Di Aliberth - Incontro del 22/5/2000 al Centro Nirvana di Roma
“… Questa sera voglio iniziare con una domanda per tutti voi:- ‘A cosa serve, o a cosa dovrebbe servire, la meditazione? –
MICHELA: - Secondo me, la meditazione è uno strumento per superare la nostra concettualità ordinaria e i limiti dell’Io …-
ALIBERTH: - Semplice, ma efficace. Credo che non ci sia nulla da aggiungere. Ogni altra risposta non coglie il segno in modo così diretto, come questa. Effettivamente, la meditazione è soltanto uno strumento mentre molte volte, purtroppo, viene vista come un fine.-
MICHELA: - Ho riflettuto molto, sulla pericolosità di considerare la meditazione come un fine…-
ALIBERTH: - Nella nostra mente, noi siamo pieni di cartelli con su scritto “Attenzione!”, ma non sempre li rispettiamo…-
Adesso ritengo che sia utile aprire un piccolo dibattito su come è stata intesa, se è stata intesa, la concezione della Vacuità. Io temo, e questo è un dato di fatto sperimentato da millenni, che il pensiero generato da ogni singola mente nei riguardi del termine e dell’idea di Vacuità, corrisponda più o meno all’idea di un annichilimento, di una sparizione nel nulla. Una sorta di autoeliminazione di tutto ciò in cui, prima, una persona credeva fermamente.
Spesso, le persone hanno un certo tipo di approccio all’esistenza, con una conseguente relativa facoltà di apprendimento. Al di fuori di queste coordinate presunte, qualsiasi tentativo di violare questo loro approccio parrebbe essere una distorsione o, quantomeno, una imposizione di verità non recepite direttamente. Mentre, al contrario, da sempre le dottrine filosofiche buddiste ritengono estremamente importante la comprensione effettiva della Vacuità, non tanto nel suo significato concettuale, quanto nella realizzazione pratica di questa esperienza.
La Vacuità non può essere qualcosa di cui la mente umana possa ipotizzarne la qualità o l’essenza. Perciò, togliamoci subito dalla mente qualsiasi idea, o pensiero, che ci spinga a vedere o a credere che la Vacuità abbia un qualche significato del tipo: annichilimento, annullamento, sparizione, eliminazione, suicidio, ecc. Vacuità non vuol dire tutto ciò e neanche qualcos’altro; ma, allora che cos’è questa Vacuità?
Il punto critico, evidentemente, è di saper riuscire ad inserire nella nostra mente un nuovo dato informativo, senza che questo si appoggi, annulli o stravolga gli altri ma, nel contempo, che non aggiunga nemmeno un ulteriore concetto. Perché il problema della mente è proprio questo, far collezione di idee, di concetti e di opinioni. Ora, quale può essere quel tipo di consapevolezza, di cui non si conosce la provenienza né il punto di arrivo, che possa far capire senza eliminare ciò che già c’è e senza aggiungere null’altro? È un bel problema!
D’altra parte, lo stesso Zen è un problema, se non viene compreso. Se la mente non si ritorce in se stessa per uscire dal nodo, non è possibile esprimere e comprendere le spiegazioni dello Zen. Giustamente abbiamo detto che la meditazione non è un fine, ma soltanto uno strumento. Perciò, quando applichiamo quel dato tempo dedicato ad isolarci “da ciò che ci è consueto”, che cos’è che cerchiamo di far emergere? Evidentemente esiste un “Qualcosa” in ognuno di noi che, purtroppo, è però inconosciuto dalla maggior parte delle menti umane. Si tratta quindi di accostare la propria mente umana, così com’è prodotta dal karma individuale, a questo “potere” sconosciuto. Il quale, per essere conosciuto, ha bisogno di alcuni “strumenti”, tra cui il più efficace è la meditazione.
La meditazione, peraltro, non è l’unico strumento. Essa dovrebbe arrecare un particolare stato mentale; di conseguenza, se la meditazione non lo apporta, per carenza o incuria applicativa, c’è bisogno anche di altri strumenti. Alcuni altri strumenti sono i KOAN, cioè quelle illuminanti storielle Zen, oppure gli HUA-TOU, piccoli discorsi o frasi apparentemente senza senso che, però, portano la mente ai confini del territorio ignoto. Chiaramente, questo territorio ignoto non è alla portata della mente ordinaria, ma non è neanche “aldifuori” di essa, non è la sua morte, anche se la mente stessa è portata a pensare, proprio perché il territorio è ignoto, che lì vi troverebbe una misera fine.
