
Quando paghi 64 milioni di dollari per un quadro, quest’ultimo sarà dipinto
da me o da Van Gogh? Qualsiasi eccellenza è elitaria. Ciò include anche
l’eccellenza spirituale. Ma quest’ultima è un’eccellenza alla quale siamo
tutti invitati. Prima ci dirigiamo dai grandi maestri: Padmasambhava, Santa
Teresa d’Avila, Gautama il Buddha, Lady Tsogyal, Emerson, Eckhart,
Maimonide, Shankara, Sri Ramana Maharshi, Bodhidharma, Garab Dorje. Ma il
loro messaggio è sempre lo stesso: lascia che questa consapevolezza che è in
me sia anche in te. Si comincia elitari e si finisce egalitari, sempre.
Ma nel
mezzo c’è l’irosa saggezza che urla dal cuore: dobbiamo, tutti, avere sempre
di mira l’obiettivo radicale e totalmente trasformativo. Quindi, qualsiasi
tipo di spiritualità integrale o autentica implicherà sempre una critica
intensa e occasionalmente polemica dal campo trasformativo a quello
meramente traslatorio.
Se usiamo
le percentuali del ch’an cinese come esempio generale, esse mostrano
che se solo lo 0,0000001 della popolazione pratica la spiritualità genuina e
autentica, lo 0,9999999 coltiva una fede non-trasformativa, non-autentica,
meramente traslatoria od orizzontale. E questo vuol dire – ebbene sì – che
la spiritualità della stragrande maggioranza di “ricercatori spirituali” in
questo paese (e altrove) è assai poco autentica. È sempre stato così ed è
così anche adesso. Questo paese (ed anche gli altri) non fa eccezione. Ma
nell’America di oggi, questo dà molto più fastidio, perché la maggio-ranza
di praticanti spirituali spesso crede di rappresentare la “prima linea”
della trasformazione spirituale, il “nuovo paradigma” che muterà il mondo,
la “grande trasformazione” di cui proprio essi sono l’avanguardia. Ma molto
spesso, essi non sono affatto trasformativi; sono meramente, ma
aggressivamente, traslatori. Non offrono mezzi efficaci per smantellare
profondamente il sé, bensì semplici modi di farlo pensare diversamente; non
percorsi di trasformazione, ma nuove vie per traslare. In realtà, ciò che la
maggior parte di loro offre non è una pratica o una serie di pratiche, la
sadhana, il satsang, il shikan-taza o lo yoga. Ciò che la maggior parte di
loro offre è semplicemente il consiglio: leggi il mio libro sul nuovo
paradigma. Tutto ciò è molto disturbato e profondamente disturbante.
Pertanto,
le autentiche realtà spirituali hanno l’anima e il cuore delle grandi
tradizioni religiose, ma faranno sempre due cose allo stesso momento:
apprezzeranno e praticheranno le pratiche traslatorie e minori (dalle quali
di solito dipende il loro successo), ma grideranno anche con tutto il cuore
che la traslazione da sola non è sufficiente. E dunque, tutti coloro ai
quali la trasformazione autentica ha inciso profondamente l’anima devono,
credo, vedersela con il profondo obbligo morale di proclamare dal cuore –
forse in modo calmo e tranquillo, con lacrime di riluttanza; forse con
passione infuocata e irosa saggezza; forse con un’analisi ponderata e
precisa; forse con un indiscutibile esempio pubblico – ma in un modo o
nell’altro, l’autenticità pone sempre e assolutamente una richiesta e un
obbligo: parlare a voce alta, al massimo delle tue capacità, scuotendo
l’albero spirituale e indirizzando il tuo fascio di luce negli occhi di chi
si sente appagato. Devi lasciare che quella realizzazione radicale rimbombi
nelle tue vene e scuota chi ti circonda.
Ahimè! Se
non farai così, starai tradendo la tua autenticità e nascondendo la tua vera
condizione. Non vuoi turbare gli altri perché non vuoi turbare te stesso.
Così, stai agendo in malafede, stai propendendo verso la malvagità. Perché,
vedi, il fatto allarmante è che qualunque realizzazione profonda comporta un
peso enorme. A chi è consentito vedere, viene allo stesso tempo imposto
l’obbligo di comunicare tale visione in modo chiaro.
Questo è
l’accordo. Ti è stato permesso di vedere la verità a patto di comunicarla
agli altri (ecco il significato fondamentale del voto del bodhisattva). E
quindi, se hai visto, devi semplicemente dirlo chiaro e forte. Parla con
compassione, con irosa saggezza o con abilità oratoria, ma parla!.
Questo è
davvero un peso terribile, orribile, perché non c’è posto per la timidezza.
