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Non so bene da dove iniziare, dalla bellezza forse.
La bellezza mi sembra un ottimo presupposto da cui partire, perchè non è mai
certa, è nascosta dagli occhi di chi la vede.
Non so come è iniziato tutto questo muoversi e muoversi ancora, ma ogni
volta che ripeto questa giustificazione alla mia vittima indifesa, mi rendo
conto che non ci crede più nemmeno lei, e sto diventando fastidiosamente
imbarazzante ai miei occhi.
Muoversi in tondo, senza più vedere l'inizio, la fine, il mezzo. Ma andiamo,
chi ci crede più all'incons apevolezza
dell'inizio?
Il fine giustifica i mezzi?Non lo so, ho smesso di chiedermelo perchè tanto
ormai è la coscienza che sceglie anche quelli.
Vorrei davvero poter sentire la vera spinta che è emersa dentro di me,
vorrei poter davvero ripensare a te che non sopporti neanche il mio ricordo,
così come a te che ti svegli ogni mattina con il mio viso fra le ciglia,
come si fa in quelle canzoni d'amore che non ascolti più da quando eri
piccolo, e poi ecco, una sera in macchina mentre torni dall'allucinante e
assurda normalità di una giornata come le altre, una radio che trasmette
pezzi vecchi ti fa pensare che forse avresti dovuto chiudere diversamente le
partite della tua vita.
Avendone avuto facoltà, questo è ovvio.
Ora li hai davanti, tutti i tuoi errori, tutte le stupide guerre vinte, a
volte a tavolino, senza che l'avversario avesse neanche il coraggio di
presentarsi.
Li hai davanti e non te ne importa niente.
E ripensi anche a quanto è stato ingiusto confondere quella paura con la
vigliaccheria di chi sa già di dover perdere davanti a tutti e si tira
indietro, che magari l'avversario l'aveva già capito che ogni guerra è
stupida, anche per chi la vince.
D'accordo, terrò strette le conseguenze che mi spettano senza lamentarmene
più. E senza gioirne quando schiacciano mortalmente l'avversario.
Ecco perchè non me ne importa niente.
Poi ho imparato.
E' questo che conta anche se devo ancora trascinarmi dietro i sacchi di odio
che io stessa ho riempito prima di scoprire che il peso sarebbe rimasto
sempre e solo sulle mie spalle.
E soprattutto prima di scoprire come scaricarli, sciocca presciolosa.
Tutto l'ondeggiare e il vaccillare delle sicurezze costruite su qualcosa che
neanche ricordo più, come è iniziato?
Lo vedo, non lo vedo, lo vedo ancora.
In fondo lo so.
Troppo peso, troppi passi più lunghi di una gamba troppo stanca anche per
fermarsi ad aspettare, anzi, forse proprio fermarsi la spaventava di più,
perchè poi non avrebbe avuto la forza di ripartire.
Le mie gambe si sentivano sole.
Eppure era proprio la paura di proseguire quella che impediva loro di
fermarsi, l'ho visto dopo, quando pur stanche di camminare rispondevano
ancora ai miei stimoli, a quelli della mia mente vuota e desiderosa ormai di
impartire ordini solo quando è strettamente necessario.
Partivano da sole nella sosta.
Sostenute da tutta la gioia del mondo.
Mi hanno rapita, le mie gambe mi hanno rapita per portarmi dove non vogliono
neanche loro.
Non ho nulla per pagare il mio riscatto per fortuna, altrimenti
probabilmente lo farei.
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