D’altronde, quale rimedio può essere indolore nel disperato tentativo di riportare la mente alla sua natura originaria? Ecco perché occorrono strumenti efficaci e validi, dirompenti e fuori del comune, per operare la trasformazione della mente ordinaria in una mente Zen. Allora la meditazione, la riflessione, la ricerca della vera realtà, lo studio dei Testi sacri, le iperboliche contraddizioni, le dichiarazioni incoerenti e assurde sono tutti strumenti affilati per scandagliare la mente. In questo modo, gli strumenti le permetteranno di liberarsi dagli impedimenti che ostacolano l’apertura sul territorio ignoto. Siccome un tale atto di coraggio avrà bisogno dell’integrità di tutto il nostro essere, è impensabile che si debba eliminare qualcosa di noi stessi o della nostra mente…
Domanda di LILIANA: - Ma il male, la negatività, non vanno eliminati? Altrimenti…
ALIBERTH: -Ma quale male, quale negatività! Concetti come male e negatività, possono essere dichiarati tali soltanto dopo averli realmente visti e verificati. E la meditazione, proprio come un telescopio, permette alla Coscienza di <vedere> gli elementi dannosi che possono portare la mente verso la negatività e verso il male. Nella mente non esiste, di per sé, qualcosa chiamato “male” per sua natura. La mente è originariamente pura; dunque la mente pura è già collocata in quel territorio ignoto in cui la mente ordinaria, umanizzata, è timorosa di addentrarsi.
Tutti gli strumenti hanno come effetto, se ben utilizzati nell’eliminazione delle cosiddette negatività, quello di mettere sotto il telescopio il nostro Io ordinario. Dopo aver “visto” i difetti dei nostri limiti umani, si giunge alla percezione mentale di questo misterioso territorio ignoto. Visione diretta che, appunto, veniva impedita dal nostro Io ordinario ed egoico che è proprio, esso stesso, la spugna assorbente del male e delle negatività. Per mezzo del telescopio fornito dalla meditazione, la Coscienza non è che vedrà qualcosa di ben definito. Non c’è un Io definito, strutturato, sostanziale che possa essere richiamato a volontà per venir messo sotto la lente di ingrandimento.
Qualunque tentativo di far una cosa simile è destinato all’insuccesso, perché lo sapete, lo avete sperimentato, l’Io che parla in questo momento è dimostrato solo dal suo parlare. Non è l’Io che tenta di manifestare se stesso col parlare ma, nella realtà, è proprio il contrario, almeno in origine. L’Io, di per sé, non può mai essere visto come sostanza, non può mai essere fermato, ma può essere colto in funzione. L’Io è come una corrente elettrica, per mezzo della quale manifesta se stesso attraverso una consecutività di energie in funzione.
La stessa esistenza della persona, la vita, il corpo fisico, il respiro, la parola, la capacità di ascolto, la comprensione, l’ignoranza, il peccato, il male ed il bene, nonché lo stesso Karma testimoniano questo punto di aggregazione chiamato, convenzionalmente, “Io”. Ma tutte quelle cose, in realtà, non sono che mere correnti di energia, provenienti dal territorio ignoto, che si uniscono fluttuando come semi di una collana intorno ad un filo invisibile, che possiamo chiamare “ l’Io”
MICHELA: - Che tipo di rapporto vi è tra la Vacuità e la Mente originaria? –
ALIBERTH: - Rispondere a questa domanda, sarebbe come voler descrivere l’indescrivibile; Mente originaria, Vacuità, Natura di Buddha, Nirvana, Assoluto, Totalità sono tutti termini sovrapponibili ed intercambiabili, uno indica l’altro. Nel Buddhismo, il termine Vacuità sta a indicare la mente vuota, libera da concetti e pregiudizi egoici, ma anche la originaria Natura di tutte le cose. In quanto Mente originaria e Natura originaria di tutte le cose, sono la stessa identica cosa. In altre filosofie, come quelle occidentali, per esempio la parola Vacuità ha tutt’altro significato e non può essere utilizzata per gli stessi scopi. È questo, un errore che fa sì che molte persone, provenienti da altre culture e visioni religiose, possano associare la parola Vacuità (In Sanscrito, SHUNYATA’) al significato nichilistico proprio delle loro filosofie.