Il fatto che potresti avere torto non è, semplicemente, una scusa. Nella tua
comunicazione potresti avere torto o ragione, ma questo non importa. Ciò che
conta, come tanto bruscamente ce lo ricorda Kierkegaard, è che solo
esprimendo la tua visione con passione, la verità può alla fine, in un modo
o nell’altro, fare breccia nella riluttanza del mondo. Solo la tua passione
dimostrerà se hai torto o ragione. È tuo dovere far conoscere quella
scoperta – in un modo o nell’altro – e quindi esprimerla con tutto il
coraggio e la passione che puoi trovare nel cuore. Devi urlare, in un modo
qualsiasi.
Il mondo
volgare sta già urlando, e con un astio così rauco che le voci più
autentiche si odono a mala pena. Il mondo materialista è già pieno di
pubblicità e attrattive, adescamenti e richiami commerciali, saluti di
benvenuto e inviti ad avvicinarsi. Non voglio essere duro qui, perché noi
dobbiamo rispettare tutte le attività minori. Ciononostante, avrai notato
che la parola “anima” è, in questo momento, quella che vende meglio sulla
copertina dei libri; e ciò che “anima” vuol dire, nella maggior parte di
questi libri, è semplicemente l’ego sotto mentite spoglie. La parola
“anima” ormai denota, in questa frenesia traslatoria, non ciò che in te è
“senza tempo”, ma ciò che si agita, producendo ancor più rumore. “Cura
dell’anima”, incomprensibilmente, non vuol dire altro che una concentrazione
intensa sul sé fieramente individuale. In modo simile, “spirituale” è sulle
labbra di tutti, ma di solito tutto ciò che indica è un’intensa sensazione
egoica, così come “cuore” è finito con il significare qualsiasi sincero
sentimento di autocontrazione.
Tutto
ciò, in verità, è solo il vecchio gioco traslatorio, vestito a festa per
andare in città. Queste cose potrebbero essere più che accettabili se non
fosse per l’allarmante fatto che tali manovre traslatorie vengono
aggressivamente definite “di trasformazione”, quando, naturalmente, non sono
altro che una nuova serie di abili traslazioni. In altre parole, sembra
esserci (ahimè!) una profonda ipocrisia dietro il gioco di prendere
qualsiasi nuova traslazione e definirla “la grande trasformazione”. E il
mondo in generale – oriente od occidente, nord o sud – è, ed è sempre stato,
per la maggior parte, totalmente sordo a questa calamità.
E quindi,
stante la misura della tua autentica realizzazione, stavi davvero pensando
di sussurrare educatamente all’orecchio di quel mondo mezzo sordo? No, amico
mio, devi urlare. Urla dal cuore ciò che hai visto, urla in qualsiasi
modo ti viene. Ma non indiscriminatamente. Usiamo attentamente questo urlo
trasformativo. Lasciamo che piccole sacche di spiritualità autenticamente
trasformativa, di vera spiritualità, concentrino i loro sforzi e trasformino
i propri studenti. E lasciamo che queste sacche comincino a estendere la
loro influenza lentamente, attentamente, responsabilmente e umilmente,
abbracciando un’assoluta tolleranza per tutti i punti di vista, ma cercando
sempre di sostenere una spiritualità vera, autentica e integrale. Per
esempio, con la radiosità, il sollievo naturale, l’incontestabile
liberazione che essa provoca. Lasciamo che queste sacche di trasformazione
persuadano gentilmente il mondo e i suoi ego riluttanti, sfidandone la
legittimità, le traslazioni limitate e offrendo un risveglio
dall’intorpidimento generale.
Cominciamo qui e ora, da noi, da me e te. Impegniamoci a respirare
nell’infinito fino a quando quest’ultimo sarà l’unica realtà che il mondo
riconoscerà. Lasciamo che i nostri volti risplendano di una trasformazione
radicale; che dal nostro cuore e dal nostro cervello ruggisca e risuoni una
semplice, ovvia realtà: tu, nell’immediatezza della tua consapevolezza
presente, sei di fatto il mondo intero, in tutti i suoi alti e bassi, in
tutta la sua gloria e grazia, in tutti i suoi trionfi e lacrime. Non vedi il
sole, sei il sole; non ascolti la pioggia, sei la pioggia; non
senti la terra, sei la terra. Ed in tale contesto, semplice, chiaro e
indubitabile, la traslazione è cessata in tutti i campi: ti sei trasformato
nel Cuore stesso del Cosmo. Là, proprio là, molto semplicemente e in
silenzio, tutto è disfatto.
A quel
punto, la meraviglia e il rimorso, il sé e gli altri ti saranno ugualmente
estranei; l’esteriore e l’interiore non avranno alcun significato. E nello
shock di tale indubitabile riconoscimento – in cui il mio maestro è il sé,
il sé è il cosmo in generale e quest’ultimo è la mia anima – camminerai con
grande levità nella foschia di questo mondo, trasformandolo interamente
senza fare nulla.
E allora,
allora e solo allora, scriverai distintamente, attentamente e in modo
compassionevole, sulla pietra tombale di un sé mai esistito: “Esiste solo
Ati”. |