Devo dirlo, sono
letteralmente affascinata da
questi strani momenti in cui
la vita da sola sa
costruirsi le sue trame e mi
permette di perdermi senza
essere costretta ad
inventare e realizzare
impalcature.
Sono quei momenti che
lasciano addosso un sorriso
costante che non svanisce
neanche di fronte alla
ferrea volontà di forzare le
serrature dei ricordi
dolorosi, giusto per vedere
se le spine hanno an

cora
voglia di infilarsi nella
pelle e fare male.
L’analisi è la stessa di
sempre, una volta
individuato l’oggetto del
desiderio intendo. E’ raro
che tutto sia nel posto in
cui deve essere, ma
purtroppo è tristemente
comune la necessità di
trovare forzatamente un
posto a tutto. Un po’ come
gli anziani in coda, che
cercano un modo per saltare
la fila, ognuno convinto che
il suo malanno gli fornisca
una giustificazione migliore
di quelle altrui, ecco, i
nostri malanni sono le
nostre perpetue e insulse
motivazioni per infilare con
la forza qualcosa in un
posto che non è il suo.
Abbiamo solo bisogno di una
giustificazione, e in fondo
trovarne è ciò che ci riesce
meglio.
Io la mia l’ho scelta in
quattro e quattr’otto, non
ho dovuto neanche cercare,
era tanta la voglia di
uscire dalla pesantezza
piombatami addosso come una
pioggia proveniente dal
cielo di un altro mondo,
tanto il tempo trascorso da
me e dagli altri a voler
capire, che ho
immediatamente riconosciuto
come legittimo il mio
desiderio di leggerezza. Ed
improvvisamente è diventata
una sicurezza. Nulla di più
semplice.
Non che cerchi ancora
stupidamente di capire se
sia giusto o sbagliato,
quella ormai so bene essere
un’informazione che può
essermi fornita solo a
posteriori, dalle
conseguenze.
Forse è più qualcosa di mio,
qualcosa che serva a
ricordarmi che comunque sono
stata costretta a trovarmi
una giustificazione.
Oltretutto in occasioni che
non la richiedevano affatto.
Ogni volta è la stessa
identica storia da anni
ormai, mi dico che stavolta
renderò tutto più semplice e
reale, che tutto
corrisponderà a qualcosa che
forse non esisterà mai, ma
che potrebbe esistere
eccome.
E invece puntualmente mi
perdo fra gli invitati super
selezionati di una festa a
sorpresa, o fra i pugni in
faccia e le violenze di
qualcuno che da anni giura
di amarmi come nessuno,
sicuro che tanto non avrò
mai la forza di lasciarlo
andare a se stesso… o di
lasciare andare me. Devo
metterci l’invidia e la
gelosia, la sofferenza e
l’incapacità totale e
continua di arrivare a ciò
che volevo, se non per poco.
Altrimenti non ne traggo
nessun insegnamento e nessun
piacere.
Ogni volta mi riprometto di
non uccidere più nessuno,
nemmeno col pensiero, e
invece mi ritrovo ad
utilizzare le vite altrui
come fossero le pedine di un
mio gioco, di qualcosa che
ho inventato totalmente,
dalle regole allo scopo
finale. Soprattutto decido
io chi vince, e non sono
così scaltra da vincere
sempre neanche così. Per
fortuna direi.
Tutto ciò mi fa sorridere,
mi fa sorridere la mia
follia e le sue
sceneggiature fantasiose.
Sembra un gioco, ma in fondo
è la parodia della vita
vera, e non lasciarmi sempre
vincere mi ricorda che non
sempre si vince.
Oppure forse che si, si
vince sempre, a patto che lo
scopo non sia quello.