Per poter illustrare concettualmente la Vacuità del Buddhismo, se mai fosse possibile, potremmo riferirci alla mente di un essere vivente che abbia pienamente compreso se stessa, e si sia “svuotata” di tutti i precedenti contenuti. Dunque, non ad un individuo che “è costretto” a pensare di avere una mente. Ma piuttosto, ad una Supercoscienza fortemente consapevole che si renda conto di “possedere un corpo”, temporaneo, impermanente e soggetto alla “Legge del Karma”. Una Mente luminosa e collegata a tutto l’esistente che non dipende più dai pensieri, progetti e disegni, della persona che si è generata da essa, oltretutto illusoria e non-reale, in quanto vittima della sua precedente ignoranza e che era obbligata a sottostare alla ferrea Legge dell’Impermanenza. Una Mente che, cogliendo la sua vera essenza naturale, si chieda: - Com’è l’Essenza naturale prima che produca i prodotti del pensiero?-. Ecco, quella sarebbe l’autentica Vacuità in cui si dovrebbe gettare lo sguardo. Quello sarebbe il cogliere la Vacuità.
È ovvio che noi si debba fare uno sforzo quasi sovrumano per cogliere questa vera Vacuità utilizzando la nostra consueta mente umana. Ecco perché quegli strumenti ci vengono in aiuto. In un perfetto stato di silenzio mentale, ottenuto con la pratica meditativa, gli strumenti funzionano. Nel silenzio mentale non si generano concetti e idee personali, non si presenta la violenta sensazione dell’Io, di conseguenza si coglie la realtà così com’è nel suo stato originario. Fattane esperienza, questa diventa trascinante, in quanto la persona pur rientrando successivamente nello stato ordinario, rimane deflagrata e sconvolta da questa sperimentazione, quindi non potrà più ricadere nell’ignoranza del “com’era prima!”
Pur constatando che, in realtà, nulla è cambiato nel suo insieme rispetto a prima, ci si scopre “uomini nuovi”. Anche se nella persona alita sempre lo stesso respiro e nella mente continuano ad avvenire identiche possibilità di esperienza, il fatto di aver potuto superare questi “limiti”, prima dati per scontati, non stravolge l’entità primordiale in cui ora ci si ritrova e ci si riconosce. Ciò che veramente e finalmente cambia è la nostra dipendenza dall’energia primordiale che, ora, viene legittimata come “Mente” e non più come “Io”. È come se l’Io, pur restando tale a livello relativo nell’utilizzo delle funzioni umane, deponga lo scettro del potere con cui, prima, usurpava l’energia della Coscienza, in quanto ora la mente se ne è riappropriata. In pratica, con la meditazione sulla Vacuità, il nostro Maestro interiore fuoriesce e riconosce la sua stessa persona umana come un autentico Buddha.
Allo stesso tempo non verranno più escogitati artifici o espedienti egoistici nella discriminazione tra bene e male. Quando la Coscienza Superiore prende coscienza di sé, non può più sottostare volontariamente all’inganno dell’ego e, perciò, non si formeranno più i cosiddetti “karma negativi”. Le azioni negative, che in definitiva sono solo azioni volontarie dell’Io, dell’Ego ignorante, cessano di essere messe in atto, perché la mente che è consapevole di sé corrisponde alla liberazione dell’Io dalla sua stessa negatività.
Allo stato ordinario della mente corrisponde l’ignoranza dell’Io sulla propria natura e sulla sua presunta condizione di realtà. Per esempio, pensate ad una persona che si chiama Francesco. Quando era bambino e veniva chiamato per nome, egli rispondeva istantaneamente senza sapere il perché filosofico di questa identificazione. La stessa cosa avviene quando Francesco è un adulto. Dunque, allo stato dei fatti, può sembrare che l’Io di Francesco, ontologicamente parlando, non sia mai mutato. Invece, sappiamo benissimo che non è così. Nel corso degli anni, dall’infanzia alla maturità, noi cambiamo tantissimo e non solo nel corpo. E cambiano, spesso, totalmente i nostri punti di vista, i nostri modi di esprimerci, i valori di riferimento sulle cose, e così via. Quanto è cambiato l’Io di Francesco, dalla sua infanzia alla vecchiaia, pur continuando a rispondere allo stesso modo! Quello che è difficile è rendersene conto, capirne il mistero ed accettarlo.
E allora una persona che, con questi strumenti, realizza la reale natura dei fenomeni e dell’Io, ottiene una liberazione in quanto ha modificato, ha cambiato il proprio Io da negativo a positivo in un battibaleno. Questa è la Via verso la Liberazione. Non porta all’eliminazione dell’Io empirico ma porta alla salvazione dagli effetti karmici dell’Io strutturale, perché la mente comprende la Vacuità dell’Io, e l’Io stesso finalmente comprende la sua propria Vacuità. E, per questo, ne sarà liberato, non ne sarà assolutamente oppresso. Non avrà affatto idea di aver sostenuto una lotta, né di aver subito un danneggiamento. A questo livello, l’Io sarà felice.
Lo stesso Buddha comprese appieno il tremendo pericolo dell’Io che imprigiona le menti degli esseri umani. Egli comprese che la causa dei dolori e delle sofferenze dell’umanità derivava dall’attaccamento all’Io : “Io sono migliore di te, più alto, più bello, più ricco, più intelligente…”. Non è l’Io empirico, come abbiamo detto, il vero pericolo per la mente. Sono questi pensieri attribuiti alla propria idea di Io e relativo attaccamento che, esprimendo un potere di un Io fatto reale, producono effetti karmici micidiali. Rendiamoci conto che la persona per stabilirsi in termini propositivi, siano essi conflittuali o descrittivi, usa il termine Io solamente per presentare se stessa di fronte ad altre presunte individualità che, allo stesso modo, la fronteggiano con il loro relativo “Io” opposto ed antagonista. Perciò, essa richiama da uno spazio mentale non ben precisato questa entità, questa imputazione psicologica, l’Io appunto, mettendola in campo contro altre presupposte entità. Questo è il dramma della ignoranza metafisica (AVIDYA’) che genera la separazione, la divisione, la disarmonia e la “non-unità”.
Ma quanto è conosciuto e sentito veramente, questo dramma? Nella vita di tutti i giorni, quasi mai. È sentito solo in rare occasioni, quando si manifesta la terribile violenza dell’attaccamento all’Io che porta conseguenze irreparabili a se stessi ed agli altri. L’Io pericoloso, cui il Buddha richiama tutta la nostra attenzione, è QUESTO. Non l’Io empirico e formale, occasionale, che dichiara –io ho fame, io ho sete, io sto bene, io sto male, ecc.- quest’ultimo è un Io imputato, strumentale, che ha valore, e serve, soltanto nel mondo della relazione. Questo tipo di Io, che peraltro appare solo in determinate occasioni funzionali, non è pericoloso, non è da eliminare. Perciò, non bisogna pensare alla Vacuità come eliminazione del senso dell’Io.
La Vacuità è la comprensione della relatività dell’Io, della sua temporanea utilità funzionale e, al tempo stesso, l’assimilazione della inesistenza concreta e sostanziale di una “reale” entità che crede di esistere dalla sua parte col nome ”Io”. Riferendoci al consueto esempio della campana, che trattiene dentro di sé l’aria. In questo momento, il metallo che forma la campana potrebbe credere di essere, sostanzialmente, la campana stessa. E, per tutto il tempo che la campana avrà esistenza, sarà indubbiamente così. Ma, se si fonderà la campana, si riotterrà solo del metallo che, quindi, non potrà più fare opera di identificazione con la campana, che non ha più esistenza.
Avete capito, come funziona la relatività dell’Io? E qual è il mistero della Vacuità? La meditazione sulla Vacuità dell’Io non deve essere la creazione di un qualunque altro concetto da aggiungere ai precedenti già etichettati nella mente. Il mistero della Vacuità sta proprio nel fatto che non c’è niente di nuovo, ma in realtà c’è totalmente un nuovo modo di interpretare l’esistenza. La Vacuità non è un nichilismo, né tantomeno un eternalismo; è il tentativo di far comprendere alla mente il reale modo di esistere dei fenomeni, poiché essa li percepisce tutti come esterni a sé. Infatti, anche ciò che sembra essere percepito come interno, in realtà appare come <all’interno dell’Io>, e non della mente. Per esempio, la mente può vedere e cogliere le nostre emozioni e ritenerle fenomeni interni, ma in realtà, proprio perché può conoscerli come un “secondo” rispetto a se stessa che ne ha percezione, essi sono fenomeni <interni all’Io>.
Ora, per evitare che la mente stessa, sballottata qua e là da queste speculazioni, finisca per attaccarsi alla convinzione che tutti i fenomeni siano dunque esterni, creando così ulteriore confusione, chiariamo subito che la Vacuità non potrà dare conferme sul piano concettuale. Infatti, i Testi del Chan dichiarano che TUTTI i fenomeni esistono all’interno della mente. Dunque, questa apparente contraddizione va risolta non con la logica razionale, bensì con la visione introspettiva e con la profonda intuizione trascendente. Ecco perché si afferma la Vacuità dell’Io e di tutti i fenomeni. Questa è la chiave per la realizzazione. Infatti, il karma che si ostina a rimanere incollato all’Io è causato dall’ignoranza di considerarsi sempre quell’Io. Se si riuscisse a liberarci dall’idea di essere quell’Io, immutabile e permanente, immediatamente verremmo liberati dalla schiavitù del karma.
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URSULA: - Come si collega tutto questo, con quanto hai riferito qualche sera fa, quando hai affermato che l’Illuminazione è facilitata, al momento del trapasso? –
ALIBERTH: - E’ vero, l’altra sera ho detto che, al momento della morte fisica, l’Illuminazione può essere facilitata. Questa affermazione va presa, però, con le molle. Non è sicura per tutti, però è ottenibile in modo più agevole che non durante la vita, perché l’attaccamento all’Io può venir estirpato bruscamente dalla consapevolezza dell’immediata esperienza di morte. Al momento del trapasso vi è una veloce constatazione della imminente cessazione di ogni aspettativa e di tutti i desideri. Certo, è una eventualità che riguarda pochissimi individui, principalmente coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare il Dharma nella loro vita e lo hanno praticato correttamente e continuamente. Succede un po’ come ai condannati a morte. Qualcuno di essi, in vista dell’estrema punizione, si pente e elimina da sé la colpa per il male effettuato. Così può accadere in chi comprende che non è più utile, anzi che è addirittura assurdo e dannoso, continuare ad attaccarsi all’Io, in quanto la morte stessa ci fa comprendere, di colpo, la Vacuità dell’Io. La morte stessa ci fa capire che è impossibile che l’Io possa mantenere quel potere, illusorio ed arbitrario, di immortalità ed eternità che cullavamo durante la vita. Quindi, questa comprensione lampante, in quel preciso istante, per i meditanti e per le menti sottili ed intuitive, è un momento di Illuminazione e, perciò, di Liberazione finale.
Ora come ora, dobbiamo evitare di pensare a cosa potrà accaderci in quel preciso momento, perciò cerchiamo ora di essere liberi anche dall’attaccamento ad un Io liberato. Non potremo mai ottenere la Liberazione finale se la poniamo come un traguardo, se ci sforziamo di volerla raggiungere. Mentre, se ce ne liberiamo già adesso, comprendendo l’illusorietà dell’Io pur continuando a fruirne liberamente nella sua relatività ma senza attaccarci, già questa è liberazione, già siamo realmente liberi…
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MARCO: - Quindi, al momento della morte, è importante solo la massima consapevolezza, senza nessun tipo di altri pensieri…
ALIBERTH: - Si. Sarebbe anche auspicabile poter aver vicino una persona amica che ci esorti a restare agganciati alla coscienza, senza farci prendere dai pensieri discorsivi e nostalgici. Sarebbe buona cosa avere coscienza delle proprie esperienze del momento attuale, come consapevolizzare il nostro senso di essere, oppure le esperienze del nostro udito e della vista come, ad esempio il canto degli uccelli, la visione di un albero fuori della finestra, ecc., al fine di arrivare alla consapevolezza continua, costante. Se poi potremo farcela anche da soli, tanto meglio. Si dovrebbe coltivare la convinzione che non si sta, veramente, morendo ma solo che si andrà incontro a ripetere un’esperienza come quella del sonno.
Non c’è nessuna differenza tra morire e dormire, come pure tra essere vivi e non esserlo. In realtà, siamo sempre vivi, per la coscienza. Quando l’Io non bussa più alla porta della mente, siamo sempre vivi, anche dopo la morte! ----JJJ
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